NOTE:

[250] Raynaldus, in Annal. Eccl. Labbe, Concil. Ptolomaeus Lucens. et

alii.

[251] Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl. lib. 22, tom. 11 Rer. Ital.

[252] Dante, Purgator., can. 20.

[253] Bolland., Act. Sanct., ad diem 14 jul.

[254] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 310. Annal. Mediol., tom.

16 Rer. Ital.

[255] Chron. Astense, tom. 11 Rer. Ital.

[256] Ptolom. Lucens., Hist. Ecclesias., lib. 23, cap. 29.

[257] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.

[258] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[259] Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[260] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[261] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[262] Ghirardacci, Istor. di Bologna.

[263] Corio, Istor. di Milano.

Anno di CRISTO MCCLXXV. Indizione III.

GREGORIO X papa 5.

RIDOLFO re de' Romani 3.

Gran voglia nudriva _Alfonso re_ di Castiglia di abboccarsi col

pontefice _Gregorio X_, e ne fece varie istanze, affine di far valere

le sue pretensioni sopra il regno d'Italia[264]. Il papa, che già era

tutto per l'eletto e coronato _re Ridolfo_, premendogli di quetare il

re castigliano, e di metter fine a queste differenze, si portò apposta

a Beaucaire in Linguadoca, dove venne a trovarlo Alfonso. Sfoderò egli

tutte quante le sue ragioni sopra il romano imperio, e si lamentò del

papa che avesse approvato, in competenza di lui, il re Ridolfo. Ma il

pontefice anch'egli allegò le sue; e queste unite alla di lui costanza,

dopo un dibattimento di parecchi dì, indussero il re a fare un'ampia

rinunzia delle sue pretensioni, e se ne tornò in Ispagna. Scrivono

altri ch'egli ne partì disgustato. Comunque sia, o si pentisse egli

della rinunzia fatta, o non la facesse, certo è che, ritornato a casa,

assunse il titolo d'imperadore, e manteneva corrispondenze in Italia

in specialmente col marchese di Monferrato suo genero. Ma altro ci

voleva a conquistar l'Italia, che Io starsene colle mani alla cintola

in Ispagna, per veder quando facea la luna. Il papa, informato de'

suoi andamenti, gli fece sapere all'orecchio, che se non desisteva,

avrebbe adoperate le censure contra di lui; al qual suono egli abbassò

la testa, e s'accomodò ai voleri del pontefice. Egualmente desiderava

Ridolfo re de' Romani un abboccamento con papa Gregorio[265]. Fu scelta

a questo oggetto la città di Losanna, dove arrivò nel dì 6 d'ottobre

esso papa, e comparve nel dì di san Luca anche Ridolfo. Restò ivi

concertato che il re nell'anno seguente con due mila cavalli venisse a

prendere la corona imperiale per la festa d'Ognisanti. Si trattò della

crociata, e, secondo alcuni storici, allora solamente fu che Ridolfo

colla regina sua moglie prese la croce. Furono di nuovo confermati alla

santa Sede tutti gli Stati, con particolar menzione della Romagna e

dell'esarcato di Ravenna. Sen venne poscia il buon pontefice a Milano

verso la metà di novembre, e quivi si lasciò vedere in pubblico. Grandi

carezze ed onori gli fecero i Torriani, e riuscì loro di staccarlo

dalla protezion dell'arcivescovo _Ottone_; di maniera che, partito

da Milano il papa, con lasciare in isola esso arcivescovo, questi

come disperato si ritirò a Biella. Nel dì 22 di novembre arrivò il

pontefice a Piacenza[266] sua patria, e vi si fermò alquanti giorni

per rimettere la quiete e pace in quella città. Nel dì 5 di dicembre

alloggiò una sola notte in Parma[267], e, continuato il viaggio, arrivò

a Firenze[268]. Non volea passare per quella città, perchè allora

sottoposta all'interdetto; ma fattogli credere che, essendo l'Arno

troppo grosso, non si potea valicare, se non valendosi de' ponti di

Firenze, passò per colà, e benedisse quanti furono a vederlo passare;

ma, appena uscito, replicò l'interdetto e le scomuniche contra de'

Fiorentini. Tolomeo da Lucca[269] scrive che egli si fermò per un mese

a Firenze, per trattar di pace fra que' cittadini. Ma non può stare,

avuto riguardo alla sua entrata in Firenze e al tempo di sua morte.

Andò finalmente a far la sua posata in Arezzo.

Trovandosi assai disordinata la cronologia dei fatti di Milano in

questi tempi, tanto presso Galvano Fiamma[270] che negli Annali di

Milano[271], non si può ben accertare quel che succede nell'anno

presente in quelle parti. Abbiamo dalla Cronica di Piacenza, che

i Pavesi colle loro amistà cavalcarono ai danni di Milano per le

gagliarde istanze de' capitani e valvassori, ossia de' fuorusciti di

quella città. Il conte Ubertino Lando con cento cavalieri fuorusciti di

Piacenza andò ad unirsi con loro. E questa verisimilmente è la guerra

descritta dal Corio. Per attestato di lui, i Pavesi, Novaresi e i

nobili usciti di Milano cogli Spagnuoli sul principio del presente anno

s'impadronirono del nuovo ponte fabbricato dai Milanesi sul Ticino. Per

cagione di tali movimenti, e per timore di peggio, i Torriani nel dì

diciannovesimo di gennaio strinsero lega cogli ambasciatori di Lodi,

Como, Piacenza, Cremona, Parma, Modena, Reggio, Crema e fuorusciti

di Novara. Ma questo non impedì i progressi de' Pavesi e de' lor

collegati, imperciocchè presero alcune castella de' Milanesi, e diedero

loro altre spelazzate che si possono leggere presso il suddetto Corio.

Fu scoperto in Piacenza un trattato del conte Ubertino Lando, capo

degli usciti, per rientrare in quella città: il che costò la vita oppur

varii tormenti a molti, e non pochi si fuggirono di Piacenza.

Appena venne il tempo da poter uscire in campagna, che l'infellonito

popolo guelfo di Bologna fece oste contra de' propri nazionali, cioè

contra de' Lambertazzi ghibellini rifugiati in Faenza[272]. Giunsero

fino alle porte di quella città, in tempo che i Faentini cogli usciti

Bolognesi erano andati per liberare alcune castella occupate dai

nemici. Nel tornarsene costoro a Faenza, scontrarono al ponte di San

Procolo, due miglia lungi da quella città, l'armata bolognese, e,

trovandosi tagliati fuori, per necessità vennero a battaglia. Menarono

così ben le mani, che andò in rotta il campo de' Bolognesi, e vi

furono non pochi morti, feriti e presi. La vergogna e rabbia di tal

percossa fu cagione che i Bolognesi, vogliosi di rifarsi, chiamate

in aiuto tutte le loro amistà di Parma, Modena, Reggio e Ferrara,

formarono un potentissimo esercito, di cui fu generale _Malatesta

da Verucchio_, cittadino potente di Rimini. Preparandosi anche i

Faentini per ben riceverli, essendo accorso in loro aiuto il popolo

di Forlì; e scelsero per lor capitano _Guido conte_ di Montefeltro,

il più accorto e valoroso condottier d'armi che in que' dì avesse

l'Italia. Fino al ponte di San Procolo arrivò il poderoso esercito de'

Bolognesi, e cominciò a dare il guasto al paese. Allora il prode conte

Guido mandò a sfidare il Malatesta capitano de' Bolognesi; e però,

scelto il luogo e ordinate le schiere, nel dì 13 di giugno si diede

principio ad una fiera battaglia. Ricobaldo[273] non fa menzione di

sfida, ma bensì, che osservata dal conte Guido la troppa confidenza

e mala capitaneria de' nemici, andò ad assalirli. Tale fu l'empito e

la bravura de' Faentini e de' fuorusciti Bolognesi, che fu messa in

fuga la cavalleria nemica, colla morte e prigionia di molti. Allora

l'abbandonata fanteria diede anche essa alle gambe. Circa quattro mila

d'essi fanti si ristrinsero alla difesa del carroccio; ma attorniati

e balestrati dal vittorioso esercito de' Faentini e Forlivesi, furono

obbligati a rendersi prigionieri senza colpo di spada. De' soli

Bolognesi restarono sul campo più di tre mila e trecento persone, e

vi morirono assaissimi nobili e plebei degli altri collegati. Ascese

a molte migliaia il numero dei prigioni, ed immenso fu il bottino di

padiglioni, tende carriaggi ed altri arnesi, per li quali ricchi ed

allegri i vittoriosi se ne tornarono a Faenza. A queste disavventure ne

tennero dietro dell'altre. Cervia, per tradimento tolta all'ubbidienza

de' Bolognesi, si diede al comune di Forlì[274]. Cesena fece anch'essa

dei patti coi vincitori. E i Lambertazzi s'impadronirono di varie

castella del Bolognese; con che s'infievolì di molto la potenza di

Bologna, che faceva in addietro paura a tutti i vicini. Di questa

congiuntura profittò anche _Guido Novello_ da Polenta, ricco cittadin

di Ravenna[275], perchè, entrato in quella città, se ne fece signore

con iscacciarne i Traversari e gli altri suoi avversarii. I Guelfi

di Toscana[276], cioè i Fiorentini, Lucchesi, Sanesi, Pistoiesi ed

altri, col vicario del re Carlo, fecero oste in quest'anno nel mese di

settembre contro i Pisani, e, dopo averli sconfitti ad Asciano, presero

quel castello. Abbiamo ancora dalla Cronica di Sagazio Gazata[277]

e dal Corio[278], e da altri documenti di questi tempi, che il _re

Ridolfo_ spedì in quest'anno Ridolfo suo cancelliere in Italia alle

città di Milano, Cremona, Piacenza, Parma, Reggio, Modena, Crema,

Lodi ed altre, nelle quali fece giurare a que' popoli l'osservanza

de' precetti della Chiesa e la fedeltà all'imperadore. Seco era

_Guglielmo vescovo_ di Ferrara legato apostolico. E questo giuramento

prestarono ad esso Ridolfo anche le città della Romagna[279], giacchè

il re Ridolfo, nel confermare i privilegii alla Chiesa romana,

protestò di farlo _sine demembratione imperii_; e la Romagna da

più secoli dipendeva dai soli imperadori o re d'Italia, siccome fu

altrove provato[280]. Mancò di vita in questo anno nel dì 16 d'agosto

_Lorenzo Tiepolo_ doge di Venezia, e in luogo suo restò eletto _Jacopo

Contareno_[281]. Sotto il suo governo ebbero i Veneziani lunga guerra

cogli Anconitani, e più d'una volta la lor armata navale fu all'assedio

di quella città, ma con poco onore e profitto.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 23 / 216 题