NOTE:

[236] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Ital.

[237] Ptolemaeus Lucens. Ricordano Malaspina, Raynald., in Annal.

Eccles.

[238] Chron. Parmense, tom. 8 Rer. Ital.

[239] Chron. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.

[240] Ricordano Malaspina, cap. 198.

[241] S. Antonin., P. III, tit. 20, cap. 2.

[242] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[243] Stephanardus, tom. 9 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, Manipul. Flor.,

cap. 309.

[244] Corio, Istor. di Milano.

[245] Ptolom. Lucensis, tom. 11 Rer. Ital.

[246] Caffari, Annal. Genuens., lib. 9, tom. 6 Rer. Italic.

[247] Chron. Astens. tom, 11 Rer. Ital.

[248] Raynaldus, in Annal. Eccles.

[249] Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLXXIV. Indizione II.

GREGORIO X papa 4.

RIDOLFO re de' Romani 2.

Memorabile si rendè l'anno presente per l'insigne concilio generale

tenuto da papa _Gregorio X_ in Lione[250], al quale intervennero circa

cinquecento vescovi, settanta abbati e mille altri fra priori, teologi

ed altri ecclesiastici dotati di qualche dignità. Gli fu dato principio

nel dì 7 di maggio, e quivi si fece la riunion de' Greci colla

Chiesa latina; il che recò estrema consolazione ad ognuno. _Michele

Paleologo_, imperador de' Greci, uomo accorto, paventando forte la

crociata de' popoli d'Occidente, promossa con zelo inesplicabile dal

buon papa Gregorio, e vivendo ancora in non poca gelosia delle forze

e dell'ambizione di _Carlo re_ di Sicilia, si studiò con questo colpo

di rendere favorevole a sè stesso il pontefice e i principi latini.

Furono eziandio fatti molti dei regolamenti intorno alla disciplina

ecclesiastica, e si trattò con vigore della ricupera di Terra santa.

E perciocchè le maggiori speranze del papa erano riposte nel nuovo

eletto re de' Romani _Ridolfo_ conte di Habspurch, che avea presa la

croce, si studiò egli di pacificare _Alfonso_ re di Castiglia, il quale

continuava le sue pretensioni sopra il regno d'Italia, e solennemente

ancora confermò l'elezione d'esso Ridolfo. Questi, all'incontro,

confermò alla Chiesa romana tutti gli Stati espressi ne' diplomi di

Lodovico Pio, Ottone I, Arrigo I e Federigo II, e si obbligò di non

molestar il re Carlo nel possesso e dominio del regno di Sicilia,

con altri patti che si possono leggere negli Annali Ecclesiastici del

Rinaldi. Due gran lumi perdette in quest'anno l'Italia e la Chiesa di

Dio. Il primo fu _Tommaso da Aquino_ dell'ordine de' Predicatori, della

nobilissima casa de' conti d'Aquino, ingegno mirabile ed angelico,

teologo di sì profondo sapere, che dopo sant'Agostino un altro simile

non aveva avuto la cristiana repubblica[251]. Da Parigi, nella cui

università era egli stato con infinito plauso pubblico lettore, venuto

a Napoli nell'anno 1272, s'era ivi fermato per ordine del re Carlo,

affinchè vi leggesse teologia. Ma dovendosi tenere il concilio, in cui

sarebbe occorso di disputar coi Greci, papa Gregorio comandò ch'egli

venisse a Lione per così importante affare. Misesi fra Tommaso in

viaggio; ma infermatosi per via, giacchè non v'era vicino convento

alcuno del suo ordine, si fermò nel monistero dei Cisterciensi di

Fossanova nella Campania. Quivi dopo qualche mese passò a miglior vita

nel dì 7 di marzo dell'anno presente in età di soli quarantanove anni,

o al più cinquanta, con ammirarsi tuttavia, come egli tante opere, ed

opere insigni, potesse compiere in un sì limitato corso di vita. Io

non so qual fede si possa prestare a Dante[252], che cel rappresenta

tolto dal mondo con lento veleno, fattogli dare dal re Carlo, per

timore che non facesse dei mali uffizii alfa corte pontificia a cagion

della persecuzione da lui fatta ai conti d'Aquino suoi fratelli. Fu

egli poi canonizzato e posto nel catalogo de' santi, e dopo molti anni

trasportato a Tolosa il sacro suo corpo. Gran perdita parimente si

fece nella persona di fra _Bonaventura da Bagnarea_ dell'ordine de'

Minori[253], insigne teologo anche esso, già creato cardinale della

santa romana Chiesa, e vescovo d'Albano. Trovavasi egli al concilio di

Lione; quivi nel dì 15 di luglio terminò il corso della vita terrena, e

ducento anni dipoi fu canonizzato, senza intendersi perchè la festa sua

si celebri nel dì precedente, se forse egli non morì nella notte fra

l'un giorno e l'altro: il che suol produrre diversità di contare presso

gli storici. Secondo le storie milanesi[254], _Napo dalla Torre_ signor

di Milano spedì una solenne ambasceria a riconoscere per re dei Romani

e d'Italia Ridolfo, con offerirgli il dominio della città. Fu gradito

non poco quest'atto dal re Ridolfo, e però dichiarò suo vicario in

Milano esso Napo, e mandogli il conte di Lignì con un corpo di truppe

tedesche per difesa sua contra de' Pavesi e de' nobili fuorusciti.

_Cassone_ ossia _Gastone_, figliuolo di Napo, fu poi dichiarato

capitano di tali truppe.

In quest'anno ancora vennero trecento uomini d'armi a Pavia[255],

inviati dal _re Alfonso_ di Castiglia. Con questi e con tutto il loro

sforzo i Pavesi, gli Astigiani e _Guglielmo marchese_ di Monferrato

andarono a dare il guasto al territorio d'Alessandria, e stettero

otto giorni addosso a quel popolo. Non sapendo gli Alessandrini come

levarsi d'attorno questo fiero temporale, chiesero capitolazione, e

fu convenuto ch'essi rinunziassero al dominio del re Carlo, con che

cesserebbono le offese. Nel mese poscia di giugno passarono ai danni

della città di Alba e di Savigliano. Presero Saluzzo e Ravello: il

che diede motivo a _Tommaso marchese_ di Saluzzo di abbandonar la

lega del re Carlo, e di unirsi cogli Astigiani. Tornati nel distretto

d'Alba, diedero il guasto al paese sino alle porte di quella città,

e gli Astigiani fecero quivi correre al pallio nel dì di San Lorenzo

in vitupero de' nemici. Vollero gli uffiziali del re Carlo far

pruova della lor bravura, e diedero battaglia, ma con riportarne la

peggio, essendo rimasto ferito in volto Filippo siniscalco d'esso

re, e Ferraccio da Sant'Amato maresciallo con circa cento quaranta

Provenzali. Per queste traversie il suddetto siniscalco si ritirò in

Provenza, e lasciò ad Alba, Cherasco, Savigliano, Mondovico, ossia

Mondovì, e Cuneo, di levarsi di sotto alla signoria del re Carlo, il

cui dominio in Piemonte si venne in questa maniera ad accorciare non

poco. Vi conservò egli nulladimeno alcune città[256]. S'impadronirono

gli Astigiani anche del castello e della villa di Cossano, i cui

signori andarono in Puglia a cercar da vivere alle spese del re.

Miglior mercato non ebbe esso re Carlo nella guerra contra de'

Genovesi[257]. Presero bensì le sue galee in Corsica il castello

d'Aiaccio, fabbricato e fortificato quivi dal comune di Genova; ma

i Genovesi, messo insieme uno stuolo di ventidue galee, andarono in

traccia delle provenzali, nè trovandole in Corsica, passarono a Trapani

in Sicilia, e bruciarono quanti legni erano in quel porto. Iti i

medesimi a Malta, diedero il sacco all'isola del Gozzo, e poi, venuti

a Napoli, dove soggiornava lo stesso re, per ischerno suo alzarono

le grida, e sommersero in mare le regali bandiere; e, nel tornare a

Genova, presero molti legni d'esso re Carlo. Quindi nella riviera di

Ponente gli ritolsero Ventimiglia. Seguì poscia una zuffa fra essi e il

siniscalco del re al castello di Mentono, dove rimasero sconfitti essi

Genovesi; ma nulla potè fare contra di essi la potente flotta di lui,

che era venuta sino in faccia del porto di Genova.

In Modena[258] divampò nell'anno presente un grave incendio, che durò

poscia gran tempo. Prevalendo la fazione de' Rangoni e Boschetti,

furono obbligati i Grassoni, quei da Sassuolo e da Savignano coi

loro aderenti di uscire della città. Ingrossati poscia i fuorusciti,

vennero sino al Montale, ed accorsi i Rangoni col popolo, attaccarono

battaglia. Vi fu grande strage dall'una parte e dall'altra; ma la

peggio toccò ai Rangoni. Più strepitosi sconcerti succederono in

Bologna nel mese di maggio[259]. Vennero alle mani i Geremii, cioè la

fazione guelfa, coi Lambertazzi, seguaci della parte dell'imperio, e

si fecero ammazzamenti e bruciamenti di case non poche per parecchi

giorni. In soccorso de' Guelfi si mosse la milizia di Parma[260],

Cremona, Reggio[261] e Modena. Era appena giunta al Reno questa

gente, che i Lambertazzi giudicarono meglio di far certi patti colla

fazion contraria; e però, cessato il rumore e bisogno, se ne tornarono

indietro i collegati. Ma che? Da lì a pochi giorni si ricominciò la

danza di prima, e la concordia andò per terra. Il perchè la parte

della Chiesa richiese le sue amistà, e in aiuto suo marciarono i

Parmigiani, Reggiani, Modenesi, Ferraresi e Fiorentini. All'avviso di

tanti soccorsi che venivano, i Lambertazzi sloggiarono senza contrasto

nel dì 2 di giugno. Secondo altri, vi fu gran battaglie, e ferro

e fuoco si adoperò; ma in fine, non potendo reggere i Lambertazzi

alla forza superiore de' Guelfi, uscirono della città vinti, e si

ritirarono a Faenza, con lasciar prigionieri molti del loro partito.

Furono atterrati varii palagi e case de' fuorusciti; e il Ghirardacci

scrive[262] che quindici mila cittadini ebbero, in tal congiuntura, il

bando. Nel mese d'ottobre il popolo di Bologna, rinforzato dai Guelfi

circonvicini, fece oste contra le città della Romagna che si erano

ribellate. Scacciò d'Imola i Ghibellini, e vi mise un buon presidio.

Passò dipoi sotto Faenza, e diede il guasto a quelle contrade; ma

ritrovando ben guernita e rigogliosa la città per gli tanti usciti di

Bologna, se ne ritornò a casa senza far maggiori tentativi. Secondo il

Corio[263], fu guerra in quest'anno fra i Pavesi e Novaresi collegati,

e il comune di Milano.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 22 / 216 题