[218] Annales Veteres Mutinens.
[219] Annal. Estens., tom. 15 Rer. Ital.
[220] Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.
[221] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 306.
[222] Vita Gregorii X, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[223] Raynald., in Annal. Ecclesiast.
[224] Ptolom. Lucens., in Annalib. Brev., tom. 11 Rer. Ital.
[225] Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital.
[226] Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.
[227] Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.
[228] Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.
[229] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[230] Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[231] Ghirardacci, Istor. di Bologna.
[232] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[233] Richobald., in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[234] Pippin, Chron. Bononiens., tom. eod.
[235] Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.
Anno di CRISTO MCCLXXIII. Indizione I.
GREGORIO X papa 3.
RIDOLFO re de' Romani 1.
L'opere del santo pontefice _Gregorio X_ fecero ben conoscere in
quest'anno ch'egli non cercava se non il pubblico bene e la pace
dappertutto. Per mancanza di un re ed imperadore, era da gran tempo in
rotta buona parte dell'Italia[237], e sempre più le fazioni e civili
discordie si rinvigorivano nelle città. Il perchè questo buon pontefice
promosse in Germania presso que' principi l'elezione di un nuovo re
de' Romani, senza attendere quella del tuttavia vivente _Alfonso re_ di
Castiglia. Al regno dunque della Germania e dei Romani fu promosso, non
dai soli sette elettori, ma dalla maggior parte de' principi tedeschi,
_Ridolfo conte_ di Habspurch, signore di buona parte dell'Alsazia,
principe di tutte le virtù ornato, e progenitore della gloriosa augusta
casa d'Austria. Ricevette egli la corona germanica in Aquisgrana un
mese appresso. Passò in quest'anno per Orvieto, dove dimorava la corte
pontificia, _Odoardo_ nuovo re di Inghilterra, che, venendo di Terra
santa, se n'andava a ricevere la corona lasciatagli dal defunto _re
Arrigo_ suo padre[238]. Fece egli istanza al papa che fosse fatto
rigoroso processo contra del _conte Guido_ da Monforte per l'empio
assassinamento del principe _Arrigo_ d'Inghilterra. Infatti il papa
sottopose costui a tutte le pene spirituali e temporali. Nel passare
da Forlì, trovò esso re che i Bolognesi[239], cioè la fazion guelfa
de' Geremii, per fare dispetto a quella dei Lambertazzi, la quale
favoriva i Forlivesi, era ita all'assedio di quella città. Frappose
il valoroso principe i suoi uffizii per quetar quella guerra; ma non
vi trovò disposizione ne' Bolognesi, troppo allora goffi per la lor
buona fortuna. La vigorosa resistenza fatta dai Forlivesi cagione fu
che il campo bolognese, dopo aver dato il guasto a quel territorio,
se ne ritornò a casa. Nel dì 20 di maggio del presente anno, e non
già nel precedente, passò il re suddetto per Reggio, e poscia per
Milano, alla volta della Francia. Aveva già il pontefice liberata
dall'interdetto la città di Siena; e perchè gli premea forte l'intimato
concilio generale in Lione per l'anno vegnente, volendo disporre il
tutto, si mosse da Orvieto, affine di passar in Francia. Arrivò a
Firenze[240] nel dì diciottesimo di giugno; e perchè sentì le doglianze
dei Ghibellini usciti di quella città, siccome pontefice amator della
pace, nè attaccato ad alcun de' partiti, mise ogni suo studio per
rimetterli in Firenze. Sant'Antonino rapporta[241] una bella parlata
che esso papa fece, o si finge che facesse, in detestando le fazioni
de' Guelfi e Ghibellini, con dimostrare la pazzia di questi nomi ed
impegni, e i gravissimi danni cagionati da essi. Insomma tanto si
maneggiò, che nel dì 2 di luglio con gran solennità fu fatta la pace,
dati mallevadori ed ostaggi per mantenerla, e fulminata la scomunica
contro chiunque la rompesse. Ma non si può abbastanza dire qual fosse
la malignità o bestialità di questi tempi. Appena fatta la pace, e
venuti i sindachi de' Ghibellini in città per darle compimento, fu loro
detto all'orecchio, che, se non partivano, aveva ordine il maliscalco
del re Carlo d'ucciderli. Si trovava allora il _re Carlo_ in Firenze,
nè gli dovea piacere il risorgimento de' Ghibellini contrarii a' suoi
disegni. Vero o non vero che fosse, quei sindachi se ne andarono con
Dio, e fecero saperne al papa il perchè. Veggendo il buon pontefice in
tal guisa deluse le sue paterne intenzioni, tosto si ritirò da Firenze,
con lasciar la città interdetta, e passò alla villeggiatura in Mugello
presso il _cardinale Ottaviano_ degli Ubaldini, portando seco non lieve
sdegno contra del re Carlo. Nel dì 27 di settembre fu in Reggio[242],
e di là passò a Milano. Tali finezze furono a lui e alla sua corte
usate da _Napo_ ossia Napoleon dalla Torre, che il papa si compiacque
di promuovere al patriarcato d'Aquileia _Raimondo dalla Torre_ di lui
fratello. Dopo il pontificato romano era quello in quei tempi il più
ricco benefizio d'Italia, perchè i patriarchi godevano il riguardevol
principato del Friuli. Ottone Visconte, che veniva accompagnando
il papa, si teneva in pugno in tal congiuntura il pacifico suo
stabilimento nell'arcivescovato di Milano[243]. Tale e tanta dovette
essere l'industria ed eloquenza dei Torriani, che il papa gli ordinò
di ritirarsi per allora a Piacenza, e di venir poscia al concilio
di Lione; dopo di che l'assicurava di rimetterlo in Milano nella sua
sedia. Fu detto che i Milanesi, se Ottone voleva pure spuntarla, con
rientrare al loro dispetto in Milano, gli volevano torre la vita. Stimò
dunque meglio il papa di farlo fermare in Piacenza, ma con riportare da
questo ripiego non poco biasimo presso gli aderenti di Ottone. Pretende
il Corio[244] che il papa si lasciasse poco vedere dai Milanesi, e
si partisse sdegnato contra de' Torriani. Ma il patriarcato conceduto
a Raimondo pare che non s'accordi con sì fatta relazione. Abbiamo da
Tolomeo da Lucca[245] che in quest'anno il primogenito di _Ridolfo re_
de' Romani, per ricuperare o sostenere i diritti imperiali, fu inviato
a dare il guasto alle terre del conte di Savoia, e che, tornando pel
Reno a casa, essendosi sommersa la barca, si annegò.
Erano forte in collera con _Carlo re_ di Sicilia i Genovesi[246],
dacchè intesero l'aggravio indebito lor fatto nel precedente anno
colla prigionia delle persone e robe de' lor nazionali. Tuttavia, senza
volergli rendere la pariglia, concederono tempo di quaranta giorni a
tutti i di lui sudditi di Sicilia e Puglia e Provenza, per ritirarsi
coi loro averi, premessa l'intimazione che dopo tal tempo sarebbono
trattati da nemici. Mosse dunque il re Carlo da tutte le parti guerra
ai Genovesi. Il vicario della Toscana coi Lucchesi, Fiorentini,
Pistoiesi ed altri popoli le diede principio nella Riviera orientale,
e il maliscalco di Provenza nell'occidentale. Gli Alessandrini e i
marchesi di quelle contrade, d'ordine del re Carlo, presero anch'essi
l'armi contra degli Stati di Genova di qua dall'Apennino. I soli
Piacentini si scusarono di non volere far loro la guerra; e i Pavesi,
perchè di fazion ghibellina, accorsero in aiuto dei Genovesi. Molte
castella furono prese, molte ricuperate; e in mezzo a tanti avversarii
seppe ben sostenersi la potenza de' Genovesi. Probabilmente fu circa
questi tempi che il medesimo re Carlo inquietò non poco la città
d'Asti[247]. Guglielmo Ventura scrive ch'egli signoreggiava per tutto
il Piemonte. Sotto il suo giogo stavano Alba, Alessandria, Ivrea,
Torino, Piacenza e Savigliano: Bologna, Milano e la maggior parte
delle città di Lombardia gli pagavano tributo, il popolo di Asti,
siccome geloso della propria libertà, l'ebbe sempre in odio. Ma per
liberarsi dalle vessazioni, nell'anno 1270 comperarono da lui, collo
sborso di tre mila fiorini d'oro, un tregua di tre anni. Finita questa,
ne pagarono altri undici mila per la tregua di tre altri anni. Ma
accadde nel marzo di quest'anno che mandando gli Astigiani a Genova
parecchi torselli di panno franzese di varie tele, furono que' panni
presi da _Jacopo_ e _Manfredi marchese_ del Bosco a Cossano. Perciò
gli Astigiani con un esercito di circa dieci mila pedoni e pochi
cavalieri si portarono a dare il guasto a Cossano. Quivi stando nel dì
24 di marzo, eccoli giugnere i marescialli provenzali del re Carlo con
grosso esercito di Franzesi e Lombardi, che, sconfitto il campo degli
Astigiani, ne condusse prigioni circa due mila ad Alba. Ogerio Alfieri
ne conta solamente ottocento. Se non erano i Pavesi che inviassero
ad Asti ducento uomini di armi, quella città cadeva nelle mani del
Provenzali. Fecero gli Astigiani istanza al siniscalco del re Carlo
per la liberazion de' loro prigioni, allegando la tregua che tuttavia
durava. Costui, entrato in furore, non altra risposta diede ai messi,
se non che se gli levassero davanti, e dicessero ai suoi, che qualora
non si risolvessero di servire al re Carlo suo signore, morrebbono in
carcere tutti gli Astigiani. E poi si voleva far credere alla buona
gente che il re Carlo era il pacificator dell'Italia, nè altro cercava
che il pubblico bene delle città. Ai fatti s'ha da guardare, e non ai
nomi vani delle cose. Ora questo modo di procedere del re Carlo mise
il cervello a partito al comune d'Asti, città allora assai ricca.
Assoldarono que' cittadini mille e cinquecento uomini a cavallo di
diversi paesi. Chiamarono in loro aiuto il marchese di Monferrato,
nemico anch'esso del re Carlo, perchè chiaro si conosceva ch'egli
tendeva alla monarchia d'Italia, ed avea già occupate varie terre del
Monferrato. Per mare eziandio vennero di Spagna ducento uomini d'armi,
che Alfonso re di Castiglia mandava al suddetto marchese genero suo.
Con tali forze cominciarono gli Astigiani a far guerra alla città
d'Alba e alle terre del re Carlo; nè solamente tennero in dovere
chiunque il voleva offendere, ma tolsero molti luoghi ai nemici. Per
maggiormente assodarsi e salvarsi dagli attentati del re Carlo, fu
anche stabilita lega fra i Genovesi, Pavesi, Astigiani e il suddetto
marchese di Monferrato _Guglielmo_. Ma è ben da stupire come il santo
pontefice _Gregorio X_[248] per cagione di questa lega fulminasse
la scomunica contra di quei popoli e contra del marchese, quasichè
fosse un delitto il difendersi dalla prepotenza del re Carlo, nè fosse
lecito a' principi e alle città libere d'Italia il far delle leghe.
Gran polso che dovea avere nella corte pontificia il re Carlo, per cui
impulso possiam credere emanate queste censure. Ubaldino da Fontana in
Ferrara[249] nella pubblica piazza d'essa città tentò di uccidere il
_marchese Obizzo_ d'Este signor di Ferrara; ma vi lasciò egli la vita,
trucidato dalla famiglia del signore.