[185] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[186] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.
[187] Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 20,
[188] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.
[189] Ricordan. Malaspina, cap. 194.
[190] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[191] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[192] Gualvan. Flamma, cap. 305.
[193] Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[194] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.
[195] Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Ital.
[196] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLXX. Indizione XIII.
Santa Sede vacante.
Imperio vacante.
L'anno fu questo in cui _Lodovico IX_ santo re di Francia volle
compiere il secondo voto della spedizione sua contro gl'infedeli[199].
Sul principio di marzo si mise in viaggio col cardinale d'Albano
legato apostolico; e con un fiorito esercito passò in Provenza, dove
solamente ne' primi giorni di luglio imbarcata la gente, sciolse
le vele. Battuta quell'armata da una furiosa tempesta, approdò a
Cagliari in Sardegna, e di là poi dirizzò le prore verso L'Africa.
Perchè il bey ossia il re di Tunisi gli avea fatto sperare di volersi
convertire alla fede di Cristo, e per altri motivi, prevalse il
motivo di sbarcare colà. Si trovò che quel Barbaro avea tutt'altro
in cuore che d'abbracciar la religion cristiana; anzi coll'arrivo
dei Franzesi fece metter ne' ferri tutti quanti i mercatanti e gli
schiavi cristiani di Tunisi, che erano alquante migliaia. Fu dunque
determinato di usar la forza, e non si tardò a prendere il castello
di Cartagine, dove il santo re si trincierò, aspettando intanto
l'arrivo di _Carlo re_ dì Sicilia colla sua flotta, che dovea portar
un poderoso rinforzo di gente, di munizioni e di viveri. Ma il re
Carlo oltre l'espettazione tardò un mese ad arrivar colà: nel qual
tempo, per gli eccessivi caldi, per la diversità del clima e per la
penuria dell'acqua dolce, s'introdusse nella regale armata il flusso
di sangue con febbri maligne, che cominciarono a fare ampia strage
dell'alta e bassa gente. Vi perì _Giovanni Tristano_ conte di Nivers,
figliuolo del re, e poco appresso il _cardinale legato Radolfo_, con
altri nobili. Ed infermatosi lo stesso re santo _Lodovico_, nel dì
25 d'agosto con ammirabil costanza d'animo, rassegnazione al volere
di Dio e atti di soda pietà, volò a ricevere in cielo quella corona
ch'egli amò e desiderò più che l'altra della terra, lasciando in una
total costernazione l'armata sua. Arrivato in questo tempo il re Carlo
con una potentissima flotta, rincorò gli animi abbattuti, e fatto
dichiarare re di Francia _Filippo_ figliuolo primogenito del defunto
re, ottenne che si strignesse d'assedio la città di Tunisi. Durò
circa tre mesi questa impresa con varie scaramuccie; e veggendo il re
saraceno l'ostinazion de' cristiani, si ridusse in fine a pregar di
pace o tregua[200], e questa fu conceduta, per potersi tirar con onore
da quel paese. L'accordo fu stabilito, con obbligarsi colui di sborsare
cento cinque mila fiorini d'oro, oppure oncie d'oro, da pagarsi la
metà di presente, e l'altra fra due anni; di liberar tutti gli schiavi
cristiani; di permettere l'esercizio libero e la predicazion della
religione di Cristo; e finalmente di pagar da lì innanzi annualmente al
re di Sicilia quaranta mila scudi di tributo. Il che fatto, nel dì 28
di novembre tutto l'esercito franzese e siciliano s'imbarcò, e voltò
le prore alla volta della Sicilia. Il non avere il re Carlo mostrato
alcun pensiero di soccorrere Terra santa, al quale oggetto s'erano
imposte tante contribuzioni ai popoli e alle chiese, e tanti aveano
presa la croce, diede motivo ad una universal mormorazione, gridando
tutti ch'egli unicamente per suo vantaggio, e per rendersi tributario
il regno di Tunisi, avea promossa la crociata, ed eccitato il santo
re fratello a fermarsi colà. Soprattutto se ne stomacò, e ne fece
dell'aspre doglianze _Edoardo principe_ d'Inghilterra, il quale nel
tempo dello stesso trattato arrivò a Tunisi, e veleggiò poscia verso di
Accon, per dare un vero compimento al suo voto. Ma nell'ultimo giorno
di novembre arrivata la flotta franzese e siciliana alla vista di
Trapani in Sicilia, fu sorpresa da sì orrida tempesta, che la maggior
parte o restò preda del mare, o andò a rompersi in terra colla morte,
chi dice di quattro, chi di molte più migliaia di persone, e colla
perdita del danaro pagato dai Saraceni, e d'altri innumerabili arnesi.
Il Continuatore di Caffaro, allora vivente, scrive che vi perirono
infiniti uomini. Trovavansi in quell'armata ben dieci mila Genovesi,
parte per combattere colle lor navi contra degl'infedeli, e parte per
armare le galee franzesi. Commise il re Carlo in sì funesta congiuntura
un'azione delle più nere che si possano immaginare; imperciocchè di
tutto quello che si potè salvare e ricuperar dal naufragio, egli si
fece padrone, allegando un'empia legge del re Guglielmo, e una lunga,
ma infame consuetudine, che tutte le robe dei naufraganti erano del
fisco. Nè giovò ai Genovesi il dire che per servigio della crociata
e di lui stesso erano venuti, nè il produrre le convenzioni seguite
con lui, per cui era promessa sicurezza alle lor persone e robe, in
casi ancora di naufragio. Nel tribunale di quell'avido principe riuscì
inutile ogni ragione e doglianza.
Fu in quest'anno una strepitosa sollevazione in Genova, città sempre
piena di mali umori in que' tempi, cioè di fazioni, parzialità e
discordie. Per cagione della podesteria di Ventimiglia si venne
all'armi nel dì 28 di ottobre. I Doria e gli Spinola, famiglie
potentissime, insorsero contra i Grimaldi e Fieschi, e s'impadronirono
del palazzo del podestà. Questi si rifugiò nelle case de' Fieschi;
ma quivi ancora perseguitato, fu preso, e poi licenziato colla paga a
lui dovuta di tutto l'anno. In quello stesso giorno furono proclamati
capitani di Genova[201] con mero e misto imperio _Oberto Spinola_
e _Oberto Doria_, che presero il partito dei Ghibellini, ossia
dell'imperio; nè luogo alcuno si contò che non si sottomettesse alla
loro autorità: il che produsse pace e quiete per tutto il Genovesato.
Non cessava intanto la guerra fra il popolo di Brescia signoreggiante
nella città e i nobili fuorusciti[202]. Quivi si trovava un messo del
re Carlo per nome Ugo Staca. Costui con una gran turba di cittadini,
dopo essere stato a Gambara, se ne tornava alla città. Nella villa di
Leno fu assalito improvvisamente dagli usciti, che moltissimi uccisero
del seguito suo. Questo colpo fece risolvere i cittadini di alzar le
bandiere del re Carlo, e di acclamarlo per loro signore nel dì 30 di
gennaio. Carlo vi mise per governatore l'arcivescovo di San Severino,
e spedì ad essa città una compagnia d'uomini per lor sicurezza.
Ciò non ostante, continuarono gli usciti a far guerra, ma con loro
svantaggio, alla città. Nell'anno presente i Pisani[203], oramai
conoscendo di non poter contrastare colla possanza del re Carlo e de'
Guelfi di Toscana, fecero pace co' Lucchesi, e cercarono ed ottennero
la grazia del medesimo re. Un pari accordo seguì fra i Sanesi[204] e i
Fiorentini, per cagion del quale ritornarono in Siena i Guelfi usciti;
ma non passò gran tempo ch'essi Guelfi, nulla curando i patti fatti,
scacciarono dalla città i Ghibellini: sicchè non restò in Toscana
città che non si reggesse a parte guelfa. E i Fiorentini sotto alcuni
pretesti disfecero il castello di Poggibonzi, che era de' più belli e
forti della Toscana, e ridussero quel popolo ad un borgo nel piano.
Cominciò in questo anno la guerra fra i Veneziani[205] e Bolognesi.
Aveano i Ferraresi, Padovani e Trivisani negato al doge di Venezia
soccorso di grani in tempo di grave carestia, avendone bisogno per loro
stessi. Sdegnato egli, impose delle nuove gabelle alle mercatanzie,
e fece guardare i forti dell'Adriatico, acciocchè niuno conducesse
vettovaglie, se non a Venezia, nè passava sale in terra ferma. Se ne
disgustarono forte i Bolognesi, perchè loro ne veniva gran danno; e
quantunque inviassero ambasciatori a dolersene, non ne riportarono se
non delle amare risposte. Era allora al sommo la potenza dei Bolognesi,
giacchè comandavano alla maggior parte della Romagna. Però, adunato un
esercito di circa quaranta mila persone, andarono al Po di Primaro,
e quivi piantarono un castello ossia fortezza, secondo l'uso di que'
tempi. Venne pertanto spedita da Venezia una flotta di molte navi per
impedir quel lavoro, con trabucchi e mangani dall'altra riva del Po; ma
i Bolognesi non restarono per questo di compierlo, nè si attentarono
i Veneziani di sturbarli. Dopo la morte di Aldigieri Fontana, avendo
tentato in vano i suoi parenti, potente famiglia di Ferrara[206], di
torre il dominio di quella città ad _Obizzo marchese_ d'Este, se ne
fuggirono, ritirandosi sul Bolognese, a Galiera, da dove cominciarono
a danneggiare il territorio di Ferrara. Ottennero poscia perdono dal
marchese, purchè andassero a' confini nelle città ch'egli loro assegnò.