[162] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[163] Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Ital.
[164] Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.
[165] Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 7.
[166] Ricordano Malaspina, cap. 191.
[167] Raynald., in Annal. Eccles.
[168] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 18.
[169] Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 40.
[170] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 8, tom. 13 Rer. Ital.
[171] Ricordano Malaspina, cap. 192. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 26.
[172] Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital.
[173] Bartholomaeus de Neocastro, cap. 9.
[174] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 29.
[175] Æneas Silvius, in Hist. Austr. apud Boecl.
[176] Sabas Malaspina, lib. 4, cap. 18.
[177] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[178] Bernardus Guid., in Vita Clementis IV.
[179] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[180] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[181] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[182] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 304.
[183] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[184] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.
Anno di CRISTO MCCLXIX. Indizione XII.
Santa Sede vacante.
Imperio vacante.
Altro non rimaneva in Puglia che la città di Lucera ossia Nocera, nido
degli infedeli, cioè de' Saraceni, la quale al _re Carlo_ ricusasse
ubbidienza. Ne imprese egli l'assedio[187], e tanto vi stette sotto,
che quel popolo, dopo essersi ridotto a pascersi d'erba, e dopo aver
perduta gran gente, si diede a discrezione nelle mani d'esso re. Divise
egli i sopravvissuti per varie provincie, affinchè non potessero più
alzare la testa e raunarsi; e molti d'essi abbracciarono, almeno in
apparenza, la fede di Gesù Cristo[188]. Furono diroccate le muraglie
di quella città, e quanti cristiani disertori ivi si trovarono furono
senza misericordia tutti messi a filo di spada. Giunta a Napoli
la nuova _regina Margherita_ di Borgogna, moglie del re Carlo, si
solennizzò il suo arrivo con incredibil magnificenza ed allegrezza.
Ne lasciò una descrizione Saba Malaspina. Festa si fece ancora in
Toscana per li prosperi avvenimenti de' Guelfi[189]. Erano venuti
nel mese di giugno al castello di Colle in Valdelsa i Sanesi colle
masnade de' Tedeschi, Spagnuoli, Pisani, e coi rinforzi degli usciti
di Firenze e d'altri Ghibellini, sotto il comando di Provenzano
Selvani governatore di Siena, e del conte Guido Novello. A questo
avviso si mosse Giambertoldo, vicario del re Carlo in Firenze, co'
suoi Franzesi, co' Fiorentini e con altri aiuti delle terre guelfe di
Toscana; e, dato loro battaglia, li ruppe e sconfisse, con grandissima
perdita dei Sanesi. A messer Provenzano, che restò preso, fu mozzo il
capo e portato sopra una lancia per tutto il campo. Andarono poscia i
Fiorentini in soccorso de' Lucchesi contro ai Pisani; fu preso da loro
per forza il castello d'Asciano; giunsero sino alle porte di Pisa,
e quivi i Lucchesi per vergogna de' Pisani fecero battere moneta. Ma
nello stesso anno l'acque del fiume d'Arno per disordinato diluvio,
e perchè i legnami condotti da esse fecero rosta al ponte di Santa
Trinita, crebbero tanto, che allagarono la maggior parte di Firenze,
e si levarono finalmente in collo quel ponte e l'altro alla Carraia.
Cessò di vivere nel mese di maggio il _marchese Oberto_ Pelavicino
in uno dei suoi castelli, se crediamo al Sigonio, senza cercar
l'assoluzione dalle scomuniche. Ma ci assicura l'autore della Cronica
di Piacenza[190], dopo varii elogi della sua prudenza, affabilità
e potenza, ch'egli ricevette tutti i sacramenti della Chiesa, e
con grande esemplarità morì fra le braccia dei religiosi, ridotto,
dopo la signoria di tante città, in assai basso stato. Continuarono
nulladimeno Manfredi suo figliuolo, e i di lui nipoti a posseder molte
castella, e lungamente sostennero di poi il decoro di quell'antica e
nobil famiglia. Peggior condizione fu quella di Buoso da Doara[191],
che tanta figura aveva anch'egli fatta nel mondo negli anni addietro.
Iti nel mese di luglio i Cremonesi coll'oste loro alla Rocchetta, dove
egli soggiornava, il costrinsero in fine a capitolarne la resa. Fu
diroccata quella fortezza, ed egli ritiratosi nelle montagne, fece ben
varii sforzi per ringambarsi, ma infine dopo qualche anno poveramente
terminò i suoi giorni. È considerabile una notizia a noi conservata
dalla suddetta Cronica di Piacenza. Le mire del re Carlo tendevano alla
signoria di tutta la Italia, secondato in ciò per amore o per forza dai
papi. A questo fine mandò suoi ambasciatori alle città di Lombardia,
e questi ottennero che si tenesse in Cremona un gran parlamento, in
cui fu esposto il desiderio d'esso re di ottenere il dominio di tutte
le città che seguitavano la parte della Chiesa, ossia la guelfa, con
promettere a tutti protezione e molti vantaggi. Concorrevano a darsegli
i Piacentini, Cremonesi, Parmigiani, Modenesi, Ferraresi e Reggiani. Ma
di contrario parere furono i Milanesi, Comaschi, Vercellini, Novaresi,
Alessandrini, Tortonesi. Torinesi, Pavesi, Bergamaschi, Bolognesi e
il marchese di Monferrato, consentendo bensì di averlo per amico, ma
non già per signore. Per questa discordia finì il parlamento, senza
che il re Carlo riportasse alcun frutto delle sue alte idee. Il popolo
di Piacenza nell'anno presente, ricevuti dei rinforzi da Milano e da
Parma, si portò all'assedio della rocca di Bardi, posseduta dal conte
Ubertino Lando, e vi consumò intorno di molta gente. Dopo cinque mesi
l'ebbero a patti, e vi posero un buon presidio. Ma il conte Ubertino
virilmente seguitò più che prima a far guerra a Piacenza, e le tolse
alcune castella, uccidendo e menando prede in gran copia.
Accadde in quest'anno[192], che _Napo_, ossia _Napoleone_, signor di
Milano e di Lodi, essendosi portato a quest'ultima città, fu insultato
dalla potente famiglia de' Vestarini, gittato da cavallo e vilmente
trattato. Tornossene a Milano, pieno di confusione e vergogna, ma più
dello spirito della vendetta. Nè differì il farla. Con potente esercito
andò colà, ed, espugnata la città nel dì di santa Margherita, mandò
nelle prigioni di Milano Sozzino de' Vestarini; due suoi figliuoli fece
crudelmente morire; ordinò la fabbrica di due fortezze in quella città,
ed esaltò la famiglia guelfa di Fissiraga, la quale col tempo usurpò
quel dominio. Fecero oste nell'anno presente i Modenesi colla lor
fanteria e cavalleria nel Frignano contro Guidino da Montecuccolo, per
cagione d'un castello da lui tolto ai Serafinelli[193]. Ma sopraggiunto
il conte Maghinardo con gran quantità di cavalleria bolognese, si venne
ad una fiera zuffa, in cui rimase sconfitto l'esercito modenese, e
quasi tutti i Reggiani, accorsi in aiuto d'essi Modenesi, vi lasciarono
la vita. Covando i Torriani signori di Milano un fiero sdegno contra
de' Bresciani[194], ostilmente nell'anno precedente erano entrati nel
loro territorio, ed aveano prese le terre di Capriolo e Palazzuolo,
mentre i Bresciani si trovavano all'assedio di Minervio. Per comporre
questa discordia, si erano interposti _Filippo arcivescovo_ di Ravenna
e legato pontificio, _Obizzo marchese_ d'Este e signor di Ferrara e
_Lodovico conte_ di San Bonifazio, con riuscir loro di far ritirare le
armi de' Torriani, e di liberar Minervio dall'assedio. Ma perciocchè
insistevano i Torriani che fossero rimessi in Brescia i fuorusciti,
al che consentivano i nobili della città, si sollevò il popolo di
contrario parere nel dì 28 d'agosto d'esso anno contra dei nobili, e
parte di loro spinse fuori della città, e parte presi ritenne nelle
carceri. Il perchè in questo anno il re Carlo, che facea l'amore a
questa sì potente città, v'inviò suoi ambasciatori per mettervi pace,
e v'andarono quegli ancora de' Bolognesi. Fu in fine conchiuso che
i prigioni fossero inviati a' confini nella città d'Alba, di cui,
siccome ancora d'altre terre nel Piemonte, era allora signore il re
Carlo[195]. Ma nel viaggio da frate Taione e da Buoso da Doara, che era
ancor vivo, furono liberati, con restar prigioni cento cavalieri che
li scortavano. Nè mancarono novità in Verona. Vi fu ucciso Turisendo
dei Turisendi[196], uno de' maggiorenti; ed essendo fuggiti dalla
città molti ivi detenuti prigioni, s'impadronirono essi delle terre
di Legnago, Villa Franca, Soave e d'altre castella. Fatta anche lega
con Lodovico conte di San Bonifazio, e cogli altri usciti di Verona,
cominciarono contra di _Mastino dalla Scala_ signor di Verona un'aspra
guerra, che durò per più di due anni. Furono cagione cotali novità che
la maggior parte de' nobili veronesi, de' quali ci conservò Parisio
da Cereta il catalogo, furono cacciati da Verona e banditi: con che
Mastino maggiormente assodò la sua signoria sopra il popolo di quella
città, e ricuperò poscia l'una dietro l'altra le terre predette. Circa
questi tempi anche in Mantova avvennero funeste dissensioni per la
rivalità delle potenti famiglie[197]. I conti di _Casalalto_ aiutati da
_Pinamonte de' Bonacolsi_, ossia _de' Bonacossi_, fecero colla forza
sloggiare i nobili _Zanicali_ con tutti i loro aderenti; e poscia
Pinamonte, avendo proditoriamente prese l'armi col popolo, ne scacciò
gli stessi conti, ed arrivò a farsi proclamar signore di Mantova: in
quali anni precisamente seguissero tali mutazioni, nol so io dire. Il
Platina nella Storia di Mantova, che le descrive, e mostra mischiato in
quelle turbolenze _Obizzo marchese_ d'Este, siccome quegli che aspirava
al dominio di Mantova, non ne assegna gli anni: difetto non lieve della
storia sua. Ma veggasi all'anno 1272. Cessar dovette in questi tempi
anche la potenza di _Lodovico conte_ di S. Bonifazio, sostenuta per
molti anni nella città di Mantova. Che l'anno presente i Piacentini,
i Milanesi e parecchi altri popoli di Lombardia giurassero fedeltà a
_Carlo re_ di Sicilia e Puglia, e il prendessero per loro signore,
lo scrive l'autore della Cronica di Piacenza[198]. Ma quest'ultima
partita non par molto sussistente. Verisimilmente altro non fecero
che dichiararsi aderenti al re Carlo, e mettersi sotto la di lui
protezione, ma non già sotto la di lui signoria.