[146] Raynaldus, in Annal. Ecclesiast.
[147] Ricordan. Malaspina, cap. 185.
[148] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 17.
[149] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[150] Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.
[151] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 19.
[152] Stephanardus, Poem., tom. 9 Rer. Italic. Gualvan. Flamma,
Manipul. Flor., cap. 303.
[153] Corio, Istor. di Milano.
[154] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[155] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.
[156] Caffari, Annal. Genuens., lib. 8, tom. 6 Rer. Italic.
[157] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[158] Chron Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[159] Annales Veteres Mutinens.
[160] Matteo Spinelli, Diario, tom. 9 Rer. Ital. Monach. Patavinus, in
Chron.
[161] Caffari, Annal. Genuens., lib. 8.
Anno di CRISTO MCCLXVIII. Indizione XI.
CLEMENTE IV papa 4.
Imperio vacante.
Sul principio di quest'anno si mosse _Corradino_ da Verona con più di
tre mila cavalli[162], e, passato l'Adda, pel distretto di Cremona
e di Lodi se ne andò a Pavia, città che sola con Verona teneva il
suo partito in Lombardia. Dopo essersi fermato in essa città più di
due mesi, per le terre di _Manfredi marchese_ del Carretto passò al
porto di Vada[163], e, trovate quivi dieci galee pisane, imbarcatosi,
felicemente arrivò a Pisa nel dì 7 d'aprile, accolto come imperadore
da quel popolo[164]. _Federigo_ giovane duca d'Austria, ma solamente
di nome, perchè in possesso dell'Austria e della Stiria era allora
_Ottocaro re_ di Boemia, condusse, per la Lunigiana, la di lui
cavalleria fino a Pisa. Saba Malaspina[165] con errore dà il nome
d'Arrigo a questo duca. Fu cosa considerabile che di tante città
guelfe di Lombardia niuna si opponesse al passaggio di questa nemica
armata. Tutti serrarono gli occhi; e i Torriani specialmente, benchè
guelfi, in occulto erano per Corradino, siccome poco contenti del
papa. Vollero i popoli stare a vedere che successo fosse per avere
questo movimento d'armi, da cui dipendea la decisione del regno di
Sicilia e Puglia, per prendere poi le loro misure, secondo l'esito
dell'impresa. Ad istanza de' Pisani, Corradino fece oste sopra il
territorio di Lucca, città fedele al re Carlo, e vi diede un gran
guasto[166]. Ribellossi in tal congiuntura Poggibonzi al re Carlo
e a' Fiorentini. Passò dipoi Corradino a Siena. Mentre egli quivi
dimorava, Guglielmo di Berselve maliscalco del re Carlo volle colla
sua gente d'armi mettersi in cammino alla volta d'Arezzo, per vegliare
agli andamenti di Corradino. Ma, giunto senza ordine al ponte a Valle
sull'Arno, fu colto in un'imboscata dalle squadre d'esso Corradino,
disfatta la sua gente, e la maggior parte con esso lui presa e
condotta nelle prigioni di Siena. Gran rumore fece per tutta Toscana
ed altrove questo fatto, e ne montarono in superbia i Ghibellini,
pronosticando da ciò maggiori fortune nell'andare innanzi. Molto prima
che Corradino arrivasse in Toscana, era ritornato in Puglia il _re
Carlo_, non tanto per accignersi alla difesa del regno, quanto ancora
per contenere o rimettere in dovere i popoli che, per la fama della
venuta di Corradino, o già si erano sottratti alla di lui ubbidienza,
o vacillavano nella fedeltà. L'incostanza e la volubil fede di quella
gente è una febbre vecchia che si risveglia sempre ad ogni occasione
di novità. Soprattutto davano da pensare al re Carlo i Saraceni di
Nocera, corpo potente di gente, chiaramente scorgendo che questi
sarebbero i giannizzeri di Corradino. Ossia che essi, siccome popolo
di credenza contraria alla religion cristiana, temendo troppo del re
Carlo, creatura del romano pontefice, avessero di buon'ora alzate le
insegne di Corradino, cominciando la ribellione con delle ostilità ne'
circonvicini luoghi; oppure che sembrassero disposti a ribellarsi:
certo è che fu pubblicata contra di essi Saraceni la crociata, e si
portò il re Carlo all'assedio di essa Nocera, ma con trovarvi della
resistenza da non venirne a capo se non dopo lunghissimo tempo; e di
questo egli scarseggiava. Continuò poscia Corradino il suo viaggio
alla volta di Roma, senza far caso alcuno nè dei messi a lui inviati
dal papa per fermare i suoi passi, nè delle scomuniche terribili
fulminate contra di lui in Viterbo nel giovedì santo dal pontefice
_Clemente IV_[167]. In Roma fu accolto con incredibile onore da _Arrigo
di Castiglia_ senatore e dal popolo romano, che in tempi sì torbidi
nella volubilità ad alcun altro non la cedeva. I motivi o pretesti
che adduceva Arrigo d'essersi ritirato dall'amicizia del re Carlo suo
cugino, e di avere abbracciato il partito di Corradino, erano per aver
egli prestata gran somma di danaro a Carlo, allorchè questi imprese
la spedizion della Sicilia, senza averne giammai potuto ricavare il
rimborso con tutte le istanze sue. Aggiugneva che il re Carlo l'aveva
contrariato nella corte pontificia, ed impedita l'investitura per lui
del regno della Sardegna. Noi possiam anche credere che per parte di
Corradino gli fossero state fatte di larghe promesse di ricompense e di
Stati.
Ora questa malvagio principe Arrigo col tanto avere abitato e
conversato in Tunisi co' Saraceni[168], s'era imbevuto di molte loro
scellerate massime, nè avea portato con seco a Roma altro che il nome
di cristiano. Creato senatore, quanti Guelfi quivi si trovavano trasse
dalla sua. Prese con frode e mandò in varie fortezze Napoleone e Matteo
Orsini, Giovanni Savello, Pietro ed Angelo Malabranca, nobili che
più degli altri poteano far fronte a' suoi disegni. Quindi cominciò a
raunar soldati, e per avere di che sostenerli, si diede a saccheggiar
le sagrestie delle chiese di Roma, con asportarne i vasi e gli arredi
sacri, e i depositi di danaro, che i Romani di allora, secondo anche
l'uso degli antichi, soleano fare ne' luoghi sacri. Dopo questo
infame preparamento, arrivato Corradino a Roma, attese con Arrigo
ad ingrossar l'esercito suo. Vi concorrevano Ghibellini da tutte le
parti, e vi si aggregarono moltissimi Romani sì nobili che popolari,
tutti lusingandosi di tornare colle bisaccie piene d'oro da quella
impresa. Spedirono anche i Pisani in aiuto di Corradino ventiquattro
galee ben armate[169] sotto il comando di Federigo marchese Lancia. Ed
essendo questa flotta arrivata a Melazzo in Sicilia per secondare la
quasi universal ribellione di quell'isola, ventidue galee provenzali
inviate dal re Carlo, unitesi con altre nove messinesi, andarono ad
assalirla[170]. Tal vigore fu quello de' Pisani in incontrarle, che
i Provenzali si diedero alla fuga, lasciando i legni messinesi alla
discrezion de' nemici, i quali dipoi tentarono anche di prendere la
stessa città di Messina, ma con andare a voto i loro sforzi. Ascese
a sì gran copia e potenza l'esercito adunato da Corradino, che non
v'era chi non gli predicesse il trionfo, a riserva del buon _papa
Clemente_, il quale dicono che predisse la rovina di Corradino, e mirò
compassionando l'incauto giovane, incamminato qual vittima alla scure.
Con esso Corradino adunque marciavano, già turgidi per la creduta
infallibil vittoria, _Federigo duca_ d'Austria, _Arrigo di Castiglia_
senatore di Roma co' suoi Spagnuoli, i conti Galvano e Gherardo da
Pisa, e i capi de' ghibellini romani, cioè gli Annibaldeschi, i Sordi,
ed altri nobili e fuoriusciti di Puglia. Circa dieci mila cavalli si
contavano in quest'armata, oltre alla folla della fanteria. Per opporsi
a un sì minaccioso torrente, il re Carlo, dopo avere abbandonato
l'assedio di Nocera, venne con tutte le sue forze alla Aquila[171];
e, confortato dai suoi, si inoltrò sino al piano di San Valentino,
ossia di Tagliacozzo, poche miglia lungi dal lago Fucino, ossia di
Celano. Era di lunga mano inferiore di gente al nimico; ma sua fortuna
volle che poco dianzi fosse capitato alla sua corte Alardo di Valberì,
ossia di Valleri, cavaliere franzese, che per venti anni avea militato
in Terra santa contra degl'infedeli, personaggio di rara prudenza e
sperienza nei fatti di guerra. Questi il consigliò di far due schiere
della sua armata[172], e di tenersi egli in riserva con cinquecento
dei più scelti cavalieri dietro un monticello, aspettando l'esito
della battaglia. Si azzuffarono gli eserciti nel dì 23 d'agosto. Aspro
e sanguinoso fu il combattimento; ma infine, perchè i più sogliono
prevalere al meno, cominciarono i Franzesi e Provenzali a rinculare
e a rompersi. Stava il re Carlo sopra un poggio mirando la strage
de' suoi, e moriva di impazienza d'uscire addosso ai nemici; ma fu
dal vecchio Alardo ritenuto sempre, finchè si vide rotto affatto il
suo campo, e le genti di Corradino tutte disperse, parte in inseguire
i fuggitivi e far dei prigioni, e parte perduti dietro allo spoglio
degli uccisi. Allora _Alardo_, rivolto al re Carlo gli disse: _Ora è
il tempo, o sire. La vittoria è nostra_. E, dato di sprone ai freschi
cavalli, piombò addosso al troppo disordinato esercito nemico, che,
senza aver tempo e maniera di raccogliersi, parte lasciò quivi la vita,
parte restò prigioniere, e gli altri cercarono di salvarsi colla fuga.
Corradino e molti de' baroni suoi, che, stanchi dalla fatica e oppressi
dal gran caldo, s'erano tratti gli elmi, siccome persuasi dell'ottenuta
vittoria, veggendo la strana mutazion di scena, si diedero a fuggire.
Erano con Corradino il giovinetto duca d'Austria, e i conti Galvano
e Gherardo da Pisa. Presero essi travestiti la via della Maremma,
con pensiero di tornarsene a Roma, ovvero a Pisa. Arrivati ad
Astura, noleggiarono una barchetta; ma perchè furono riconosciuti
per persone d'alto affare, Giovanni (da altri è chiamato Jacopo) de'
Frangipani, signore di quel castello, colla speranza di ricavarne un
gran guiderdone dal re Carlo, li prese e mandogli al re, che a questa
nuova vide con immenso gaudio coronata la memorabil sua vittoria,
giacchè Arrigo di Castiglia con altri nobili era anch'egli rimasto
prigioniere. Custodito fu nelle carceri di Napoli Corradino sino al
principio d'ottobre, nel qual tempo, tenuto un gran parlamento, dove
intervennero i giurisconsulti, i baroni e sindaci della città, fu
proposta la causa di questo infelice principe. Ricobaldo, storico
ferrarese, dice d'aver inteso da Gioachino di Reggio, il quale si
trovò presente a quel giudizio, che i principali baroni franzesi e
i giurisconsulti, e fra gli altri Guido da Sazara lettor celebre di
leggi in Modena e in Reggio, dimorante allora in Napoli, sostennero,
che giustamente non si potea condannare a morte Corradino, perchè a lui
non mancavano ragioni ben fondate per cercare di ricuperar il regno
di Sicilia e Puglia, conquistato con tanti sudori da' suoi maggiori
sopra i Saraceni e Greci, senza aver egli commesso delitto alcuno, per
cui ne dovesse essere privato. Si allegava che l'esercito di Corradino
avea saccheggiate chiese e monisteri; ma si rispondeva, non costare
che ciò fosse seguito per ordine d'esso Corradino; e forse non averne
fatto altrettanto e peggio anche le milizie del medesimo re Carlo? Un
solo dottore di leggi fu di parere contrario, ed è credibile che altri
ancora dei baroni beneficati dal re Carlo, per timore della casa di
Suevia, consigliassero la morte di Corradino. In somma al barbarico
sentimento di questi tali si attenne esso re Carlo, figurandosi egli,
finchè vivesse Corradino, di non potersi tenere per sicuro possessore
del regno. Però nel dì 29 di ottobre del presente anno (e non già
nell'anno seguente, come taluno ha scritto), eretto un palco sulla
piazza, oppure sul lido di Napoli, fu condotto colà il giovinetto
Corradino, che dianzi avvertito dell'ultimo suo destino, avea fatto
testamento e la sua confessione. L'innumerabil popolo accorso a sì
funesto spettacolo non potea contenere i gemiti e le lagrime[173].
Fu letta la feral sentenza da Roberto da Bari giudice, al quale, se
crediamo a Giovanni Villani[174], finita che fu la lettura, _Roberto_
figliuolo del conte di Fiandra, genero del re Carlo, diede d'uno
stocco nel petto, dicendo che a lui non era lecito di sentenziare a
morte sì grande e gentil signore: del qual colpo colui cadde morto,
presente il re, e non ne fu fatta parola. Lasciò _Corradino_ la testa
sul palco, e dopo lui furono decollati _Federigo duca_ d'Austria,
il _conte Gherardo_ da Donoratico di Pisa sugli occhi del _conte
Galvano_ suo padre, al quale medesimamente fu dipoi spiccato il capo
dal busto. Altri scrivono che Galvano Lancia fu allora decapitato.
Vennero i loro cadaveri vilmente seppelliti, ma fuori di sacrato,
come scomunicati. D'altri nobili ancora, decollati in quell'infausto
giorno, fanno menzione varii scrittori. Così nell'infelice Corradino
ebbe fine la nobilissima casa di Suevia, e in Federigo la linea dei
vecchi duchi d'Austria, con passar dipoi dopo qualche tempo quel ducato
nella famiglia degli arciduchi d'Austria, che gloriosamente ha regnato
e regna fino a' dì nostri. Un'infamia universale si acquistò il re
Carlo presso tutti gli allora viventi, ed anche presso i posteri, e
fin presso i suoi stessi Franzesi, per questa crudeltà; e fu osservato
che da lì innanzi gli affari suoi, benchè paressero allora giunti al
più bell'ascendente, cominciarono a declinare, con piovere sopra di
lui gravissime disgrazie. Enea Silvio[175], che fu poi papa Pio II,
e varii storici napoletani e siciliani scrivono che Corradino sul
palco quasi in segno d'investitura gittò un guanto al popolo, con
cui egli intese di chiamare all'eredità di quel regno _don Pietro_
d'Aragona, marito di _Costanza_, figliuola del fu _re Manfredi_, con
altre particolarità ch'io tralascio. Ma probabilmente queste furono
invenzioni de' tempi susseguenti, per dar più colore a quanto operarono
gli Aragonesi. Portata in Sicilia la nuova della disfatta e prigionia
di Corradino, cominciarono que' popoli a ritornare dalla ribellione
all'ubbidienza del re Carlo. Ed avendo egli poscia spedita colà la
sua armata navale sotto il comando del conte Guido di Monforte, ossia
di Guglielmo Stendardo, ridusse tutto il resto dell'isola alla sua
divozione col macello di gran gente, senza distinguere gl'innocenti
dai rei[176], con far prigione Corrado di Antiochia capo dei sollevati.
Costui restò privo degli occhi; e infine impiccato insieme con Nicolò
Maleta. _Federigo di Castiglia_ e Corrado Capece sulle navi pisane si
salvarono a Tunisi dallo sdegno del re Carlo, il quale non la finì di
sfogar l'animo suo vendicativo sopra i popoli della Sicilia e Puglia,
con devastar città e terre, fare strage dei prigioni, ed imporre
esorbitanti aggravii a' sudditi di quelle contrade, con lasciare
a' suoi Franzesi una sì sfrenata licenza, che pareva a que' popoli
d'essere caduti in una deplorabile schiavitù, peggiore che quella de'
Barbari.
Abbiamo dagli Annali Ecclesiastici[177], che papa _Clemente IV_,
siccome pontefice di santi e placidi costumi, scrisse al re Carlo,
pregandolo per suo bene ancora di mitigare il furor suo, e de' suoi
contra de' miseri Siciliani e Pugliesi, e di abbracciar la clemenza:
tanto è lontano ch'egli consigliasse la morte di Corradino, come
sparsero voce i malevoli. Oltre a ciò, scrisse al santo _re Lodovico_,
acciocchè anch'egli adoperasse gli uffizii col fratello. Ma Carlo
fece le orecchie di mercatante, e seguitò il corso della vendetta.
Se n'ebbe col tempo a pentire. Iddio intanto levò l'ottimo pontefice
dagli affanni del nostro mondo, con chiamarlo alla quiete e felicità
dell'altro. Accadde la di lui morte in Viterbo[178] nella vigilia
di sant'Andrea, ossia nel dì 29 di novembre, vegnendo il dì 30, e in
essa città gli fu data sepoltura. Gran tempo restò dipoi vacante la
cattedra di san Pietro. Dopo la prigionia di Arrigo di Castiglia, a
cui, per cagion della parentela col re Carlo, fu salvata la vita, e
dopo alcuni anni renduta anche la libertà, aveva il papa suddetto
reintegrato esso re Carlo nel grado di senatore di Roma; e perciò
venuto a Roma, ne ripigliò il possesso, e tornò ad esercitar quella
carica per mezzo d'un suo vicario[179], con aggiugnere a' suoi titoli
ancor questo. In mezzo a tante sue politiche e militari occupazioni
non dimenticò il re suddetto di pensare ad un'altra moglie, e questa
fu _Margherita di Borgogna_. Negli Annali di Milano[180] è scritto
ch'essa arrivò in quella città nel dì 10 d'ottobre, e vi fu ricevuta
con baldacchino posto sopra dodici aste, portate dai nobili, e con
altri onori, giuochi e concorso d'innumerabil popolo. Nel dì 16 d'esso
mese giunse a Parma[181]; nel dì 19 a Reggio, e di là a Bologna.
In tutte queste città trattata fu colla magnificenza convenevole
ad una gran regina. Portossi in quest'anno nel mese di novembre a
Milano[182] un legato apostolico per riconciliar quel popolo colla
Chiesa romana e col loro arcivescovo _Ottone Visconte_. Se voleano
essere liberati dall'interdetto, dimandò egli, che tutti giurassero
fedeltà alla santa Sede, cioè di eseguire i di lei comandamenti; che
riconoscessero Ottone per legittimo loro pastore; gli restituissero
i beni, e gli permettessero l'ingresso e la permanenza nella città; e
che non mettessero contribuzioni al clero. Tutto promisero i Torriani
dominanti e il popolo. Diedero anche idonea sicurtà: con che tolto
fu l'interdetto, assoluti gli scomunicati, e posti gli uffiziali
dell'arcivescovo in possesso de' beni usurpati. Se ne tornò il legato
a Roma per far venir Ottone alla sua residenza, nel qual tempo mancò
di vita il papa. Per tal nuova giubilarono forte i Torriani, nè più si
curarono di adempiere le promesse fatte. Teneva tuttavia il _marchese
Oberto_ Pelavicino gran ghibellino le terre di Scipione, Pellegrino,
Gislagio, Landasio, Busseto, Pissina ed altri luoghi[183]; ma era
la sua principal dimora in Borgo San Donnino, da dove, assistito dai
fuorusciti parmigiani, facea guerra alla città di Parma. Del pari il
conte Ubertino Lando, altro ghibellino, possedendo la Rocca di Bardi,
Compiano, Monte Arsiccio ed altre terre, unito cogli usciti di Piacenza
infestava non poco quella città. Raunarono i Parmigiani coll'aiuto
di tutte le loro amistà un esercito di circa trentamila persone, e
formarono l'assedio di Borgo San Donnino. Nel dì 21 di ottobre seguì
accordo e pace fra gli uomini di quella terra e i Parmigiani[184]. Se
n'andò con Dio il marchese Pelavicino, e i fuorusciti di Parma con
giubilo universale rientrarono di concordia nella loro città. Ma i
Parmigiani nel dì 13 di novembre contro i patti poco prima stabiliti,
essendo iti al suddetto Borgo di San Donnino, smantellarono affatto
quella terra, con distribuirne gli abitanti in varie circonvicine
castella. Formarono anche un decreto di non poterla mai più rifare,
affinchè non fosse più in istato di molestar con guerre la città
di Parma, siccome tante volte in addietro era avvenuto. Similmente
i Piacentini ebbero gran guerra col conte Ubertino Landò; e avendo
prese le castella di Seno e di Scipione, distrussero l'ultimo contro i
patti. Compiè il corso di sua vita in quest'anno _Rinieri Zeno_ doge di
Venezia[185], e in luogo suo fu eletto _Lorenzo Tiepolo_ nel dì 25 di
luglio. Restò in tal occasione stabilita la forma con cui oggidì si fa
l'elezione del nuovo doge. Furono delle commozioni in Brescia[186] fra
i cittadini delle due fazioni. Perchè i Ghibellini gran festa aveano
fatto per la venuta di Corradino, i Guelfi nel dì 14 di novembre,
dato di piglio all'armi, vollero cacciar di città gli avversarii.
Frappostosi Francesco Torriano governatore, quetò il tumulto, col
mandare a' confini in Milano alcuni Guelfi nobili e popolari. Ma nel
dì 14 di dicembre di nuovo furono in armi i Guelfi, e fecero uscir
di città non solamente parecchi de' Ghibellini, ma anche lo stesso
Francesco dalla Torre e _Raimondo vescovo_ di Como suo fratello.
Rifugiaronsi gli usciti in varie castella; e i Veronesi, prevalendosi
di questa divisione, s'impadronirono di Desenzano, Rivoltella e
Patengolo.