NOTE:

[120] Raynald., Annal. Eccles. Ricord. Malaspina, Monach. Patavinus et

alii.

[121] Giovanni Villani, lib. 7, cap. 5.

[122] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Chron.

Veronense, tom. 9 Rer. Ital.

[123] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 10.

[124] Ricordano Malaspina, cap. 179.

[125] Richobaldus, in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.

[126] Franciscus Pipin., Chron., lib. 3, cap. 43, tom. 9 Rer. Ital.

[127] Ricordano Malaspina, cap. 180. Memoriale Potest. Regiens., tom.

8 Rer. Ital.

[128] Franciscus Pipin., Chron., lib. 3, cap. 6.

[129] Richobaldus in Pomario, tom. 9 Rer. Ital.

[130] Antiquit. Ital., Dissert. XXIII et XXV.

[131] Ricordano Malaspina, cap. 181.

[132] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 16.

[133] Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.

[134] Malvecius, Chron. Brix., tom. 14 Rer. Ital.

[135] Stephanardus, tom. 9 Rer. Ital.

[136] Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital. Gualvan. Flamma, in

Manip. Flor., cap. 302.

[137] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[138] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.

[139] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[140] Ricordano Malaspina, cap. 184.

[141] Ptolomeus Lucens., Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.

[142] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[143] Caffari, Annal. Genuens., lib. 7, tom. 6 Rer. Ital.

[144] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[145] Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLXVII. Indizione X.

CLEMENTE IV papa 3.

Imperio vacante.

Dappoichè fu il _re Carlo_ in pacifico possesso della Sicilia e Puglia,

siccome principe infaticabile e di grandiosi pensieri, rivolse il

suo studio ad abbassare e sradicare, se gli veniva fatto, il partito

dei Ghibellini in Italia. Spedì a questo fine in Toscana, ad istanza

specialmente de' Fiorentini e Lucchesi, il conte Guido di Monforte

con ottocento cavalieri franceschi[146]. Arrivò questi a Firenze

nella Pasqua di Risurrezione; ma non aspettarono già l'arrivo di

questa troppo sospetta gente i Ghibellini fiorentini, e ritiraronsi

volontariamente chi a Siena e chi a Pisa. Allora fu che il popolo di

Firenze diede la signoria della lor città per dieci anni avvenire al re

Carlo, il qual fece alquanto lo schivo, ma infine accettò la proferta,

e cominciò a mandar colà i suoi vicarii. Occuparono ancora i guelfi

fiorentini tutti i beni dei fuorusciti Ghibellini, con dividerseli

fra loro. In questi tempi fu esso re Carlo dichiarato dal papa vicario

della Toscana, vacante l'imperio. Dai documenti recati dal Rinaldi[147]

apparisce che il pontefice non gli diede, nè egli prese questo grado,

se non per pacificare ed unire i popoli della Toscana, con obbligo di

deporlo, subito che fosse creato un re de' Romani, o un imperadore

con approvazione della Sede apostolica. Ma i Ghibellini chiedevano

chi avesse dato diritto al papa per far da padrone del regno d'Italia.

Inoltre spacciavano tutte quelle belle parole e tutti quei movimenti

per furberie, tenendo per fermo che sotto le apparenze di paciere si

nascondesse il vero disegno di atterrare affatto la parte ghibellina

ed imperiale, e di occupare il dominio di tutta l'Italia; il che se

riusciva, ben si sa di che capace sia l'umana ambizione. Ad abbandonar

gli acquisti essa ha troppo abborrimento; e al riccio bastò il poter

solamente entrar nella tana. Infatti nel luglio del presente anno le

genti d'esso re Carlo coi fiorentini guelfi cominciarono la guerra

contro ai Sanesi, che tenevano a parte ghibellina. In questo mentre le

masnade tedesche di Siena e di Pisa, con intelligenza de' Ghibellini

di Poggibonzi, entrarono in quella terra: perlochè il maliscalco del re

Carlo, lasciati stare i Sanesi, imprese l'assedio di Poggibonzi. Arrivò

a Firenze lo stesso re Carlo nel mese d'agosto, ricevuto con sommo

onore da quel popolo, e quivi fece di molti cavalieri. Passò dipoi

in persona colla sua cavalleria sotto a Poggibonzi, per dar calore a

quell'assedio, ed impedire il soccorso che minacciavano di dargli i

Sanesi e i Pisani. Nel dicembre, per difetto di vettovaglia, si arrendè

quella terra con buoni patti. Di là passò il re Carlo sul Pisano,

prese molte castella, ed ebbe Porto Pisano, dove fece diroccare quelle

torri. L'unica speranza del partito ghibellino d'Italia era riposta in

_Corradino_ figliuolo del fu re _Corrado_. A lui perciò quei di Toscana

e di Lombardia, e i malcontenti ancora del regno di Puglia inviarono

messi e lettere segrete, sollecitandolo con ingorde promesse a calare

oramai in Italia, per ricuperar la Sicilia e Puglia, come signoria a

lui legittimamente spettante[148]. Fra gli altri andarono in Germania

per muoverlo ed incoraggirlo Galvano e Federigo marchesi Lancia, e

Corrado e Marino fratelli Capece da Napoli, ingrati al re Carlo, che

avea loro donata la vita e libertà. Non durarono gran fatica questi

mantici ad accendere il fuoco. Corradino era giovane di quindici in

sedici anni, ben provveduto di spiriti guerrieri, e voglioso di gloria

e d'imperio; e però, non ostante l'opposizione della madre, determinò

di venire al conquisto della Sicilia. A questo fine con quattro mila

cavalli ed alcune migliaia di fanti discese in Italia[149], e si fermò

in Verona, per dar tempo ai maneggi che in suo favore si andavano

facendo dai suoi aderenti. Ma venutogli meno il danaro, a poco a poco

vendute l'armi e i cavalli, la maggior parte di quelle sue truppe se

ne tornò in Germania. Aveva egli assunto il titolo di re di Sicilia, e

creato suo capitan generale vicario di quel regno Corrado Capece, che,

venuto a Pisa, si diede a muovere cielo e terra contra del re Carlo.

Per questo fu esso Corradino citato dal papa, e poi scomunicato con

tutti i suoi fautori, siccome usurpatore di un titolo che solamente si

dovea conferire dai sommi pontefici, sovrani della Sicilia e Puglia.

Ora avvenne, che trovandosi in Tunisi ai servigi di quel re, _Arrigo_ e

_Federigo_ fratelli di _Alfonso re_ di Castiglia, perchè scacciati dal

regno paterno, Corrado Capece con una galea de' Pisani, per guadagnarli

in aiuto del re Corradino, si portò colà. E gli riuscì il colpo,

perchè già nata diffidenza di loro nel re di Tunisi, non si vedeano

più sicuri fra i Saraceni. Pertanto Federigo con una mano di soldati

spagnuoli e saraceni fece vela alla volta della Sicilia, e, dopo aver

preso quivi alquante terre, alzò le bandiere di Corradino, spargendo

e magnificando per tutta l'isola la venuta di questo principe: il che

suscitò negli affezionati alla casa di Suevia il desiderio di scuotere

il troppo pesante giogo franzese. Corrado d'Antiochia, figliuolo di

Federigo, cioè di un bastardo di Federigo II Augusto, prese allora il

titolo di vicerè della Sicilia, e non andò molto che la maggior parte

dell'isola acclamò il nome di Corradino; e benchè i Francesi facessero

varii sforzi per dissipar questo nuvolo, tuttavia ne restò sconvolta

la Sicilia, e più di una volta rimasero essi sconfitti. Di questi

movimenti parla Bartolomeo da Neocastro[150], e il testo da me dato

alla luce li mette sotto l'indizione Xi, cioè sotto L'anno seguente; ma

in buona parte appartengono al presente. Venne _Arrigo di Castiglia_

fratello del suddetto Federigo, anch'egli da Tunisi, e sbarcò verso

Roma con trecento cavalieri spagnuoli. Andò alla corte pontificia, e

cominciò a far broglio per essere investito del regno della Sardegna, e

per altri onori: al che non gli mancava astuzia ed eloquenza. Intanto,

nata sedizione nel popolo di Roma, fu data balìa ad Angelo Capoccia di

nominare un nuovo senatore[151]; ed egli proclamò il suddetto Arrigo,

credendolo, per sua nobiltà e perizia nell'armi, atto al buon governo e

freno di quella sempre inquieta città; e quantunque vi si opponessero

molti cardinali e baroni, che già aveano subodorato di che piè egli

zoppicasse, pure fu alzato al grado di senatore di Roma. Ch'egli ad

istanza del re Carlo suo cugino, come vogliono alcuni, fosse promosso

a questa dignità, nol veggio assistito da autentiche pruove. Delle sue

iniquità parleremo all'anno seguente.

Rincresceva forte a _Napo Torriano_, signor di Milano, e a quel

popolo l'interdetto posto a quella città (già erano quattro anni) per

non voler essi ammettere _Ottone Visconte_ arcivescovo, e per avere

inoltre usurpati i beni tutti di quell'arcivescovato[152]. Spedirono

essi al papa i loro ambasciatori per liberarsi da quel gastigo. Perchè

non furono ammessi dalla corte pontificia, ricorsero al re Carlo,

il quale, desideroso di tirar nel suo partito i Milanesi, spedì con

loro a Viterbo, dove soggiornava papa Clemente, i suoi ambasciatori

con lettere di buon inchiostro in loro favore. Fu data loro udienza;

esposero tutte le ragioni del popolo di Milano, rigettando in Ottone

e nei nobili fuorusciti la colpa di tutti i passati disordini. Ma

alzatosi l'arcivescovo Ottone, con tale energia perorò la sua causa,

e seppe così vivamente dipignere la tirannia de' Torriani e della

plebe, e degli atroci aggravii da lor fatti alla nobiltà milanese,

che mosse tutti a compassione. Laonde non altro poterono ricavarne

gli ambasciatori milanesi, se non che, se loro premeva la restituzion

de' divini uffizii, accettassero e lasciassero entrare in città il

loro pastore. Dissero essi di ubbidire, e si prese la risoluzion di

spedire apposta un legato apostolico a Milano, per veder L'esecuzione

di queste promesse. Se crediamo al Corio[153], nel maggio di quest'anno

il podestà di Milano coll'esercito milanese e bergamasco, e i lor

carrocci, passato il Ticino, ostilmente procederono contra de' Pavesi;

e messo l'assedio alla terra di Vigevano, talmente la flagellarono

colle pietre dei mangani, che l'obbligarono alla resa. Nè i Pavesi,

benchè lontani solamente quattro miglia colla loro armata, ardirono di

tentarne il soccorso. Galvano Fiamma riferisce questo fatto all'anno

seguente. Secondo le Croniche di Reggio[154] e di Modena[155],

solamente in quest'anno il _marchese Oberto_ Pelavicino perdè il

dominio di Cremona, e ritirossi alle sue castella, meravigliandosi

d'essere stato sì poco accorto che un prete (cioè il legato) fosse

giunto colle sue belle parole a beffarlo e a torgli quella città. Il

Continuatore di Caffaro[156] racconta un tal fatto all'anno presente.

Di lì a qualche tempo avvenne una pari disgrazia a Buoso da Doara. Di

lui s'era servito il legato per dar la fuga al Pelavicino; e quando

costui si lusingava di rimaner signore di Cremona, la destrezza del

legato gliela suonò, e fecero balzar anch'esso fuori della città[157].

Pieno di rabbia Buoso, unita quanta gente potè, venne verso Cremona per

rientrarvi colla forza, non mancandogli fra' cittadini una gran copia

di aderenti. Trovavansi allora i Parmigiani insieme coi Modenesi e

con alquanti Reggiani all'assedio di borgo San Donnino. Avvertiti del

pericolo in cui era Cremona e il legato pontificio, frettolosamente

marciarono in loro aiuto. Con questo rinforzo i Cremonesi scacciarono

tutti i partigiani di Buoso, demolirono le lor case, e quindi

coll'esercito suo e de' Milanesi, Bresciani ed altri Guelfi, si

portarono ad assediar la Rocchetta, luogo fortissimo sull'Oglio, dove

s'era rifugiato il suddetto Buoso. Ma per paura di Corradino giunto a

Verona, se ne ritirarono fra qualche tempo. Continuarono i Parmigiani

in quest'anno la guerra contro al marchese Pelavino, e gli tolsero

alcune castella, che furono appresso distrutte. Giunto a Piacenza[158],

il legato pontificio non solamente disturbò la lega intavolata da quel

popolo co' Pavesi, ma eziandio fece uscire da quella città il conte

Ubertino Landi, seguace della parte ghibellina, e diroccar le case

di molti suoi aderenti. Oltre a ciò, indusse i Piacentini a ricevere

un podestà a nome di Carlo re di Sicilia. Comperarono in quest'anno

i Modenesi[159] per tre mila lire il castello della Mirandola colla

Motta de' Papazzoni, e smantellarono tutte le fortificazioni di quei

luoghi. Mancò di vita in quest'anno la _regina Beatrice_, moglie del

re Carlo[160], poco avendo goduto della nuova sua grandezza. Saba

Malaspina differisce la di lei morte all'anno seguente. Fu levato

nell'anno presente l'interdetto della città di Genova[161], e colà si

portarono gli ambasciatori dei re di Francia e di Sicilia col legato

del papa, per maneggiar o pace o tregua fra quel popolo e i Veneziani,

affinchè amendue potessero accudire alla ricupera di Terra santa, dove

il santo _re Lodovico IX_ disegnava di ritornare. Niuna conchiusione

si dovette prendere al vedere che essi Genovesi armarono venticinque

galee, e le spedirono contra de' nemici. Queste nel corso presero due

galee veneziane, ed, arrivate ad Accon, s'impadronirono della torre

delle Mosche, ed assediarono quel porto. Essendo poi l'ammiraglio

Luchetto Grimaldi passato con dieci galee a Tiro per trattar lega con

Filippo da Monforte signore di quella città, arrivarono ventisei galee

dei Veneziani ad Accon, e ne presero cinque de' Genovesi, essendosi

salvate le altre colla fuga. I Tortonesi in quest'anno scacciarono

anch'essi la parte ghibellina, e seguitarono quella della Chiesa, con

prendere per loro signore _Guglielmo marchese_ di Monferrato, al quale

si era anche data nell'anno precedente la città d'Ivrea.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 15 / 216 题