NOTE:

[104] Raynaldus. Annal. Ecclesiast.

[105] Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., lib. 22, cap. 50.

[106] Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 17.

[107] Bernard. Guidon., in Vita Clementis IV.

[108] Monach. Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Raynald., in

Annal. Eccles.

[109] Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Annales Veter.

Mutinens., tom. 11 Rer. Italic. Ricordano Malaspina, cap. 174.

[110] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.

[111] Benvenuto da San Giorgio, Storia del Monferrato, tom. 28 Rer.

Ital.

[112] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.

[113] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.

[114] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.

[115] Ricordano Malaspina, cap. 178.

[116] Matteo Spinelli, Diario, tom. 8 Rer. Ital.

[117] Sigon., de Regno Ital., lib. 20.

[118] Sabas Malaspina, lib. 3, cap. 1.

[119] Malvecius, Chron. Brixian.

Anno di CRISTO MCCLXVI. Indizione IX.

CLEMENTE IV papa 2.

Imperio vacante.

Prima di procedere coll'armi contro al nemico _Manfredi_, volle _Carlo

conte_ di Angiò e di Provenza essere solennemente coronato re di

Sicilia e di Puglia. La funzione fu fatta per ordine di papa _Clemente

IV_ nella Basilica Vaticana[120], correndo le festa dell'Epifania,

ossia nel dì 6 di gennaio. Essendo stati spediti colà dal papa cinque

cardinali apposta, ricevè il conte con _Beatrice_ sua moglie la corona;

e vi intervenne un'immensa folla di Romani, che compierono la festa con

varie allegrezze e giuochi. Prestò il re Carlo allora il giuramento, e

il ligio omaggio alla Chiesa romana pel regno di Sicilia di là e di qua

dal Faro, di cui fu investito dal papa. Avrebbe avuto bisogno l'armata

sua, che giunse nei giorni seguenti, di un lungo riposo, perchè arrivò

a Roma sfiatata e malconcia pel lungo viaggio e per molti affanni

patiti. Ma troppo era smunta la borsa del re Carlo, nè maniera aveva

egli di sostentar tanta gente, avendo già consunte le grosse somme

prese dai prestatori. Fece ben egli al pontefice istanza di soccorso

d'oro, ma con ritrovare anche il di lui erario netto e spazzato al

pari del suo. Però, ancorchè il verno non sia stagion propria per

guerreggiare, massimamente per chi guida migliaia di cavalli; pure

per necessità, e sulla speranza di provvedere al proprio bisogno colle

spoglie de' nemici, durante ancora il mese di gennaio, intrepidamente

col suo fiorito esercito marciò alla volta di Ceperano per entrare

nel regno. Era con lui _Riccardo cardinale_ di Sant'Angelo, legato del

papa, per muovere i popoli a prendere la croce per la Chiesa. Non avea

intanto Manfredi lasciato di far quanti preparamenti potea per ben

riceverlo. Un grossissimo presidio ancora avea messo in San Germano,

sperando che quel luogo facesse lunga resistenza al nimico, per aver

tempo di ricever varii corpi di gente che si aspettavano dalla Sicilia,

Calabria, Toscana ed altri luoghi. Fra le altre provvisioni avea

situato al fiume Garigliano il conte di Caserta con grosse squadre per

difendere quel passo. Ma agli animosi ed arditi Franzesi nulla era che

potesse resistere; innanzi a loro camminava il terrore, perchè creduti

non diversi dai paladini favolosi di Francia; e il verno stesso si

vestì d'un'insolita placidezza per favorirli. Passarono i Franzesi il

Garigliano per la proditoria ritirata del conte di Caserta. Fu preso

a forza d'armi San Germano, e andò a fil di spada quasi tutta quella

numerosa guarnigione, con incoraggirsi maggiormente i vincitori pel

saccheggio, frutto sempre gustoso della vittoria. Aquino e la rocca

d'Arci non fecero resistenza. Da così sinistri avvenimenti allora più

che mai Manfredi venne a conoscere non poter egli far capitale alcuno

sulla volubilità e poca fede de' regnicoli. V'erano fra questi non

pochi che, ricordevoli delle crudeltà ed avanie di Federigo II e di

suo figliuolo Corrado, odiavano la casa di Suevia; altri guadagnati

dall'oro, e dalle promesse della corte di Roma e del re Carlo; altri

infine amanti delle novità per la facile speranza di star meglio,

oppur di crescere in fortuna. Contuttociò Manfredi senza avvilirsi

attese a far le disposizioni opportune, e colle sue forze passato a

Benevento, quivi si accampò. Non aveva egli tralasciato di mandar

persona a parlare di accordo al re Carlo. La risposta di Carlo fu

questa in franzese: _Dite_[121] _al sultano di Nocera_ (così appellava

Manfredi, perchè si serviva de' Saraceni) _ch'io con lui non voglio nè

pace nè tregua; e che in breve io manderò lui all'inferno, o egli me in

paradiso_.

Non perdè tempo il re Carlo a muoversi verso Benevento, per trovare

l'armata nemica, ardendo di voglia di decidere con un fatto d'armi la

contesa del regno. Fu messo in disputa nel consiglio di Manfredi, se

meglio fosse il tenersi solamente in difesa, tanto che arrivassero

gli aspettati rinforzi, oppure il dar tosto battaglia, per cogliere

i Franzesi stanchi e spossati per le marcie sforzate. Ossia che

prevalesse l'ultimo partito, o che l'impaziente Carlo uscisse ad

attaccare il nemico, ovvero che i Saraceni in numero di dieci mila,

senza aspettarne il comandamento, movessero contra dei Franzesi[122], a

poco a poco nel dì 26 di febbraio dell'anno presente (chiamato 1265 da

alcuni scrittori che cominciano alla fiorentina l'anno nuovo solamente

nel dì 25 di marzo) s'impegnarono le schiere in un'orrida battaglia,

descritta minutamente da Saba Malaspina[123], da Ricordano[124] e

da altri scrittori. A me basterà di accennarla. Combatterono con

gran vigore i Saraceni e Tedeschi dello esercito di Manfredi. Si

trovarono essi infine malmenati e sopraffatti dai Franzesi; laonde

volle allora Manfredi muovere la terza schiera composta di Pugliesi,

ma senza trovare ubbidienza nei baroni di cuore già guasto. Allora

lo sfortunato, ma coraggioso, principe determinò di voler piuttosto

morire re, che di ridursi privato colla fuga a mendicare il pane. E

spronato il cavallo, andò a cacciarsi nella mischia, dove, senza essere

conosciuto, da più colpi fu privato di vita. Racconta Ricobaldo[125],

e dopo lui Francesco Pipino[126], che in questi tempi andarono in

disuso per l'Italia le spade da taglio, ossia le sciable, e si cominciò

ad usar quelle da punta, ossia gli stocchi, de' quali si servivano i

Franzesi. Per essere gli uomini d'armi tutti vestiti di ferro, poco

profitto faceano addosso a loro i colpi delle sciable. Ma allorchè

essi alzavano il braccio per ferire, i Franzesi colle punte degli

stocchi li foravano sotto le ascelle, e in questa maniera lì rendevano

inutili a più combattere. Strage fu fatta, massimamente de' Saraceni;

grande fu la copia dei prigioni, fra' quali si contarono i conti

Giordano, Galvano, Federigo e Bartolommeo, parenti di Manfredi, ad

alcuni de' quali, cioè Galvano e Federigo, fu data dipoi la libertà

ad istanza di _Bartolommeo Pignatelli_ arcivescovo di Messina; ed

altri furono fatti morire dall'inesorabil re Carlo. Il bottino fu

inestimabile, e ne arricchirono tutti i vincitori, e alle mani del

re Carlo pervennero i tesori di Manfredi e di molti de' baroni di

lui. Nè contenti i vincitori di tante spoglie, rivolsero l'insaziabil

loro avidità addosso ai miseri Beneventani, senza che loro giovasse

punto l'essere sudditi del papa. Dato fu un terribil sacco alla città,

fatto macello d'uomini e fanciulli, sfogata la libidine, e senza che

le chiese stesse godessero esenzione alcuna dall'infame sfrenatezza

di quella gente. Se costoro si fossero mossi per divozione a prendere

la croce, e se fossero ben impiegate le indulgenze plenarie, ognuno

può ben figurarselo. Ma quello che maggiormente rallegrò il re Carlo,

e diede compimento alla sua vittoria, fu la morte di Manfredi. Se ne

sparse tosto la voce, ma si stette tre dì a scoprirne il cadavero[127].

Trovollo un ribaldo, e, postolo a traverso sopra un asino, l'andava

mostrando pel campo. Fece il re Carlo I riconoscerlo per desso dal

conte Giordano, e dagli altri nobili prigionieri; e perciocchè era

morto scomunicato, ordinò che fosse seppellito presso il ponte di

Benevento in una vil fossa, sopra cui ogni soldato per compassione e

memoria gittò una pietra. E tal fine ebbe Manfredi già re di Sicilia,

principe degno di miglior fortuna, perchè, a riserva dell'aver egli

violate le leggi per voglia esorbitante di regnare, e di qualche

altro reato dell'umana condizione, tali doti si unirono in lui, che

alcuni giunsero a dirlo non inferiore a Tito imperadore, figliuolo di

Vespasiano[128]. Restò memoria di lui nella città di Manfredonia, fatta

da lui fabbricare di pianta col trasportarvi il popolo di Siponto, mal

situato dianzi, perchè in luogo d'aria cattiva.

La rotta e morte di Manfredi divolgatasi per tutta Puglia e Sicilia,

cagion fu che non vi restò città e luogo che non inalberasse le

bandiere del re Carlo, e con feste e giubili incredibili. La sola

città di Nocera, nido de' Saraceni, dove, secondo gli scrittori

napoletani, s'era ricoverata la _regina Sibilia_ moglie di Manfredi

con _Manfredino_ suo picciolo figliuolo e una figliuola, si tenne

forte. Colà si portò con buona parte dell'esercito _Filippo conte_

di Monforte, e l'assediò; ma ritrovato troppo duro quell'osso, se ne

partì, con lasciare nondimeno strettamente bloccata essa città. Certo

è, secondo le lettere di _papa Clemente_, e per attestato della Cronica

di Reggio, che in quest'anno essa regina co' figliuoli e col tesoro

del marito fu presa nella città di Manfredonia; il che vien confermato

dal Monaco Padovano. Altre storie ancora affermano che i Saraceni

di Nocera si sottomisero in quest'anno al re Carlo, nè aspettarono a

farlo dopo la rotta di Corradino, di cui parleremo a suo luogo. Entrò

poscia il vittorioso re Carlo in Napoli, che prima gli avea spedite

le chiavi; e andò quel popolo quasi in estasi al veder comparire le

regina Beatrice con carrozze magnifiche e dorate, e copia di damigelle,

tutte riccamente addobbate, siccome gente non avvezza a somiglianti

spettacoli. Osserva Riccobaldo[129] che i costumi degli Italiani erano

stati in addietro assai rozzi, dati alla parsimonia, voti di ogni fasto

e vanità; e ne dice anche, a mio credere, più di quel che era, come

ho dimostrato altrove[130]. Per altro la venuta de' Franzesi quella

fu che cominciò ad introdurre il lusso e qualche cosa di peggio, e

fece mutar i costumi degl'italiani. Trovò il re Carlo nel castello

di Capoa il tesoro di Manfredi quasi tutto in oro[131]. Fatti votare

quei sacchetti in una sala alla presenza sua e della regina Beatrice,

e comandato che venissero le bilance, disse ad Ugo del Balzo cavalier

provenzale di partirlo. _Che bisogno c'è di bilance?_ rispose allora

il prode cavaliere. E co' piedi fattene tre parti, _questa_, disse,

_sia di monsignore il re; questa della regina; e quest'altra dei vostri

cavalieri_. Piacque cotanto al re un atto di tale magnanimità, che

incontanente gli donò la contea d'Avellino, e il creò conte. Diedesi

poi il re Carlo ad ordinare il regno. S'erano figurati i popoli di

quelle contrade che colla venuta de' Franzesi, e sotto il nuovo governo

tornerebbe il secolo d'oro, si leverebbono le gabelle, le angherie e le

contribuzioni passate, ed ognun godrebbe una invidiabil tranquillità

e pace. Si trovarono ben tosto delusi e ingannati a partito. Le

soldatesche franzesi ne' lor passaggi e quartieri a guisa del fuoco

portavano la desolazion dappertutto[132]. Ebbe il re Carlo in mano da

un Gezolino da Marra tutti i libri e registri delle rendite e degli

uffizii del regno, e di tutte le giurisdizioni, dazii, collette, taglie

ed altri aggravii dei popoli. Non solamente volle il re intatti tutti

questi usi od abusi; ma siccome in addietro si camminava assai alla

buona in riscuotere cotali carichi, istituì egli dei nuovi giustizieri,

doganieri, notai, ed altri uffiziali del fisco, che rigorosamente

spremevano il sangue dai popoli, e cominciarono ad accrescere in

profitto del re, o proprio, i pubblici pesi e le avanie, di modo che

altro non s'udiva che segreti gemiti e lamenti della misera gente, con

augurarsi ognuno, quando non era più tempo, l'abbandonato e perduto re

Manfredi. È un autor guelfo, uno storico pontificio che l'attesta, cioè

Saba Malaspina. Secondo lui, ravveduti que' popoli andavano dicendo:

_O re Manfredi, noi non ti abbiam conosciuto vivo; ora ti piangiamo

estinto. Tu ci sembravi un lupo rapace fra le pecorelle di questo

regno; ma da che per la nostra volubilità ed incostanza siam caduti

sotto il presente dominio, tanto da noi desiderato, ci accorgiamo in

fine, che tu eri un agnello mansueto. Ora sì che conosciamo quanto

fosse dolce il governo tuo posto in confronto dell'amarezza presente.

Riusciva a noi grave in addietro che una parte delle nostre sostanze

pervenisse alle tue mani; troviamo adesso che tutti i nostri beni, e,

quel che è peggio, anche le persone vanno in preda a gente straniera_.

Tali erano di que' popoli le querele: querele osservate prima e dipoi

anche in altri popoli sempre malcontenti dello stato presente, e che

ripongono la speranza di star meglio, o men male, colla mutazion de'

governi, ma con disingannarsi poi delle lor mal fondate idee.

A molte altre avventure e mutazioni in Italia diedero moto i passi

prosperosi di Carlo re di Sicilia, con atterrire i Ghibellini, ed

influire coraggio alla parte guelfa pel rimanente d'Italia. Abbiamo

dalla Cronica di Cesena[133], che avendo Manfredi ritirate le sue

armi dalla marca d'Ancona per valersene in propria difesa, fu spedito

colà _Simone cardinale_ di San Martino e legato apostolico, il quale

nel dì ultimo di gennaio s'impadronì della città di Jesi, e poscia

d'altre città e castella d'essa marca. Non dissimili cambiamenti di

cose avvennero in Lombardia. Nel dì 20 di gennaio dell'anno presente

si levò a rumore il popolo di Brescia[134], e messa a fil di spada,

oppure in fuga, la guarnigione che ivi teneva il _marchese Oberto_

Pelavicino, si rimise in libertà. Giunta questa dispiacevole nuova

al suddetto marchese, furibondo passò co' Cremonesi di là dall'Ogiio,

mettendo a sacco il territorio bresciano, uccidendo e facendo prigioni

quanti incontrava. Distrusse da' fondamenti le terre di Quinzano.

Orci, Pontevico, Volengo, Ustiano e Canedolo. Ricorsero i cittadini

bresciani per soccorso ai Milanesi, e richiamarono in città i lor

fuorusciti guelfi. Vennero perciò a Brescia _Raimondo dalla Torre_

vescovo di Como, _Napoleone_ ossia _Napo_ e _Francesco_ fratelli

parimente dalla Torre con molte squadre e coi suddetti usciti, i quali

furono incontrati fuor dal clero e popolo con rami d'ulivo: dopo di

che fu fatta una solenne concordia e pace fra loro, e data la signoria

di quella città ai Torriani suddetti. Restò quivi per governatore

Francesco dalla Torre, il quale, ito poscia con bella comitiva a

trovare il re Carlo, fu da lui fatto cavaliere e conte di non so qual

luogo. In Vercelli era governatore di quella città _Paganino_ fratello

parimente del suddetto Napo[135]. Entrati in essa città occultamente i

nobili milanesi ghibellini fuorusciti, il presero, e, nel condurlo a

Pavia, barbaramente lo uccisero. Trovavasi allora in Milano podestà,

messovi dal re Carlo, Emberra del Balzo Provenzale[136]. Costui con

alcuni de' Torriani fatto consiglio per vendicar la morte di Paganino,

avendo in prigione i figliuoli, fratelli o parenti degli uccisori

suddetti, ne fece condurre cinquantadue sopra le carra, e scannarli con

crudeltà esecrabile, riprovata dai baroni e dallo stesso Napo Torriano,

il quale poi disse: _Ah che il sangue di questi innocenti tornerà

sopra de' miei figliuoli!_ Per tale iniquità fu poi scacciato da Milano

il suddetto Emberra. Fu anche la città di Piacenza[137] a rumore per

liberarsi dalle mani del marchese Oberto Pelavicino, ma non riuscì in

bene lo sforzo de' Guelfi. Furono poi spediti due legati pontificii

in Lombardia per ridurre a concordia le divisioni dei popoli. Iti a

Cremona, trovarono nata o fecero nascere discordia fra il marchese

Oberto e Buoso da Doara, per tanti anni addietro sì uniti ed amici. Con

questo mezzo ottennero che il marchese Oberto dimettesse la signoria

di Cremona e si ritirasse. Ma che questa mutazion di Cremona accadesse

nell'anno seguente, s'ha da altro storico[138], siccome vedremo. Anche

i Piacentini l'indussero, con usar le buone e le brusche, a rinunziare

al dominio della loro città. Il perchè egli si ricoverò a Borgo San

Donnino, dove attese a fortificarsi. Fece parimente sollevazione sul

fine di febbraio la fazione guelfa in Parma[139], e a forza d'armi

obbligò la contraria ghibellina a sloggiare. E perciochè questa occupò

Colorno nel dì primo d'agosto, i Parmigiani fecero oste, presero

quella terra e menarono assai prigioni nelle carceri della loro

città. Neppur la Toscana esente fu da mutazioni. Si mossero a rumore

i Guelfi popolari di Firenze nel dì 11 di novembre[140], con fare gran

ragunata e serragli; e perciocchè il conte Guido, novello vicario del

fu re Manfredi, prese la piazza, e fece vista di voler combattere,

cominciarono a fioccar sassi dalle torri e case, e a volar frecce

da tutte le bande contra di lui e di sua gente. Secondo Ricordano,

aveva egli ben mille cinquecento cavalieri all'ordine suo. Tolomeo da

Lucca[141] ne mette solamente secento. Contuttociò, figurandosi egli

che maggior fosse la congiura e possanza del popolo, sbigottito si

fece recar le chiavi della città e sconsigliatamente ne uscì con tutti

i suoi armati, e andossene a Prato. Conosciuto poscia lo sproposito

suo, volle tornar la mattina vegnente per tentare di rientrarvi,

o amichevolmente o colla forza; ma vi trovò de' buoni catenacci,

e la gente sulle mura ben disposta alla difesa. Mandarono poscia i

Fiorentini ad Orvieto per soccorso, e n'ebbero cento cavalieri, che

bastarono a sostenersi in quel frangente. Tornati poscia in città i

fuorusciti guelfi, conchiusero pace co' cittadini di fazion ghibellina;

e, per maggiormente assodarla, contrassero varii matrimonii fra loro.

Cercarono anche i Pisani[142] di ricuperar la grazia del sommo

pontefice, e di liberar la città dall'interdetto e dalle censure

incorse per la loro aderenza al re Manfredi. Con rimettersi a quanto

avesse ordinato il papa, e con depositare in Roma trenta mila lire,

furono riconciliati nel dì 15 d'aprile dell'anno presente. Durando

tuttavia la guerra fra i Genovesi[143] e i Veneziani, misero i primi

in corso ventisette galee, delle quali fu ammiraglio Lanfranco

Borborino. Arrivato costui a Trapani in Sicilia, ebbe nuova che

lo stuolo delle galee veneziane si trovava in Messina; e benchè si

dicesse che quello era inferiore di forze, e i consiglieri più saggi

volessero battaglia, aderì al parere de' vili, e ritirossi a terra,

con far legare ed incatenare le sue galee. Giunsero i Veneziani, ed,

accortisi dello sbigottimento de' nemici, a dirittura dirizzarono le

prore addosso alle galee, e tutte nel dì 23 di giugno a man salva le

presero, essendosi gittati in mare e fuggiti a terra i Genovesi. Tre

d'esse diedero i vincitori al fuoco, le altre ventiquattro ritennero,

con far prigione chiunque non s'era sottratto colla fuga. Portata la

dolorosa nuova a Genova, armò tosto quel comune altre venticinque galee

sotto il comando d'Obertino Doria, il quale passò fino nell'Adriatico

in traccia de' nemici, ma senza incontrarsi in loro. Prese egli la

Canea, e tutta la consegnò alle fiamme; nè avendo potuto far di più,

ritornò alla patria. Di altri danni vicendevolmente dati e ricevuti

da questi due emuli popoli parla il Continuatore di Caffaro, siccome

ancora il Dandolo[144], il quale non ebbe notizia del fatto di Trapani

testè accennato. Eransi ridotti i nobili ghibellini fuorusciti di

Modena[145], appellati i Grasolfi, nel castello di Monte Vallaro, fra'

quali furono i principali Egidio figliuolo di Manfredi de' Pii, quei

di Gorzano e i conti di Gomola, in numero di circa mille persone. La

fazion guelfa di Modena, soprannominata degli Aigoni, avendo presi

al soldo molti Tedeschi, e ottenuti dei rinforzi da Parma, Reggio,

Bologna, e dai Guelfi di Toscana, si portò all'assedio di quel

castello. Vi seguirono di molte prodezze dall'una parte e dall'altra;

ed ancorchè Manfredi dei Pii, accorso da Montecuccolo con altri

Grasolfi e molti soldati tedeschi e cavalieri di Toscana, e ducento

cavalieri di Bologna della fazion lambertaccia, si fossero raunati

per dar soccorso all'assediato castello, non si attentarono poscia a

passar più oltre. Il perchè, pressati dalla mancanza de' viveri e dalla

forza, gli assediati, dopo essersi difesi per più di cinque settimane,

capitolarono la resa, salve le loro persone.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 14 / 216 题