[88] Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.
[89] Chron. Senense., tom. 9 Rer. Ital.
[90] Raynald., in Annal. Eccl.
[91] Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 10.
[92] Continuator Nicolai de Jamsilla. Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 10.
Theodoric. Vallicolor., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[93] Ricordano Malaspina, cap. 175.
[94] Theodericus Vallicolor., P. I, tom. 3 Rer. Ital.
[95] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.
[96] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital.
[97] Chron. Parvum Ferrariens., tom. 8 Rer. Ital.
[98] Antichità Estensi., P. II, cap. 2.
[99] Annales Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Ital.
[100] Chronic. Parmens., tom. 9 Rer. Ital. Memorial. Potestat.
Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[101] Ricordano Malaspina, cap. 174.
[102] Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.
[103] Gualvaneus Flamma, Manip. Flor., cap. 300. Annales Mediol., tom.
16 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCLXV. Indizione VIII.
CLEMENTE IV papa 1.
Imperio vacante.
Finalmente nel dì nove (come vuole il Rinaldi[104]), oppur nel dì
cinque (come ha Tolomeo da Lucca[105]) di febbraio del presente anno
fu eletto da' cardinali per successore di san Pietro _Guido vescovo
_sabinense, nato nella terra di Santo Egidio della Provenza, ossia
della Linguadoca, personaggio di rara bontà di vita e di singolare
umiltà. Avea avuta moglie e figliuoli. Rimasto vedovo, si arrolò
nella milizia clericale; fu creato vescovo d'Anicy, oppure di Aux,
poscia arcivescovo di Narbona e cardinale, e finalmente assunto al
pontificato romano. Perchè egli si trovava allora in Francia, impedito
dal passare in Inghilterra, tennero i cardinali segreto lo scrutinio,
e a lui spedirono con egual segretezza l'avviso dell'elezione caduta
nella di lui persona. Sen venne egli perciò incognito a Perugia,
dove, dopo molta resistenza, prestò il suo consenso, e dopo essere
stato consecrato ed aver preso il nome di _Clemente IV_, andò a
mettere la sua residenza in Viterbo. Furono da lui approvate tutte
le determinazioni del suo predecessore intorno alla concessione del
regno di Sicilia e Puglia a _Carlo conte_ di Provenza, e alla sua
venuta in Italia. Mossesi infatti questo principe nella primavera
dell'anno presente da Marsilia con venti galee, accompagnato da _Luigi
di Savoia_, e venne alla volta di Roma. Non avea tralasciato Manfredi
di prendere le possibili precauzioni per frastornare l'arrivo del
competitore. Una considerabil flotta di galee e di navi[106], tanto
sue che de' Pisani, fu inviata alla sboccatura del Tevere. Quivi
con travi, pali, sassi si cercò d'impedire il passaggio di qualunque
grosso legno che volesse salire su per quel fiume. Tale era anche la
copia e forza del suo armamento navale, che si figurava l'ammiraglio
di Manfredi di potere a man salva far prigione lo stesso conte Carlo,
se osava di portarsi colà. Ma eccoti una fiera tempesta che obbligò
quella flotta a staccarsi da que' lidi, e a tenersi alto in mare, con
prendere la via di Ponente, per incontrare, se le veniva fatto, la
flotta nemica. Questo fu la fortuna del conte, il quale, tuttochè anche
egli fosse forte sbattuto da quell'orrido temporale, e si trovasse
in manifesto pericolo della vita, pure sen venne spinto dai rabbiosi
venti sino alla spiaggia romana, dove, salito in un picciolo legno,
quasi miracolosamente approdò a terra, e giunse al monistero di San
Paolo fuori di Roma. Quetata poi la furia del mare, pervennero anche
le sue galee alla foce del Tevere, e, levati gli ostacoli, liberamente
entrò nel fiume, e sbarcò a Roma mille uomini d'armi, tutta gente
valorosa e avvezza al mestier della guerra. Nel mercordì prima della
Pentecoste, cioè nei dì 24 di maggio[107], fece il conte Carlo la sua
entrata in Roma con così magnifico incontro, plauso e giubilo di tutto
il popolo romano, che non v'era memoria di solennità sì festosa per
onorar l'arrivo d'altri principi venuti a quella gran città. Sbalordito
rimase il re Manfredi all'udire come con tanta felicità fosse giunto
l'emulo suo, ed avesse schivata l'opposizion della sua armata navale,
tanto superiore di forze. Senza nondimeno perdersi d'animo, attese
a fortificarsi e premunirsi a' confini: al qual fine richiamò dalla
Toscana, dalla marca d'Ancona e dagli altri luoghi tutte le schiere
de' suoi Tedeschi e d'altri soldati sparsi per quelle contrade. Tenuto
poscia un parlamento di tutti i baroni e vassalli del regno, espose
loro i motivi e la necessità della difesa e dell'aiuto di cadauno,
mostrando una viva speranza nella lor fedeltà e bravura. Delle belle
parole e promesse n'ebbe quante ne volle; ma negli animi loro già
bollivano altri desiderii, e ognuno pensava a' propri interessi e
vantaggi, senza mettersi cura de' pubblici. Niuna impresa tentò in
quest'anno il conte Carlo, perchè aspettava per terra il grosso della
sua cavalleria e fanteria[108]. S'inoltrò bensì nel distretto di Roma
l'esercito di Manfredi, sulla speranza che egli uscisse di Roma e
venisse a battaglia; ma il conte, mosso ancora dalle saggie esortazioni
del papa, nulla volle azzardare, trovandosi scarso di gente sua, e poco
fidandosi de' Romani, fra' quali non pochi erano guadagnati dai danari
di Manfredi. Venuto il mese di settembre arrivò per mare a Roma la sua
consorte _Beatrice_, che fu accolta con sommo onore ed allegrezza dal
popolo romano.
Vegniamo ora alla Lombardia, che nell'anno presente fu quasi tutta
in armi per la calata dell'esercito franzese, raccolto per ordine del
conte suddetto. Prima nondimeno ch'esso valicasse l'Alpi, la città di
Reggio[109], fin qui di parte ghibellina, cangiò mantello. Nel dì 6
di febbraio arrivarono colà i Modenesi cogli usciti di Reggio, e coi
guelfi fiorentini e di Toscana. Fu dismurata e loro aperta la porta
del castello dai nobili Fogliani e Roberti, e sulla piazza si venne ad
un aspro combattimento coi Sessi e colla parte ghibellina, fra i quali
si distinse e passò poi in proverbio il Caca ossia Cacca da Reggio,
uomo di statura gigantesca e di mirabil forza, che con una mazza alla
mano si facea far piazza dovunque giugnea. Se gli serrarono addosso
uniti dodici gentiluomini fiorentini colle coltella, e lo stesero
a terra. Dopo di che i Sessi e i lor seguaci presero la fuga, e si
ritirarono a Reggiuolo. Così i Reggiani cominciarono a governarsi a
parte guelfa, e da lì a qualche tempo fecero tregua cogli usciti, e
cessò ogni ostilità. Secondo la Cronica di Parma[110], seguì nell'anno
presente una battaglia tra _Guglielmo marchese_ di Monferrato e Oberto
da Scipione, nipote del _marchese Oberto_ Pelavicino, nell'Alessandrino
presso Nizza della Paglia. Rimasero prigionieri cinquecento cavalieri
d'esso Oberto da Scipione. Intorno a che è da avvertire che, per
attestato di Benvenuto da San Giorgio[111], nel precedente anno 1264,
nel dì 14 di maggio, Carlo conte di Provenza avea fatta lega col
suddetto marchese di Monferrato contra di Manfredi e di Oberto marchese
Pelavicino. In virtù d'essa alleanza fece esso marchese di Monferrato
guerra nell'anno presente al nipote d'esso Pelavicino. Calò per la
Savoia sul fine della state di quest'anno l'armata oltramontana de'
crocesignati (giacchè si guadagnava indulgenza plenaria a prendere
le armi contra di Manfredi), inviandosi verso Roma per trovar Carlo
conte d'Angiò e di Provenza, e passar dipoi contra d'esso Manfredi.
La Cronica di Parma la fa ascendere a sessanta mila combattenti;
quella di Bologna[112] a quaranta mila. Meglio è stare agli Annali
vecchi di Modena[113], che la dicono composta di cinque mila cavalli,
quindici mila fanti e dieci mila balestrieri. Ne era capitan generale
_Roberto_ figliuolo del conte di Fiandra, accompagnato da copiosa
nobiltà oltramontana. Trovò il marchese di Monferrato collegato, e i
Torriani col popolo di Milano favorevoli, dai quali ricevè abbondante
provvisione di vettovaglia. Ma nemici ed opposti a questa gente
erano il marchese Oberto Pelavicino e Buoso da Doara coi Cremonesi,
Pavesi, Piacentini ed altri Ghibellini di Lombardia, i quali,
condotti dall'interesse della lor fazione, e insieme dai danari del
re Manfredi, coi lor carrocci e con grande sforzo d'armati andarono a
postarsi a Soncino, per contrastarle il passo. V'andò anche il conte
Giordano[114], spedito colà da Manfredi con quattrocento lancie, e
una bella compagnia di Napoletani a cavallo. Pertanto fu d'uopo che
l'esercito franzese prendesse la volta del territorio di Brescia,
nella qual città il marchese Pelavicino avea posto un buon presidio.
Passarono essi l'Oglio a Palazzuolo, e giunti fin sotto le mura di
Brescia, vi gettarono dentro molte saette nel dì 9 di dicembre. Se
non veniva loro meno la vettovaglia, forse prendevano quella città
molto sbigottita. Arrivati a Monte Chiaro, quivi trovarono giunti in
aiuto loro _Obizzo marchese_ d'Este signor di Ferrara coi Ferraresi, e
_Lodovico conte_ di San Bonifazio coi Mantovani. Uniti poi con essi,
diedero varii assalti a Monte Chiaro, e se ne impadronirono, siccome
ancora di altre terre, che quasi tutte distrussero, con farvi prigioni
quattrocento cavalli e mille fanti del marchese Pelavicino[115].
Commisero dappertutto l'enormità che si possono immaginare, senza
ricordarsi d'essere cristiani e crociati. Non si allentò mai esso
marchese con tutti i suoi di far fronte a questa armata nemica,
deludendo con ciò le speranze di Manfredi, Ricordano Malaspina[116],
Dante ed altri incolpano di tradimento Buoso da Doara, che, corrotto
dal danaro del Francesi, talmente dispose le cose, che i nemici senza
contrasto passarono. Più verisimile è ch'eglino tali forze non avessero
da poter avventurare una battaglia con sì poderoso esercito nemico.
Comunque sia, pervenuti i Franzesi sul Ferrarese, vi trovarono
preparato dal suddetto marchese Obizzo un ponte sul Po, per cui
valicarono il fiume. Scrive il Sigonio[117] che dieci mila Bolognesi
marciarono a Mantova in soccorso dell'armata franzese. Io non ne truovo
parola negli scrittori d'allora, e neppur nelle Croniche di Bologna.
Certo non sussiste il dirsi da Ricordano che l'esercito franzese passò
per Parma. Con esso bensì andarono ad unirsi i Guelfi fuorusciti di
Toscana in numero di più di quattrocento cavalieri, tutti riccamente
guerniti d'armi e di cavalli, de' quali era condottiere il conte
Guido Guerra. Passando poi per la Romagna, marca d'Ancona e Spoleti,
se crediamo a Ricordano e ad altri autori, arrivarono finalmente a
Roma circa le feste del Natale. Ma sapendosi che quell'esercito era
tuttavia sul Bresciano verso la metà di dicembre, non può stare un
sì frettoloso arrivo d'esso a Roma. Saba Malaspina[118], dopo aver
narrata la coronazione del conte Carlo fatta nel dì dell'Epifania
dell'anno seguente, scrive: _Jam Gallicorum post haec superveniens
multitudo circumfluit; jam totus regis Karoli exspectatus exercitus
Romam venit_. Però verso la metà del gennaio susseguente dovette
l'armata suddetta comparire alla presenza del suo signore in Roma.
Avea fatto in questo anno, prima del fin qui mentovato successo, la
città di Brescia[119] dei movimenti per sottrarsi alla signoria del
marchese Oberto Pelavicino. Per questo presi alcuni di que' nobili,
furono condotti nelle carceri di Cremona. Un segreto concerto fu fatto
dipoi che _Filippo dalla Torre_, signor di Milano, di Bergamo e d'altre
città, venisse con assai brigate a Brescia in un determinato giorno
del mese d'agosto, per sostenere la sollevazione del popolo. Accadde
che il Torriano, allorchè si disponeva per cavalcare a quella volta,
sorpreso da subitaneo malore, cessò di vivere. Non per anche s'era data
sepoltura al di lui cadavero nel monistero di Chiaravalle, che _Napo_
ossia _Napoleone_ dalla Torre suo parente si fece proclamare signor di
Milano. Rimasero per questo accidente in grave sconcerto i Bresciani.
Fecero bensì due tentativi per liberarsi dall'oppressione del
Pelavicino, ma questi ridondarono solamente in loro danno. Moltissimi
de' nobili furono presi e mandati a penar nelle prigioni di Cremona; ad
altri non pochi fu, dopo i tormenti, levata la vita: il che sempre più
accrebbe l'odio di quel popolo verso chi allora li signoreggiava.