[66] Paris de Cereta, Annal. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[67] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.
[68] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Ital. Gualvaneus
Flamma, in Manip. Flor.
[69] Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus,
Memor. Bonon., tom. 18 Rer. Ital.
[70] Antiquit. Italic., Dissert. XIV.
[71] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[72] Raynaldus, in Annal. Eccl.
[73] Continuat. Nicolai de Jamsilla. Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 7.
[74] Theodoricus de Vallicol., in Vita Urbani IV, P. I, tom. 3 Rer.
Ital.
[75] Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.
[76] Giovanni Villani, lib. 6, cap. 90.
[77] Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
[78] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[79] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 299.
[80] Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[81] Stephanardus de Vimercato, tom. 9 Rer. Italic.
[82] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[83] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[84] Matth. de Griffonibus, Memor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.
[85] Sigonius, de Regno Ital., lib. 19.
[86] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 6.
[87] Matth. Paris, Hist. Angl.
Anno di CRISTO MCCLXIV. Indizione VII.
URBANO IV papa 4.
Imperio vacante.
L'anno fu questo in cui il romano pontefice _Urbano IV_ istituì la
festa del Corpo di Cristo[90]. E perciocchè egli finalmente si avvide
che il fulmine degli interdetti, sì allora frequenti, si volgeva in
danno della santa religione, e raffreddava anche i buoni nel culto
di Dio e negli esercizii della pietà, temperò il rigor di quel rito,
incognito per tanti secoli alla Chiesa di Dio, e introdotto solamente
per castigar popoli cattivi, e non già popoli innocenti, con permettere
a porte chiuse ed esclusi gli scomunicati, l'uso delle messe e de'
sacramenti. Se non nel precedente anno, certamente nel presente, fu
stabilito l'accordo fra il pontefice e _Carlo conte_ d'Angiò e di
Provenza. Siccome fu accennato di sopra, avea prima esso papa esibito
il regno di Sicilia e Puglia al santo re di Francia _Lodovico IX
_per uno de' suoi figliuoli; ma questi non volle accudire a sì fatto
acquisto, in cui conveniva adoprar l'armi per levarlo a _Corradino_,
che vi avea sopra delle buone ragioni, e per dispossessarne _Manfredi_,
amendue principi cristiani. Contentossi bensì che il suddetto Carlo
suo fratello accettasse l'offerta fattagli dal pontefice con quelle
condizioni che si leggono negli Annali Ecclesiastici del Rinaldi.
Accadde che in questi tempi saltò in testa al popolo romano di volere
per senatore e capo un principe potente. Una parte proponeva il re
Manfredi; un'altra il conte d'Angiò e di Provenza; e fu ancora proposto
_Pietro_ primogenito di _Jacopo re_ di Aragona. Al papa non piacque tal
novità per giusta paura che un principe di molta possanza pregiudicasse
di troppo all'autorità temporale pontificia in Roma, e massimamente
se la dignità fosse conferita in vita al nuovo senatore. Il perchè
egli stesso, per escludere gli altri due mal veduti concorrenti, aiutò
l'esaltazione del conte Carlo sua creatura al grado senatorio, ma con
certi patti ch'egli non ebbe difficoltà di accettare, perchè altrimenti
protestava il papa di non volergli attener la promessa del regno di
Sicilia[91]. Acconciati che furono questi affari, spedì Carlo a Roma
un suo vicario a prendere il possesso della dignità senatoria. Non
erano ignoti a Manfredi questi trattati del papa tendenti alla sua
rovina; e però anch'egli cominciò a far de' preparamenti. Nè solamente
si tenne sulla difesa, ma diede principio alle offese, con inviare
un grosso corpo di Saraceni e Tedeschi sul territorio romano, e con
tirare nel suo partito Pietro da Vico, signor potente nelle parti
del Patrimonio di San Pietro[92]. Fu occupata dall'armi di Manfredi
la città di Sutri, e ricuperata da Pandolfo conte dell'Anguillara
colla rotta da' Saraceni. Per esso Manfredi in Roma stessa il partito
de' Ghibellini andava macchinando delle sedizioni, e Riccardo degli
Annibaldi s'impadronì d'Ostia. Mandarono a voto le trame e i tentativi
del suddetto Pietro da Vico, che, avendo intelligenza in Roma, si
pensava di potervi entrare. Restò costui sconfitto dai Romani. E
quantunque l'esercito di Manfredi sotto il comando di Percivalle d'Oria
avesse preso molte castella, pure in vicinanza di Rieti ebbe una grave
percossa dall'esercito pontificio crocesignato: giacchè Urbano avea
fatta predicar la croce contra di Manfredi, assolvendo chiunque l'avea
presa per andar contro gl'infedeli, purchè militasse contra di questo
più vicino nemico.
Succederono altri combattimenti, ora prosperi ed ora contrarii,
secondo l'uso della guerra, ch'io tralascio, per dire che intanto,
dopo essersi trattenuto papa Urbano circa due anni in Orvieto, ben
trattato e ricevuto da quel popolo, gli convenne infine ritirarsene mal
soddisfatto. Perchè gli Orvietani presero il castello di Bizunto e lo
ritennero per sè contro la volontà del papa, egli se ne partì e andò
a Perugia. Infermatosi per istrada, appena fu giunto in quella città,
che diede fine a' suoi giorni, nel dì due d'ottobre; e fu creduto[93]
che una gran cometa, la quale cominciò a vedersi d'agosto, e sparve
allorchè egli mancò di vita, avesse predetta la sua morte. Le azioni
illustri di questo pontefice si veggono descritte in versi da Teodorico
di Valcolore[94], dal Rinaldi[95] e da altri. Vacò dipoi la santa
Sede quattro mesi e cinque giorni, non potendosi accordare i cardinali
nell'elezione del successore, benchè tempi sì pericolosi e sconcertati
esigessero un pronto rimedio. In quest'anno ancora _Azzo VII_ marchese
d'Este[96], mentre governava in istato pacifico la città di Ferrara,
pagò il tributo della natura, correndo il dì 17 di febbraio, nell'anno
cinquantesimo di sua età, e ventesimoquarto del suo principato in
Ferrara: principe di gloriosa memoria per l'insigne sua pietà, per
la sua clemenza e per altre virtù, costantissimo sempre nel partito
della Chiesa, contro tutti gli sforzi di Federigo II Augusto, di
Eccelino e d'altri suoi nemici. Leggonsi le sue lodi presso il Monaco
Padovano. L'autore della Cronica picciola di Ferrara[97], tuttochè
gran Ghibellino, confessa che chiunque ancora de' Ferraresi era della
fazion ghibellina, con vere lagrime onorò la di lui sepoltura. Di due
Beatrici Estensi monache, le quali per le loro virtù meritarono il
titolo di beate, l'una fu sua sorella, l'altra figliuola. Lasciò egli
erede dei suoi Stati _Obizzo_ suo nipote, nato dal figliuolo _Rinaldo_,
a lui premorto. Appena fu ritornato il popolo dal di lui funerale, che
nella piazza si tenne un general parlamento, dove di comun consenso
fu proclamato signor di Ferrara il suddetto marchese Obizzo[98], a cui
fu conferito un'ampia balìa. Secondo gli Annali Vecchi di Modena[99],
e per attestato d'altri scrittori[100], circa la metà di dicembre, la
fazione degli Aigoni, cioè de' Guelfi di Modena, capi de' quali erano
Jacopino Rangone e Manfredi dalla Rosa, cacciò fuori della città la
parte ghibellina, appellata de' Grasolfi. Accorsero nel dì seguente in
aiuto d'essi Guelfi il marchese d'Este, cioè Obizzo suddetto, con assai
brigate di Ferraresi, e Lodovico conte di San Bonifazio co' Mantovani.
Abbiamo da Ricordano Malaspina[101] che anche i fuorusciti guelfi di
Toscana, abitanti allora in Bologna, intervennero a questa cacciata de'
Ghibellini da Modena, e vi restarono morti alcuni d'essi. Ed affinchè
gli usciti non si ritirassero a Gorzano, quel castello fu preso e
smantellato. La mutazion di Modena si tirò dietro quella di Parma[102].
Ivi ancora vennero alle mani i Guelfi coi Ghibellini. De' primi erano
capi i Rossi. Finalmente, dopo varii combattimenti e bruciamenti di
case, i Ghibellini si diedero per vinti nel dì 29 di dicembre, e furono
eletti due podestà, cioè Giberto da Correggio e Jacopo Tavernieri,
con licenziare Manfredi de' Pii da Modena, allora podestà, e Matteo
da Gorzano parimente Modenese, eletto per l'anno venturo, che erano
di fazion ghibellina. Ebbero origine i movimenti di queste due città
dalla nuova già sparsa che Carlo d'Angiò conte di Provenza preparava
un poderoso esercito per passare in Italia contra del re Manfredi,
e in soccorso della parte guelfa. Di qui prese animo anche _Filippo
dalla Torre_, signoreggiante in Milano[103], di abbracciare il partito
de' Guelfi, con liberarsi del _marchese Oberto_ Pelavicino, la cui
condotta era già finita. Partissi da Milano con amarezza grande il
Pelavicino, e giunto a Cremona, in odio dei Torriani fece prendere
quanti mercanti milanesi passavano per Po. Unironsi ancora con lui i
nobili fuorusciti di Milano, dacchè videro sempre più allontanarsi
la speranza di rientrar nella patria. Seguì perciò guerra fra essi
Torriani e il marchese Oberto, ma senza avvenimenti degni di memoria.
Intanto si sottomisero volontariamente al dominio d'esso Filippo dalla
Torre le città di Bergamo, Novara, Vercelli e Lodi, la qual ultima
forse solamente ora, e non prima, come già Galvano dalla Fiamma ci avea
fatto sapere, elesse per suo signore il suddetto Filippo.