NOTE:

[57] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.

[58] Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital. Ghirardacci, Istor.

di Bologna nell'indice.

[59] Raynaldus, in Annal. Eccl.

[60] Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 298. Annales Mediolan., tom.

16 Rer. Ital.

[61] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.

[62] Chron. Senense, tom. 15 Rer. Ital.

[63] Ricordano Malaspina, cap. 173.

[64] Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital.

[65] Ptolomeus Lucens. Annal. Brev., tom. 11 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCLXIII. Indizione VI.

URBANO IV papa 3.

Imperio vacante.

Erano ben gravi in questi tempi gli sconcerti della cristianità[72].

In Soria andavano a precipizio gli affari di quei cristiani; i Tartari

e i Saraceni desolavano quel poco che loro restava, e colle scorrerie

giugnevano fino ad Accon. Era in pericolo anche Antiochia. Aggiungasi

la rabbiosa guerra che durava fra i Veneziani e i Genovesi, per cui

giù erano accaduti fra loro varii conflitti. I Greci, già tornati in

possesso di Costantinopoli, minacciavano gli Stati, de' quali erano

rimasti padroni i Latini, e specialmente l'Acaia. Per procurar dunque

rimedio a tanti malanni, il pontefice _Urbano_ scriveva caldissime

lettere al santo re di Francia _Lodovico_, richiedeva, ed anche

minacciando, danari dalle chiese di Francia e d'Inghilterra, ma

con ritrovar que' prelati poco compiacenti a contribuire, per varie

ragioni ch'essi adducevano. E si può ben credere disapprovato da molti,

che il papa, col non volere dar pace al _re Manfredi_ in Italia, nè

permettere l'esaltazione di _Corradino_ in Germania (mentre _Alfonso

re_ di Castiglia e _Riccardo_ d'Inghilterra contendevano tuttavia fra

di loro), lasciasse in un totale sconvolgimento, per l'avversione

alla casa di Suevia, questi due regni, che avrebbono potuto aiutar

la causa comune della cristianità. Ed appunto in quest'anno esso papa

citò di nuovo Manfredi a comparire[73], per giustificarsi, se potea,

di varii reati a lui apposti. Manfredi volea in persona venire alla

corte pontificia, e giunse con tal disegno fino ai confini del regno;

ma perchè gli parve di non aver sufficiente sicurezza da mettersi

in mano di chi era sì fortemente alterato contra di lui, non andò

più innanzi. In vece sua spedì ambasciatori, acciocchè umilmente

allegassero le scuse e giustificazioni sue; ma queste non ebbero la

fortuna di essere ascoltate[74]. Anzi furono interpretati per frodi

ed inganni tutti i passi di Manfredi, perchè concordia non si voleva

con lui; e intanto, secondo la Cronica di Reggio[75], con cui va

d'accordo Giovanni Villani[76], o era conchiuso, o certamente era

vicino a conchiudersi il trattato di dare il regno della Sicilia e

Puglia a _Carlo conte_ d'Angiò e di Provenza. Gli sconvolgimenti che

in questi tempi accaddero in Inghilterra, disobbligarono il papa da

ogni impegno dianzi contratto con quel re per conto della Sicilia.

Accomodossi anche a tal contratto il buon re di Francia _Lodovico IX_,

perchè non poca suggezione gli recava esso conte Carlo suo fratello,

dacchè sì spesso facea de' tornei, con tirare a sè i baroni di Francia.

Molto più volentieri vi acconsentì lo stesso Carlo, pel desiderio

di conquistare un sì bel regno: al che tuttodì l'istigava ancora

_Beatrice_ sua moglie, siccome quella che ardeva di voglia d'avere

il titolo di regina, per non essere da meno delle sue sorelle regine

di Francia e d'Inghilterra. Per altro non si può negare che non fosse

il conte Carlo degno di qualsivoglia maggior fortuna, perchè principe

di maestoso aspetto, e il più prode che fosse allora nelle armi, di

raro intendimento e saviezza; nè si poteva eleggere dopo i re principe

alcuno che fosse al pari di lui capace di condurre a fine sì rilevante

impresa. Secondo gli Annali di Genova[77], la flotta genovese, composta

di trentotto galee, siccome collegata con _Michele Paleologo_, nuovo

imperador de' Greci, andò per impedire che i Veneziani non portassero

soccorso a Negroponte, e venne con esso loro alle mani; ma si partì

malcontenta da quel conflitto. Navigò poscia verso Costantinopoli;

e non essendosi potuta accordare col Paleologo, se ne tornò dipoi a

Genova, ricevuta dal popolo con assai richiami ed accuse. Abbiamo dal

Dandolo[78], che nella suddetta battaglia presero i Veneziani quattro

galee de' Genovesi. Mancò di vita nell'anno presente, per attestato

di Galvano Fiamma[79], _Leone da Perego_ arcivescovo di Milano nella

terra di Legnano, e quivi fu vilmente seppellito. Nell'elezione del

successore s'intruse la discordia, di maniera che l'una parte elesse

_Raimondo dalla Torre_, fratello di _Martino_ signore di Milano, che

era allora arciprete di Monza, e l'altra _Uberto da Settala_ canonico

ordinario del duomo. Si prevalse di tale scisma il papa per crearne uno

a modo suo coll'esclusione di amendue gli eletti, giacchè in questi

tempi cominciarono i papi a metter mano nell'elezion de' vescovi,

con giugnere infine a tirarla tutta a sè, quando nel secolo undecimo

tanto s'era fatto per levarla agli imperadori e re cristiani, e

restituirla ai capitoli e popoli, secondo il prescritto degli antichi

canoni. Contrario in questi tempi agli interessi temporali della corte

pontificia era il governo e dominio dei Torriani e del _marchese

Oberto_ Pelavicino di Milano, perchè di fazion ghibellina, e però

trovandosi col cardinale Ottaviano degli Ubaldini _Ottone visconte_,

ad istanza di esso cardinale, fu questi creato arcivescovo di Milano:

cosa notabile per la storia di Lombardia, perchè di qui ebbe i suoi

principii la fortuna e potenza dei Visconti di Milano. Informato di ciò

Martino dalla Torre, se l'ebbe forte a male, tra per veder tolta alla

sua casa l'insigne mitra di Milano, e perchè Ottone, siccome di casata

nobile, avrebbe tenuto il partito degli altri nobili fuorusciti suoi

nemici, ed opposti al governo popolare dominante in Milano: nel che

non s'ingannò. Gli Annali Milanesi[80] ed altri autori mettono prima

di quest'anno la morte di Leone e l'elezion di Ottone. E veramente par

difficile l'accordar ciò che segue colla cronologia di Galvano.

Per ordine dunque del pontefice venne il nuovo arcivescovo Ottone in

Lombardia[81], e andò nel dì primo d'aprile a posarsi in Arona, terra

della sua mensa sul lago Maggiore. A questo avviso i Torriani col

marchese Oberto fecero oste sopra quella terra, e non men coll'armi

che coll'oro saggiamente adoperato la ridussero ai lor voleri. Ottone

secondo i patti uscito libero di là, se ne tornò a Roma; e i Torriani

spianarono nel dì cinque di maggio la rocca d'Arona, ed appresso quelle

eziandio d'Anghiera e di Brebia, spettanti all'arcivescovato[82].

Nè di ciò soddisfatti, occuparono l'altre terre e rendite degli

arcivescovi: per le quali violenze fu messa la città di Milano sotto

l'interdetto. Ma non andò molto che gravemente s'infermò Martino dalla

Torre; ed allorchè vide in pericoloso stato la sua vita, il popolo

milanese elesse in suo signore il di lui fratello _Filippo_. Morì

poscia Martino, e gli fu data sepoltura nel monistero di Chiaravalle

nel dì 18 di dicembre, presso Pagano dalla Torre suo padre. In

questo medesimo anno la città di Como più che mai fu sconvolta da due

fazioni, l'una dei Rusconi, e l'altra de' Vitani. La prima elesse per

suo signore Corrado da Venosa; e l'altra il suddetto Filippo dalla

Torre. Prevalse la possanza di Filippo, e perciò a lui restò l'intero

dominio anche di quella città. Parimente in Verona[83] _Mastino dalla

Scala_ maggiormente assodò il suo dominio, con iscacciarne Lodovico

conte di San Bonifazio e tutti i suoi aderenti, cioè la parte guelfa;

nè da lì innanzi la casa de' nobili di San Bonifazio, che tante

prerogative in addietro avea godute in quella città, vi potè rientrare,

per ricuperar almeno in parte l'antico suo decoro. Non mancarono in

quest'anno delle dissensioni civili nella città di Bologna[84], per

le quali seguirono ammazzamenti, e furono banditi più di ducento tra

nobili, dottori e popolari. Anche la città d'Imola venne lacerata

dall'animosità delle fazioni; e perciocchè ne fu cacciata la parte de'

Geremei, i Bolognesi andarono colà a campo, e riebbero quella città,

con ispianarvi dipoi i serragli e le fosse. Nè perciò quivi la pace

allignò. Per la seconda volta, se pure non fu una sola, Pietro Pagano,

il più potente di quella città, non solamente ne scacciò la parte de'

Britti, ma anche il podestà messovi da' Bolognesi, con distruggere le

lor case e torri. Sdegnato per questo insulto il comune di Bologna,

vi spedì l'esercito, che rimise in dovere quel popolo. Ciò forse

appartiene all'anno seguente. Aggiugne il Sigonio[85] che anche in

Faenza si provò il medesimo pernicioso influsso delle fazioni, con

averne quel popolo fatta uscire la famiglia degli Acarisi, ed essersi

sottratta dal dominio de' Bolognesi. Ma non aspettò essa l'armi per

tornare all'ubbidienza del comune di Bologna. Da una lettera di papa

Urbano IV all'arcivescovo di Ravenna data in Orvieto nel dì quinto di

gennaio dell'anno presente, e riferita da Girolamo Rossi[86], vegniamo

a conoscere che esso pontefice avea fatto de' processi _contra Ubertum

Pelavicinum, necnon et adversus quasdam communitates, et quosdam

nobiles ac magnates provincia e Lombardiae_, cioè contra le città e i

principi che teneano la parte ghibellina, quasi che il ghibellinismo

fosse diventato un gran delitto, e solamente fosse buon cristiano chi

era della parte guelfa.

Ed era ben infelice in questi tempi la maggior parte dell'Italia. Niuna

quasi delle città e terre da' confini del regno di Puglia sino a quei

della Francia e Germania andava esente da queste maledette fazioni,

cioè de' nobili contrarii al popolo, oppure de' Guelfi nemici dei

Ghibellini. Riposo non v'era. Ora agli uni, ora agli altri toccava

di sloggiare, o di andarsene in esilio. E ne avvenivano di tanto in

tanto sedizioni, civili risse e combattimenti, colla rovina delle case

e torri di chi andava di sotto. Da Roma stessa per tali divisioni era

bandita la quiete, di modo che il pontefice Urbano, poco fidandosi

di quella instabile cittadinanza, meglio amò di fissar la sua stanza

in Orvieto. Le città ancora più forti, ansiose di stendere la lor

signoria, per poco faceano guerra alle vicine di minor possanza. Con

tutto poi lo studio de' sacri inquisitori, e non ostante il rigor

delle pene, invece di sradicarsi l'eresia de' Paterini, ossia delle

varie sette de' Manichei, questa andava piuttosto crescendo. Altro poi

tuttodì non si udiva che scomuniche ed interdetti dalla parte di Roma.

Bastava d'ordinario seguitare il partito ghibellino, e toccar alquanto

le chiese, perchè si fulminassero le censure, e si levassero i sacri

uffizii alle città. Per tacere degli altri luoghi, tutto il regno di

Puglia e Sicilia si trovò sottoposto all'interdetto; ed uno dei gravi

delitti dell'imperador Federigo II e del re Manfredi fu l'averne voluto

impedir l'esecuzione. Se per tali interdetti, che portavano un grande

sconcerto nelle cose sacre, ne patissero e se ne dolessero i popoli,

e se crescesse perciò oppure calasse la religione e la divozion de'

cristiani, e provassero piacere o dispiacere gli eretici d'allora,

ognun per sè può figurarselo. Si aggiunsero le guerre, e talvolta

le crociate, fatte dalla Chiesa, non più contro ai soli infedeli, ma

contro agli stessi principi cristiani, e per cagion di beni temporali:

il che produceva de' gravi incomodi al pubblico. Per sostenere i lor

proprii impegni, se i principi dall'un canto aggravavano lo chiese

e commettevano mille disordini, anche i papi dall'altro introdussero

per tutta la Cristianità delle gravezze insolite alle chiese, delle

quali diffusamente parla Matteo Paris[87], con esprimere le cattive

conseguenze che ne derivavano. In somma abbondavano in questi tempi

i mali in Italia, e della maggior parte di essi si può attribuir

l'origine alla discordia fra il sacerdozio e l'imperio, risvegliata

sotto Federigo I Augusto, e continuata, anzi cresciuta dipoi sotto i

suoi discendenti. Noi, che ora viviamo, dovremmo alzar le mani al cielo

che ci tratta sì bene. Certamente neppur mancano guai ai nostri tempi;

e quando mai mancheranno alla terra, paese de' vizii? Tuttavia brevi

mali sono i nostri, anzi cose da nulla, in paragon di quelli che nel

presente secolo terzodecimo, e nei due antecedenti e susseguenti patì

la misera Italia. Finirò il racconto di questo anno, con dire che in

Parma[88] fu gran discordia fra le parti della Chiesa e dello imperio,

se si aveva da accettar per signore il marchese Oberto Pelavicino.

Si venne finalmente ad un accordo, con cui promisero i Parmigiani di

aiutare in qualsivoglia occasione esso marchese, e di pagargli ogni

anno mille lire di salario, obbligandosi all'incontro anch'egli di

non venir mai a Parma senza il consentimento di quel popolo. Questo

accordo, benchè si discreto, fu motivo bastante al papa per mettere

l'interdetto in Parma. E chi non si maraviglierà de' tempi di allora?

Secondo la Cronica di Siena[89], nell'anno presente i Guelfi fuorusciti

di essa città furono sconfitti alla Badia di Spineta dai Ghibellini

sanesi e tedeschi, e ne restarono molti prigioni, che poi con danaro si

riscattarono.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 11 / 216 题