[42] Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 5.
[43] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[44] Henric. Stero. Theodoric. Vallicolor., in Vita Urbani IV, P. I,
tom. 3 Rer. Ital. Nangius, et alii.
[45] S. Antonin., P. III, tit. 19.
[46] Raynald., in Annal. Eccles.
[47] Sabas Malaspina. Continuator Nicolai de Jamsilla. Barthol. de
Neocastro.
[48] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 297.
[49] Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.
[50] Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.
[51] Guillelmus Ventur., tom. 16 Rer. Ital.
[52] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[53] Raynald., Annal. Eccles.
[54] Caffari, Annal. Genuens, lib. 6, tom. 6 Rer. Ital.
[55] Monach. Patavinus, in Chron.
[56] Ricord. Malaspina, cap. 171.
Anno di CRISTO MCCLXII. Indizione V.
URBANO IV papa 2.
Imperio vacante.
Durava tuttavia la contesa dell'imperio fra _Riccardo conte_ di
Cornovaglia ed _Alfonso re_ di Castiglia, eletti amendue re in
discordia, senza che il papa sopra ciò prendesse risoluzione alcuna,
per timore di disgustar l'uno, se favoriva l'altro[59]. Impazientatisi
per così lunga e perniziosa vacanza alcuni principi di Germania,
inclinavano già ad eleggere _Corradino_ di Suevia, figliuolo del re
Corrado. Giuntane la notizia al pontefice _Urbano IV_, scrisse agli
elettori delle forti lettere, affinchè non facessero questo passo,
tanto abborrito dalla corte romana, con intimar la scomunica a chiunque
contravvenisse. Altre misure prese nello stesso tempo per abbattere
in Italia il _re Manfredi_. Leggesi una sua lettera a _Jacopo re_
d'Aragona, il quale avea scritto al papa per rimettere in grazia di lui
esso Manfredi, giacchè questi, sì bramoso di pace, non trovava se non
durezze nella corte pontificia. Urbano rigetta sopra di Manfredi tutta
la colpa del non essersi fatta la pace, e si diffonde in iscreditarlo
per quanto può, cominciandolo dagl'indecenti suoi natali, ad esagerando
varie sue colpevoli azioni, vere o credute vere, con esortare infine
il re ad astenersi dalle nozze della figliuola di Manfredi con suo
figliuolo _don Pietro_, e a non proteggere un palese nemico della
Chiesa romana. La lettera è scritta in Viterbo nel dì 26 di aprile;
e da essa apparendo che non era per anche effettuato il matrimonio di
_Costanza_ coll'infante don Pietro, è fallace chi lo riferisce all'anno
1260. Fece di più il pontefice. Cercò ancora di mandare a terra co'
suoi maneggi la lega fatta da _Lodovico IX_, poi santo re di Francia,
col suddetto re d'Aragona, e il progettato matrimonio d'_Isabella_
figliuola dell'Aragonese con _Filippo_ primogenito d'esso re Lodovico,
quantunque con gran pompa ne fossero stati solennizzati gli sponsali.
Il matrimonio nondimeno si fece, dappoichè furono date sicurezze al
papa di non dar assistenza alcuna nè agli Aragonesi, nè a Manfredi in
pregiudizio della santa Sede. Ma il maggior colpo di politica adoperato
dalla corte romana fu di esibire a quella di Francia il regno della
Sicilia. Pose il papa di nazion franzese gli occhi sopra _Carlo conte_
d'Angiò e Provenza, parendogli il più atto a questa impresa; e perocchè
egli era fratello del re Lodovico, ne trattò a dirittura col re
medesimo, con fargli gustare la bellezza e la facilità dell'acquisto.
Da una lettera del papa si scorge che il re, siccome principe
di delicata coscienza, non sapeva accomodarsi alla proposizione,
per timor di pregiudicare ai diritti dell'innocente _Corradino_,
discendente da chi avea con tanti sudori ricuperato quel regno dalle
mani degl'infedeli, e agli altri diritti che avea acquistato _Edmondo_
figliuolo del re d'Inghilterra per l'investitura della Sicilia a lui
data dal defunto papa _Alessandro IV_. Ma il pontefice gli levò questi
scrupoli di testa, e andò disponendo anche l'animo di Carlo conte
d'Angiò a così bella impresa.
Teneva Martino dalla Torre[60] nelle carceri una gran copia di nobili
milanesi, fatti prigioni nell'anno precedente. Fu messo in consiglio
che si avesse a far di loro. Erano di parere alcuni de' popolari
che, con levarli di vita, si togliesse lor l'occasione di far più
guerra alla lor dominante fazione. Martino rispose: _Quanto a me,
non ho mai saputo far un uomo, nè generar un figliuolo. Però neppur
voglio ammazzare un uomo_. Seguendo questa onorata massima, li mandò
tutti ai confini, chi a Parma, chi a Mantova e Reggio. Il popolo di
Alessandria in questo anno si riconciliò coi suoi fuorusciti, e li
rimise in città, con prendere per podestà il conte Ubertino Landi
Piacentino[61]. Ma nel novembre la famiglia del Pozzo fu forzata ad
uscire di quella città. I Sanesi[62], che nell'anno addietro si erano
impadroniti di Montepulciano, e vi aveano fabbricato un cassero, cioè
una fortezza, nel presente scacciarono dalla lor città la parte guelfa.
Intanto il conte Guido Novello, vicario del re Manfredi in Toscana[63],
a petizione de' Pisani, e colle lor forze ancora, tornò a far oste
sopra le terre de' Lucchesi. Prese Castigliano, sconfisse l'esercito
lucchese e gli usciti di Firenze, e fece molti prigioni. Ebbe dipoi
il castello di Nozzano, il ponte a Serchio, Rotaia e Sarzana. Negli
Annali Pisani[64] si veggono diffusamente narrati i fatti de' Pisani
contra de' Lucchesi, e non già sotto l'anno presente, ma bensì sotto
il susseguente, per cagione probabilmente della differente era: il
che vien anche attestato da Tolomeo da Lucca[65]. Perciò nell'anno, a
mio credere, seguente, il comune di Lucca, al vedersi così spelato, e
col timore anche di peggio, e inoltre per desiderio di riavere i suoi
prigioni, molti de' quali, presi nella rotta di Monte Aperto, penavano
tuttavia nelle carceri di Siena, segretamente cominciò a trattare
col conte Guido di fare i suoi comandamenti. Si convenne dunque che
Lucca riavesse i suo prigioni e le sue castella; che entrasse nella
lega dei Ghibellini di Toscana; e che prendesse vicario, coll'obbligo
di cacciar dalla città gli usciti di Firenze, ma non già alcuno de'
suoi cittadini. Ciò accordato ed eseguito, non rimase, in Toscana
città nè luogo che non si reggesse a parte ghibellina; e nulla giovò
che il papa vi mandasse per suo legato il _cardinal Guglielmo_, con
ordine di predicar la croce contra degli uffiziali del re Manfredi.
Per questa cagione gli usciti Fiorentini colle lor famiglie dopo molti
stenti si ridussero a Bologna, città che gli accolse con molto amore.
Tolomeo da Lucca mette questi fatti all'anno seguente. L'esempio del
_marchese Oberto_ Pelavicino, divenuto signore di Cremona, Brescia,
Piacenza ed altre città, e quello di _Martino dalla Torre_, dominante
in Milano, servì ai Veronesi per creare in quest'anno[66] capitano
della loro città _Mastino della Scala_: dignità che portava seco la
signoria. Così la famiglia della Scala diede principio al suo dominio
in quell'illustre città. Deposero i Genovesi[67] nell'anno presente
il loro capitano Guglielmo Boccanegra, venuto già in odio del popolo,
perchè a guisa di tiranno s'era dato a governar la città; e presero
per podestà Martino da Fano dottore di leggi. Essendo mancata in
Guglielmo figliuolo di Paolo la potente e nobil casa da Traversara
in Ravenna, e rimastavi una sola figliuola, per nome Traversana[68],
_Stefano_, figliuolo di _Andrea re_ d'Ungheria e di Beatrice Estense,
la prese per moglie, e n'ebbe in dote quell'ampia eredità. Stava questo
povero principe[69] nella corte del marchese Azzo VII d'Este, suo zio
materno, che il trattava da par suo, giacchè il _re Bela_ suo fratello
barbaramente gli negava fino il vitto e il vestito. Si truova egli
negli strumenti d'allora[70] intitolato _dux Sclavoniae_, e presso
Girolamo Rossi[71] _dominus domus Traversariorum_. Toltagli poi questa
moglie dalla morte, passò alle nozze con Tommasina della nobil casa
Morosina di Venezia, che gli partorì _Andrea_; e questi poi fu re
d'Ungheria.