[1] Roland., lib. 11, cap. 12.
[2] Gualvan. Flamma, Manipul. Flor., cap. 293.
[3] Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital.
[4] Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rer. Italic.
[5] Ventura, Chron. Astens., cap. 2, tom. 11 Rer. Ital.
[6] Roland., lib. 11, cap. 16.
[7] Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.
[8] Monach. Patavinus, in Chron.
[9] Roland., lib. 12, cap. 2.
[10] Annal. Mediolan.
[11] Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.
[12] Monachus Patavinus. Gualvaneus Flamma.
[13] Ventura, Chron. Astens., cap. 2, tom. 2 Rer. Ital.
[14] Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.
[15] Roland., lib. 12, cap. 10.
[16] Monach. Patavinus.
[17] Malvecius, Chron. Brixian.
[18] Antonio Campi, Istoria di Cremona.
[19] Raynald., in Annal. Eccl.
[20] Chronic. Placentin. Annales Mediol. Gualvan. Flamma.
[21] Matth. Paris, Hist. Angl.
[22] Pipinus, Chron., tom. 9 Rer. Ital.
[23] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. I.
Anno di CRISTO MCCLX. Indizione III.
ALESSANDRO IV papa 6.
Imperio vacante.
Andavano alla peggio gli affari dell'imperio de' Latini in Levante[26].
Però _Baldovino imperadore_, e il despota della Morea vennero in
persona in Italia a chiedere soccorsi ad esso Manfredi e al papa.
Avrebbe desiderato il pontefice di prestar loro aiuto; ma le forze
mancavano. Il solo Manfredi sarebbe stato valevole colle sue forze a
quell'impresa, se non si fosse scusato col non essere in grazia della
Sede apostolica, e colla necessità di dovere star in buona guardia
contro gli attentati della corte di Roma, la quale facea continui
maneggi per torgli il regno e darlo ad altro principe. Voglioso il
despota di levare di mezzo gli intoppi, andossene nel gennaio di questo
anno a trovare il pontefice, e trattò seco di pace. Condiscendeva
il non superbo papa Alessandro IV a riconoscere Manfredi per re e
a concedergli l'investitura, a condizione ch'egli restituisse gli
Stati e i beni tolti ai fuorusciti, e scacciasse dal regno tutti i
Saraceni, siccome nemici della religione, e gente che niun rispetto
portava alle chiese, e faceva mille mali in tempo di guerra. Al primo
punto consentiva Manfredi; al secondo non seppe accomodarsi. Non si
fidava egli dei nazionali suoi sudditi cristiani, ben sapendo che non
mancavano maniere alla corte di Roma di guadagnarli, e conoscendo
assai l'istabilità de' suoi baroni. La speranza di mantenersi era
da lui posta nelle numerose brigate de' Saraceni di Nocera, che
Roma non avrebbe mai potuto guadagnare. Il perchè sospettando che
la corte pontificia, qualora egli si fosse spogliato del braccio di
quegl'infedeli, più facilmente l'avrebbe potuto opprimere, rigettò
la proposizione, e piuttosto pensò a tirarne degli altri, non so se
dalla Sicilia, o pure dall'Africa, giacchè non ignorava i trattati
che si andavano facendo per muovere contro di lui l'armi di qualche
potente principe cristiano. Infatti ne fece venir moltissime bande,
che approdarono a Taranto e ad Otranto nel mese di maggio. Poscia
nel seguente luglio li mandò addosso alla Campania romana, ed egli
stesso (seguita a dire lo Spinelli) _andò in Romagnia, e tutta la
voltò sossopra_. Col nome di _Romagnia_ altro non si dee intendere,
se non la Romania greca, dove per difesa del despota suo suocero,
Niceforo Gregora[27] confessa che il re Manfredi spedì le sue truppe.
Nulla poi parlando Saba Malaspina, storico pontificio di questi tempi,
d'invasione fatta da Manfredi negli Stati della Campania, suddita della
Chiesa, questa si può sospettare insussistente, oppur cosa di poco
momento. In questi tempi il partito ghibellino della Lombardia, Toscana
e marca d'Ancona, fatto ricorso al patrocinio di Manfredi, trovò
buona accoglienza nella sua corte. Poche erano le città, i cui popoli
non fossero guasti dalle pazze parzialità, e però divisi fra loro.
Insigne ed ostinata era questa divisione nella marca suddetta[28]; ed
avendo i Ghibellini implorata l'assistenza di Manfredi, egli spedì
colà Percivalle da Oria suo parente con della cavalleria, il quale
trovò resistente a' suoi comandamenti la città di Camerino. L'ebbe
finalmente a patti; ma quel popolo da lì a poco per paura di lui
se ne fuggì, lasciandola abbandonata. Ancor qui la storia è molto
digiuna. Ma non così quella di Toscana. Perchè i ghibellini fuorusciti
di Firenze s'erano ritirati a Siena, città della stessa fazione, i
Fiorentini le mossero guerra[29]. Non aveano i Sanesi forze da potere
resistere alla potenza di Firenze; per questo i fuorusciti, seguendo
il consiglio di Farinata degli Uberti, lor capo ed uomo accortissimo,
spedirono ambasciatori al re Manfredi per impetrar soccorso. Con gran
fatica ne ottennero cento uomini d'armi tedeschi. Trovandosi poi essi
fuorusciti a Siena, in tempo che i Fiorentini erano venuti a oste
contra quella città, un dì avendo ben imboracchiata questa squadra
d'ausiliari, consigliatamente la spinsero addosso al campo nemico, ad
oggetto di maggiormente impegnare Manfredi alla lor difesa. Un fiero
squarcio nelle masnade fiorentine fecero i Tedeschi caldi del vino; ma
infine restarono tutti morti; e l'insegna di Manfredi, strascinata pel
campo, fu poi trionfalmente recata in Firenze. Rimandarono i Sanesi
e i fuorusciti i loro ambasciatori a Manfredi con venti mila fiorini
d'oro; e raccontate le immense prodezze di quei pochi Tedeschi, e lo
strapazzo fatto dai Fiorentini alla di lui bandiera, l'indussero a
spedire in Toscana Giordano da Anglone, conte di San Severino, con
ottocento cavalli. Con questo rinforzo, e coll'aiuto dei Pisani e
degli altri ghibellini di Firenze, ebbero i Sanesi un corpo di mille
ottocento cavalieri, la maggior parte tedeschi, e sparsero voce di
voler assediare Montalcino.
Per mezzo di due frati minori ingannati fece nello stesso tempo lo
scaltro Farinata segretamente intendere ai rettori di Firenze, che
quei di Siena darebbono loro una porta della città, purchè loro
facessero un regalo di diecimila fiorini, e venissero con grande
esercito a prenderne il possesso, sotto la finta di andare a fornir
Montalcino. Caddero nella ragna i Fiorentini. Richiesero la loro
amistà, ed avuta gente da Bologna, Lucca, Pistoia, Samminiato, San
Geminiano, Volterra, Perugia ed Orvieto, misero insieme un'armata
di più di trenta mila persone, e v'ha chi la fa ascendere sino a
quaranta mila[30]. Col carroccio e con fasto grande, come se andasse
ad un trionfo infallibile, si mosse l'oste fiorentina; ed arrivata che
fu a Montaperti nel dì 4 di settembre, in vece di veder comparir le
chiavi di Siena, eccoli uscirle addosso colla cavalleria tedesca tutto
il popolo di Siena in armi ed attaccar battaglia. Non s'aspettavano
i Fiorentini un incontro sì fatto; pure, ordinate le schiere, si
accinsero al combattimento; ma perchè molti traditori, ch'erano nel
campo loro, passarono in quel de' Sanesi, atterrita la cavalleria
fiorentina, si levò tosto di mezzo colla fuga, lasciando la misera
fanteria alla discrezion de' nemici. La mortalità di questi si fa
ascendere da Ricordano a due mila e cinquecento; da altri a quattro
mila. De' rimasti prigioni Ricordano parla solamente di mille e
cinquecento di quelli del popolo, e de' migliori di Firenze e di Lucca;
il che non può stare. Saba Malaspina[31] ne fa presi fin quindici mila;
e questo par troppo. Eccede poi ogni credenza il dirsi negli Annali di
Pisa[32] che dieci mila furono gli estinti e ventimila i prigionieri.
Quel che è certo, la sconfitta fu grandissima e delle più memorande di
questi tempi; e tale si compruova dagli effetti: il che suol essere il
più veridico segno delle grandi o picciole sconfitte. Sì sbigottita,
sì infievolita restò per questo colpo la città di Firenze, che le
nobili famiglie guelfe, per non soggiacere agl'insulti de' vincitori
Ghibellini, senza pensar punto alla difesa, come avrebbono potuto fare,
sloggiarono e andarono a piantar casa in Lucca. Fecero il simile i
Guelfi di Prato, di Pistoia, di Volterra, di San Gemignano e d'altre
terre e castella di Toscana coll'abbandonar le loro patrie, le quali
si cominciarono da lì innanzi a reggere a parte ghibellina. Nel dì 17
di settembre entrò il conte Giordano colle sue brigate, e cogli usciti
Fiorentini nella città di Firenze; ed appresso, avendo dovuto tornare
in Puglia, lasciò per vicario in Toscana Guido Novello de' conti Guidi.
Tennesi in Empoli un parlamento dai Sanesi, Pisani, Aretini, e dagli
altri caporali ghibellini, dove uscì fuori la matta proposizione di
distruggere affatto Firenze, come principal nido della parte guelfa.
Guai se non v'era Farinata degli Uberti, che caldamente si opponesse
a sì cruda voglia; quella bella città era sull'orlo della totale sua
rovina. Insomma gran cambiamento di cose avvenne in quest'anno in
Toscana, perchè, a riserva di Lucca, tutta quella provincia trasse
a parte ghibellina. Erasi, come dicemmo, ritirato Alberico da Romano
con tutta la sua famiglia nel castello di San Zenone sui confini del
Trivisano, fabbricato con tal cura, che per fortezza inespugnabile
era tenuto da tutti[33]. Ma i Trivisani, ricordevoli delle tante
ingiurie ricevute da questo tiranno, e ansiosi di sradicar dal mondo la
terribile e micidial razza de' signori da Romano, uscirono in campagna
sul principio di giugno, e, ricevuti soccorsi da Venezia, Padova,
Vicenza e da altri luoghi, strinsero d'assedio il suddetto castello,
e cominciarono a tempestarlo colle petriere e con tutte le macchine
e ordigni di guerra, che si usavano in questi tempi[34]. Tuttociò a
nulla avrebbe servito, se non si fosse adoperata un'altra più possente
macchina, cioè l'oro, con cui Mesa da Porcilia, ingegnere, oppur
comandante della cinta inferiore d'esso castello si lasciò guadagnare.
Sovvertì costui alquanti Tedeschi del presidio, i quali nel dì 25
d'agosto in un assalto fingendo di difendere, aiutarono gli assedianti
ad impadronirsi di quelle fortificazioni. Disperato Alberico si rifugiò
colla moglie e co' suoi figliuoli nella torre superiore; ed affinchè
si salvassero i suoi uomini, giacchè sapea che la festa era fatta per
lui, diede loro licenza di rendersi a buoni patti. Nel dì 26 del mese
suddetto fu consegnato Alberico con sua moglie Margherita, e quattro
suoi figliuoli maschi e due figliuole, in mano de' vincitori che ne
fecero gran tripudio. Marco Badoero podestà di Trivigi tanto tempo lor
concedette, quanto occorreva per confessarsi. Poscia sugli occhi del
padre furono senza misericordia alcuna tagliati a pezzi gli innocenti
fanciulli colla lor giovane madre; e finalmente colla morte di Alberico
si diede fine a quella orrida tragedia. Obbliarono in tal congiuntura
quei popoli le leggi dell'umanità; ma sì fiero era l'odio contro il
tiranno, sì grande la paura, che, lasciando in vita alcun rampollo di
così potente e crudel famiglia, a cui non mancavano parenti ed amici,
potesse un dì risorgere in danno loro, che ad occhi chiusi la vollero
sterminata dal mondo.
Celebre ancora fu l'anno presente per una pia novità, che ebbe
principio in Perugia, chi disse da un fanciullo, chi da un romito, il
quale asserì d'averne avuta la rivelazione da Dio[35]. Predicò questi
al popolo la penitenza, con rappresentar imminente un gravissimo
flagello del cielo, se non si pentivano e non faceano pace fra
loro. Quindi uomini e donne di ogni età istituirono processioni con
disciplinarsi, ed invocare il patrocinio della Vergine madre di Dio.
Da Perugia passò a Spoleti questa popolar divozione, accompagnata
da una compunzione mirabile, e di là venne in Romagna. L'un popolo
processionalmente, talora fino al numero di dieci e venti mila persone,
si portava alla vicina città, e quivi nella cattedrale si disciplinava
a sangue, gridando misericordia a Dio e pace fra la gente. Commosso il
popolo di quest'altra città; andava poscia all'altra, di maniera che
non passò il verno che si dilatò una tal novità anche oltramonti, e
giunse in Provenza e Germania, e fino in Polonia. Nel dì 10 d'ottobre
gl'Imolesi la portarono a Bologna[36], e venti mila Bolognesi vennero
successivamente a Modena[37], altrettanti Modenesi andarono a Reggio e
Parma, e così di mano in mano gli altri portarono il rito sino a Genova
e per tutto il Piemonte. Ma Oberto Pelavicino marchese e i Torriani non
permisero che questa gente entrasse nei territorii di Cremona, Milano,
Brescia e Novara; e il re Manfredi anch'egli ne vietò l'ingresso
nella marca d'Ancona e nella Puglia, paventando essi qualche frode
politica sotto l'ombra della divozione: del che fa gran doglianza il
Monaco Padovano[38]. Gli effetti prodotti da questa pia commozion de'
popoli furono innumerabili paci fatte fra i cittadini discordi, colla
restituzion della patria ai fuorusciti; e le confessioni e comunioni,
che erano assai trascurate in così barbari tempi; e le conversioni, non
so se durevoli, delle meretrici, degli usurai, e di altri malviventi
e ribaldi; e l'istituzione delle confraternite sacre in Italia, che,
a mio credere[39], ebbero allora principio sotto nome di compagnia
dei Divoti o dei Battuti, con altri beni concernenti il miglioramento
delle pietà e dei costumi, troppo allora disordinati nelle città
italiane. Ma perciocchè tal divozione nacque e si diffuse senza
l'approvazione del sommo pontefice, nè mancavano in essa disordini per
la confusion degli uomini colle donne[40], per gli alimenti di tanti
pellegrini, o per la mischianza ancora di alcuni errori, venne essa
meno in poco tempo, e fu anche riprovata da molti. Perchè i Bolognesi
non voleano rendere gli ostaggi de' Romani, se prima non era messo in
libertà Castellano d'Andalò lor cittadino, senatore di Roma[41] papa
_Alessandro IV_ sottopose in quest'anno all'interdetto la lor città,
per cui si partirono molti cherici, e li privò eziandio dello Studio.
S'accrebbero per questo le dissensioni civili in quella città fra non
poche famiglie nobili, e ne seguirono combattimenti ed ammazzamenti.
Tali discordie non dimeno non impedirono che, essendo venuti all'armi
i Guelfi e Ghibellini di Forlì, non accorresse colà l'esercito dei
Bolognesi, con far prigioni e condurre a Bologna assaissimi della
fazion ghibellina. La Cronica Bolognese ha che, in occasione della
divozion de' Battuti, ossia de' Flagellanti, giunta a Roma, quel popolo
rilasciò tutti i prigioni, e fra gli altri la famiglia del suddetto
Castellano; e ch'egli medesimo ebbe la sorte di potersene fuggire. Ma,
o forse tal fuga accadde nell'anno seguente, oppure non per questo i
Bolognesi s'indussero a licenziar gli ostaggi, volendo prima che fosse
rifatto il danno e rimediato all'affronto. Circa questi tempi, per
opera di un giovane tedesco, Monte di Trapani in Sicilia si ribellò al
re _Manfredi_[42]; e, portatosi a quella volta Federigo, ossia Festo
Maletta vicario del re, vi fu proditoriamente ucciso dal medesimo
Tedesco. Ma accorsovi il marchese Federigo Lancia, capitan generale
della Sicilia, obbligò quel popolo alla resa. Durava tuttavia lo sdegno
del marchese Oberto Pelavicino contra de' Piacentini, dappoichè era
stato scacciato dalla signoria di quella città. Fu rimessa la decisione
di tal controversia[43] in Buoso da Doara e in Martino dalla Torre,
i quali proferirono un assai ragionevole laudo. Ma i cittadini di
Piacenza nol vollero accettare. Irritato per questo il marchese Oberto,
formato un esercito di Cremonesi, Milanesi, Bresciani, Astigiani,
Cremaschi e Comaschi, ostilmente entrò nel distretto di Piacenza, ed,
impadronitisi del castello di Ponte Nura, con farvi prigioni ducento
settanta uomini, dopo averlo ben guernito e fortificato, se ne tornò a
Cremona. Tolto fu loro anche Noceto dai fuorusciti; ed avendo spedito
colà alcune squadre d'armati per ricuperarlo, furono queste sconfitte,
e bruciati poi e presi altri luoghi nel distretto di Piacenza. Per le
quali disavventure si trattò di nuovo di pace, e tornarono i Landi e
Pelavicini fuorusciti in quella città.