DAL PRINCIPIO DELL'ERA VOLGARE FINO ALL'ANNO 1500

Anno di CRISTO MCCLIX. Indizione II.

ALESSANDRO IV papa 5.

Imperio vacante.

Se nel precedente anno s'affollarono le calamità sopra l'Italia, il

presente abbondò di consolazioni. Non era uomo _Eccelino_ da sofferir

compagni nel dominio di Brescia[1]. Per isbrigarsi dunque da Buoso

da Doara, che col _marchese Oberto_ Pelavicino comandava alla metà di

quella città, siccome ancora a Cremona, propose d'inviarlo per podestà

a Verona. Buoso, persona accorta, che prevedeva i pericoli imminenti

a chi si metteva in mano d'un tiranno sì sanguinario, ricusò con

bella maniera, e poi stette ben in guardia per non essere colto. Non

finì poi la faccenda, che il marchese Oberto e Buoso dovettero cedere

ad Eccelino la signoria intera di Brescia, e ritirarsi a Cremona.

Ma rimasero ben inaspriti per questo tradimento; e perciò Oberto

segretamente si collegò con _Azzo VII_ marchese d'Este, co' Ferraresi,

Padovani e Mantovani; e Buoso anche esso trasse nella stessa lega

Martino della Torre col popolo signoreggiante in Milano, mercè di una

concordia stabilita fra loro per conto di Crema. Ma neppure stette in

ozio Eccelino. Fece anch'egli una segreta lega coi nobili di Milano.

Non abbiamo storico alcuno milanese che ci abbia ben dicifrato lo stato

allora di quella città. Il solo fra Galvano dalla Fiamma, dell'ordine

de' Predicatori[2], scrive che sul fine di marzo nacque dissensione

fra lo stesso popolo dominante in Milano. Volle l'una delle parti per

suo capo Martino dalla Torre, l'altra Azzolino Marcellino. Prevalse

il Torriano colla morte dell'altro. Allora i nobili, paventando la

forza di questo capo e del popolo, elessero per loro capo Guglielmo

da Soresina, e si fecero forti. Affin di quetare sì fiere turbolenze,

si trasferì a Milano Filippo arcivescovo di Ravenna legato pel papa,

che mandò ai confini i due suddetti capi. Il che vien anche asserito

dall'autore degli Annali Milanesi[3], senza por mente che tuttavia

Filippo legato era detenuto prigione in Brescia da Eccelino, e che

per conseguente all'anno precedente, prima della prigionia di lui,

dovrebbe appartener questo fatto. Avendo Martino rotti i confini, se ne

tornò a Milano, e fece stare colla testa bassa la nobiltà. Il perchè

Guglielmo da Soresina ed altri nobili, andati a Verona, promisero ad

Eccelino di dargli in mano la città di Milano. L'autore degli Annali

suddetti di Milano ci vorrebbe far credere che Leone arcivescovo colla

fazion de' nobili fosse cacciato fuori di Milano, e ch'egli stesso

ricorresse ad Eccelino, con offerirgli il dominio di Milano: il che non

sembra verisimile. A mio credere, parte dei nobili restata in Milano,

e non già tutti, se l'intese con Eccelino. Lo stesso pare che si possa

ricavare da Rolandino e dal Monaco Padovano[4], e chiaramente lo dice

Guglielmo Ventura[5]. Comunque sia, sappiamo di certo che Eccelino,

siccome vedremo, si mosse alla volta di Milano, lusingandosi già

d'avere in pugno quella nobilissima città. Ma si vuol prima avvertire

che nell'aprile del presente anno[6] i Padovani s'impadronirono

di Lonigo e di Custoza, togliendole ai Vicentini. Arrivati anche

alla grossa ed abbondante terra di Tiene, le diedero il sacco ed il

fuoco. Poscia nel mese di maggio presero la terra di Freola, e, ben

fortificatala, vi lasciarono un sufficiente presidio. Ad Eccelino,

tuttavia dimorante in Brescia, fu portata questa nuova, ed essa fu la

fortuna di molti poveri Veronesi accusati di tradimento; imperciocchè

avendo egli spedita una brigata di Tedeschi a Verona per condurre que'

miseri a Brescia, udito il fatto di Freola, montò in sì gran collera,

che fatti fermar per istrada i Tedeschi, in persona, correndo il mese

di giugno, mosse l'armata, e, portatosi colà, ripigliò quella terra;

e tutto quel popolo che umilmente e tosto se gli arrendè, fece legare,

grandi e piccoli. Molti d'essi levò dal mondo, nè lasciò andarne alcuno

senza segno della sua barbarie, con aver[7] fatto cavar gli occhi, o

tagliare il naso o un piede ad alcuni, e castrare i restanti. Fu questo

l'ultimo spettacolo della crudeltà di quel mostro.

Tornato a Brescia il tiranno, attese ad accrescere l'armata sua,

con assoldar nuova gente, e raunar tutti gli amici, per passare alla

sospirata conquista di Milano. Ad assicurarsi bene della felicità di

così bella impresa altro non ci mancava che sapere il giorno favorevole

in cui si dovea muovere l'armata sua; e questo dipendeva dal saper

leggere nel libro delle stelle. Teneva egli a tal fine molti strologhi

in sua corte, che gli rivelarono il punto preciso; se con certezza, si

vedrà fra poco. Racconta il Monaco Padovano[8] che nella di lui corte

onorati si vedeano Salione canonico di Padova, Riprandino Veronese,

Guido Bonato da Forlì, e Paolo Saraceno colla barba lunga, che pareva

un altro Balamo: tutti strologhi a lui cari. Sul fine dunque di

agosto[9], fingendo di voler far l'assedio degli Orci, s'inviò colà con

tutto l'esercito e con un magnifico treno, seco conducendo tutta ancora

la milizia di Brescia. Diede il guasto ai contorni: nel qual tempo

anche il marchese Oberto Pelavicino con Buoso da Doara e coll'armata

de' Cremonesi andò ad accamparsi a Soncino in faccia agli Orci col

fiume Oglio interposto, per vegliare agli andamenti di quel serpente.

Mossesi ancora a tali avvisi Azzo marchese d'Este colla milizia

ferrarese, ed unitosi co' Mantovani, andò a postarsi a Marcheria

sullo Oglio, per essere a tiro di darsi mano coi Cremonesi, secondo

i bisogni. Nello stesso tempo Martino dalla Torre con un potente

esercito di Milanesi uscì in campagna, e venne fino a Pioltello, ossia

a Cassano presso all'Adda, mostrandosi pronto in aiuto de' Cremonesi,

qualora fosse occorso. Eccelino intanto, rimandata a casa la fanteria

bresciana, e ritenuti solo i cavalieri, una notte all'improvviso valicò

il fiume Oglio a Palazzuolo; e continuato il viaggio fino all'Adda,

per un guado, fatto prima riconoscere, passò anche l'altro fiume nel

dì 17 di settembre, e s'avviò speditamente verso Milano. Da quattro o

cinque mila cavalli menava egli con seco. V'ha ancora chi dice più.

Era spedita quella illustre città, se a tempo non giugneva al campo

milanese l'avviso de' fiumi valicati da Eccelino. Allora Martino dalla

Torre, che ben intese dove mirava l'astuto tiranno, precipitosamente

fece marciar l'esercito, ed ebbe la fortuna di entrare in Milano prima

che vi si avvicinasse il nemico, e di rompere con ciò tutti i di lui

disegni. A questo avviso Eccelino diede nelle smanie, nè ad altro pensò

che ad impossessarsi della nobil terra di Monza, oppure a tornarsene

a Brescia. Virilmente si accinsero alla difesa i cittadini di Monza,

in guisa che, svanito ancor questo colpo, Eccelino passò a Trezzo,

al cui castello fece dare un furioso assalto, ma con trovarvi dentro

chi non avea men cuore de' suoi. Dati dunque alle fiamme i borghi di

quella terra, si ridusse a Vimercato, dove lasciò prendere posa alla

sua gente. Mostrava egli al di fuori sprezzo de' suoi avversarii, ma

internamente era combattuto da molesti pensieri per vedersi in mezzo a

paese nemico, e coi possenti Milanesi alle spalle, e con fiumi grossi

da valicare. E più poi si conturbò, allorchè gli venne nuova che il

marchese d'Este co' Ferraresi, Cremonesi e Mantovani s'era inoltrato

fino all'Adda, per contrastargli il passo, ed avea anche preso il

ponte di Cassano, alla cui guardia egli avea dianzi lasciate alcune

delle sue squadre. Allora furibondo con tutti i suoi prese il cammino

alla volta di Cassano, perchè, se vogliam credere a ciò che taluno

racconta[10], un diavolo gli avea predetto, che morrebbe ad Assano.

Interpretò Eccelino questa parola per Bassano, terra sua e de' suoi

maggiori; ma si raccapricciò poi all'udire Cassano. Sarà stata questa

un'immaginazione del volgo. Ora con tal vigore spinse egli la sua

gente contro i difensori del ponte, che quasi quasi pareano inclinati a

cedere; ma eccoti una saetta che va a ferire Eccelino nel piè sinistro,

e se gli conficca nell'osso.

Per tal accidente corse lo spavento in tutte le di lui brigate; ma

egli, mostrando intrepidezza, si fece portar di nuovo a Vimercato,

dove, aperta la piaga, e cavatane la freccia, i chirurghi il curarono.

Salì egli animosamente a cavallo nel dì seguente, ed informato di

un guado nell'Adda, con ardire si mise a passarlo, e gli venne fatto

di condurre di là tutti i suoi squadroni. Ma intanto ecco comparire

Azzo marchese d'Este coi Ferraresi e Mantovani, ed Oberto Pelavicino

marchese e Buoso da Doara coi Cremonesi, e circondare il nemico

esercito. I primi a dare di sproni a' cavalli per salvarsi furono i

Bresciani. Il che veduto da Eccelino, col resto della gente sua, ma

di passo e senza mostrare paura, s'inviò per cercare ricovero sul

territorio di Bergamo. Non glielo permisero i collegati, i quali,

avventatisi addosso alle di lui brigate, immantinente le sbandarono,

con farne assaissimi prigioni. Il più illustre ed importante fra

questi fu lo stesso Eccelino, al quale, dappoichè restò preso, un

indiscreto soldato diede due o tre ferite in capo, per vendetta

di un suo fratello, a cui il tiranno avea fatto tagliare una

gamba. Il Malvezzi[11] scrive che tali ferite gli furono date da

Mazzoldo de' Lavelonghi nobile bresciano, prima ch'ei fosse preso.

Il felicissimo giorno, in cui questa insigne vittoria avvenne, fu

il 27 di settembre[12], festa de' santi Cosma e Damiano. A folla

correva la gente per mirar preso un uomo sì diffamato per la sua

indicibil crudeltà, come si farebbe ad un orribilissimo mostro ucciso,

caricandolo ognuno d'improperii, e i più vogliosi di finirlo. Ma

il marchese e Buoso da Doara non permisero che alcuno gli facesse

oltraggio; anzi, condottolo a Soncino, quivi il fecero curare con

carità dai migliori medici. Tali nondimeno erano le sue ferite, che

da lì ad undici giorni in età di circa settant'anni se ne morì tal

quale era vissuto, senza segno di penitenza, e senza mai chiedere i

sacramenti della Chiesa. Come scomunicato fu seppellito fuor di luogo

sacro in un'arca sotto il portico del palazzo di Soncino. Oltre a

quello che diffusamente della crudeltà inudita e degli altri esecrandi

costumi di Eccelino, scrissero Rolandino e il Monaco Padovano, è da

vedere Guglielmo Ventura, che nella Cronica d'Asti[13] fa un'esatta

dipintura di quel poco di bene e di quell'infinito male che si

trovava in questo sì spietato tiranno. Avvertì egli che quanti ciechi,

storpi ed altri segnati dalla mano di Dio, o degli uomini, andavano

limosinando per l'Italia, tutti diceano d'essere stati conci così da

Eccelino: del che egli si vendicò. L'autore eziandio della Cronica di

Piacenza[14] parla delle buone e ree qualità di Eccelino. Pur troppo è

vero che a niuno dei tiranni è mancato qualche lodatore.

Non si può già esprimere il giubilo e la festa che per tutta la

Lombardia si fece all'udire tolto dal mondo l'assassino di tanti

popoli, il cui nome era troppo in orrore, e facea tremare anche

i lontani. D'altro non si parlava allora che di questo felice

avvenimento. Certificati della sua morte i Padovani corsero a Vicenza

per liberar quella città dal presidio postovi dal tiranno[15]. Non

potendola avere, ne bruciarono i borghi, e se ne tornarono a casa.

Da lì a tre dì fuggiti i soldati di Eccelino, i Vicentini si misero

sotto la protezione de' Padovani, i quali poscia a poco a poco se ne

fecero assoluti padroni. Parimente si sottomise la terra di Bassano

a Padova, con che crebbe di molto la potenza di questa città. A

cagion di tali vicende in Trivigi non si credette più sicuro Alberico

da Romano fratello dello stesso Eccelino, perchè ben consapevole

dell'odio immenso de' Trivisani e dei circonvicini popoli, ch'egli

s'era comperato colla sua crudel tirannia, non inferiore a quella del

fratello. Però quel popolo, assistito dalla forza della repubblica

veneta, fatta sollevazione, si rimise in libertà, e prese per suo

podestà Marco Badoero nobile veneziano[16]. Altrettanto fece la città

di Feltre. Finalmente la città di Verona ricuperò anch'essa la libertà;

richiamò Lodovico conte di San Bonifazio e gli altri fuorusciti,

ed elesse per suo podestà Mastino dalla Scala, la cui casa, dopo

qualche tempo, giunse alla signoria di quella città. La sola città di

Brescia si trovò ostinata in non voler quella pace che l'altre città

aveano abbracciata. Vi signoreggiava allora la fazion ghibellina, e

per quanto di forza e di preghiere adoperassero i fuorusciti guelfi,

sostenuti dalle città aderenti alla Chiesa, non poterono mai ottenere

di ripatriare. S'interpose fra le parti discordi l'astuto marchese

Pelavicino[17], e girò l'affare in maniera che, introdottosi in

Brescia, si fece eleggere signore di quella città dal popolo, lasciando

così delusi i fuorusciti, de' quali poi si dichiarò nemico. Avendo

egli trovato quivi tuttavia carcerato _Filippo arcivescovo_ di Ravenna,

legato del papa, benchè pregato con efficaci lettere da esso pontefice,

non si seppe indurre a rilasciarlo. Volle Dio che, ciò non ostante,

il buon prelato riacquistasse la libertà. Aiutato da chi gli volea

bene, una notte si calò egli felicemente con una fune dal palazzo, in

cui era custodito; ed uscito con segretezza fuori della città, dove

trovò preparato un cavallo, senza punto fermarsi, arrivò all'amica

città di Mantova. Teneva in questi tempi il marchese Oberto suddetto

corrispondenza col _re Manfredi_, e ne ricavava dei buoni aiuti di

borsa per sostenere il partito dei Ghibellini in Lombardia. Degli

amici ne avea in abbondanza per le città di questa provincia, perchè

considerato come capo d'essa fazione dopo la morte di Eccelino.

Nella lega ch'esso marchese Oberto avea fatta nel dì 11 di giugno

dell'anno presente in Brescello con Azzo marchese d'Este e d'Ancona,

con Lodovico da San Bonifazio, appellato conte di Verona, e coi comuni

di Mantova, Ferrara e Padova, la quale distesamente vien rapportato

da Antonio Campi storico cremonese[18], si legge: _Quod domini marchio

estensis, et comes Veronae, et, communia Mantuae, Ferrariae et Paduae,

habeant semper, teneant et foveant excellentissimum dominum Manfredun

regem Siciliae in amicum, et dent operam, quod dictus dominus rex ad

concordiam reducatur cum Ecclesia_. Per questo accordo fu il marchese

Oberto assoluto da non so qual religioso dalla scomunica; ma, siccome

osserva il Rinaldi[19], papa _Alessandro IV_ dichiarò nulla tale

assoluzione, nè volle ammettere Oberto e la lega suddetta, s'egli non

rinunziava all'amicizia e lega del re Manfredi. Prima che terminasse

il presente anno, Martino dalla Torre, capo de' popolari dominanti in

Milano[20], all'avviso che dopo la morte di Eccelino i nobili milanesi

fuorusciti s'erano rifuggiti in Lodi, accolti quivi dalla possente

famiglia da Sommariva, coll'esercito andò sotto quella città, nè

solamente costrinse a partirne i nobili, ma ancora divenne egli padrone

di quella città. Ciò non ostante, in considerando l'odio, l'invidia e

la forza de' nobili milanesi nemici suoi, e temendo d'essere un dì o

l'altro abbattuto, prese la risoluzione di gittarsi anche egli nelle

braccia del marchese Oberto Pelavicino, figurandosi di poter continuare

la sua autorità sotto l'ombra di lui. Operò dunque che il popolo

milanese prendesse per signore esso marchese solamente per cinque anni

col salario annuo di quattromila lire. Si trasferì pertanto Oberto a

Milano con secento cavalli ed altra soldatesca, parte cremonese e parte

tedesca, e, ricevuto con grande onore dai Milanesi, diede principio

al suo governo, e dipoi vi lasciò per governatore Arrigo marchese di

Scipione suo nipote. Ed ecco che quando si credea a terra la fazion

ghibellina per la morte di Eccelino, risorger essa vigorosa più che

mai. Aggiungono gli storici milanesi, che Oberto coll'andare del tempo

non corrispose alle speranze de' Torriani, studiandosi di abbassarli,

ma non gli venne già fatto; e noi vedremo tuttavia signoreggiare

in Milano la famiglia dalla Torre. Sollevaronsi in quest'anno[21]

gl'instabili Romani contra del loro senatore, cioè contra di Castellano

d'Andalò, zio del defunto Brancaleone, verisimilmente per maneggio

del papa, che nol potea sofferire; e, creati due senatori, andarono

ad assediarlo in una delle fortezze di Roma, dove egli s'era ritirato.

Bravamente si difese Castellano, confidato sempre di non averne male,

dacchè in Bologna erano ben guardati gli ostaggi a lui pure dati dai

Romani. Nella giunta alle storie di Matteo Paris si legge, che nel

presente anno papa Alessandro IV scomunicò il re Manfredi. Lo stesso

abbiamo dalla Cronica di Fra Pipino[22], e vien anche confermato dagli

storici napoletani. Abbiamo dal Guichenon[23], che _Tommaso conte_ di

Savoia, e già di Fiandra, principe rinomato per molte sue azioni, mancò

di vita nel dì primo di febbraio di questo anno: il che viene eziandio

asserito dagli Annali di Genova[24]. Da questo principe discende la

real casa di Savoia, oggidì regnante in Sardegna, Savoia, Piemonte,

Monferrato e in altre città. Perchè gli Astigiani non s'inducevano

a rilasciare i di lui figliuoli, dati loro in ostaggio, venne in

quest'anno a Genova il _cardinale Ottobuono_ del Fiesco, zio materno

d'essi principi, per passare ad Asti, e trattare della lor libertà.

_Pro liberatione nepotum ejus, filiorum quondam domini Thomae comitis

Sabaudiae._ Sono parole del Continuatore di Caffaro. Che esito avesse

il suo negoziato non apparisce. Fu bensì del tumulto in Genova al

ritorno di questo cardinale, perchè si temeva che egli facesse maneggio

per far deporre Guglielmo Boccanegra, il quale nell'anno 1257 era stato

creato capitano del popolo di Genova contro la fazion de' nobili. Ma

si quetò il rumore. Cominciò nell'anno presente _Carlo conte _d'Angiò

e di Provenza a mettere il piede nel Piemonte, dove si sottoposero

alla di lui signoria la città d'Alba e le terre di Cunio, Monte Vico,

Piano e Cherasco. E gli Aretini[25] una notte sorpresero la città di

Cortona, che era fortissima; ne disfecero le mura e le fortezze, e la

suggettarono al loro dominio, non senza grave sdegno e doglianza de'

Fiorentini.

Annali d'Italia, vol. 5 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 7 / 216 题