Chi ritrova la origine di questo avvenimento nella diserzione

militare, deduce in vero il principio della sua conseguenza. Ei

crede nata la marea in quel punto del lido in cui l'onda s'è rotta.

Il grido del riscatto arrivò tosto alla Reggia, e risvegliò la

memoria delle antiche promesse. Non tardò ad apparire l'effetto nel

decreto de' 7 luglio 1820.

In esso il re si compiacque di fondare nei suoi Stati la

costituzione di Spagna con quelle sole modificazioni che la

rappresentanza nazionale avesse potuto proporre.

Era questa la maggior parte del regno allora quando venne scossa

da questa nuova: né ascoltolla dai valorosi di Monteforte, ma dal

proprio sovrano. In tal caso la libertà, che in alcuni siti era

stata chiamata, giunse in altri inattesa: ma in tutti fu accolta

con quel vivo entusiasmo che accompagna la soddisfazione delle

lunghe speranze.

La riconoscenza del popolo superò la sua gioia.

Non acclamò egli giammai la costituzione di Spagna, senza mescervi

il nome di colui che gliel'avea accordata; e Ferdinando I non mai

potè tanto sulla sua nazione, che quando mise una legge al proprio

potere.

Sentí egli la sua gloria ed accumulò tutti i mezzi di consolidarla.

Sette giorni appena eran corsi, da che egli aveva adottata

la costituzione di Spagna, ed innanzi alla Giunta provvisoria

recentemente creata, ei ratificò la sua scelta col giuramento.

Tutti i principi suoi figli seguirono l'esempio: e la sua famiglia

ed il suo popolo non ebbero quindi che un patto.

Comparve il giorno piú celebre nei nostri annali politici, il primo

di ottobre. Nel volto d'infiniti spettatori si vedea brillare la

sorpresa, la riverenza ed il gaudio. Un tenero e taciturno contegno

era visibile nei vostri sguardi ed in tutti i vostri movimenti.

La conferma della costituzione di Spagna uscí appena dalle labbra

del re; ebbe egli appena invocato il tremendo nome di Dio, ed un

immenso concerto di voci che tutte insieme esprimeva gli affetti

piú cari, scosse le mura del tempio. Egli vide che la piú soave

sensazione di un monarca è il grido festoso e spontaneo della

riconoscenza di un popolo.

Fa d'uopo osservare che sorbí egli la soddisfazione fino all'ultima

stilla. Un fiore non fu sparso, non fu emesso un accento che non

risvegliasse nel di lui cuore un piacere distinto. Egli adornò con

l'augurio della vostra salute la giocondità della mensa; protestò

che i suoi sonni eran divenuti piú dolci; non si nascose il

vantaggio di aver vestito il suo trono d'una luce novella.

Fin da' 7 luglio dell'anno corrente aveva egli approvati con

anticipazione quegli atti che il suo vicario generale avesse

creduti opportuni per mandare ad effetto lo statuto di Spagna.

Fu spiegato ai 22 luglio il piú importante fra essi: fu stabilita

in fatti la pratica dell'elezione dei deputati, e fu determinata

la formola de' vostri poteri. Il governo medesimo credette allora

limitarli a mantenere salde le basi di quello statuto politico; né

veruna modificazione vi lasciò in dritto di fare, quando non fosse

richiesto dalla necessità di adattarlo alle circostanze del regno.

Unisoni a questa formola furono i vostri poteri: unisoni a questi

poteri furono i vostri giuramenti, ed unisoni a questi giuramenti

furono quelli del re ed il decreto del 7 luglio. L'obbligo di

rispettare i principî dello statuto di Spagna, e l'impossibilità

di sottometterlo a delle riforme importanti è dunque radicato nel

nuovo patto sociale, nella stessa indole de' vostri mandati, nella

religione del re e nella vostra.

So che l'invidia del bene ha posto in opera ogni macchina della

calunnia.

So che la gloria di un monarca, il quale affrancava il suo popolo,

si è deturpata con la taccia della violenza. I posteri crederanno

appena che l'ardimento della menzogna sia stato condotto si

oltre da voler togliere alla notorietà la sua evidenza. Ma se la

natura istessa dei fatti non rispondesse all'accusa, gioverebbe a

smentirla un documento della maggiore importanza.

Modificando la costituzione di Spagna, il Parlamento aveva

prescritto che per ogni provincia si eleggesse un consigliere

di Stato. S. M. si persuase che questa norma restringesse le sue

prerogative. Non si stette allora in silenzio, e non si contentò di

protestare. Usando anzi francamente dei regi suoi diritti, richiamò

alla memoria dell'assemblea il patto sociale, il giuramento comune,

l'inviolabile dovere di conservare le fondamenta della costituzione

adottata. Mostrò in tal guisa di non essere egli men libero,

allora quando aderiva alla rappresentanza del popolo, che allora

quando resisteva alla di lei opinione. Se l'unità di questo caso è

sufficiente ad escludere la soggezione del sovrano, non lo è meno

a render noto l'accordo fra i due principali poteri che dirigon lo

Stato.

Era questa la marcia sempre posata e prudente del nostro regime,

allorché delle nuvole incominciarono a stringersi verso il nostro

orizzonte politico. Gelosi della nostra indipendenza, non avevamo

offesa l'altrui. Né ragioni di fratellanza, né opportunità di sito,

né utilità di dominio ci avevano indotti a ricevere sotto il nostro

patrocinio le città sollevate di Benevento e Pontecorvo.

Gli ambasciatori dei sovrani di Europa avevano goduto nelle nostre

contrade di tutta la stima e di tutti i vantaggi che il loro grado

esigeva. La nostra libertà era del pari innocente, che urbana e

tranquilla.

Eppure i rappresentanti della nostra nazione trovavano chiuse le

porte di varie Corti di Europa. Eppure delle penne vendute alla

menzogna ed al biasimo, non tralasciavano di ventilar la fama della

nostra anarchia.

La curiosità di sapere il motivo di questi modi spiacevoli,

pareggiava la certezza di non averli meritati. Fra i nostri agenti

diplomatici vi fu chi prese ad appagarla.

Ecco ciò che in data de' 14 novembre egli scriveva sull'uopo:

«L'avversione dei gabinetti di Europa, a cagione del modo con cui

la Costituzione si è ottenuta, sembra formare il nodo piú forte

della questione europea per la sua essenza.

«La Camera unica dei deputati, le restrizioni della prerogativa

reale, l'incoerenza di partecipare ad un'assemblea, le negoziazioni

diplomatiche, la deputazione permanente, la nomina agli impieghi,

dei quali dispone il Parlamento, l'inceppamento del potere

esecutivo, l'odiosità del veto lasciato al solo governo, e questo

veto anche inefficace, perché solamente sospensivo, ed altre

disposizioni della costituzione spagnuola, si trovano dalle

varie potenze come tanti germi di discordia e di anarchia, e come

incompatibili con la tranquillità dell'Europa».

L'autore del rapporto indicava i mezzi opportuni a riparare

questi mali: « — mi sembra, egli diceva, di potere asserire

che tutti questi mezzi si riducono ad uno solo; la rifusione

della costituzione spagnuola, o piú tosto la formazione di una

costituzione napolitana. Mi pare che il punto decisivo sia questo.

E riguardo a questo punto il dilemma è breve: o venire incontro

con dignità ai desideri dell'Europa, o aspettarsi la guerra e

le conseguenze che ne verranno; o modificare da noi stessi la

costituzione o aspettare che altri venga a modificarla».

Il nostro agente diplomatico aggiungeva un consiglio. Era quello

di domandare l'intervento d'una gran potenza dell'Europa, onde,

in compenso delle riforme che avremmo apportate alla nostra legge

politica, ci procurasse la pace.

Noi non fummo persuasi dell'esistenza dei mali, e detestammo i

rimedi. L'unità della Camera aveva per noi un supplemento nel

Consiglio di Stato; non ci sembrava ristretta la prerogativa reale,

ma il potere dei ministri; non leggevamo prescritta la necessità

d'indicare all'assemblea legislativa le negoziazioni diplomatiche,

ma di renderle conto dei risultamenti di esse: trovavamo incapace

di essere molesta al governo una deputazione destinata alla sola

vigilanza: ignoravamo che il Parlamento nazionale avesse sugli

impieghi altro diritto, fuorché quello di presentar le terne per

lo stesso Consiglio: se la forza esecutiva è inceppata nel male,

la vedevamo sciolta nel bene; o il veto non ci si mostrava sotto

l'aspetto di odioso, o credevamo che la odiosità dovesse ferire

il Consiglio assai piú che il monarca; ma ci era dato infine il

convincerci della inefficacia di un atto che poteva differire per

anni la sanzione delle leggi, e che necessitava con questo mezzo al

consenso i due poteri sovrani.

Era ben lungi dalla nostra mente il pensiero che gli alti alleati

d'Europa volessero gradire il progetto dell'autore del rapporto.

La indipendenza del nostro regno è tanto sacra per essi, quanto

il dritto delle genti e l'opinione illibata della loro giustizia.

Quella storia, che avara per le generose azioni, ha profuso il suo

lusso per gli illustri misfatti, non ci presenterà l'aspetto di un

principe che abbia snudata la spada per costringere una nazione ad

avvilire le sue leggi. L'abolizione dei sacrifici umani coronò una

volta il trionfo d'un re di Siracusa: e fu scritto che egli allora

stipulava per l'umana natura. La servitú insanguinata d'un popolo,

disonorerebbe il piú grande di tutti i trionfi: e si scriverebbe

che si è combattuto e si è vinto per lo vitupero del buon senso o

per l'infortunio dell'uomo. Chi osò mai di supporre disposizioni sí

tristi nei magnanimi regolatori dell'Europa attuale?

Che se aveste obliata la loro virtú e la di loro grandezza, non

avreste potuto non sovvenirvi dei vostri poteri. Voi avreste

sempre letta nel tenore di essi l'impossibilità di aderire ad un

cangiamento essenziale del vostro statuto. Voi avreste riputato

contrario alla dignità di quel popolo che rappresentate ed alla

vostra costanza l'andare incontro all'intervento d'una potenza

straniera, per offerirle di permutare la libertà con la pace.

Riceveste adunque con gratitudine quel messaggio reale, che dimandò

il vostro parere sulla mediazione. Ma quando il ministro che vi

presentò il soglio, congiunse ad esso i progetti dell'autore del

rapporto, tutti i vostri sentimenti vi sboccarono dal cuore, e mi

suggerirono l'indirizzo dei cinque novembre.

Esprimeste in esso l'attaccamento ai vostri doveri, la vostra piena

fiducia ne' giuramenti reali, la decisione irremovibile dei vostri

committenti: la vostra.

I troni di Austria, di Russia e di Prussia erano stati fin

qui circondati da un cupo silenzio. La prima voce che da essi

ci venne, fu la prima testimonianza della loro giustizia. Non

c'internò quello sdegno che non abbiam meritato, ma il desiderio

di accordare un posto nel di loro consesso al nostro monarca. Fu

questo un introdurre nel gabinetto di Laybach la santità dei di

lui giuramenti, la legittimità del nostro cangiamento politico,

l'indipendenza e l'autorità del nostro patto sociale.

S. M. ci diresse il messaggio dei 7 ottobre, e noi vi scorgemmo due

punti. Manifestò l'uno il disegno di consentire all'invito dei suoi

alti alleati: manifestò l'altro le basi d'una costituzione novella,

e ci premurò a sospendere alcuna delle nostre incombenze.

La vostra commissione, o signori, non può ravvisare nell'una

che le intenzioni reali; non può ravvisare nell'altra che un

dispiacevole equivoco del direttore del foglio. È sicuramente degno

del cuore di Ferdinando I l'abbellire l'adunanza dei signori del

mondo, ed il prendere parte nella sublimità dei loro consigli.

Ma come mai avrebbe egli pensato di essere in caso di aderire ad

una costituzione novella? Avrebbe egli cancellato il decreto dei

7 luglio, i suoi giuramenti solenni, le sue ripetute proteste,

la nobiltà del proprio carattere? Piú non tornerebbero alla di

lui rimembranza quelle lagrime di tenerezza, le quali vennero

sparse nel primo di ottobre, quelle acclamazioni solenni che

accompagnarono la conferma dello statuto di Spagna, quegli accenti

interrotti, que' fiori che tanto interessarono il di lui cuore

commosso?

La virtú e la condotta del capo della vostra nazione piú non

sarebbero sinonimi? E colui che godeva chiamarsi il fondatore e

protettore del vostro statuto, presterebbe la mano a divellerlo?

E voi destinati, obbligati a mantenerne intatte le basi, potreste

voi consentirvi? Un cangiamento preparato da 20 anni diventerebbe

adunque per vostra colpa o per vostra negligenza retrogrado?

Rispetto, o signori, alla lealtà, alla fermezza del vostro Monarca.

Tutto ciò che è contrario alla di lui dignità, è per lui

impossibile. Se egli è pronto a partire per il congresso di

Laybach, non può essersi proposto che il generoso disegno di

dileguare le calunnie dei vostri nemici, di rendere sicura la

felicità con l'indipendenza del regno e di provare all'Universo che

non il palpito del timore, ma lo slancio della gloria gli dirigeva

la mano, allorché egli aderiva liberamente alla costituzione di

Spagna. Immaginare in lui altri fini è non riputarlo inviolabile:

è trasandar lo statuto. Non evvi infatti profanazione maggiore

della persona sacra d'un Re, che il supporlo non ricordevole della

propria parola.

Quale è dunque lo stato della controversia che voi avete a

risolvere? Negherete all'unione dei sovrani il desiderio di chi ha

stabilito fra voi il regime attuale, e vi priverete del piú grande

difensore della vostra indipendenza?

Perderete la opportunità di spedire un argomento vivente del

vostro buon diritto? Ed alla chiamata della giustizia risponderete

ferocemente col grido di guerra?

No, cittadini, non è tale il parere che la vostra commissione

m'impone di esporvi.

Ella ha creduto di unire nel decreto di cui vi rassegno il

progetto, la vostra dignità, la vostra intrepidezza, la vostra

fiducia nella virtú del monarca e de' suoi alti alleati, la

franchezza e l'onore del popolo da cui tenete i poteri.

Il vostro criterio ne giudichi: il Dio della verità e della buona

fede assicuri il vostro giudizio.

PASQUALE BORRELLI, relatore.

*

* *

_La commissione cui questo parere appartiene, era composta dei signori

Galdi, Poerio, Berni, generale Begani, colonnello Bausan, di Donato,

presidente Ricciardi, colonnello Visconti e Borrelli relatore._

—————

L'ULTIMA SEDUTA

DEL PARLAMENTO NAPOLETANO DEL 1820[89].

_15 marzo 1821._

_Presidenza del signor_ ARCOVITO.

Gli atti della tornata precedente sono approvati.

Il _signor Poerio_ è invitato dal presidente a dare gli ultimi

ragguagli venuti alla conoscenza della commissione di guerra sullo

stato dei nostri eserciti. L'onorevole deputato è alla tribuna.

— Le ultime nuove del secondo corpo d'esercito recano che le gole

di Popoli sono tuttavia libere; che i marescialli di campo Russo

e Montemajor, ed il colonnello Manthoné concentrano le loro forze

in Solmona: che un reggimento e due battaglioni di linea marciano

da Venafro a Castel di Sangro; che il corpo del generale Verdinois

era il di 12 del corrente in Ascoli; che l'intera legione Teramana

comandata dall'intendente colonnello Lucente sotto gli ordini di

quel generale e numerosa di seimila uomini era pronta a seguirlo.

Il movimento retrogrado di quel corpo fatto non piú per il lungo

cammino degli Abruzzi marittimi, ma per la strada consolare che

conduce nel cuore degli Abruzzi, ed il movimento progressivo dei

corpi che s'avanzavano da Castel di Sangro e da Solmona, uniti ai

rinforzi che sicuramente spedirà il governo, faranno ben presto

riprendere a quel nostro esercito le sue antiche posizioni.

Confidiamo perciò — ha aggiunto l'oratore — nella previdenza

di S. A. R. nell'accordo, nell'esperienza e nel patriottismo

dei generali, nel valore e nella buona volontà delle truppe.

Non dubitiamo dello slancio di tutte le milizie per la fantasia

alterata di pochi battaglioni, né disperiamo della salvezza della

patria per un disastro d'un sol momento e d'un sol luogo. Bandiamo

le diffidenze. Vinciamo con la nostra calma l'altrui costernazione;

e sopratutto non perdiamo di vista, che noi difendiamo la piú santa

e la piú bella delle cause; quella della politica indipendenza

del trono e della nazione. Rispetto profondo al Re, calda

resistenza agli stranieri, moderazione nella prosperità, fortezza

nell'infortunio; ecco i nostri doveri.

Adempiamoli, e costringeremo i nostri stessi nemici a stimarci. Può

essere incerta la sorte delle armi; ma non deve essere incerta mai

quella dell'onore!

(_L'onorevole deputato discende dalla tribuna in mezzo ai vivissimi

applausi_).

Il _signor Borrelli_. Voi avete emesso un decreto concernente la

formazione delle guerriglie; ma voleste che ognuna di esse fosse

formata di picciol numero di uomini. Ciò non potrebbe conseguire

il grande oggetto di tribulare fortemente il nemico. Io vi propongo

di aggiungere a quella saggia ed utile disposizione l'altra che vi

presento nel progetto di decreto, il quale è diretto ad autorizzare

la creazione di corpi franchi piú numerosi, e capaci perciò di

recare al nemico grave danno, e di ritardarne in tutti i punti il

cammino.

Comandati quei corpi da cittadini ardenti di concorrere alla

salvezza della patria, serviranno essi di singolare aiuto ai corpi

regolari dell'esercito, co' quali opereranno in tutti i punti di

accordo. Ecco il progetto di decreto:

*

* *

Considerando che niun mezzo dee trascurarsi per la difesa del regno

e per la salute della patria.

IL PARLAMENTO NAZIONALE

decreta:

1. Il ministro della guerra è autorizzato ad ordinare, dovunque

il creda opportuno, dei corpi franchi; preporre ai medesimi delle

persone, le quali abbiano la sua fiducia e quella della nazione, e

disporne in generale i movimenti.

2. La sussistenza di tali corpi franchi si regolerà come quella

delle guerriglie; giusta il metodo prescritto dal decreto degli 11

dello stesso mese. (_Approvazioni_).

Il _segretario Tumminelli_. Legge officio del ministro della

finanza, di risposta ad altro del Parlamento concernente i gravi

inconvenienti che avvengono nella posta della Sicilia, ove nulla

o poco è rispettato il segreto delle lettere. Il ministro domanda

che gli sieno date specifiche indicazioni, perché possa procedere

secondo la legge, contro gli impiegati infedeli.

Il _signor Trigona_. I deputati non possono rivelare i casi

specifici; eglino indicarono al ministro la norma da seguirsi,

quando lo tennero avvertito degli inconvenienti avvenuti. Nel

nostro segretariato sono depositate prove contro parecchi impiegati

delle poste.

Il _signor Morici_. Gli atti del Parlamento non giunsero mai in

regola nelle provincie; essi o arrivarono in ritardo, o mancarono

affatto. Noi abbiamo molte doglianze di questa natura.

Il _signor Vivacqua_. L'on. ministro avrebbe fatto meglio, se

invece di chiedere notizie specifiche dal Parlamento, avesse

inviato circolari ed ordini severi per far cessare tali colpevoli

abusi e far serbare la fede e l'esattezza che si richiede nel

servizio delle poste. La dimanda fatta dal ministro può solo

fomentare gli abusi, e far crescere la speranza dell'impunità nei

rei. Il Parlamento non può trasformarsi in autorità giudiziaria,

cui spetta raccogliere le prove delle infrazioni delle leggi e

punirle. Bisogna ripetere al ministro i medesimi uffizi in termini

generali ed invitarlo a rendere esatto, regolare e fedele il

servizio delle poste. (_Approvato_).

*

* *

Il reggimento del terzo leggiero si duole di essere stato lasciato

in Palermo; chiede di essere chiamato a far parte dell'esercito

destinato alla difesa della patria.

Il _presidente_. Si rimetta la dimanda al ministro della guerra.

Il _signor Colaneri_. Non basta rimetterla al ministro della

guerra. Quei soldati ed ufficiali valorosi, e vecchi alle armi,

credono onta rimanere oziosi in Sicilia, privi dell'onore di

aver parte in una lotta dalla quale dipende la indipendenza della

nazione e del trono. Il loro zelo è degno della vostra estimazione,

e simili domande meriterebbero la vostra approvazione. (_Onorevole

menzione al ministro della guerra_).

Il _signor Poerio_ osserva che il Parlamento in questa tornata

deve attendere all'esame degli stati discussi di due anni: quello

dell'anno 1821 e del prossimo 1822; osserva che la nazione ha

diritto a conoscere lo stato delle sue finanze; egli domanda con

istanza, che le commissioni attendano di urgenza a questo soggetto.

Luigi Alfonso chiede di armare un legno in corso contro il nemico

(_al ministro di guerra e marina_).

Il _signor presidente_. Il ministro di grazia e giustizia fece

conoscere al Parlamento la necessità d'una riforma nelle nostre

leggi penali, per render queste accomodate alla nostra costituzione

politica. La vostra commissione di legislazione vi presenta un

progetto di appendice a quella parte del nostro codice.

Ecco il progetto della Commissione:

*

* *

_Appendice alle leggi penali del regno delle Due Sicilie._

Art 1. La seconda parte dell'art. 1º delle leggi penali è riformato

nel modo seguente:

Ogni reato sarà punito con pene criminali, correzionali e di

polizia.

La commissione, sul rapporto del ministro di grazia e giustizia,

osservando che la seconda parte dell'articolo primo delle

leggi penali, in cui si dice _nessuna pena é infamante_, sia

contraddittoria coll'articolo 221 delle leggi civili: _La

condanna di uno dei coniugi a pene infamanti potrà essere causa di

separazione..._

Considerando che non è nelle mani del legislatore il dichiarare o

il togliere l'infamia da un'azione o da una pena, è di parere di

sopprimere la seconda parte dell'art. 1º del codice penale.

_Il signor Mazziotti_. — Io credo doversi conservare in quel primo

articolo le parole: _nessuna pena è infamante_, come si legge nel

codice. I legislatori non possono comandare alla pubblica opinione.

I _signori Berni e Vivacqua_ sostengono il progetto della

commissione ed opinano perciò di sopprimere le parole indicate.

(_Rimane approvato il parere della commissione_).

2. L'art. 3º delle medesime leggi sarà espresso cosí:

Le pene criminali sono:

1. La morte.

2. L'ergastolo.

3. I ferri.

4. La reclusione.

5. La relegazione.

6. L'esilio dal regno.

7. L'interdizione dei diritti pubblici.

8. L'interdizione dai pubblici offizi.

9. L'interdizione patrimoniale.

Il _signor Saponara_. L'ergastolo non fu mai conosciuto dai codici

dettati con filosofia ed umanità. Si lasci tal sorta di pena ai

barbari legislatori. Ad una nazione libera mal si conviene una pena

la quale, isolando per sempre dal consorzio degli uomini le vittime

di privati delitti, toglie alla legge il singolare beneficio

dell'esempio. Non si devono sottrarre dallo sguardo del popolo le

tristi conseguenze a cui conduce il delitto. Io propongo di abolire

la pena dell'ergastolo e sostituire ad essa i ferri a vita.

Il _cardinal Firrao_ e molti altri onorevoli deputati secondano

il preopinante. (Il Parlamento decide di sostituire alla pena

dell'ergastolo quella dei ferri a vita).

Il _signor Vivacqua_. Adottata la pena dei ferri a vita, rimane a

vedere se si debbano conservare le gradazioni nel codice prescritte

per la pena dei ferri. Il _maximum_ oggi giunge fino ai 30 anni.

Tolto l'ergastolo — pena intermedia — dai ferri a tempo alla morte,

si passa per salto. L'ergastolo non viene rimpiazzato dai ferri a

vita, i quali certamente si confondono coll'ultimo grado di questi

a 30 anni. Io propongo ridurre il massimo dei ferri a tempo a 20

anni. Allora il primo grado sarà sino a 5 anni; il secondo sino a

10; il terzo sino a 15; il quarto sino a 20. (Il Parlamento approva

il parere della commissione e la pena temporanea dei ferri rimane

da 7 a 20 anni).

3. La pena di morte si esegue colla decapitazione, salvo le

disposizioni dello statuto militare intorno alla fucilazione.

Sono aboliti tutti i gradi di pubblico esempio, stabiliti dall'art.

6º delle leggi penali.

L'esecuzione sul luogo del commesso misfatto, o in luogo vicino,

potrà essere, secondo le circostanze, ordinata dal giudice.

Il _signor Saponara_. Saggia é la disposizione del codice francese

per rendere esemplare e terribile la pena del parricida. Si

conservi la benda nera e la veste rossa e tutto il triste apparato

da quei legislatori sapientemente prescritto.

(_Il Parlamento approva l'art. 3º, con l'aggiunzione indicata dal

Saponara_).

Il Parlamento Nazionale Napoletano per gli anni 1820 e 1821: memorie e documenti · 第 7 / 9 段