militare, deduce in vero il principio della sua conseguenza. Ei
crede nata la marea in quel punto del lido in cui l'onda s'è rotta.
Il grido del riscatto arrivò tosto alla Reggia, e risvegliò la
memoria delle antiche promesse. Non tardò ad apparire l'effetto nel
decreto de' 7 luglio 1820.
In esso il re si compiacque di fondare nei suoi Stati la
costituzione di Spagna con quelle sole modificazioni che la
rappresentanza nazionale avesse potuto proporre.
Era questa la maggior parte del regno allora quando venne scossa
da questa nuova: né ascoltolla dai valorosi di Monteforte, ma dal
proprio sovrano. In tal caso la libertà, che in alcuni siti era
stata chiamata, giunse in altri inattesa: ma in tutti fu accolta
con quel vivo entusiasmo che accompagna la soddisfazione delle
lunghe speranze.
La riconoscenza del popolo superò la sua gioia.
Non acclamò egli giammai la costituzione di Spagna, senza mescervi
il nome di colui che gliel'avea accordata; e Ferdinando I non mai
potè tanto sulla sua nazione, che quando mise una legge al proprio
potere.
Sentí egli la sua gloria ed accumulò tutti i mezzi di consolidarla.
Sette giorni appena eran corsi, da che egli aveva adottata
la costituzione di Spagna, ed innanzi alla Giunta provvisoria
recentemente creata, ei ratificò la sua scelta col giuramento.
Tutti i principi suoi figli seguirono l'esempio: e la sua famiglia
ed il suo popolo non ebbero quindi che un patto.
Comparve il giorno piú celebre nei nostri annali politici, il primo
di ottobre. Nel volto d'infiniti spettatori si vedea brillare la
sorpresa, la riverenza ed il gaudio. Un tenero e taciturno contegno
era visibile nei vostri sguardi ed in tutti i vostri movimenti.
La conferma della costituzione di Spagna uscí appena dalle labbra
del re; ebbe egli appena invocato il tremendo nome di Dio, ed un
immenso concerto di voci che tutte insieme esprimeva gli affetti
piú cari, scosse le mura del tempio. Egli vide che la piú soave
sensazione di un monarca è il grido festoso e spontaneo della
riconoscenza di un popolo.
Fa d'uopo osservare che sorbí egli la soddisfazione fino all'ultima
stilla. Un fiore non fu sparso, non fu emesso un accento che non
risvegliasse nel di lui cuore un piacere distinto. Egli adornò con
l'augurio della vostra salute la giocondità della mensa; protestò
che i suoi sonni eran divenuti piú dolci; non si nascose il
vantaggio di aver vestito il suo trono d'una luce novella.
Fin da' 7 luglio dell'anno corrente aveva egli approvati con
anticipazione quegli atti che il suo vicario generale avesse
creduti opportuni per mandare ad effetto lo statuto di Spagna.
Fu spiegato ai 22 luglio il piú importante fra essi: fu stabilita
in fatti la pratica dell'elezione dei deputati, e fu determinata
la formola de' vostri poteri. Il governo medesimo credette allora
limitarli a mantenere salde le basi di quello statuto politico; né
veruna modificazione vi lasciò in dritto di fare, quando non fosse
richiesto dalla necessità di adattarlo alle circostanze del regno.
Unisoni a questa formola furono i vostri poteri: unisoni a questi
poteri furono i vostri giuramenti, ed unisoni a questi giuramenti
furono quelli del re ed il decreto del 7 luglio. L'obbligo di
rispettare i principî dello statuto di Spagna, e l'impossibilità
di sottometterlo a delle riforme importanti è dunque radicato nel
nuovo patto sociale, nella stessa indole de' vostri mandati, nella
religione del re e nella vostra.
So che l'invidia del bene ha posto in opera ogni macchina della
calunnia.
So che la gloria di un monarca, il quale affrancava il suo popolo,
si è deturpata con la taccia della violenza. I posteri crederanno
appena che l'ardimento della menzogna sia stato condotto si
oltre da voler togliere alla notorietà la sua evidenza. Ma se la
natura istessa dei fatti non rispondesse all'accusa, gioverebbe a
smentirla un documento della maggiore importanza.
Modificando la costituzione di Spagna, il Parlamento aveva
prescritto che per ogni provincia si eleggesse un consigliere
di Stato. S. M. si persuase che questa norma restringesse le sue
prerogative. Non si stette allora in silenzio, e non si contentò di
protestare. Usando anzi francamente dei regi suoi diritti, richiamò
alla memoria dell'assemblea il patto sociale, il giuramento comune,
l'inviolabile dovere di conservare le fondamenta della costituzione
adottata. Mostrò in tal guisa di non essere egli men libero,
allora quando aderiva alla rappresentanza del popolo, che allora
quando resisteva alla di lei opinione. Se l'unità di questo caso è
sufficiente ad escludere la soggezione del sovrano, non lo è meno
a render noto l'accordo fra i due principali poteri che dirigon lo
Stato.
Era questa la marcia sempre posata e prudente del nostro regime,
allorché delle nuvole incominciarono a stringersi verso il nostro
orizzonte politico. Gelosi della nostra indipendenza, non avevamo
offesa l'altrui. Né ragioni di fratellanza, né opportunità di sito,
né utilità di dominio ci avevano indotti a ricevere sotto il nostro
patrocinio le città sollevate di Benevento e Pontecorvo.
Gli ambasciatori dei sovrani di Europa avevano goduto nelle nostre
contrade di tutta la stima e di tutti i vantaggi che il loro grado
esigeva. La nostra libertà era del pari innocente, che urbana e
tranquilla.
Eppure i rappresentanti della nostra nazione trovavano chiuse le
porte di varie Corti di Europa. Eppure delle penne vendute alla
menzogna ed al biasimo, non tralasciavano di ventilar la fama della
nostra anarchia.
La curiosità di sapere il motivo di questi modi spiacevoli,
pareggiava la certezza di non averli meritati. Fra i nostri agenti
diplomatici vi fu chi prese ad appagarla.
Ecco ciò che in data de' 14 novembre egli scriveva sull'uopo:
«L'avversione dei gabinetti di Europa, a cagione del modo con cui
la Costituzione si è ottenuta, sembra formare il nodo piú forte
della questione europea per la sua essenza.
«La Camera unica dei deputati, le restrizioni della prerogativa
reale, l'incoerenza di partecipare ad un'assemblea, le negoziazioni
diplomatiche, la deputazione permanente, la nomina agli impieghi,
dei quali dispone il Parlamento, l'inceppamento del potere
esecutivo, l'odiosità del veto lasciato al solo governo, e questo
veto anche inefficace, perché solamente sospensivo, ed altre
disposizioni della costituzione spagnuola, si trovano dalle
varie potenze come tanti germi di discordia e di anarchia, e come
incompatibili con la tranquillità dell'Europa».
L'autore del rapporto indicava i mezzi opportuni a riparare
questi mali: « — mi sembra, egli diceva, di potere asserire
che tutti questi mezzi si riducono ad uno solo; la rifusione
della costituzione spagnuola, o piú tosto la formazione di una
costituzione napolitana. Mi pare che il punto decisivo sia questo.
E riguardo a questo punto il dilemma è breve: o venire incontro
con dignità ai desideri dell'Europa, o aspettarsi la guerra e
le conseguenze che ne verranno; o modificare da noi stessi la
costituzione o aspettare che altri venga a modificarla».
Il nostro agente diplomatico aggiungeva un consiglio. Era quello
di domandare l'intervento d'una gran potenza dell'Europa, onde,
in compenso delle riforme che avremmo apportate alla nostra legge
politica, ci procurasse la pace.
Noi non fummo persuasi dell'esistenza dei mali, e detestammo i
rimedi. L'unità della Camera aveva per noi un supplemento nel
Consiglio di Stato; non ci sembrava ristretta la prerogativa reale,
ma il potere dei ministri; non leggevamo prescritta la necessità
d'indicare all'assemblea legislativa le negoziazioni diplomatiche,
ma di renderle conto dei risultamenti di esse: trovavamo incapace
di essere molesta al governo una deputazione destinata alla sola
vigilanza: ignoravamo che il Parlamento nazionale avesse sugli
impieghi altro diritto, fuorché quello di presentar le terne per
lo stesso Consiglio: se la forza esecutiva è inceppata nel male,
la vedevamo sciolta nel bene; o il veto non ci si mostrava sotto
l'aspetto di odioso, o credevamo che la odiosità dovesse ferire
il Consiglio assai piú che il monarca; ma ci era dato infine il
convincerci della inefficacia di un atto che poteva differire per
anni la sanzione delle leggi, e che necessitava con questo mezzo al
consenso i due poteri sovrani.
Era ben lungi dalla nostra mente il pensiero che gli alti alleati
d'Europa volessero gradire il progetto dell'autore del rapporto.
La indipendenza del nostro regno è tanto sacra per essi, quanto
il dritto delle genti e l'opinione illibata della loro giustizia.
Quella storia, che avara per le generose azioni, ha profuso il suo
lusso per gli illustri misfatti, non ci presenterà l'aspetto di un
principe che abbia snudata la spada per costringere una nazione ad
avvilire le sue leggi. L'abolizione dei sacrifici umani coronò una
volta il trionfo d'un re di Siracusa: e fu scritto che egli allora
stipulava per l'umana natura. La servitú insanguinata d'un popolo,
disonorerebbe il piú grande di tutti i trionfi: e si scriverebbe
che si è combattuto e si è vinto per lo vitupero del buon senso o
per l'infortunio dell'uomo. Chi osò mai di supporre disposizioni sí
tristi nei magnanimi regolatori dell'Europa attuale?
Che se aveste obliata la loro virtú e la di loro grandezza, non
avreste potuto non sovvenirvi dei vostri poteri. Voi avreste
sempre letta nel tenore di essi l'impossibilità di aderire ad un
cangiamento essenziale del vostro statuto. Voi avreste riputato
contrario alla dignità di quel popolo che rappresentate ed alla
vostra costanza l'andare incontro all'intervento d'una potenza
straniera, per offerirle di permutare la libertà con la pace.
Riceveste adunque con gratitudine quel messaggio reale, che dimandò
il vostro parere sulla mediazione. Ma quando il ministro che vi
presentò il soglio, congiunse ad esso i progetti dell'autore del
rapporto, tutti i vostri sentimenti vi sboccarono dal cuore, e mi
suggerirono l'indirizzo dei cinque novembre.
Esprimeste in esso l'attaccamento ai vostri doveri, la vostra piena
fiducia ne' giuramenti reali, la decisione irremovibile dei vostri
committenti: la vostra.
I troni di Austria, di Russia e di Prussia erano stati fin
qui circondati da un cupo silenzio. La prima voce che da essi
ci venne, fu la prima testimonianza della loro giustizia. Non
c'internò quello sdegno che non abbiam meritato, ma il desiderio
di accordare un posto nel di loro consesso al nostro monarca. Fu
questo un introdurre nel gabinetto di Laybach la santità dei di
lui giuramenti, la legittimità del nostro cangiamento politico,
l'indipendenza e l'autorità del nostro patto sociale.
S. M. ci diresse il messaggio dei 7 ottobre, e noi vi scorgemmo due
punti. Manifestò l'uno il disegno di consentire all'invito dei suoi
alti alleati: manifestò l'altro le basi d'una costituzione novella,
e ci premurò a sospendere alcuna delle nostre incombenze.
La vostra commissione, o signori, non può ravvisare nell'una
che le intenzioni reali; non può ravvisare nell'altra che un
dispiacevole equivoco del direttore del foglio. È sicuramente degno
del cuore di Ferdinando I l'abbellire l'adunanza dei signori del
mondo, ed il prendere parte nella sublimità dei loro consigli.
Ma come mai avrebbe egli pensato di essere in caso di aderire ad
una costituzione novella? Avrebbe egli cancellato il decreto dei
7 luglio, i suoi giuramenti solenni, le sue ripetute proteste,
la nobiltà del proprio carattere? Piú non tornerebbero alla di
lui rimembranza quelle lagrime di tenerezza, le quali vennero
sparse nel primo di ottobre, quelle acclamazioni solenni che
accompagnarono la conferma dello statuto di Spagna, quegli accenti
interrotti, que' fiori che tanto interessarono il di lui cuore
commosso?
La virtú e la condotta del capo della vostra nazione piú non
sarebbero sinonimi? E colui che godeva chiamarsi il fondatore e
protettore del vostro statuto, presterebbe la mano a divellerlo?
E voi destinati, obbligati a mantenerne intatte le basi, potreste
voi consentirvi? Un cangiamento preparato da 20 anni diventerebbe
adunque per vostra colpa o per vostra negligenza retrogrado?
Rispetto, o signori, alla lealtà, alla fermezza del vostro Monarca.
Tutto ciò che è contrario alla di lui dignità, è per lui
impossibile. Se egli è pronto a partire per il congresso di
Laybach, non può essersi proposto che il generoso disegno di
dileguare le calunnie dei vostri nemici, di rendere sicura la
felicità con l'indipendenza del regno e di provare all'Universo che
non il palpito del timore, ma lo slancio della gloria gli dirigeva
la mano, allorché egli aderiva liberamente alla costituzione di
Spagna. Immaginare in lui altri fini è non riputarlo inviolabile:
è trasandar lo statuto. Non evvi infatti profanazione maggiore
della persona sacra d'un Re, che il supporlo non ricordevole della
propria parola.
Quale è dunque lo stato della controversia che voi avete a
risolvere? Negherete all'unione dei sovrani il desiderio di chi ha
stabilito fra voi il regime attuale, e vi priverete del piú grande
difensore della vostra indipendenza?
Perderete la opportunità di spedire un argomento vivente del
vostro buon diritto? Ed alla chiamata della giustizia risponderete
ferocemente col grido di guerra?
No, cittadini, non è tale il parere che la vostra commissione
m'impone di esporvi.
Ella ha creduto di unire nel decreto di cui vi rassegno il
progetto, la vostra dignità, la vostra intrepidezza, la vostra
fiducia nella virtú del monarca e de' suoi alti alleati, la
franchezza e l'onore del popolo da cui tenete i poteri.
Il vostro criterio ne giudichi: il Dio della verità e della buona
fede assicuri il vostro giudizio.
PASQUALE BORRELLI, relatore.
*
* *
_La commissione cui questo parere appartiene, era composta dei signori
Galdi, Poerio, Berni, generale Begani, colonnello Bausan, di Donato,
presidente Ricciardi, colonnello Visconti e Borrelli relatore._
—————
L'ULTIMA SEDUTA
DEL PARLAMENTO NAPOLETANO DEL 1820[89].
_15 marzo 1821._
_Presidenza del signor_ ARCOVITO.
Gli atti della tornata precedente sono approvati.
Il _signor Poerio_ è invitato dal presidente a dare gli ultimi
ragguagli venuti alla conoscenza della commissione di guerra sullo
stato dei nostri eserciti. L'onorevole deputato è alla tribuna.
— Le ultime nuove del secondo corpo d'esercito recano che le gole
di Popoli sono tuttavia libere; che i marescialli di campo Russo
e Montemajor, ed il colonnello Manthoné concentrano le loro forze
in Solmona: che un reggimento e due battaglioni di linea marciano
da Venafro a Castel di Sangro; che il corpo del generale Verdinois
era il di 12 del corrente in Ascoli; che l'intera legione Teramana
comandata dall'intendente colonnello Lucente sotto gli ordini di
quel generale e numerosa di seimila uomini era pronta a seguirlo.
Il movimento retrogrado di quel corpo fatto non piú per il lungo
cammino degli Abruzzi marittimi, ma per la strada consolare che
conduce nel cuore degli Abruzzi, ed il movimento progressivo dei
corpi che s'avanzavano da Castel di Sangro e da Solmona, uniti ai
rinforzi che sicuramente spedirà il governo, faranno ben presto
riprendere a quel nostro esercito le sue antiche posizioni.
Confidiamo perciò — ha aggiunto l'oratore — nella previdenza
di S. A. R. nell'accordo, nell'esperienza e nel patriottismo
dei generali, nel valore e nella buona volontà delle truppe.
Non dubitiamo dello slancio di tutte le milizie per la fantasia
alterata di pochi battaglioni, né disperiamo della salvezza della
patria per un disastro d'un sol momento e d'un sol luogo. Bandiamo
le diffidenze. Vinciamo con la nostra calma l'altrui costernazione;
e sopratutto non perdiamo di vista, che noi difendiamo la piú santa
e la piú bella delle cause; quella della politica indipendenza
del trono e della nazione. Rispetto profondo al Re, calda
resistenza agli stranieri, moderazione nella prosperità, fortezza
nell'infortunio; ecco i nostri doveri.
Adempiamoli, e costringeremo i nostri stessi nemici a stimarci. Può
essere incerta la sorte delle armi; ma non deve essere incerta mai
quella dell'onore!
(_L'onorevole deputato discende dalla tribuna in mezzo ai vivissimi
applausi_).
Il _signor Borrelli_. Voi avete emesso un decreto concernente la
formazione delle guerriglie; ma voleste che ognuna di esse fosse
formata di picciol numero di uomini. Ciò non potrebbe conseguire
il grande oggetto di tribulare fortemente il nemico. Io vi propongo
di aggiungere a quella saggia ed utile disposizione l'altra che vi
presento nel progetto di decreto, il quale è diretto ad autorizzare
la creazione di corpi franchi piú numerosi, e capaci perciò di
recare al nemico grave danno, e di ritardarne in tutti i punti il
cammino.
Comandati quei corpi da cittadini ardenti di concorrere alla
salvezza della patria, serviranno essi di singolare aiuto ai corpi
regolari dell'esercito, co' quali opereranno in tutti i punti di
accordo. Ecco il progetto di decreto:
*
* *
Considerando che niun mezzo dee trascurarsi per la difesa del regno
e per la salute della patria.
IL PARLAMENTO NAZIONALE
decreta:
1. Il ministro della guerra è autorizzato ad ordinare, dovunque
il creda opportuno, dei corpi franchi; preporre ai medesimi delle
persone, le quali abbiano la sua fiducia e quella della nazione, e
disporne in generale i movimenti.
2. La sussistenza di tali corpi franchi si regolerà come quella
delle guerriglie; giusta il metodo prescritto dal decreto degli 11
dello stesso mese. (_Approvazioni_).
Il _segretario Tumminelli_. Legge officio del ministro della
finanza, di risposta ad altro del Parlamento concernente i gravi
inconvenienti che avvengono nella posta della Sicilia, ove nulla
o poco è rispettato il segreto delle lettere. Il ministro domanda
che gli sieno date specifiche indicazioni, perché possa procedere
secondo la legge, contro gli impiegati infedeli.
Il _signor Trigona_. I deputati non possono rivelare i casi
specifici; eglino indicarono al ministro la norma da seguirsi,
quando lo tennero avvertito degli inconvenienti avvenuti. Nel
nostro segretariato sono depositate prove contro parecchi impiegati
delle poste.
Il _signor Morici_. Gli atti del Parlamento non giunsero mai in
regola nelle provincie; essi o arrivarono in ritardo, o mancarono
affatto. Noi abbiamo molte doglianze di questa natura.
Il _signor Vivacqua_. L'on. ministro avrebbe fatto meglio, se
invece di chiedere notizie specifiche dal Parlamento, avesse
inviato circolari ed ordini severi per far cessare tali colpevoli
abusi e far serbare la fede e l'esattezza che si richiede nel
servizio delle poste. La dimanda fatta dal ministro può solo
fomentare gli abusi, e far crescere la speranza dell'impunità nei
rei. Il Parlamento non può trasformarsi in autorità giudiziaria,
cui spetta raccogliere le prove delle infrazioni delle leggi e
punirle. Bisogna ripetere al ministro i medesimi uffizi in termini
generali ed invitarlo a rendere esatto, regolare e fedele il
servizio delle poste. (_Approvato_).
*
* *
Il reggimento del terzo leggiero si duole di essere stato lasciato
in Palermo; chiede di essere chiamato a far parte dell'esercito
destinato alla difesa della patria.
Il _presidente_. Si rimetta la dimanda al ministro della guerra.
Il _signor Colaneri_. Non basta rimetterla al ministro della
guerra. Quei soldati ed ufficiali valorosi, e vecchi alle armi,
credono onta rimanere oziosi in Sicilia, privi dell'onore di
aver parte in una lotta dalla quale dipende la indipendenza della
nazione e del trono. Il loro zelo è degno della vostra estimazione,
e simili domande meriterebbero la vostra approvazione. (_Onorevole
menzione al ministro della guerra_).
Il _signor Poerio_ osserva che il Parlamento in questa tornata
deve attendere all'esame degli stati discussi di due anni: quello
dell'anno 1821 e del prossimo 1822; osserva che la nazione ha
diritto a conoscere lo stato delle sue finanze; egli domanda con
istanza, che le commissioni attendano di urgenza a questo soggetto.
Luigi Alfonso chiede di armare un legno in corso contro il nemico
(_al ministro di guerra e marina_).
Il _signor presidente_. Il ministro di grazia e giustizia fece
conoscere al Parlamento la necessità d'una riforma nelle nostre
leggi penali, per render queste accomodate alla nostra costituzione
politica. La vostra commissione di legislazione vi presenta un
progetto di appendice a quella parte del nostro codice.
Ecco il progetto della Commissione:
*
* *
_Appendice alle leggi penali del regno delle Due Sicilie._
Art 1. La seconda parte dell'art. 1º delle leggi penali è riformato
nel modo seguente:
Ogni reato sarà punito con pene criminali, correzionali e di
polizia.
La commissione, sul rapporto del ministro di grazia e giustizia,
osservando che la seconda parte dell'articolo primo delle
leggi penali, in cui si dice _nessuna pena é infamante_, sia
contraddittoria coll'articolo 221 delle leggi civili: _La
condanna di uno dei coniugi a pene infamanti potrà essere causa di
separazione..._
Considerando che non è nelle mani del legislatore il dichiarare o
il togliere l'infamia da un'azione o da una pena, è di parere di
sopprimere la seconda parte dell'art. 1º del codice penale.
_Il signor Mazziotti_. — Io credo doversi conservare in quel primo
articolo le parole: _nessuna pena è infamante_, come si legge nel
codice. I legislatori non possono comandare alla pubblica opinione.
I _signori Berni e Vivacqua_ sostengono il progetto della
commissione ed opinano perciò di sopprimere le parole indicate.
(_Rimane approvato il parere della commissione_).
2. L'art. 3º delle medesime leggi sarà espresso cosí:
Le pene criminali sono:
1. La morte.
2. L'ergastolo.
3. I ferri.
4. La reclusione.
5. La relegazione.
6. L'esilio dal regno.
7. L'interdizione dei diritti pubblici.
8. L'interdizione dai pubblici offizi.
9. L'interdizione patrimoniale.
Il _signor Saponara_. L'ergastolo non fu mai conosciuto dai codici
dettati con filosofia ed umanità. Si lasci tal sorta di pena ai
barbari legislatori. Ad una nazione libera mal si conviene una pena
la quale, isolando per sempre dal consorzio degli uomini le vittime
di privati delitti, toglie alla legge il singolare beneficio
dell'esempio. Non si devono sottrarre dallo sguardo del popolo le
tristi conseguenze a cui conduce il delitto. Io propongo di abolire
la pena dell'ergastolo e sostituire ad essa i ferri a vita.
Il _cardinal Firrao_ e molti altri onorevoli deputati secondano
il preopinante. (Il Parlamento decide di sostituire alla pena
dell'ergastolo quella dei ferri a vita).
Il _signor Vivacqua_. Adottata la pena dei ferri a vita, rimane a
vedere se si debbano conservare le gradazioni nel codice prescritte
per la pena dei ferri. Il _maximum_ oggi giunge fino ai 30 anni.
Tolto l'ergastolo — pena intermedia — dai ferri a tempo alla morte,
si passa per salto. L'ergastolo non viene rimpiazzato dai ferri a
vita, i quali certamente si confondono coll'ultimo grado di questi
a 30 anni. Io propongo ridurre il massimo dei ferri a tempo a 20
anni. Allora il primo grado sarà sino a 5 anni; il secondo sino a
10; il terzo sino a 15; il quarto sino a 20. (Il Parlamento approva
il parere della commissione e la pena temporanea dei ferri rimane
da 7 a 20 anni).
3. La pena di morte si esegue colla decapitazione, salvo le
disposizioni dello statuto militare intorno alla fucilazione.
Sono aboliti tutti i gradi di pubblico esempio, stabiliti dall'art.
6º delle leggi penali.
L'esecuzione sul luogo del commesso misfatto, o in luogo vicino,
potrà essere, secondo le circostanze, ordinata dal giudice.
Il _signor Saponara_. Saggia é la disposizione del codice francese
per rendere esemplare e terribile la pena del parricida. Si
conservi la benda nera e la veste rossa e tutto il triste apparato
da quei legislatori sapientemente prescritto.
(_Il Parlamento approva l'art. 3º, con l'aggiunzione indicata dal
Saponara_).