Come sospetto di professare dottrine liberali, nel 1794 fu posto

in giudizio, congedato dal servizio militare e condannato alla

reclusione d'un decennio nel castello di Pantelleria. Ivi passò

sette anni ed alla pace di Firenze fu posto in libertà; ma non

potendo trovare impiego in Napoli, andò a cercarlo a Milano. Al 1º

settembre 1802 venne nominato tenente nel corpo degli ingegneri

topografici della repubblica italiana. I suoi talenti superiori

nelle scienze esatte non tardarono a farsi conoscere, sí che nel

1805 fu destinato per aggiunto al capo di quel corpo topografico

per la parte riguardante le osservazioni astronomiche e le

operazioni trigonometriche. In quell'anno istesso seguí a Bologna e

nel Veneziano lo stato maggiore dell'esercito, comandato dal viceré

d'Italia. E quando nel seguente anno tutti i Napoletani impiegati

in Francia ed in Italia vennero congedati, egli meritò l'onorevole

eccezione conceduta a pochissimi, di rimanere agli stipendi del

regno italico.

Ricevette allora la missione di recarsi in Vienna per ottenere

la consegna delle carte e dei documenti topografici relativi allo

stato Veneto, i quali, pel trattato di Presburgo, l'Austria dové

cedere all'Impero francese. Tornato a Milano con quelle spoglie,

non rimase a lungo inoperoso. Dal maggio 1808 fino al gennaio 1809

egli percorse tutte le coste dell'Istria, delle isole del Quarnero,

della Dalmazia e dell'Albania, determinando con osservazioni

astronomiche la loro posizione geografica, affine di costruire la

carta idrografica dell'Adriatico. Fu nominato cosí capitano _in

secondo_ nel corpo degli ingegneri geografici.

Nel 1810 gli venne affidata altra commissione allorché sotto

gli ordini del generale Danthouard attese a stabilire nel Tirolo

la nuova linea di confine tra il regno italico, la Baviera e le

provincie illiriche; ciò che gli valse la promozione a capitano in

primo nel corpo accennato e quindi nell'anno successivo quella a

sotto direttore del deposito generale della guerra.

Nel 1813 fu capo squadrone nel corpo degli ingegneri geografi e

nello stesso anno compí una ricognizione generale militare sulle

frontiere delle provincie illiriche da Villach fino allo sbocco

dell'Unna nella Sava.

Nel maggio del 1814 tornò in Napoli, dopo ripetute e vivacissime

insistenze di re Murat[83]. Fu nominato capo-battaglione dello

stato maggiore dell'esercito e direttore del gabinetto topografico

per la morte di Rizzi-Zannoni[84]. Nel 1815 fu promosso colonnello

di stato maggiore.

Creato deputato supplente, rimpiazzò il Bausan. Fu anche socio

ordinario dell'Accademia delle scienze, della Società reale di

Napoli e della Pontaniana.

VIVACQUA FRANCESCO. — Nacque in Tarsia e si addisse all'avvocheria.

Asceso di poi alla magistratura, fu giudice di gran Corte

criminale, segretario della Corte di cassazione, e quindi

procuratore generale in Catanzaro.

Nel 1820 fu deputato. Socio dell'accademia Cosentina, vi lesse

parecchie disquisizioni e discorsi di apertura che si fecero

apprezzare per erudizione e per acume giudizioso.

Destituito, spogliato di ogni pubblico ufficio, dopo i moti del

1820, visse privatamente in patria, dove morí nel 1851.

PARTE TERZA

LA FINE DEL PARLAMENTO.

PARTE III

I due documenti che seguono sono riprodotti da due foglietti volanti.

Riguardano la partenza del Re per Lubiana. Ferdinando B. imbarcato a

Napoli, sostò, a causa del pessimo tempo di mare, a Pozzuoli, dove —

ornato l'abito della coccarda dei carbonari — ricevette la commissione

del Parlamento con queste parole:

_— Era inutile incomodarvi, con questo tempo, di venire fin qui!_

E la rassicurò intorno alle buone intenzioni sue e del suocero.

I deputati, sospettosi d'un tranello, discesero dalla regia nave

abbastanza male ed il malumore s'estese subito in tutta la capitale.

Fu allora che re Ferdinando scrisse la lettera e fu pubblicato il

rapporto che riproduco:

FERDINANDO I ECC. ECC.

AI MIEI FEDELI DEPUTATI DEL PARLAMENTO.

Ho con infinito dolore dell'animo mio appreso che non tutti han

riguardato sotto un aspetto la mia risoluzione a voi comunicata in

data di ieri, 7 del corrente.

Ad oggetto di dileguare ogni equivoco, dichiaro che non ho mai

pensato di violare la Costituzione giurata; ma siccome nel mio real

decreto dei 7 luglio, riserbai alla rappresentanza nazionale il

potere di proporre delle modificazioni che essa avrebbe giudicato

necessarie, alla Costituzione di Spagna, cosí ho creduto e credo

che la mia intervenzione al congresso di Laybach potesse essere

utile agli interessi della patria, onde far gradire anche alle

potenze estere progetti tali di modificazioni che, senza nulla

detrarre ai diritti della nazione, respingessero ogni cagione di

guerra; bene inteso che in ogni caso, non potesse essere accettata

alcuna modificazione che non fosse consentita dalla Nazione e da

me.

Dichiaro inoltre, che, nel dirigermi al Parlamento, intesi ed

intendo di conformarmi all'art. 172, § 2, della Costituzione.

E, finalmente, dichiaro che non ho inteso d'insinuare la

sospensione (durante la mia assenza) degli atti di governo

legislativo, ma di quelli solamente che riguardano le modificazioni

della Costituzione.

Napoli, 8 dicembre 1820.

FERDINANDO

_Il segretario di Stato, ministro degli affari esteri_

DUCA DI CAMPOCHIARO.

—————

RAPPORTO TELEGRAFICO[85]

SUA ALTEZZA REALE IL DUCA DI CALABRIA AL TENENTE GENERALE COLLETTA

Il Re, sovrano di Napoli, è stato chiamato al Congresso che sarà

riunito a Laybach nell'impero austriaco; e parte col _consenso del

Parlamento ai termini della Costituzione_.

Napoli, 12 dicembre 1820.

Per copia conforme:

_Tenente generale:_ COLLETTA.

—————

Ecco ora un elenco esatto del personale che intervenne al Congresso.

Naturalmente non vi possono essere comprese quelle persone

diplomatiche, le quali, senza avere alcuna relazione col congresso,

furono chiamate a Lubiana solo dagli affari correnti delle loro Corti

e dei rispettivi gabinetti; e neppure quelle che vi furono condotte da

oggetti di tutt'altra indole e senza speciali commissioni.

_Austria_, il principe di Metternich. Co-incaricato il barone

Vincent, generale di cavalleria, ministro alla Corte di Francia.

_Russia_, il segretario di Stato, conte di Nessehode; il conte Capo

d'Istria, il signor Pozzo di Borgo, luogotenente generale, ministro

russo alla Corte di Francia.

_Prussia_, il principe di Hardenberg, cancelliere di Stato; il

conte Bernstorff, ministro degli esteri. Co-incaricato il signor

di Kresemark, luogotenente generale, ministro presso la Corte di

Vienna.

_Francia_, il conte di Blacas, ambasciatore francese presso la

Santa Sede ed il re delle Due Sicilie, il marchese di Caraman,

ambasciatore alla Corte di Vienna; il conte La Ferronaye, ministro

a Pietroburgo.

_Gran Brettagna_, Lord Stewart, ambasciatore inglese a Vienna; on.

R. Gordon, ministro incaricato presso la stessa Corte.

_Roma_, il cardinale Spina, legato pontificio a Bologna.

_Sardegna_, il marchese di Saint Morsan, ministro degli affari

esteri, il conte d'Aglié.

_Toscana_, il principe Neri Corsini.

_Modena_, il marchese di Molza.

*

* *

Il signor di Gentz ebbe l'incarico di stendere il protocollo e gli

altri documenti.

Articolo tolto dal giornale del 1820-21 _La Minerva napoletana_, vol.

II, p. 139 (fondata da Giuseppe Ferrigni con Carlo Trova e Raffaele

Liberatore).

Napoli, febbraio 1821.

IL MINISTERO

_..... solve senescentem mature senus equum, ne

peccet ad extremum ridendus et illa ducat._

HORAT.

La patria è in pericolo! A questo annunzio debbono cessare le

virtú timide: _La Minerva napoletana_ è stata forse troppo moderata

fin'oggi, e forse non aveva abbastanza di lodi verso i ministri:

oggi i di lei doveri sono cangiati!

Lungi da noi l'idea che il ministero tradisca la nazione, o che

l'essersi eletti nel 10 dicembre gli uomini rispettabili onde è

composto, sia da riguardarsi come un secondo e piú funesto _colpo

di Stato!_ Cotal pensiero appartiene ai nemici.

Ma i ministri non possono per la loro età presiedere al movimento

degli spiriti: questa sola ragione basta perché debbano rassegnare

le cariche.

In un momento in cui forse una nuova religione politica, come la

nostra, in un momento in cui nuovi Diocleziani senza talenti, si

preparano ferocemente dall'Istro ad apprestarle i primi martirî e

quindi un sicuro trionfo, egli è fuori di proposito che i vecchi,

con deboli mani, si facciano a dirigere la gran lotta. Godano

essi la ricompensa della loro probità, siano circondati dalla

pubblica stima e riconoscenza, pei loro consigli si abbia il dovuto

riguardo; ma cessino finalmente, se amano il loro paese, cessino di

credersi atti a sostenere un peso — ahi! — cosí grave!

Se il signor Acclavio, già designato ministro dell'interno, avesse

voluto scusarsi a cagione della sua età, qual migliore cittadino di

lui?

Ma no: egli non adduceva tale pretesto, ed altro motivo gli

attribuisce la fama. Noi siamo lieti che questo uomo del foro sia

restato fra i suoi processi.

Legga egli Cuiacio; altri penseranno ad amministrare la cosa

pubblica.

In verità, non si può pensare senza raccapriccio che un ministero

cosí importante come quello dell'interno, sia stato quasi privo

di capo per piú di due mesi. Il marchese d'Auletta non dovea

sovrintenderlo che per pochi giorni. Non potendo servir di secondo

ad Acclavio il ritroso, era facile il concepire che gli tornava

impossibile di spiegare tutto lo zelo necessario a tempi tanto

difficili. Ma la nostra causa è bella! Invano tardano i ministri

di accorrere al loro posto, invano alcuni antichi intendenti si

mostrano pigri a secondare il nobile impulso delle provincie:

cresce in esse l'ardore quanto piú mancano gli stimoli dei loro

amministratori!

Alla fine, gli affari interni sono stati affidati al cavaliere de

Thomasis. Il Parlamento lo ha sciolto dall'accusa di aver preparato

il 7 dicembre; ma la sua condotta per l'avvenire sarà la migliore

delle assoluzioni.

Il ministero degli affari stranieri dà luogo a riflessioni di ben

altra natura. L'antico uomo di corte[86] che oggi l'occupa sarebbe

mai divenuto adoratore di libertà?

La storia del suo viaggio a Layback non somministra pruove assai

forti di questa sua novella passione.

Arrestato lungamente in Gorizia, doveva egli sentire per lo meno

al pari di noi l'indegnità dell'oltraggio, e se qualche cosa poteva

consolarlo in quella infame prigione, era senza dubbio la speranza

di alzare un giorno la voce per la sua patria. E il giorno giunse,

ed egli è chiamato al congresso: ascoltatelo!...

_ — Se io potessi parlare... — _egli dice. Ma niuna forza fisica

gli si faceva, onde tacesse; ov'egli avesse aperto la bocca niuno

il minacciava sia dello _Knout_ sia del bastone. _Se io potessi

parlare!..._ cosí quel ministro compiva la sua orazione e cosí

sosteneva i nostri diritti. Che se egli non parlava, perché dunque

non preferiva di scrivere? Sarebbe stata inutile, noi lo sappiamo,

qualunque protesta; ma almeno la dignità della nazione non era

offesa con quella importuna reticenza!

L'egregio difensore della sovranità del popolo!

Se a lui non si concedeva di favellare, chi non l'obbligava di

dare orecchio a tante diplomatiche insolenze contro di noi? Perché

durare la lettura delle istruzioni destinate ai tre plenipotenziari

presso la nostra corte? Un uomo, il quale sapeva sacrificarsi,

ed avrebbe interrotto il leggitore ed esclamato che non aveva

intrapreso cosí malagevole cammino per vedere insultati ed il suo

re e la sua patria!

E fate che io ritorni alla mia prigione — rispondeva Filosseno

a Dionigi. — Fate che io vi ritorni; i vostri scritti sono

insoffribili! — Ma no; il ministro pregava, onde gli fosse

_accordata copia_ di quelle istruzioni gentili, come se diligenti

corrieri non fossero già pronti a recarli in Napoli! Ecco ciò che

chiedeva il nostro inviato, ecco ciò che a lui si negava.

Fedele istorico del suo silenzio, egli giungeva intanto fra noi.

Grandi oggetti debbono richiamare le sue cure; grandi speranze si

offrono alla nostra diplomazia.

Vedremo se il ministro saprà trattare gli uni e fecondare le altre:

ma i principî non sembrano lieti.

Il principe di Partanna nostro rappresentante in Berlino persiste

ostinato nel rifiuto di giurare la costituzione delle Due Sicilie:

figlio della moglie del re, non per questo la sua sorte dev'essere

diversa da quella dei due Ruffo di Parigi e di Vienna.

I primi figli dei re sono i popoli, diceva l'imperatore d'Austria,

cosí quando comandava a sua figlia di sposare l'altrui marito,

come quando le strappava dal seno l'unico figlio, relegando quel

marito al di là dell'Oceano. Quindi giova sperare, e ciò riguarda

la _responsabilità_ del ministro d'affari esteri, che non sarà

tollerato il novello _insulto_ alla nazione; e che non si farà

ingiustizia ai principi Ruffo e Castelcicala con l'impunità del

principe di Partanna!

La nomina dei nostri agenti presso le Corti straniere merita del

pari l'attenzione del ministero.

Coloro i quali partirono prima che il Parlamento s'aprisse, non

sono i piú atti: essi non han veduto coi loro occhi ciò che dopo

quel giorno avvenne tra noi, e forse non prestano fede a quel che

loro si narra dello spirito della nazione.

Lo stato delle nostre relazioni politiche con le potenze neutrali

è piú difficile di quel che sembra. Se ivi ci amano i popoli, ci

detestano i gabinetti. L'oligarchia non è oggi che una specie di

monachismo o, se si vuole, di massoneria sparsa in tutta l'Europa.

Riti, misteri, linguaggio occulto ed universale, nulla le manca:

bisogna quindi combattere dapertutto il mostro _proteiforme_, e, se

sarà possibile, far comprendere alle Corti il loro vero interesse

di stare uniti coi popoli.

Noi non sappiamo qual sia la condotta del nostro ministro, riguardo

ai Portoghesi; ma ormai ella dovrebbe esser palese. Un inviato del

Brasile ostenta in Napoli la sua burbanza contro gli avvenimenti

del Portogallo; o ignorando o facendo mostra di obliare che i

Portoghesi concedevano il trono alla casa di Braganza, costui

avvisa di chiamarli ribelli, or che chieggono di non essere piú

colonia del nuovo mondo! Noi non dobbiamo vedere queste cose, né

predicare la nostra felice costituzione ad altri popoli; ma se

spontanei questi l'adottano, certamente non possiamo trascurare di

chiamarli nostri fratelli. Se Giovanni VI non ancora ha sanzionata

la costituzione del Portogallo, bisogna credere che lo farà in

appresso; ma a noi non è lecito di respingere i voti e forse i

soccorsi di quella generosa nazione.

Il papa intanto che fa? Comincia egli a vedere quali ospiti sono

i Tedeschi? Permetterà che Ancona e Civitavecchia siano occupate?

Se noi saremo costretti di toccare i suoi dominii, non siamo stati

certamente coloro i quali, primi, gli han chiesto ospitalità, e

non vi combatteremo che per la nostra salvezza. Una volta i papi

scioglievano i popoli dal giuramento di fedeltà verso i re della

terra, oggi essi sciolgono i re dal giuramento di fedeltà verso la

patria; segno evidente che i popoli sono divenuti i piú forti!

Quindi, giova ripeterlo, i monarchi debbono unirsi alle loro

nazioni e saranno invincibili. Forse il pontefice comprende questa

verità: ma la teocrazia cui egli presiede, gli vieta di recarla

ad effetto, e forse non si aspetterà il termine della sua vita per

punirlo di aver egli aperto l'adito a truppe straniere.

Allorché si é perduto il pudore politico fino al segno di essersi

decretata l'impresa contro Napoli, qual piú agevole cosa di

spogliare il papa, se le Sicilie saranno vinte?

Per farlo, basta che l'Austria comandi qualche movimento intestino

negli Stati di lui, allorché egli griderà che i _carbonari_ lo

hanno prodotto; e poiché, per diritto divino ed imprescrittibile,

le sponde del Po appartengono a Cesare, egli sarà evidentissimo per

l'_Osservatore austriaco_, che Cesare deve occupare gli stati del

papa con un esercito amico o con un esercito conquistatore.

Ma il papa fa vista di non comprendere nulla; e sembra desiderare

la guerra contro Napoli. Si narra che egli ha ordinato di

ristaurarsi la via che conduce a Ceprano; e ciò senza dubbio rende

piú agevole il movimento dell'artiglieria tedesca. Grazie sieno

rese al pontefice: egli ha cura della nostra gloria, e c'invita a

combattere! E quindi giungono sommamente opportuni i richiami del

suo agente in Napoli, perché il concordato fosse eseguito! Intanto,

il nostro ministro di affari esteri o non domanda conto alla corte

di Roma delle di lei intenzioni, o nasconde ancora al Parlamento,

come non si trattasse delle nostre frontiere, quali sono i di lui

provvedimenti intorno ad un soggetto di sí alta importanza.

Noi consigliamo al ministro di non compromettersi con alcuno. Alla

sua età si è avuto il tempo d'imparare ad esser _prudente!_

Qui volevamo noi parlare del ministro di guerra e marina, per

rendere omaggio ai suoi talenti ed alle sue virtú, ma egli si è

ritirato; e quindi il nostro elogio non sarà riputato meno sincero.

Egli ha saputo bene meritare della Patria; e gli succede un uomo,

in cui tutti ripongono la fiducia di vedere in brevi giorni recato

ad effetto ciò che il suo predecessore non aveva potuto compiere

per la sua vecchiezza.

Il nuovo ministro combatterà certamente la calunnia sparsa dai

timidi, che possano mancare le sussistenze all'esercito in un

regno come quello di Napoli! Egli dee conoscere la furfanteria e

l'avarizia degli appaltatori e degli abbondanzieri; non si tratta

se non di dar esempi rigorosi, e di mozzare il capo, come vuole la

legge, ai convinti di tradimento. Il maresciallo di Turenna disse

una volta ad uno di costoro, che lo avrebbe fatto impiccare per la

gola...

— _Vostra Altezza_, quegli rispose, _dev'essere persuasa che non

si può impiccare un uomo il quale in questo momento può spendere

centomila scudi!_

E non fu il maresciallo ch'ebbe ragione.

La difesa della capitale è uno dei piú alti soggetti, dei quali

deve occuparsi il ministro della guerra. Bisogna persuadere al

nemico che la capitale non è nulla in questa guerra: che Napoli

può essere bruciata come Washington e come Mosca, senza che ciò

riguardi la causa della libertà. Che per salvar Napoli, si debba

commettere una viltà? No, sarebbe questo un vilissimo tradimento!

Quindi conviene prepararsi; e poiché il Reggente ha sanzionato il

decreto di doversi trasportare il Parlamento a Salerno, perché non

si comincia da ora?

Perché non si fortificano le alture, onde Napoli è coronata? Né

solo é necessario di togliere le armi e gli oggetti di guerra della

capitale, ma le cose preziose appartenenti alla nazione, statue,

preziosi quadri, manoscritti... Chi non sa di quali tesori la

corte di Vienna s'impadroní sotto il regno di Carlo VI? L'insigne

biblioteca dei manoscritti del cardinale Scripando in San Giovanni

a Carbonara non formano oggi forse l'orgoglio della biblioteca

viennese? L'Austria non solo vorrebbe rapirci l'onore, ma tutte

le nostre ricchezze; che buon paese era per esso questo regno di

Napoli! E qual rabbia di vederlo libero!

Noi parleremo altra volta de' ministeri di giustizia e di finanze;

ma giova toccar brevemente la condotta di tutto il ministero

riguardo al consiglio di Stato.

Questo è l'unico consiglio del Re; e dee principalmente trattar

gli affari di guerra e di pace. Intanto dall'ozio e dal lento

passeggiare dei consiglieri di Stato, scorgiamo che essi non sono

di altro aggravati se non di qualche provvista di abati e di altri

piccoli ufficiuzzi. Né si parla se non del consiglio de' ministri?

Speriamo che questo ordine di cose voglia cessare, e la

costituzione aver tutto il suo effetto fra poco: senza di ciò vi

potrebbe esser luogo ad accusa legale.

C. T.[87]

Al messaggio del re, pubblicato poc'anzi, il Parlamento rispose col

Rapporto che segue:

RAPPORTO

DELLA COMMISSIONE DEL PARLAMENTO NAZIONALE

PER L'INTERVENTO DI S. M.

AL CONGRESSO DI LEYBACH[88].

_Signori,_

Il messaggio che S. M. vi diresse nello scorso giorno, era ben

giusto che occupasse tutti i vostri pensieri. Desideroso di

rispondervi con quella calma prudente che non può essere divisa

dalla maturità del consiglio, voi nominaste a tale uopo una

commissione novella. Non potrei esibirvi i motivi della di lei

opinione, se non riproducessi nella vostra mente la storia di

taluni fatti notabili.

I rapidi e luttuosi avvenimenti, i quali distinsero la fine del

secolo scorso, aveano alterato sensibilmente la marcia della nostra

vita politica. La pietà ed il terrore aveano scossi gli spiriti;

il sentimento patrio era diventato piú energico, e le cognizioni

piú estese; la coscienza della propria forza non era piú muta nel

popolo: e gli svantaggi d'una libertà intemperante avevano imparato

a desiderarne un'altra piú moderata e piú cauta.

Le sempre nuove e sempre varie vicende che hanno sconvolta

l'Europa, non avean fatto che fortificare questa disposizione del

popolo. Essi non eran che errori della democrazia o della monarchia

assoluta; ed eran quindi i piú atti ad indicare il bisogno d'un

partito intermedio. Era facile d'altronde osservare, che contro

gl'incerti fenomeni di talune repubbliche efimere reggea tuttora e

prosperava la costituzione d'Inghilterra.

Mentre tali riflessioni serpeggiavano oscure nelle menti dei piú,

gli amici del potere arbitrario o non erano capaci di scorgerle, o

trovavano nel dissimularle il proprio vantaggio. Sorgeva quindi,

fra l'opinione ed il governo, quel sordo e grave contrasto che

annunzia sempre vicini i grandi cangiamenti. Invano il vigore di

Gioacchino Murat e la sua premura di mostrarsi popolare avevan

cercato di estinguere l'effervescenza degli animi. Invano il

tentativo di rendersi liberi aveva richiamato negli infelici

Abbruzzi la rabbia del despotismo militare. Il capo del governo

era stato costretto ad accorgersi che la civilizzazione dei popoli

non può mai essere illusa dagli artifizi delle Corti e molto meno

superata dalla violenza. Dopo di aver vacillato per lungo tempo

fra i voti del regno ed i propri, fra l'ambizione e il dovere,

ei cadde in fine dal trono. Fu allora che lasciossi sfuggire una

costituzione apparente, come l'avaro inseguito si lascia sfuggire

un deposito che ha lungamente negato.

Il re legittimo si preparava intanto a rientrare nell'eredità dei

suoi avi. Era per lui il coraggio di quegli eserciti immensi che

avevan rotta la fortuna del conquistatore dell'Europa, ed avean

cangiata la politica dell'universo. Ma la bontà naturale del di lui

cuore, era stata perfezionata dalla sofferenza dei mali: egli aveva

meditato per due lustri interi nel piú incomodo, ma piú istruttivo

gabinetto dei principi, io vo' dire nel gabinetto della sventura.

Ei conosceva la smania degli antichi suoi sudditi per isciogliere

i vincoli del proprio servaggio. È dunque fama che riprendendo la

comunicazione con essi, accarezzò la piú cara delle loro speranze,

quella di essere liberi. Furon chiare le voci che, per quanto

i fogli assicurano, egli emanò nel proclama del 1º maggio 1815,

essendo ancora in Palermo. Egli promise la sovranità al popolo, e

_la piú energica e piú desiderevole costituzione allo Stato_.

Professò anzi che avrebbe solo ritenuta per sé medesimo la piú

bella e piú modesta facoltà dei monarchi, quella di serbare intatte

e fare eseguire le leggi.

Una dichiarazione sí nobile e sí generosa, non mancò di produrre

le conseguenze piú utili. Fu dessa e non il valore alemanno, che

nei piani di Macerata dissipò ad un tratto le schiere dei nostri

campioni.

Cosí la mano di Ferdinando IV impugnò di nuovo lo scettro: e la di

lui anima non dimenticò le intenzioni con cui lo aveva racquistato.

Si sa, infatti, che solamente fra i tristi la fortuna è la morte

delle promesse.

Sventuratamente, dei rapporti fallaci, e non di rado maligni,

della situazione dei suoi popoli, gli persuasero la necessità di

ritardare l'effetto dei suoi proponimenti. Se le cose in seguito

occorse han potuto occasionargli alcun dispiacere, è stato

solamente quello di non aver prevenuti i desiderî coi beneficî.

Continuati intanto ed accesi, erano questi desiderî. Ciò non

ostante rimasero in certa guisa inattivi, fino a che il governo

blandilli con una condotta liberale. Non si tosto cominciarono a

venire irritati dalla persecuzione, che proruppero all'improvviso

in uno scoppio violento.

Egli è vero, che i primi segni ne apparvero su le vette dei colli

di Monteforte. Ma venner prodotti da un movimento comune alle

provincie finitime, e propriamente a quelle di Capitanata, Avellino

e Salerno. Fu il popolo che dié la spinta a' 140 individui del

reggimento Borbone; ed è perciò che la bandiera da essi inalberata

non tardò a circondarsi di centomila proseliti.

Il Parlamento Nazionale Napoletano per gli anni 1820 e 1821: memorie e documenti · 第 6 / 9 段