_Memoria per rivendicare alla scuola italica tutta l'antica

geometria_, Napoli, 1845.

_Geometria e trigonometria elementare sferica, dedotta da una sola

formola analiticamente._

_Pensieri sull'educazione, applicati all'istruzione dei seminarii_,

anno 1826.

_Piano di un'educazione compiuta religiosa, letteraria, scientifica

e navale_, Napoli, 1835.

_Sul miglior sistema di una pubblica istruzione_, Napoli, 1836.

_Nuovi elementi di geografia, disposti secondo l'ordine

dell'insegnamento_, Napoli, 1838.

_Istituzioni elementari di geografia naturale, topografia politica,

astronomica, fisica e morale, con un ramo per la geografia

astronomica_, Napoli, 1845.

_Elementi di geografia antica_, Napoli, 1834. _ Memoria per

l'ordinamento degli studi geografici, letta nell'accademia

Pontaniana._

_Memoria della giusta nozione che bisogna dare alla geografia

storica, letta nell'accademia delle scienze e commentata nel

giornale dell'Istituto storico di Francia_, t. 5, p. 187.

_Memoria fisico-matematica sulla meteora americana comparsa a

Filadelfia in novembre 1833_, memoria prima e seconda letta alla

regia Accademia delle scienze.

_Memoria sul magneto-elettricismo_, letta nella regia Accademia

delle scienze.

_Memoria sui varii punti della storia delle matematiche_, inserita

nel _Progresso_.

_Tavola per la conversione reciproca dei pesi e delle misure

antiche in quelle sanzionate dalla legge 6 aprile 1840._

Prese parte al VII congresso degli scienziati, tenuto in Napoli nel

1845 e morí nel 1869.

LUCA (DE) ANTONIO MARIA. — Nacque nel comune di Colle e fu

educato per opera dello zio, vescovo Lippi, nella congrega dei pp.

Giuranisti. Iniziato nello stato sacerdotale, ottenne laurea in

teologia, e poscia, mercé concorso, fu all'età di anni 30 nominato

canonico penitenziere nella chiesa cattedrale di Policastro.

Arrestato come liberale nella proscrizione del 1799, ottenne la

libertà col trattato di Firenze.

Nell'anno 1811 — morti quattro suoi fratelli — rinunziò alla

carica ecclesiastica per dare opera alla domestica economia.

Corrispondente della Società agraria dei Principati Citra ed Ultra,

conosciuto per non aver giammai abbandonata la causa della libertà

fu scelto a deputato nell'età di circa cinquant'anni.

MACCHIAROLI ROSARIO di Bellosguardo, nel distretto di Campagna, di

circa anni quaranta.

I suoi primi studi furono per la carriera legale. Gli affari della

sua famiglia lo richiamarono ancor giovane dalla capitale. Nel

principio della dominazione francese fu eletto a capitano della

legione provinciale; poscia trasferito nell'esercito di linea.

Dopo il 1815 venne creato consigliere dell'intendenza di Salerno.

Sospetto di principî liberali, egli era vicino a soggiacere alle

persecuzioni della polizia, quando il 6 luglio 1820, a cui dicesi

di aver dato mano, gli acquistò quell'opinione per la quale fu

eletto a rappresentante della sua provincia.

MAZZIOTTI GHERARDO. — Nato in Celso a quaranta miglia da Salerno,

portossi in Napoli a percorrere la carriera forense. Nella

rivoluzione del 1799 fu creato giudice di pace, indi imprigionato

come liberale e bandito dal regno. Tornato in patria, nella

organizzazione giudiziaria del 1809 venne eletto a giudice civile,

e poco dopo elevato a giudice criminale in Campobasso, donde fu

trasferito colla stessa carica in Avellino. Promosso a presidente

del tribunale civile della provincia di Lecce, domandò di tenere la

magistratura nella città capitale della sua provincia. Volendo il

governo inviarlo a Reggio rinunziò alla toga ed esercitò in Salerno

l'avvocheria. Egli toccava quarantacinque anni quando fu eletto

deputato.

MERCOGLIANO ANTONIO. — Vide la luce in Nola nel 1784, e dopo gli

studi preliminari compiuti in provincia si recò a Napoli a studiare

medicina. Andria e Cattolica furono i suoi maestri. Nel 1799,

coinvolto nei tumulti, fu esiliato per quindici anni e risedette in

Toscana.

Nel 1818 — scoverto di far parte d'una società segreta — fu

rilegato in Pantelleria a disposizione del re.

Nell'agosto del seguente anno potette tornare in patria.

NICOLAI DOMENICO, _marchese di Canneto_[78]. — Di lui esiste il

seguente documento: «Supplica del figlio Carlo affinché il padre

carico di anni e quasi cieco torni in patria in seno all'ammiserita

famiglia.»

La supplica non fu accettata perchè il richiedente fu «...

_immoderato_ nelle discussioni parlamentari!»

Dalla corrispondenza dell'ex-magistrato Pisa emergono alcune

lettere che il Nicolai e de Conciliis indirizzavano a Lucenti ed al

Pisa mentre erano in Ispagna. Nel 1829 il Nicolai era a Barcellona

in seguito di misura generale presa dal governo spagnuolo contro

gli esiliati. Nel 30 dicembre 1830 trovavasi a Marsiglia. Il

ministero degli esteri era convinto che il Nicolai fosse l'autore

d'alcune stampe per la _indipendenza italiana_.

PESSOLANI SAVERIO ARCANGELO. — Atena fu il luogo dei suoi natali.

Istruito nelle leggi, reputato per maturità di consiglio e per

disinteresse a niuno secondo nel suo distretto, difese per molti

anni i diritti dei privati ed in particolare quelli dei poveri.

Toccava il quarantesimo anno di età.

PEPE col. GABRIELE. — Sannita e degno emulo di Florestano e di

Guglielmo, calabresi. Combatté a Civita-Castellana e ad Otricoli

contro i Francesi. Difese la Repubblica partenopea a Nola, a Torre

Annunziata ed a Portici[79], ove fu ferito.

Combattette poi anche a Marengo nella legione italiana e fece

la campagna del 1815. A Tolentino riportò quattro ferite d'arma

bianca.

A Firenze sfidò a duello il Lamartine che osò chiamare l'Italia: —

_La terre des morts!_

POERIO GIUSEPPE. — Ebbe i natali in Belcastro (Catanzaro) ai

6 gennaio 1775 da Carlo e Gaetana Poerio. Fu, adolescente, nel

collegio dei nobili di Catanzaro ed a sedici anni esordí perorando

nei tribunali e salvando un fanciullo di dodici anni, imputato di

omicidio volontario.

Raggiunse nel 1799 lo Championnet e diventò suo aiutante di campo.

Proclamata la repubblica fu nominato commissario in Catanzaro

e tornò a Napoli per via di mare quando seppe della marcia del

cardinal Ruffo.

Fu condannato a morte dalla Giunta di Stato, ma la pena gli fu poi

commutata in ergastolo a vita col Torelli e con l'Abbamonte. Dopo

22 mesi di duro carcere, dopo la battaglia di Marengo, per gli

accordi di Firenze, gli fu concesso di tornare in patria.

Tolse a moglie Carolina Sossisergio del Poggiando[80], e nel 1806

fu nominato da Giuseppe Bonaparte intendente e preside di Molise

e Capitanata. Nel 1808 re Gioacchino lo prescelse a primo avvocato

generale della Gran Corte di cassazione con Sirignano, Raffaelli,

Cianciulli ed altri grandi. Contemporaneamente ottenne di essere

relatore al Consiglio di Stato, indi regio commissario nelle

Calabrie; e poi presidente della Commissione per la riforma del

Codice penale, ed a 35 anni procuratore generale di Cassazione.

Consigliere del re sostenne contro il Briot: — _non potere senza

acquistare nazionalità ottenere cariche e preminenze gli stranieri

nel regno._

Fu anche in Bologna come commissario straordinario dei dipartimenti

italici ed in prosieguo uno dei sette direttori del Consiglio di

governo sedente in Roma col carico della giustizia.

Tornati i Borboni, il Poerio emigrò per Parigi e di là per Ginevra,

dove ebbe notizia d'essere stato condannato all'esilio perpetuo.

Gli fu offerto, per rientrare in Italia, la cittadinanza della

repubblica di San Marino, ma egli non accettò e si stabilí a

Firenze fino al 1820.

Ai 19 marzo 1821 dettò la protesta con la quale dichiarava che

— _i corpi e non gli animi avevano ceduto alla forza del nemico;

disciogliersi il Parlamento per la presenza del nemico, per volontà

del principe, per mancata cooperazione del potere esecutivo;

protestare contro la violazione del diritto delle genti, rimettersi

alla giustizia di Dio la causa del trono e della indipendenza

nazionale._

Fu arrestato, imprigionato per circa tre mesi e inviato a Trieste

ed indi a Gratz con la moglie ed i figli[81], e finalmente ottenne

di poter risiedere a Firenze.

Ai 14 novembre 1830, scacciato di Toscana, riparò in Francia

col figlio Alessandro, mentre la moglie rimpatriava. Visitò

l'Inghilterra e dopo 13 anni di esilio Ferdinando II gli permetteva

il ritorno ai 28 ottobre 1833, ripigliando fervorosamente

l'avvocheria.

Morí ai 15 d'agosto 1843, dopo un anno di languore e di sofferenza.

PERUGINI PIETRO PAOLO. — Di anni 48, nativo di S. Lorenzo Minore,

nel distretto di Piedimonte. Si applicò alla medicina. Esiliato

in Francia, nel 1799 tornò nella patria in grazia della pace di

Firenze. Appartenne alla legione della sua provincia ove pervenne,

di grado in grado, a maggiore. Egli era agiato proprietario ed

esercitò le funzioni di consigliere distrettuale e provinciale.

Socio corrispondente dell'accademia di Terra di Lavoro, della

Cosentina e del reale Istituto d'Incoraggiamento di Napoli.

Pubblicò nel 1819 una _memoria sulle acque minerali di Telese_.

PICCOLELLIS OTTAVIO. — Nacque in San Nicola la Strada ai 4 di

giugno 1786 e si ascrisse volontario alle guardie di onore nel

1806. Nello stesso anno fu tolto a tenente nel secondo reggimento

dei cacciatori a cavallo; indi a capitano delle cennate guardie

d'onore, nel quale grado fu inviato nel 1812 alla campagna di

Russia. Nella sera del 6 dicembre, rimasto Napoleone in mezzo ad

una boscaglia, intirizziti i suoi aiutanti di campo dal freddo,

morti i vetturali, il de Piccolellis, che era al seguito, lo salvò

menandolo a Vilna. Nel 1813 prese parte alla campagna di Germania.

Distinto nelle tre famose giornate di Lipsia del 14, 16 e 18

ottobre, ricevé sul campo di battaglia la Legion d'onore dalle mani

di Bonaparte e l'Ordine delle Due Sicilie da Gioacchino Murat.

Elevato da questi al grado di maggiore nel 4º reggimento

cavalleggieri intervenne in Italia ai fatti d'arme di Reggio e del

Taro.

Nel 1815 fu nominato tenente colonnello nel reggimento di

cavalleria _Principe_.

PELLICCIA ALESSIO. — Ebbe in Napoli i natali nel 1744. Educato

nelle filosofiche discipline dall'abate Genovesi e nelle

ecclesiastiche dal vescovo Giuseppe Rossi, diessi a coltivare,

in preferenza degli altri, gli studi della diplomatica, ed ogni

maniera di archeologiche dottrine. Innalzato al sacerdozio,

dopo aver data prova dei suoi talenti e di sue cognizioni con

due pubblici esperimenti l'uno in etica e l'altro in dritto

canonico, fu chiamato a reggere nel 1781 la cattedra di antichità

ecclesiastica nella reale Università di Napoli. Avido di conoscere

le patrie memorie, visitò i grandi archivi del regno, ove raccolse

grande messe di notizie preziose. Nel 1812 fu eletto professore di

diplomatica e nello stesso anno a provicario generale della chiesa

e diocesi di Napoli; poscia presidente del giurí di esame nella

commissione dell'istruzione pubblica, carica che occupò sino alla

fine del decennio.

Istituita una commissione per sovraintendere agli archivi,

Pelliccia fu tra i membri di essa.

Si debbono a lui le seguenti opere:

— _Dissertazione della disciplina della chiesa intorno alla

preghiera pubblica pel sovrano_, Napoli, 1760 (tradotta in tedesco

nel 1760 per ordine dell'imperatrice Maria Teresa e stampato a

Vienna; e recata in latino dall'autore medesimo, Napoli, 1789).

_Corso di antichità ecclesiastiche_, tomi 4, in-8º, Napoli, presso

Morelli.

Quest'opera comprende sei libri, e vi sono descritti tutti i rami

della polizia ecclesiastica dei riti greco e latino, principalmente

per quello che riguarda la parte piú oscura, cioè i tempi di mezzo.

Nel terzo e nel quarto tomo si leggono varie dissertazioni, in una

delle quali è data una specie di istituzione lapidaria del medio

evo; un'altra riguarda i tempietti portatili degli antichi; la piú

insigne è quella sulle vecchie catacombe di Napoli, lavoro di molti

anni, durante i quali l'autore passò lunghi giorni nelle tenebre di

quelle caverne.

_Cronache e diarj del regno di Napoli_, cinque tomi in-4º, Napoli,

stamperia del Perger (tale raccolta serve di continuazione a quella

degli storici napoletani del Gravier, e contiene molti codici, la

maggior parte di autori contemporanei all'epoche di che scrissero).

_Dissertazione sul ramo degli Appennini che termina dirimpetto

all'isola di Capri_, Napoli.

_Dissertazioni sopra l'antica città di Equi_, Napoli.

_Dissertazioni sul vero significato della_ SHEOL _nel testo

ebraico._

_Del culto della chiesa verso la Vergine,_ Napoli, 1820.

_Istituzioni della scienza diplomatica_, Napoli, 1821.

Promise il marchese Maffei una istituzione della scienza

diplomatica, ma non la formò prima del Pelliccia.

_La topografia di Napoli e sobborghi._

_Origine e vicende della proprietà dalla discesa dei Longobardi_

(queste due ultime opere sono inedite).

ROMEO SANTI[82]. — Nacque in Messina il di 25 febbraio 1775. Suo

padre Domenico professò medicina, ed ebbe nome di felice e sagace

interprete della natura. Giovane ancora, Santi ascoltò le lezioni

paterne con l'alacrità che muove gli spiriti cui sprona vivo

genio e nascente amore di sapere. Compiutamente istrutto nelle

scienze che concernono direttamente l'arte di curare le malattie,

o servono a quella di aiuto e sostegno, venne in Napoli, città in

quei dí fiorentissima nelle mediche discipline e udí Cotugno e lo

sventurato Cirillo, ed ebbe particolare dimestichezza con Antonio

Sementini, splendidissimo lume dell'Università nostra.

Reduce in patria, fu troppo presto salutato erede dell'ingegno e

del nome paterno.

Jenner aveva dato al genere umano l'antidoto contro la peste

vaiuolosa. A vincere l'ostinata renitenza di gran numero di

madri contro quella pratica salutare, Santi tradusse le _ricerche

storiche e mediche di Huxon sulla vaccina_ nelle quali aggiunse

doti teoriche, che comparò con belle e giudiziose osservazioni, le

quali accrebbero i pregi della versione in tal maniera divenuta

originale. La peste di Malta richiamò Romeo da quella specie di

inerzia, in cui cade lo scienziato quando si consacra di soverchio

all'esercizio della pratica. Le sue _Ricerche_ sopra grave

questione, se la peste bubbonica possa comunicarsi ai bruti come

agli uomini, parvero spargere nuova luce sopra difficile soggetto,

intorno al quale la medicina era ancora fanciulla. Malgrado la

guerra che era allora di ostacolo ad ogni maniera di commercio,

le _Ricerche_ in quella occasione pubblicate vennero altamente

commendate in tutte le opere di medicina.

Ottennero fortuna anche maggiore i suoi pensieri intorno alla

febbre micidiale che nel 1817 visitò tutta l'Italia e che non

infierí meno nel grande ospedale di Messina.

Obbligato dallo stato di salute ad allontanarsi per qualche tempo

dalla patria, visitò le principali università della penisola, e si

conciliò l'amicizia di tutti i professori italiani che visitò.

Nelle sue peregrinazioni scrisse utili ma semplici istruzioni

per le genti di campagna della Sicilia, ad oggetto di prevenire

i guasti che a quei giorni di là dal faro facea una feroce

_epizoozia_.

Poco dopo aggiunse una dotta nota sulle fumigazioni solforose,

le quali aveva nella sua dimora in Napoli sperimentato sommamente

proficue sotto la cura del chiarissimo cavaliere Assalini.

Parecchie altre sue scritture date a stampa, o concernono

l'utilità pubblica o tendono a campare i creduli dalle facili

imposture dei falsi medici. Appartengono a questa classe la sua

_Relazione sull'ipocondria di un tal Lamaestra_, ed un suo secondo

ragionamento sullo stesso soggetto edito dal Nobili.

Fu professore di medicina nel ginnasio di Messina, medico di quel

grande ospedale civico e consultore fisico della deputazione di

salute.

Fu uno degli ultimi eletti e prese parte alla memorabile tornata

dell'8 dicembre 1820.

RICCIARDI AMODIO. — Nacque nel 1756 a Palata nel Molise. Furono

suoi genitori Paolo e donna Diana Carunchio. Venne in Napoli

adolescente per darsi agli studi legali ed abbracciare la carriera

nobilissima del foro.

Nel 1790 interruppe i suoi trionfi d'avvocato per esulare in

Piemonte donde tornò nel 1808 e fu nominato da Murat procuratore

generale presso la corte d'appello di Napoli. Nel maggio del

1812 fu creato consigliere di cassazione e nel 1817 destinato

a presiedere — la reazione era incominciata — la gran corte di

Aquila.

Il Parlamento lo ebbe fra i suoi piú ardenti e costanti membri,

e poco dopo il suo ritorno nella capitale morí nel 1835 ai 3

d'agosto, di mattina.

RUGGIERI (DE') PETRANTONIO. — Mirabella, nel Principato ulteriore,

fu la sua patria, e vi nacque ai 20 luglio 1766. Formato alla

cultura delle lettere in paese, venne poi a compiere gli studi a

Napoli, ove intraprese la carriera dell'avvocheria cogliendone

non pochi allori. Nel 1814 fu nominato giudice del tribunale

civile della Capitale ed indi a poco promosso pubblico ministero

nel medesimo collegio. Amò piuttosto la difesa libera dei civili

diritti che il penoso uffizio di magistrato al quale rinunziò

spontaneamente. Conosciuto per la liberalità delle idee e per la

inviolata probità della sua condotta, nei primi dí della riforma

politica fu chiamato a far parte della commissione di pubblica

sicurezza e conseguí l'approvazione generale nei piú difficili

momenti.

La nazione lo designava alla rappresentanza e fu presto

unanimemente eletto a deputato della provincia di Napoli. Era anche

decorato dell'ordine gerosolimitano.

RONDINELLI BENEDETTO. — Nacque in Campagna nel dí 20 giugno del

1772. Dedicatosi agli studi ecclesiastici fu nel 1805 creato

canonico della cattedrale della sua patria.

Poscia nel seminario di quel comune insegnò per molti anni gli

studi filosofici e le matematiche discipline. In appresso, tenne

anche la carica di pievano nella mentovata chiesa, e nel 1818 fu

dal governo eletto a giudice conciliatore.

SONNI DOMENICO ANTONIO. — Nacque in Falerno ai 12 giugno 1758, e

nel 1776 entrò nel seminario di Tropea, (Calabria ulteriore). Fu

ordinato sacerdote nel 1784 ed un anno dopo portossi in Napoli.

Vi riuscí valoroso nelle scienze positive, tanto che con real

dispaccio del 29 luglio 1792 fu chiamato a dettare matematica

sublime nell'Università. Nel 1796 ebbe laurea di teologo e fu

educatore del duca di Spezzano e de' principi d'Ischitella e

Pignatelli.

Fu nominato professore di matematiche nella reale accademia

militare con decreto 1º novembre 1802, regio revisore delle stampe

ed esaminatore degli aspiranti al magistero delle matematiche nel

1805: fu professore trattatista ed esaminatore della r. accademia

delle guardie marine (24 novembre 1806), esaminatore dei libri

della biblioteca di San Severino ai 19 marzo 1807, membro della

commissione per la statistica generale del regno (1808). Socio

residente del R. Istituto d'incoraggiamento e della Pontaniana

(11 luglio 1809). Nel 1815 tornò ad essere revisore della

stampa, ispettore generale e segretario interino dell'istruzione

pubblica, esaminatore del concorso alla cattedra dei concilii

e successivamente delegato alla ispezione degli stabilimenti

d'istruzione delle Calabrie, di Principato Citra e di Basilicata.

Colto da apoplessia mentre camminava, in Napoli, per la strada di

Toledo, morí addí 4 febbraio 1840.

SPONSA DIODATO. — Fu tra gli esiliati a Tunisi e tornò in patria

dopo il 1831.

SEMMOLA MARIANO. — Del comune di Brusciano nel distretto di Nola.

Dopo aver appreso nella patria i rudimenti delle lettere, fu dal

vescovo Lopes inviato in Napoli agli studi delle scienze: all'età

di anni 21 fu richiamato per insegnarle al seminario nolano.

Intrapresa la carriera ecclesiastica dopo aver passato circa

quattro lustri in quell'uffizio di professore al seminario, si

riportò in Napoli ove die' un pubblico esperimento per ottenere la

cattedra di fisica nella Regia Università degli studi, e benché non

fosse riescito nell'intento ne ottenne riputazione, onde messosi

privatamente ad insegnare le scienze filosofiche ebbe frequenza di

giovani allievi.

Non molto dopo, conseguí nella stessa Università la sostituzione

alla cattedra di logica e metafisica. Nel decennio francese fu ivi

incaricato dell'insegnamento della _Ideologia_, e riconfermato

poscia, dopo la espulsione dei Francesi, nell'insegnamento

dell'antica logica e metafisica. Si hanno di lui pubblicate per le

stampe in varie edizioni le istituzioni di logica e metafisica ad

uso del suo studio privato.

TAFURI MICHELE. — Figliuolo del barone Tommaso di Melignano e di

Teresa Perrone, nacque il dí 27 di maggio 1769 a Nardò (Lecce)

nel cui seminario fu educato e poi inviato a Napoli, per studiarvi

diritto canonico e poi prendervi gli ordini; invece egli s'accinse

agli studi legali per la carriera del foro. Sposò nel 1799 Rosa

di Masi. Durante il decennio, ministro nel 1807 il commendatore

Pignatelli lo volle al ministero di grazia e giustizia e cosí anche

Zurlo e Ricciardi.

Nel 1815, tornati i Borboni, si dimise e tornò a vita privata.

Fu nominato, quindi, giudice della corte criminale di Salerno e

nell'anno seguente (1816) andò alla corte criminale di Trani. Solo

nel 1818 passò alla corte civile della medesima città.

Fu deputato nel 1820, e nella sessione che seguí tornossene, per

sempre, a vita privata.

Morí di bronchite ai 7 settembre 1857.

TRIGONA SALV. GIUSEPPE, _marchese di Camicaro e Dominamare._ —

Nacque in Noto (Sicilia) nell'anno 1792. Fra gli agi della famiglia

non obbliò che la istruzione e lo studio aggiungono pregio alla

nobiltà dei natali e si diede alacremente a coltivare le belle

lettere, la filosofia e le leggi. La economia politica alla

quale l'età nostra aggiunge importanza, divenne la sua precipua

occupazione. Temperò quest'arduo studio coltivando la poesia, per

la quale sentiva inclinazione particolare.

Visitò Parigi, Londra, vide tutta Italia, e dopo otto anni reduce

in patria, si diede con molto impegno all'azienda dei domestici

affari ed all'esercizio delle cariche municipali.

Dichiarato nel 1820 deputato del Parlamento non fu studioso che

del bene del suo paese. Venne nominato ricevitore generale della

provincia, ed ebbe tre volte la presidenza del consiglio generale

della medesima, fu deputato delle opere pubbliche provinciali e

della commissione di salute.

Queste serie occupazioni se lo distrassero al seguire con ardore i

suoi studi, non lo tolsero interamente alle accademie scientifiche

e letterarie. Fu ascritto all'Arcadia di Roma, ai Trasformati di

Noto, e fra i pastori Aratusei. Fu socio ordinario della società

economica del suo paese, corrispondente di quella di Girgenti. Fu

ascritto anche al VII congresso degli scienziati.

Nel 1843 era stato nominato gentiluomo di camera, con esercizio,

del re delle Due Sicilie Ferdinando II.

VASTO TOMMASO. — Ebbe la cuna nel comune di Cardinale in sul finire

del 1757. Fu educato nel seminario di Nola, ove professò poi, per

ben trent'anni, diritto civile e canonico. Nel 1820 era canonico

decano di quel capitolo e vicario generale della diocesi.

VISCONTI FERDINANDO. — Nacque a Palermo ai 9 di gennaio 1772

da Domenico Visconti capitano del reggimento di fanteria _Real

Napoli_. Nel 1778 fu nominato _cadetto_.

Dieci anni dopo entrò nella Reale accademia militare in cui

compí l'educazione e gli studî, premio dei quali fu il grado

di sottotenente nel reggimento _Re_ del corpo reale di genio ed

artiglieria, conseguito ai 27 febbraio 1791.

Il Parlamento Nazionale Napoletano per gli anni 1820 e 1821: memorie e documenti · 第 5 / 9 段