— _L'Istruzione morale, o metodo facile per istruire i fanciulli

nella lettura e negli elementi della storia cristiana, arricchito

di 40 figure ecc._

_Il catechismo di grammatica italiana._

_Gli elementi di grammatica italiana generale._

_La guida grammaticale della lingua italiana._

_La lessigrafia latina. L'etimologia e la sintassi della lingua

latina._

_L'antologia latina._

La seconda categoria delle sue opere riguardo lo studio elementare

dalla matematica, della geografia e della storia:

— _Gli elementi d'aritmetica._

_Introduzione alla geografia antica e moderna delle Due Sicilie._

_Introduzione alla storia antica e moderna del regno di Napoli._

_Gli elementi della storia cristiana._

La morte lo colse quando attendeva alla composizione di un

dizionario di frasi e di modi scelti di lingua ad uso delle scuole.

CARACCIOLO GHERARDO. — De' duchi di Martina: ebbe Vietri per

patria. La sua prima carriera fu la militare. Serví prima nella

cavalleria dell'esercito di linea, indi passò col grado di

colonnello nelle milizie provinciali. Colto nella scienza agraria,

si ritirò dalla vita pubblica per attendere nella rustica sua

solitudine _alle arti di Cerere e Minerva_. La agricoltura e la

pastorizia ebbero in lui un illuminato ed appassionato cultore. La

conoscenza che si aveva del suo caldo patriottismo il fe' ricercare

nella solitudine dei suoi ozii campestri per essere inviato a

rappresentare la provincia ov'ebbe la culla. Era cinquantenne nel

1820.

CONCILII (DE) LORENZO[62]. — Nacque ai 6 di luglio 1776 in Avellino

da Donato e Maddalena Genovese. Ebbe i primi rudimenti di lettere

da Ignazio Falconieri. Fu volontario nel reggimento Principe

cavalleria (_i diavoli bianchi_) ai 24 d'agosto 1794 e fece la

campagna di Lombardia.

Ecco senz'altro il suo stato di servizio:

— Cadetto, nello stesso reggimento 1796; primo tenente nel

reggimento di cavalleria _Principe Leopoldo_ ai 27 dicembre 1798;

primo tenente reintegrato nella cavalleria urbana ai 6 aprile

1801 (campagna di Roma), capitano nel secondo leggiero 30 giugno

1806, nei veliti a piedi 12 dicembre 1808; nei veliti a cavallo 19

maggio 1809. Capo-squadrone nel terzo cavalleggieri 22 febbraio

1812; tenente colonnello in Re cavalleria agli 8 d'ottobre 1816;

colonnello nel secondo dragoni 14 d'ottobre 1820. Fu sospeso al 1º

agosto dell'anno seguente.

Fu colonnello della guardia nazionale al 6 maggio 1848; maggior

generale al 1860, promosso tenente generale e collocato a riposo al

1º novembre 1861.

Vittorio Emmanuele II lo insigní della commenda dei Ss. Maurizio e

Lazzaro.

Morí in Avellino al 1º d'ottobre del 1866, novantenne.

CERALDI PASQUALE[63] — Successore del Claresi nella rettorica del

collegio cosentino nel novembre 1813 era rampollo di famiglia

nobile di Fuscaldo. Abbracciata la carriera ecclesiastica, nel

seminario di Napoli approfondí ed estese i suoi studi. Poscia

attese sotto il Cavallari alla scienza legale e gli venne conferita

la laurea dottorale. Montagna Francone vescovo di Cosenza,

richiamandolo dalla capitale, nominollo professore di filosofia nel

seminario. Per insinuazione del Lombardi e del cav. Michele Bombini

segretario perpetuo dell'Accademia cosentina e per le autorevoli

preghiere dell'intendente Flach, fu fatto rettore dell'Ateneo di

Cosenza.

Nel 1820 fu eletto fra i deputati.

CATALANO VINCENZO[64]. — Nacque il 26 gennaio del 1769 a Fiumara in

provincia di Reggio-Calabria da Antonio e Maria Cutellé. S'ebbe a

maestri in Napoli Longano e Conforti. Esiliato pei fatti del '99,

ebbe cattedra di diritto a Marsiglia e di lingua italiana in quel

liceo. Tornato nel regno tu promosso giudice d'appello in Lanciano

ed alla restaurazione del 1815 presidente di G. C. Criminale.

Ma l'ingegno versato piú nel diritto civile gli fece chiedere ed

ottenere di far parte della G. C. Civile degli Abruzzi.

Fu poi procuratore generale a Catania e nel 1820 consigliere di

Corte suprema a Catanzaro. Nel ventuno rinunziò a tutto e volle

dedicarsi esclusivamente all'avvocheria.

Come giureconsulto dettò eruditissime memorie _Sulle quistioni

transitorie per la legittima dovuta ai figli sulle donazioni

pie delle nuove LL.: quando la successione si fosse aperta sotto

l'impero delle novelle_.

È notevole di lui la raccolta delle decisioni della G. C. Civile

degli Abruzzi.

Morí ai 23 di agosto 1843.

COLETTI DECIO. — Nato in Cisterna il 21 settembre 1753 fu educato

nel seminario di Caiazzo, ove apprese le lingue dotte e le

lettere; e quindi nel collegio di Capua, in cui venne ammaestrato

nella filosofia e nelle matematiche. Compito il corso della

giurisprudenza presso il professore Fighera, attese all'avvocheria.

Nel 1799 però fu commissario del potere esecutivo a Capua, indi

rappresentante del popolo nella Commissione legislativa.

Esiliato in Francia, passò dopo alcuni mesi in Torino, e quivi

divenne segretario-archivista nel tribunale della salute. Il

suo merito non tardò ad essere conosciuto e quantunque straniero

fu nominato primo professore di matematiche in quelle pubbliche

scuole; e di _umane lettere_ nelle altre di Carignano.

L'accademia di storia e belle arti di Torino l'ascrisse tra i

suoi membri ordinari. Di là potè nel 1806 restituirsi nella terra

nativa: ma il governo di allora togliendolo alla sua solitudine lo

promosse tre anni dopo a procuratore generale sostituto presso la

Corte di appello di Altamura, della quale poi tenne la presidenza

dal 1810 al 1817, quando coi semplici onori di presidente passò

giudice nella gran corte civile di Trani.

Di là lo trassero i voti della provincia. Avvocato e matematico,

poeta e magistrato seppe insieme conciliare le facoltà che sembrano

tra loro piú insociabili.

DELFICO MELCHIORRE[65]. — Nacque il 1º d'agosto 1744 in Leognano,

castello baronale, da Bernardo e Margherita Civico, scampati

all'invasione tedesca.

Fu nominato alfiere appena nato da Carlo III.

Fanciullo, fu inviato coi fratelli a Napoli, dove fu alunno del

Genovesi e scrisse in favore del diritto sovrano riguardo ai limiti

dello Stato vicino, incaricatone da don Ferdinando de Leon allora

avvocato della Corona.

Trovossi in Napoli nel 1779 presente all'eruzione del Vesuvio e vi

tornava nel 1782.

L'anno seguente scrisse una _memoria sui risi_ e fu nominato

assessore militare del tribunale di milizia della provincia di

Teramo (20 giugno 1783).

Nel 1785 era nuovamente nella capitale. Scrisse nel 1787 una

memoria sui _regî stucchi o sia sulla servitú dei pascoli invernali

nelle provincie marittime degli Abruzzi_.

L'anno seguente diede pubblicità ad un'altra memoria sul _tavoliere

di Puglia_, ed un'altra sui pesi e le misure del regno.

Nell'anno 1790 pubblicò delle _riflessioni sulla vendita dei feudi

devoluti_ con una lettera dedicatoria, e pubblicata poi a parte, al

duca di Cantalupo sullo stesso argomento.

Nel 1791 diede alla luce le _Ricerche sul vero carattere della

giurisprudenza romana_, libro stampato a Firenze e per la terza

volta a Napoli nel 1815. Nel 1757 Ferdinando IV lo decorò delle

insegne di cavaliere dell'ordine Costantiniano. Fu ascritto alla

cittadinanza di San Marino e ne scrisse le _Memorie storiche_.

Dettò in Firenze i pensieri sull'_Incertezza e sull'inutilità della

storia_ che parve ardimento grande.

Nel 1816 fece parte del Consiglio di Stato del regno di Napoli e si

ha la stampa d'una sua memoria del 1809 sul sistema giudiziario che

si riformava. Due anni prima era stato ascritto tra i primi soci

dell'accademia Ercolanese rinata a vita novella e vi lesse parecchi

lavori che per brevità omettiamo.

Restaurati i Borboni nel 1815, rimase presidente della Commissione

generale degli archivii e diè in luce le _Nuove ricerche sul

bello_, ed ebbe assegnata l'annua pensione di 507 ducati con

un'indennità di duc. 900 pel soldo che aveva di consigliere di

Stato.

Nel venti fu deputato, presidente della giunta provvisoria di

governo. Tradita la costituzione, colse il pretesto della sua età e

degli acciacchi per ritirarsi in patria.

Altre lettere e memorie pubblicò durante la sua ultima e lunga

dimora in Teramo fra le quali è degno di nota il _Saggio filosofico

sulla storia del genere umano_.

Colpito d'apoplessia ai 26 di maggio del 1830, dopo venticinque

giorni di malattia morí ai 21 del giugno seguente.

DESIDERIO GIUSEPPE[66]. — Non abbiamo precise notizie sulla nascita

del Desiderio; sappiamo solo, che, adolescente, fu chiuso nel

seminario di S. Agata in Sant'Agata dei Goti e, presi gli ordini

superiori se ne venne in Napoli. Quivi, all'università, ebbe

diploma di diritto civile e canonico, e, promosso al vescovado

monsignor Pezzuoli lo volle seco come maestro nel patrio seminario.

Fu subito promosso canonico e, nel 1814 primicerio cantore e poco

dopo arcidiacono. Rinunziò al vescovado a Napoli ed a Roma; nel

1820 fu deputato fra i preti. Morí il 1º settembre del 1836, in

patria.

DONATO TOMMASO.[67] — Nel 1793 fu ufficiale maggiore nelle poste di

Basilicata e di Melfi, e quando il governo rivoluzionario sei anni

dopo lo chiamava direttore generale di quelle di Napoli, si dimise.

Uscí di Napoli e visse in Toscana e quindi a Marsiglia.

Quivi fondò una casa di commercio, la quale durò solo quattro anni

per le comunicazioni interrotte con la Sicilia dagli inglesi che

l'avevano occupata.

Recossi allora a Parigi ove fu ammirato dagli artisti dai quali

ottenne ogni suffragio per le estese conoscenze che mostrò in fatto

di pittura. Tornato in patria, gli si affidò il segretariato della

camera di commercio novellamente istituita. Dopo qualchetempo,

durante il regno di Murat, il duca di Gallo, ministro degli affari

esteri, lo chiamò a sé dandogli il carico dei consolati e del

commercio.

Nel 1816 fu creato direttore del porto franco di Messina e nel 1843

gli onori ed il soldo di amministratore delle dogane.

Morí in patria, ai 12 d'ottobre 1844.

FANTACONE GIOVAN CARLO. — Nel 1775 nacque in Roccaguglielma; fu

educato in Napoli nel collegio di Caravaggio [_Barnabiti_] e si

dedicò al fôro.

Ritornato nella sua patria fu piú volte eletto a consigliere

provinciale ed a deputato delle opere pubbliche. Era uno dei piú

ricchi proprietari di Terra di Lavoro.

FILIPPIS (DE) CARLO. — Nato in Serino nel 15 maggio 1773, fu

educato nelle umane lettere da Ignazio Falconieri, morto sulle

forche del 1799[68].

Intraprese la carriera amministrativa e fu consigliere

dell'intendenza di Basilicata; fece parte della deputazione di

principato Ultra.

FIRRAO GIUSEPPE, _cardinale vescovo di Petra_. — Nacque ai 20 di

luglio 1736 da Pietro Firrao principe di Luzzi e da Livia Gallo dei

duchi di Mondragone, in Fagnano, feudo di casa sua. Ebbe la prima

educazione nel collegio Clementino di Roma, sotto la scorta dello

zio paterno anche cardinale e segretario di Stato presso la suprema

curia romana.

A vent'anni, il N. fu prescelto a recare la _rosa d'oro_ al doge di

Venezia ed un anno dopo fu nominato da Benedetto XIV vice-legato in

Romagna.

Nel 1791 fu da Pio VI consacrato arcivescovo di Petra, fu inviato

nunzio apostolico a Venezia, carica che onorevolmente copri per 13

anni; indi fu segretario a Roma della Congregazione dei vescovi e

regolari.

Pio VII lo creò cardinale; ed a Napoli, durante il periodo francese

del decennio, fu grande elemosiniere di Corte e ben voluto da

Carolina Annunziata, sorella di Napoleone e dal re Gioacchino

Murat[69].

Morí in Napoli ai 24 di gennaio del 1830 e ne recitò l'elogio il

canonico Ciampitti dell'Università.

FLAMMA PAOLO. — Nacque ai 17 gennaio del 1753 in Messina da Gaetano

Flamma, dottore in medicina del reggimento svizzero Wirtz e da

Marianna Giurlando.

Volle darsi al sacerdozio e se ne venne colla madre, passata a

seconde nozze con tale Bartolommeo Masnada, a Napoli, dove vestí

l'abito monastico agli 11 settembre 1773. Nel 1795 dimise l'abito

e restò prete secolare. Fra le sue carte, dopo la morte, non si

trovarono che pochi suoi manoscritti scolastici, alcuni brevissimi

rudimenti di metrica italiana, di mitologia, di logica e diritto

naturale.

Fu, in Parlamento, accanitamente avverso al mutamento di nomi delle

provincie del regno. Morí nel novembre dell'anno 1836.

GALANTI LUIGI[70]. — Fu l'ultimo dei dodici figli di Giambattista

ed Agata Musacchi e nacque il 1º di gennaio del 1765 in Santacroce

del Sannio. Ebbe la prima educazione nel convento di Montevergine,

dove a 12 anni quei cenobiti ne erano ammirati. Nel 1777 ne vestí

l'abito, nel 1781 fece la sua professione di fede monastica e partí

per Roma a proseguire i suoi studi.

Fu geografo e storico scrupoloso e rimasero di lui opere insigni.

Nel 1801 fu elevato da papa Pio VII alla dignità di abate

benedettino. Nel 1806 fu nominato professore di geografia nella

regia università degli studi, revisore di libri esteri e membro

della commissione creata per il restauro della pubblica istruzione.

Nel 1811 fu professore di storia e di belle lettere sublimi nel

reale istituto politecnico militare e membro del _consiglio di

perfezionamento_.

Fu rappresentante del Sannio al Parlamento del 1820, e consacrò

l'onorario di 180 ducati ai veterani ed alle vedove dei soldati

morti in battaglia.

Morí in patria nel 1836.

GALDI MATTEO. — Fu cavaliere della Corona di ferro, membro della

giunta di pubblica istruzione, direttore della biblioteca della

regia Università, socio dell'accademia Pontaniana e dell'accademia

di Harlem.

Nacque in Coperchia, in quel di Salerno, ai 5 di ottobre del 1766

da Pasquale ed Eugenia Fiore, agiati proprietari.

Ebbe a Salerno la sua prima educazione e poi a Napoli.

Nell'occasione della morte di Carlo III scrisse un poema in versi

sciolti che gli procurò l'applauso universale ed il favore della

Corte.

Abbracciò la carriera del foro, ma dovette abbandonarla nel 1794 e

passare in Francia, dove iniziò la carriera delle armi, ottenendo

perfino il grado di capitano.

Fu spedito dalla repubblica in Olanda in missione di ministro

plenipotenziario, ed essendosi ivi trattenuto dal 1799 al 1809,

pubblicò un _quadro politico_ di quella nazione.

Tornò nel 1809 in Napoli e fu nominato intendente della provincia

di Molise e poi di Calabria citeriore; finché nel 1812 fu elevato

al posto di direttore della pubblica istruzione e nel 1815

direttore della biblioteca dell'Università col soldo di annui

ducati duemila.

Fu deputato e morí di mal di fegato ai 31 ottobre del 1821.

Fu presidente dell'accademia delle scienze di Napoli, del reale

istituto d'incoraggiamento, dell'accademia Ercolanese e della

Pontaniana.

Le sue opere pubblicate sono:

— _Poema in versi sciolti per la morte di re Carlo III_, Salerno,

1780, in 8º.

_Analisi ragionata del codice Ferdinandeo per gli abitanti di San

Leucio_, Napoli, 1789, in 8º.

_Osservazioni sulla costituzione elvetica_, Milano, 1798, in 8º.

_Vicende del teatro italiano_, Milano, 1798, in 8º.

_Saggio del commercio d'Olanda_, Milano, 1809, in 8º.

_Quadro politico dell'Olanda_, Milano, 2 vol., in 8º, 1809.

_Pensieri sull'istruzione pubblica relativamente al regno delle Due

Sicilie_, Napoli 1813, in 8º.

_Due memorie sull'economia dei boschi._

_Memoria sul sistema commerciale d'Europa._

_Memoria su d'una nuova divisione geografica del regno di Napoli._

GINESTOUS CESARE. — Figlio d'un negoziante francese stabilito in

Napoli, nacque ai 22 gennaio 1765, e, compita la sua educazione,

continuò la carriera del padre. La sua probità, i suoi modi dolci

e concilianti, le sue commerciali cognizioni lo fecero chiamare ben

presto ai pubblici impieghi.

Nel 1798 fu posto fra i governatori del banco dello _Spirito

Santo_; ed anche allora che il nome francese tanto periglio recava,

egli fu rispettato sempre dal popolo.

Creata in Napoli una camera di commercio in novembre 1808, egli fu

dei primi che la composero. Nell'anno seguente entrò a far parte

dei giudici del tribunale di commercio della capitale, quindi nel

consiglio di commercio che nel febbraio 1811 fu nominato presso

il ministero dell'interno. In quello stesso anno fu deputato al

consiglio provinciale di Napoli, e sostenne con successo le ragioni

della provincia che si voleva gravare della spesa della nuova

strada di Posillipo, oggetto di delizia che altri, certo, non

poteva interessare tranne la capitale.

Chiamato nuovamente nel 1813 al tribunale di commercio, egli

rinunciò a questa carica, e visse tranquillo e privato sino al 6

settembre 1815, epoca in cui fu destinato per la seconda volta, ma

dal re, al consiglio della provincia. Due anni, dopo il tribunale

di commercio lo rivide fra i suoi giudici, in qualità di supplente,

e nel 1819 egli ne rinunciò la presidenza.

Convocate le assemblee parrocchiali, particolari faccende gli

vietarono d'intervenirvi: ciò non ostante fu scelto per uno degli

elettori di provincia, Questi avevano già nominato al Parlamento

otto deputati, allorché unanime voce si alzò, chiedendo un

negoziante. Fu allora che la maggior parte dei voti si riunirono in

favore di Ginestous. È rimarchevole nella sua vita pubblica l'aver

egli appartenuto al collegio elettorale dei commercianti, i quali

nel 1810 doveano far parte della costituzione di Baiona.

GIOVANE GIUSEPPE MARIA[71]. — S'occupò di scienze e di lettere.

Fu arciprete, socio dell'accademia italiana delle scienze, e

dell'istituto borbonico di Napoli.

Nacque a Molfetta ai 23 gennaio 1753 da Giovanni e da Antonia

Graziosi, nobili cittadini. Ebbe la prima educazione nella città

nativa in un collegio dei gesuiti, e quando i seguaci di Loiola

furono soppressi, egli, appena novizio, voleva uscire con essi

dal regno. Invece fu trattenuto a Napoli in casa di Ciro Saverio

Minervini, e riprese poco dopo il corso interrotto di matematiche

e filosofia e fu elevato agli ordini minori. Apprese le scienze

legali e vi si addottorò.

Varie sue opere nel 1789 erano state date alle stampe, tra le

quali furono apprezzate la _memoria_ sulla natura degli ulivi, la

_lettera_ diretta a Saverio Mattei colla quale argutamente dimostrò

che Cristo allorché paragonò gli apostoli al _Sale della terra_

intese di voler parlare del... _sal-nitro_; l'avviso sui vermi che

rodono la polpa degli ulivi, la memoria sulla nitrosità generale

delle Puglie che fu persino riprodotta in francese dallo Zimmermam.

Scrisse opuscoli sulla rosa prolifica e sulla pioggia rossa e varie

memorie izziologiche e zoologiche che gli valsero fama ed onori.

Fu uomo di vastissimo talento e di svariata erudizione sempre

profonda.

Nel 1804 era vicario generale della sua diocesi e sopraintendente

del seminario e nel 1806 vicario apostolico di Lecce donde tornò in

patria dieci anni dopo.

Fece dono al seminario della sua ricca biblioteca, del museo di

storia naturale e geologia, della raccolta di numismatica e dei

vasi italo-greci.

Fu deputato al Parlamento del 1820 e morí ai 2 di gennaio del 1837.

JACUZIO FRANCESCO PAOLO. — Nel 1831 gli fu permesso di tornare nel

regno. Era conosciuto un suo scritto: _A Carlo Alberto di Savoia...

un Italiano_.

Fu però sospeso l'ordine del rilascio del passaporto[72].

IMBRIANI MATTEO[73]. — Nacque nel 1783 su un piccolo colle della

Valle Caudina. S'occupò di lettere e filosofia. Rimangono di lui

ancora inediti alcuni lavori intorno alla grammatica filosofica

condotti con grande amore e con diligenza incredibile. Nell'antica

biblioteca analitica e nell'effemeride che egli pubblicò durante

gli anni 1820 e 21 si hanno bei saggi della sua mente.

Fu deputato al Parlamento del 1820 e non si scostò mai da quella

savia temperanza opposta agli impeti dei demagoghi ed alle insidie

di coloro che vorrebbero spenta ogni giusta speranza.

Visse a Roma e a Firenze in esilio in compagnia di Gabriele

Pepe. Ebbe due figli: Emilio che sposò la figliuola del Poerio, e

Rosario; morí nel 1847.

LE PIANE VINCENZO. — Fu scrittore e traduttore in dialetto calabro

del catechismo dei Carbonari. Fu canonico della chiesa cosentina,

vicerettore del collegio di quella provincia e deputato nel 1820.

Altre notizie non abbiamo di lui, senonché dagli _Annali

di Citeriore Calabria_[74] sappiamo che nel 1811, riaperta

l'Accademia Cosentina col nome di Reale istituto, «... si commise

la vicepresidenza a Vincenzo Piane, vago piú di filosofare, che

di ecclesiastiche elucubrazioni, concionatore persuasivo, meno

elegante che semplice».

LIBERATORE RAFFAELE[75]. — Era ex ufficiale di carico della reale

segreteria degli Esteri col grado di _uffiziale di ripartimento_,

destituito nel 1821, domandò di conseguire dalla reale clemenza il

terzo del soldo che godeva: il re annuí alla domanda.

LAURIA FRANCESCO[76]. — Nacque ai 6 di giugno 1769 da Giuseppe

Lauria, avvocato, e Antonia Ribas, figliuola de fiscale

dell'udienza di Montefuscoli di Principato Ulteriore. In tenera età

perdette il padre e fu rinchiuso al seminario di Nusco; non lasciò

per allora l'abito clericale sí da essere nel 1792 rivestito della

dignità di canonico nella chiesa di San Giovanni del Vaglio, nel

suo paese, quando ancora non aveva ricevuti gli ordini sacri. Poi

si recò a Napoli, dove si diede agli studi legali, abbandonando ad

altri il canonicato.

La sua vita forense cominciò brillantemente nel 1794. La sua

memoria era ferrea e gli effetti della sua eloquenza erano

addirittura meravigliosi. Gli aneddoti sulla sua vita sono

numerosissimi e non mette conto riportarli tutti. Fu insino al 1779

con Pagano, Raffaelli, e Serio, che non lo vincevano in valore ed

in tattica forense e la reazione lo trovò al suo posto fermo ed

immutabile nei piú rigidi principî di giustizia e di diritto.

I Francesi venuti dal 1806 al 1815[77] lo tennero in grandissimo

onore. Nel 1807 fu professore di _dritto criminale_ nell'Università

di Napoli, dettandone le lezioni nel piú puro e classico idioma

latino.

Scrisse poi _un commento_ al codice francese, e piú tardi i

_pensieri su d'un codice criminale_, ed il _saggio sulla corruzione

dei popoli_ letto nell'accademia Pontaniana ai 10 di ottobre 1810.

Morí nel 1829 in Napoli e lasciò undici figliuoli.

LUCA (DE) FERDINANDO. — Nacque ai 15 d'agosto 1785 in Serracapriola

(Capitanata). Fu educato nei primi anni nel seminario di Troia,

quindi in quello di Larino. Della età di 18 anni sostenne due

pubbliche conclusioni di filosofia e teologia e nelle stagioni

autunnali insegnava umanità e rettorica ai giovani della sua

patria.

Venne in Napoli nel 1806, si applicò allo studio delle leggi e

cominciò quasi da capo a rifare la sua educazione scientifica,

dandosi contemporaneamente allo studio delle matematiche, della

fisica, della chimica e delle tre branche della storia naturale.

Nel 1809 avendo scritto una memoria sulle ragioni e proporzioni

colla teorica degli esperimenti, ed un'altra sulle applicazioni

dell'algebra alla geometria, fu chiamato ad insegnare geometria

nella scuola militare provvisoria; e nel 1811, essendosi ordinata

la scuola politecnica, fu scelto per uno dei professori e gli

fu affidato l'incarico di scrivere la geometria elementare, la

trigonometria analitica e l'analisi a due coordinate. Durante tutto

l'anno 1811 e parte del 1812, uscirono alla luce le accennate opere

in quaderni separati che si stampavano come si componevano per

farli studiare agli alunni. Sul finire del 1812, le tre accennate

opere furono compiutamente stampate.

Il de Luca dette alle stampe anche molte memorie di fisica e

geografia e sopratutto della geografia egli pubblicò un corso

compiuto, ma diviso in periodi.

Appartenne a diverse accademie e dette alle stampe le seguenti

opere:

— _Geometria sintetica_, pubblicata in Napoli nel 1810.

_Geometria piana trattata con l'analisi geometrica degli antichi_,

1811.

_Trigonometria analitica con un saggio di poligonometria_, 1811.

_Geometria analitica trattata con l'analisi a due coordinate, e

colla cartesiana_, 1811.

_Analisi a due coordinate, con molti problemi generali_, un grosso

volume di 35 fogli di stampa, 1812.

_Agrimensura popolare ove il problema della divisione del poligono

in data ragione è sciolto nella massima generalità ed in un modo

geometrico_, Napoli, 1842.

Il Parlamento Nazionale Napoletano per gli anni 1820 e 1821: memorie e documenti · 第 4 / 9 段