Sacra reale maestà.

L'eterne leggi con le quali la Provvidenza regola e compone

l'ordine dell'Universo, la loro costanza e la loro apparente

discordia stessa, considerate dall'uomo religioso non men che

filosofo, e quindi ridotte a chiari teoremi ed a formole generali,

costituiscono il codice delle verità di uso comune a tutti i popoli

inciviliti.

Se al contemplator geologo faran meraviglia il cangiato aspetto

delle isole e delle terre, i laghi, ed i mari disseccati, i

nuovi continenti sorti dal seno delle onde, l'abbassamento delle

montagne, le piante e gli animali totalmente spariti dalla

superficie del globo, e quelli che vi si rinvengono di nuova

creazione; non minor maraviglia recar debbono al filosofo politico

le vicessitudini delle nazioni, delle monarchie, delle repubbliche

ed i cangiati costumi, le cangiate leggi, ed i cangiati governi e

la loro grandezza e decadenza le cause che le producono.

Quell'energica forza della natura che fa cambiare di continuo

l'aspetto del mondo fisico, tende ancora di continuo a far lo

stesso del mondo morale. Ma l'Autor del tutto sostiene da solo

con l'onnipossente mano, e conserva la gran mole dell'Universo;

ed affida all'uomo, ai monarchi, ai governi il conservar l'ordine

morale e civile dei popoli; quindi solo all'uomo di squisiti sensi,

di ragion penetrante, un raggio infuse dell'eterna luce, lo rese

inclinato alla sociabilità, a riunirsi in famiglia, in città e

quindi a comporsi uno Stato bene organizzato, onde gradatamente poi

nacquero le grandi società ed i grandi Imperi.

Finché l'uomo seguí i dettami della ragione e della giustizia,

di poche semplicissime leggi ebbero bisogno le società civili:

non vi furono ostinate guerre e frequenti: i vecchi Patriarchi

ressero il tutto e non trovarono nei loro figli e concittadini che

obbedienza e rispetto. Ma sopraggiunsero le ricchezze e l'ambizione

di dominio, crebbero i bisogni delle società, crebbero i delitti,

e divennero necessarii complicati codici di legislazione. In mezzo

a queste vicissitudini nacque la funesta discordia civile, mostro

che ha mille diverse lingue, mille aspetti e sotto mendicati

pretesti va divorando le popolazioni della terra. Si credé di

poter rimediare a tanti mali con nuove leggi, ma spesso inefficaci,

perché mal sostenute dai costumi; si ricorse alla viva forza, e si

aberrò fra gli eccessi della tirannide e della demagogia.

Talvolta per accrescere la felicità dei popoli si affrettò la loro

rovina, facendo pompa d'uno spirito esagerato d'innovazione e di

perfettibilità; e dall'altra parte, credendosi tanti mali della

società prodotti dal filosofismo, si gridò contro le scienze e gli

scienziati e si corse verso la barbarie.

Per questi vizii caddero in rovina i piú fiorenti imperi, quando

credeansi giunti all'apice della loro grandezza e perché dominati

dalla superbia e dall'avarizia, mentre senza tali sforzi della

politica astratta, e solo per qualche resto di virtú antica, si

rivelarono vegeti e robusti quelli che credeansi prossimi al loro

decadimento. Restava ed ancor resta a sciogliersi il gran problema

di moderare l'orgoglio delle nazioni nella loro grandezza e

prosperità e di rincorarne lo spirito abbattuto dall'oppressione e

dalle ingiustizie; ma il dito solo della Provvidenza, coll'onorata

scuola delle sventure poteva indicare ai monarchi ed alle nazioni,

la stella polare che doveva salvarli dall'oceano dei mali.

Questa stella consisteva in una Costituzione saggia, moderata,

figlia di maturo sapere e di matura esperienza. Questa dovea

consistere in un patto sociale che sottraesse i popoli dalle

violenze dei governi arbitrari, e i governi moderati dalle

esagerate pretensioni dei popoli; in un patto voluto dall'utile

universale, sanzionato dalla religione piú augusta, e che giungesse

finalmente a comporre le due cose pria credute insociabili, la

libertà ed il principato. Verso il declinare del passato secolo,

le cose d'Europa giunsero a tale di esser divenuto necessario il

ricomporre i patti sociali. Ma dov'erano i Re, padri amorosi dei

popoli? E dove erano i popoli figli obbedienti dei Re? I rimedi

ai quali si ricorse furon veleni per l'ordine sociale; fummo

minacciati di nuova barbarie e delle tenebre di notte eterna. Ed

ancora non poche nazioni vanno fluttuando nell'incertezza di loro

sorte: non trovano il vero punto di equilibrio ove fissarsi e nol

troveranno per lungo tempo, se la divina mano del Creatore non le

ricompone in miglior ordine, come intorno al sole, per le leggi di

gravità, stabilí le orbite dei pianeti nel dí che trasse il mondo

dal caos.

In mezzo alle sventure universali di Europa, le ultime Spagne erano

state vie maggiormente afflitte da tutti i mali, onde Iddio suol

fare esperienza della costanza d'un popolo. Quasi soggiogate da

un bellicoso, e fino a quel momento creduto invincibile esercito

straniero; il commercio distrutto, le colonie ribellate, espugnati

i baluardi della penisola, incenerita la marina, sbaragliato

l'esercito, prigioniero il Re; quando alla voce della religione e

dell'onor nazionale si rammentano gli Ispani esser discendenti dei

Consalvi e dei Mendozza corrono alle armi, debellano il nemico,

liberano dai suoi timori l'Europa, riconquistano le loro franchigie

e riconquistano il loro Re; si formano una Costituzione che ha

servito a noi di modello, e che non sarà inutil monumento di ragion

politica alle nazioni dell'universo.

Signore, questa costituzione è figlia di lunga esperienza, e di

quel che meglio dettarono i pubblicisti d'Europa dalla metà del

passato secolo finora. Ella sembra aver colto il vero punto di

riposo e di contatto fra i diritti dei popoli e le prerogative

dei monarchi. Ella ha saputo distribuire ai figli l'avuta

eredità, lasciando al padre una ragionevole latitudine nelle sue

disposizioni, è lontana da tutti gli estremi viziosi che lasciano

sempre nell'incertezza le sorti delle nazioni. Questa costituzione

procede e s'innalza con una maestosa piramide, ne formano l'ampia

e solida base la dichiarazione dei dritti e doveri dei cittadini;

prosegue, nelle ben calcolale elezioni, assicurando una scelta di

rappresentanti nazionali, cui presiede sempre la religione, assiste

al piú ch'è possibile il voto universale, si allontanano i germi

di corruzione, si apre la strada al merito, che si fa passare al

vaglio di molteplici e severi esperimenti. Questa Costituzione

estesa definisce e circoscrive i limiti del potere legislativo,

quind'insensibilmente lo avvicina all'esecutivo per mezzo del

Consiglio di Stato e dell'Alta corte di giustizia e pianta

alla sommità dell'edifizio il Monarca in tutta la sua grandezza

circondato dai suoi ministri e da tutto lo splendore e la forza

del potere esecutivo: tutto è ordine e simmetria, tutto solidamente

costrutto; non resta luogo di aggiungere né di togliere una pietra

angolare del grande edifizio senza deturparlo o farlo cadere in

rovina.

Qual'è durerà immoto ed indistruttibile come la gran piramide

di Egitto che da quaranta secoli sfida il tempo e le stagioni, e

rimarrà a sostenerne gli oltraggi per quaranta secoli ancora.

S. R. M. Signore, noi abbiamo giurata colle lagrime agli occhi e

con religioso rispetto, questa Costituzione. Il popolo ha veduta

la nostra commozione e le nostre lagrime. Vostra Maestà ancora ha

giurato lo stesso, e 'l discendente e l'erede della religione di S.

Luigi e delle virtú civili di Carlo III non giura invano.

Ecco stabilito tra il Re ed il suo popolo un nuovo patto sociale

che assicura ad entrambi la loro quiete e la felicità avvenire.

Iddio d'Israele non sdegnò spesso di pattuire col popolo eletto e

perché lo sdegnerebbero i Re?

Con questo fatto è assicurata la grandezza vostra, la vostra gloria

e le legittimità della vostra dinastia. Ella non riposa piú sulla

volontà d'un solo, non su precarie alleanze straniere, ma su la

volontà decisa di sette milioni di cittadini pronti a versare

l'ultima stilla del loro sangue in difesa della religione degli

Avi, della Patria e del Re.

Quell'adorabile famiglia che vi fiorisce d'intorno, come all'ombra

del maestoso cedro del Libano crescono le sacre palme, quei

rampolli del vostro a noi sí caro primogenito figlio, cresceranno

anch'essi nelle avite e domestiche virtú: dalla M. V. apprenderanno

ad imitare le virtú degli avi, gli arcani dei governi, la sana

politica e la dura milizia. Uno ne crescerà certamente tra essi,

che di unita alle arti di pace saprà coltivare quella della guerra.

Egli accoppierà al brillante coraggio ed all'alma intrepida di

Francesco I e di Enrico IV, il saper militare del gran Condé; e se,

tolga il cielo l'augurio, sarà chiamato a combattere, lo vedremo

circondato dai bellicosi Marsi, di Dauni, da Sanniti, da tutti

i popoli della Magna Grecia e della Trinacria alle frontiere del

regno come l'Angelo del Signore con l'adamantina spada stava alla

difesa del Paradiso terrestre.

Ora finalmente, accettata e giurata la nostra Costituzione, non

sarà piú chimerica e sprecata invano nell'isola la forza che ebbero

nelle armi i nostri avi, ed il risorgimento della marina; non

piú inceppati i progressi dello spirito umano e dell'istruzione

pubblica; non disordinato e dilapidato l'erario; non compromessa la

dignità del Monarca e della nazione nelle politiche transazioni. Le

pagine del Codice di Astrea rimarranno immuni da qualunque macchia

e custodite da incorruttibili sacerdoti; e il potente braccio e

la volontà della maestà vostra e le assidue e regolari cura del

Parlamento nazionale assicureranno sí bel retaggio fino alla nostra

piú remota paternità. Risorgeranno i Geleuci e gli Architi, gli

Archimedi ed i Tulli onore delle nostre regioni e del genere umano:

risorgeranno i bei monumenti dell'arte antica su questa terra

felice, riuniremo in una sola epoca tutti gli onori, onde fummo

presenti dal fiorire degli Italo-Greci ai tempi d'Augusto, e dal

regno di Alfonso di Aragona a quelli di Carlo III.

Deh! tu onnipotente Iddio, arridi dal Cielo a sí felice augurio:

conserva nel Re il padre e benefattore del popolo: conserva nel

popolo la famiglia ed il baluardo del Re: conserva nel Parlamento

nazionale il vigile custode delle nostre Istituzioni e delle

nostre leggi, e fa che viva e regni per lunghi anni l'augusto

nostro Ferdinando, sí che divenga il Nestore dei Monarchi

Costituzionali[44].

Il re rispose brevemente cosí:

Gradisco sommamente i bei sentimenti e leali che il Parlamento

per l'organo del suo presidente mi esprime e spero con la sua

cooperazione vedere sempre piú felice e tranquilla questa Nazione

che per tanti anni ho governato e governo.

Indi Ferdinando primo, preso il discorso d'apertura, lo porse al figlio

Francesco, duca di Calabria che lesse:

Signori Deputati,

Incomincio dal render grazie a Dio che ha conservato la mia

vecchiezza, circondandomi di lumi pe' miei amatissimi sudditi.

In voi considero la nazione come una famiglia, della quale potrò

conoscere i bisogni e soddisfare i voti. Non altro è stato mai il

mio desiderio nel lungo regno che il Signore mi ha concesso se non

di ricercare il bene e di seguirlo. Voi mi presterete d'ora innanzi

la vostra mano nell'adempimento di questo sacro dovere: ed io

raccogliendo dalla vostra propria voce i voti della nazione, sarò

liberato dall'incertezza di doverli interpetrare. Per conseguire

l'oggetto delle nostre comuni cure, io debbo richiamare la vostra

attenzione alle importanti operazioni che vi sono commesse ed alle

difficoltà che noi dobbiamo superare. Il conoscer queste sarà un

eccitamento maggiore alla vostra saviezza ed alla vostra prudenza:

ci farà acquistare anche la gloria, se avremo saputo trionfare

degli ostacoli che ci presentano le circostanze dei tempi, e le

conseguenze stesse delle stesse nostre passate vicende.

Voi siete in primo luogo incaricati dell'importante opera delle

modificazioni da farsi alla Costituzione Spagnuola, onde adattarla

al nostro bisogno. Molte delle nostre istituzioni sono compatibili

con qualsivoglia ordine politico. Tali sono la divisione del nostro

territorio, il sistema di pubblica amministrazione, ed il nostro

ordine giudiziario. Io sono sicuro che il Parlamento valuterà

sopratutto il bene di evitare il piú che è possibile i cangiamenti

dell'ordine interno, e tutto quello in generale che la nostra

stessa esperienza ci raccomanda.

Noi consolideremo la Costituzione, se la fonderemo sulle basi delle

nostre antiche instituzioni e delle idee che ci sono familiari.

Non intendo già che questa considerazione vi ritenga dal proporre

quegli inevitabili cambiamenti che sono necessari a rendere solido,

durevole ed utile alle generalità il nuovo ordine politico che

oggi fondiamo. Il mio animo riposa tranquillo nella saviezza del

Parlamento, che saprà scegliere il giusto mezzo tra la necessità e

l'utilità.

Vi raccomando principalmente di assicurare l'ordine pubblico,

senza del quale ogni sistema politico e civile resterebbe privo

d'effetto. Voi saprete dar vigore al governo, la forza del quale

si confonde con quella delle leggi, quando il suo andamento è da

questa diretto. Custodite gelosamente le guarentigie individuali

dei cittadini: non sottoponete le volontà particolari alla

generale; e rivestite l'autorità che la rappresenta di tutti i

mezzi necessari a farla rispettare. Questo è il primo carattere

d'ogni governo civile e d'ogni nazione che voglia far rispettare la

propria indipendenza.

L'inviolabile attaccamento che la nostra nazione ha dimostrato

alla nostra cattolica religione, mi rende sicuro che il Parlamento

ne custodirà la serietà, e conserverà con ciò il piú bel pregio

della Costituzione. Noi non _siamo mai stati persecutori_ delle

idee altrui ed abbiamo sempre lasciato a Dio il giudizio della

credenza degli altri. Il nostro suolo non è stato mai macchiato

di persecuzioni religiose, anche nel tempo del fanatismo e dei

pregiudizii. Ma i popoli che professano un'altra credenza, non

hanno il diritto di contaminare neppure coll'esempio, la verità

e severità della nostra dottrina. I doveri dell'ospitalità non

possono essere maggiori di quelli che noi abbiamo verso noi stessi.

Stabilite felicemente, come spero, le basi del nostro ordine

politico, ed invocata l'assistenza e la protezione del Signore

Iddio a tutti i travagli dai quali dipendono i riordinamenti del

Regno, noi potremo facilmente provvedere a tutti i nostri interni

bisogni.

Io debbo prima d'ogni altra cosa manifestarvi la soddisfazione

che provo nel vedere intorno a me i deputati dell'una e dell'altra

Sicilia. Queste due parti della mia famiglia egualmente a me care,

e da ciascuna delle quali ho ricevute prove d'attaccamento, non

sono state giammai per me divise.

I disordini parziali non decidono della volontà né dello spirito

d'una nazione. Io sono stato sempre persuaso che la Sicilia al

di là del Faro non avrebbe mai smentito il nobile carattere che

l'ha sempre distinta; e mi compiaccio che ella siasi affrettata a

confermare col fatto la mia opinione. Da' lumi uniti di due popoli,

ai quali la natura è stata prodiga dispensatrice d'ingegno e di

generosi sentimenti, io non posso non ripromettermi misure, leggi e

regolamenti tali, che assicurino con indissolubili legami di unità

e di reciprocazione le rispettive loro facoltà.

Affinché voi possiate avere una esatta notizia della situazione

del regno, io ho ordinato a tutti i miei segretari e ministri di

Stato di presentare al piú presto che potranno, un rapporto dello

stato di ciascun ramo. Lo stesso desiderio per quanto riguarda le

sue operazioni, ho manifestato alla Giunta provvisoria di governo,

che ha col suo consiglio assistito il mio amatissimo figliuolo

e vicario, che ha sí bene corrisposto alla fiducia mia e della

nazione.

Lo stato delle nostre relazioni coll'estero è dilicato, ma presenta

difficoltà, a superar le quali, può forse essere bastevole la

moderazione unita ad un contegno nobile e fermo.

La necessità di questo contegno vi persuaderà altresí de'

sacrifizii che la nazione dee fare nel ramo delle finanze. Lo

stato di queste non è solamente la conseguenza della nostra attuale

posizione; ma anche delle circostanze nelle quali ci troviamo dopo

l'anno 1815.

Voi vedrete dal rapporto del segretario di Stato ministro di

questo ramo gli sforzi da me fatti, onde soddisfare a tutti

gli straordinari bisogni e proporre alla nazione una stabile

prosperità.

Le medesime circostanze hanno influito e influiscono attualmente

nel dipartimento della guerra. La vostra saviezza vi guiderà

naturalmente a distinguere lo stato momentaneo dal permanente, onde

l'armata serve al suo scopo e non divenga onerosa alla nazione.

Le nostre milizie ci presentano una forza interna che non aggrava

il tesoro e che è della piú grande utilità a mantenere l'ordine e

la tranquillità delle persone.

Le stesse considerazioni vi si presenteranno per la nostra marina

che noi dobbiamo principalmente rivolgere alla protezione del

commercio marittimo ed alla difesa delle nostre coste.

L'interesse del nostro commercio politicamente calcolato, vi sarà

presentato dal nostro segretario di Stato ministro degli affari

interni. Formerà questo uno dei piú gravi ed importanti argomenti

delle vostre deliberazioni.

Voi troverete preparate tutte le altre instituzioni delle quali

dipende l'interna prosperità del regno. Io ho conservato dopo il

1815 tutte quelle che l'esperienza ed il voto nazionale indicavano

come necessarie ed utili.

Raccomando alle vostre cure gli stabilimenti d'educazione, di

beneficenza e di umanità, le prigioni, sopratutto, lo stato

delle quali è ancora lontano da quello a cui avrei desiderato di

portarle.

Il dipartimento della giustizia presso a poco è fondato sulle

stesse basi che io avrei stabilite.

Io mi sono giovato dell'esempio e dell'esperienza ed ho adottato

le leggi che mi sono sembrate le migliori; perché di niun'altra

passione sono stato capace fuorché del bene dei miei popoli. Il mio

ministro di grazia e giustizia vi proporrà i progetti necessari

per perfezionare questo ramo importante. Se altri miglioramenti

giudicherete necessari alla libertà delle persone ed alla sicurezza

delle proprietà voi dovete esser persuasi che proponendoli, andrete

sempre incontro al mio desiderio.

Quanto agli affari ecclesiastici l'ultimo concordato ha fatto

sparire tutte le antiche controversie con la Corte romana. Per esso

è stata restituita la calma alle coscienze. Sono stati ridotti i

vescovadi, e si è preparata la dotazione ed il miglioramento del

clero. Per ottenere quei vantaggi è stato d'uopo di convenire di

molte transazioni. Io vi ho consentito, perché le ho riguardate

come prerogative, alle quali non ho voluto sacrificare l'interesse

principale de' miei popoli. Io sono persuaso che in tutte le future

transazioni il Parlamento si farà sempre guidare dal rispetto

dovuto alla Santa Sede e dalla necessità di stringere sempre piú

le relazioni di amicizia che debbono essere fra due Stati vicini ed

insieme legati per un comune interesse.

Dopo questa breve esposizione dello stato nostro, mi rimane

solamente a dirvi che non permettendomi ancora le mie forze di

riprendere tutte le cure del governo io continuerò per ora ad

affidarle al mio amato figliuolo ed erede Duca di Calabria nella

qualità di mio Vicario generale. Io sono stato compiaciuto del modo

onde egli ha corrisposto alla mia ed alla vostra fiducia.

L'esperienza servirà a renderlo piú maturo nel governo ed a voi piú

caro. Io avrò verso la Nazione il merito di avere, non solamente

formato il suo cuore, ma di avergli altresí additati i mezzi di

rendervi felici.

Signori deputati, niun momento nella storia della monarchia è stato

piú importante di questo. L'Europa tutta ha gli occhi sopra di noi.

L'Onnipotente che regge il destino di tutti i popoli ci ha messi

nella posizione di acquistare con la moderazione e con la saviezza

la stima di tutte le nazioni.

È nelle nostre mani di consolidare le nostre istituzioni ed

il renderle stabili, durevoli e tali che producano la nostra

prosperità.

Quanto a me, non farò che secondare il voto dei miei popoli, e

sarò unito ad essi con quella medesima fiducia che hanno a me

dimostrata. Io desidero di portare con me nella tomba la vostra

riconoscenza, e meritare il solo elogio di aver sempre voluto la

vostra felicità.

Dopo le parole del Re, il Duca di Calabria baciò ripetutamente la mano

al padre ed aggiunse — dicono i contemporanei — abbastanza commosso:

Nell'atto che ringrazio a Voi, mio amato Padre e Sovrano, della

bontà con la quale vi siete degnato di esprimervi benignamente a

mio riguardo, vi assicuro che tutti i miei sforzi, sinché avrò

vita, saranno diretti al vostro servizio al vantaggio della

Nazione.

Il presidente Galdi riprese la parola per ringraziare il Re, ed infine

il tenente generale Pepe fece la solenne rinunzia del comando in capo

dell'esercito nazionale cui re Ferdinando rispose accettando[45].

Terminata la cerimonia, il Re col suo corteggio pomposo uscí di Chiesa

per tornare al palazzo. Ma il cielo che nel mattino era sereno si

fe' scuro e quando il Re giunse s'addensarono le nubi e piovve. I

superstiziosi temettero, e ricordarono il fatto quando la Costituzione

fu abolita nell'anno seguente[46].

La sera vi fu uno spettacolo _gratis_ in tutti i teatri della capitale,

gran pranzo di gala a corte, ed al massimo _San Carlo_ si recò il

principe ereditario con la moglie ed il principe di Salerno. Quella

sera il duca di Calabria indossava la divisa di colonnello di fanteria

della milizia nazionale ed il principe di Salerno quella degli usseri

della guardia di sicurezza interna.

Nella seduta del 2 ottobre[47] furono formate le commissioni — oggi

uffici — all'oggetto di facilitare l'andamento ed il disbrigo degli

affari interni. Furono, dunque cosí costituiti:

I. COMMISSIONE. — _Legislazione:_ Lauria Francesco. Scrugli

Francesco, Saponara Felice, Arcovito Guglielmo, Catalani Vincenzo,

Tafuri Michele, Pelliccia Alessio, Ceraldi Pasquale, De Cesare

Innocenzio.

II. _Guerra, marina ed affari esteri:_ Begani Alessandro, Giovanni

Bausan, Rossi Francesco, Morici Domenico, Macchiaroli Rosario,

Poerio Giuseppe, De Concilii Ernesto, Firrao Giuseppe cardinale, de

Donato Tommaso.

III. _Milizie provinciali, gendarmeria ed altro oggetto di pubblica

sicurezza:_ Sponsa Diodato, Perugini Pietro Paolo, Borrelli

Pasquale, De Piccolellis Mario, Coletti Decio, Melchiorre Paolo,

Mazziotti Gerardo, Vivacqua Francesco, Corbi Carlo.

IV. _Finanze:_ Matera Domenico, Ginestous Cesare, Gerardi Giuseppe,

Incarnati Francesco Saverio, Paglione Gennaro Domenico, Pessolani

Saverio Arcangelo, Losapio Giuseppe, Dragonetti Luigi.

V. _Commercio, agricoltura, arti ed industria:_ Angelini Gian

Fedele, Netti Raffaele, Coletti abate Michele, Giovane Giuseppe

Maria, Jacuzio Francesco, Riolo Paolino, Lozzi Giovannantonio,

Corbi Vincenzo, Caracciolo Gerardo.

VI. _Istruzione pubblica:_ Petruccelli Francesco, Semmola Mariano,

Strano Francesco, Sonni Domenico, Jannantuono Papiniano, Lepiane

Vincenzo, Flamma Paolo, Buonsanto Vito, Desiderio Giuseppe.

VII. _Esame e tutela della Costituzione:_ Delfico Melchiorre,

Ricciardi Amodio, Nicolai Domenico, Galanti Luigi, Maruggi

Giovanni, Cassini Domenico, Vasta Tommaso, Ruggero Petrantonio,

Imbriani Matteo.

VIII. _Amministrazione provinciale e comunale:_ Carlino Ippazio,

Rondinelli Benedetto, De Oraziis Biagio, Brasile Saverio, Trigona

Salvatore Giuseppe, Fantacone Giancarlo, Castagna Michelangelo, De

Luca Antonio Maria, Mercogliano Antonio.

IX. _Governo interno:_ Presidente, segretario Berni, De Filippis

Carlo, Mazzone Liberatore, Orazio Giuseppe.

I deputati entrati in carica ottennero un diploma di nomina, muniti del

suggello del Parlamento nazionale[48], di questo tenore:

PARLAMENTO DELLE DUE SICILIE.

Il Parlamento Nazionale Napoletano per gli anni 1820 e 1821: memorie e documenti · 第 2 / 9 段