disegni: perchè dubiterei io di manifestarli a te, che fosti uno de’
più caldi sostenitori del mio partito? Pur troppo finora mi mancavano
le forze per intraprendere alcuna bella impresa, a che tanto tempo
ardentemente io aspiro; ed in mezzo a’ miei prosperi successi tuttavia
il partito de’ nostri nemici equilibrava le forze mie, sostenuti i
Guelfi dal capriccioso Giovanni Maria. Ma Giovanni Maria, che odia
i Ghibellini e me come loro capo, egli che tutti ci vorrebbe vedere
avviliti e repressi, e per ciò ricorse ad ogni mezzo, persino al
tradimento; ora l’inetto giovane, siccome il conte di Pavia, trovasi
del tutto nell’impossibilità di nuocere; nè più inciampo opporrassi
alle mie imprese. Ed è ben giusto che chi non sa stringere con forte
mano le briglia del governo le abbandoni, e non tormenti una nazione
co’ suoi errori; ed è veramente una deplorabile fatalità che colui il
cui braccio la difende, ancora collo stesso braccio non la governi.
— Facino, queste non sono le intenzioni che mi dimostraste in Monza:
voi allora mi parlavate come suddito fedele di Giovanni Maria; or via,
spiegatevi: devo io esser l’alleato del Duca mio parente, o di Facino
suo generale? — disse Estore in tuono grave e solenne.
— No, Estore; io non penso a tradire il Duca, sebbene egli abbia pur
tentato più volte di precipitarmi, ed anche di togliermi la vita. Ma
mia intenzione si è che nel mentre l’inetto sta nel fondo del suo
palazzo immerso ne’ suoi vizj brutali e nella sua crudeltà, a lui
sieno tolti i mezzi di impedire il corso delle mie vittorie. Se bella
cosa ella è essere signore di grande Stato, aumentato col vigore del
proprio braccio, colla sagacità del proprio senno, non sarà però
meno glorioso per Facino essere il restauratore di uno Stato, un
dì gigante nell’Italia, essere l’emulo di Giovan Galeazzo, dare a
questo Stato ordine e buon governo, sebbene la corona porti un inetto
giovine che non pensa che a disonorarla. Per questo modo parlerà la
storia di Facino Cane in più chiaro suono che non parli di ogni altro
più valoroso condottiero. Questo è quello a che io aspiro, Estore;
e questi sensi miei già altre volte io espressi a Giovanni Pusterla,
che ne può far testimonianza. Franchino Rusca sarà il primo a provar
la forza delle armi mie, ed a cedere l’usurpato suo dominio. O egli
di buon grado, per una somma, cederà Como e il Lario e tutti i luoghi
che signoreggia, o la forza glieli strapperà, ed andrà in un carcere a
finire la sua vita. Dopo lui le forze mie abbatteranno gli orgogliosi
Malatesta; Bergamo sarà da me assediato, e, se un interno presentimento
non mi tradisce, cadrà in breve, e cadrà Brescia ancora; nè terminerà
il nuovo anno che saranno in mio potere Lodi e Piacenza, che io torrò
al Vignate Cremona, che sarà strappata a Gabrino Fondulo; e forse anche
Verona e Ferrara. Di poi, se la fortuna mi sarà seconda, cadranno le
nostre schiere sulla Toscana; Pisa rivedrà inalberata la vipera de’
Visconti, e Firenze stessa temerà le armi di Facino. — Il capitano
ducale, così dicendo animava fuor dell’usato i suoi duri lineamenti.
— Facino, la tua fantasia ha fatto un bel volo, nè io volli
interromperlo. Ma tu corri troppo presto nelle tue conquiste. Or se
le grandi città ti opponessero de’ forti ostacoli, non sarebbe poi
l’anima tua tentata anche dalle picciolette, e non volgeresti allora
lo sguardo tuo avido su Monza posseduta da Estore? Oppure nel mentre tu
te ne andrai menando sì gran rombo per l’Italia, e rovesciando i nuovi
dominii per inalzare un nuovo colosso portante la vipera de’ Visconti e
governato da Facino, quale figura farà intanto il giulivo Estore nella
sua Monza? Monza è ben più vicina a Milano, di Pisa e di Firenze.
— Estore, tu di me diffidi, — disse Facino in tuono più familiare;
— ma non hai argomento da credermi uomo infedele. Allorchè io teneva
segregati da’ loro perfidi consiglieri il Conte di Pavia ed il Duca
di Milano, allorchè le loro persone erano pienamente in mio potere,
dimmi Estore, chi mi avrebbe impedito di spegnerli siccome indegni di
regnare, ed usurparmi il loro scettro? L’imperatore Sigismondo, loro
nemico, non avrebbe fors’anche lasciato di conferirmi l’investitura
del Ducato; e quando fatto non lo avesse, Facino Cane era ben uomo da
sapere i suoi stati difendere. Ma io sono troppo alieno dai tradimenti.
Quindi tu, Estore, te ne starai sicuro nella tua Monza: e se la sorte
a me sarà propizia, sicchè conquisti la Toscana, allora tu pure,
secondandomi, potresti giovarmi, da me ricevendo il governo di Pisa o
di Siena, ovvero ancora di Firenze. Tu cederesti Monza, e, mio alleato,
avresti un assai migliore dominio nella Toscana.
— Le idee tue sono belle e grandiose; ma guai se rompesi il vase di
latte da cui comincia la tua fortuna. E veramente parmi, Facino, che tu
estenda di troppo le tue vedute. Soprattutto non pensare a Firenze. I
Fiorentini hanno un patto col demonio; e chi mira a soggiogarli resta
colpito dalla morte. Così finì Castruccio Castraccani, così Giovanni
Galeazzo medesimo. Per me poi io non sono tanto ambizioso, Facino;
sicchè per me non darti brighe. Io imito Marte qualora sono spinto
dalla necessità al dar nell’armi; ma, tornata la pace, io quel Nume
imito ingannando le ore oziose accanto ad una bella, ed i cuori delle
dame sono allora le mie conquiste. La mia diletta sposa non è di me
più ambiziosa; ed io porgo a Dio preghiera che in ciò non superino il
padre loro il caro mio Francesco e gli altri figli che il cielo vorrà
concedermi.
— Ah tu sei fortunato, Estore, tu hai un figliuolo che erediti il
tuo stato, in cui riponga il tuo affetto! E forse io stesso, se padre
fossi, divise le cure mie, tanto non sarei agitato da questa smania di
onore. Ma morto Facino, più alcuno non rimarrà sulla terra che porti
il suo nome, e la mia gloria, quale è ora, con me sparirà siccome un
lampo, e appena da alcuno de’ posteri rammenterassi. Quindi conviene
che Facino, della gloria della sua casa autore, ancora la renda
perfetta. La mia cara Beatrice, che amai teneramente in più verde
età, cui amo tuttavia, e in cui ammiro spiriti generosi e degni di
un trono, Beatrice mi infiamma a percorrere il cammino della gloria
per meco dividerla. Ed oh! così essa, come felice sposo seppe farmi,
mi avesse fatto padre felice! Ma il cielo, che tanto le diede alto
sentire e commovere l’animo del guerriero col canto, a lei non diede la
fecondità, anima del mondo; e per essa non può rinverdirsi la nostra
stirpe. La stessa mia gloria forse io darei se fra le mie squadre un
prode garzone si avvolgesse, a cui io dar potessi il nome di figliuolo.
— Pronunziando queste parole, i lineamenti risentiti di Facino presero
una profonda espressione di rattristamento, ed egli finì il suo parlare
con un profondo involontario sospiro.
— Io vi compiango, — disse Estore; — e dal vostro dolore comprendo
che non è mai così sentito quale dono del cielo sia questo di avere
un figlio, quanto da coloro che ne son privi. Ma cangiamo i tristi
discorsi. Ancora non avete spiegato al Pusterla, come vi proponevate,
la cagione della nostra venuta in coteste parti. Gliela dirò io.
Sappiate adunque, Giovanni, che non appena ieri voi foste partito dalla
mia piccola Corte, che d’improvviso capitò Facino cui io aspettava,
ma non sì tosto; ed ei mi persuase sui due piè di secondarlo in una
rapida spedizione contro i Rusconi, della quale già mi avea fatta
qualche parola. Egli avea seco tre mila uomini, fra fanti e cavalli,
ed intendeva sorprendere il castello di Erba, per poi passare a Como,
che per lo sbigottimento, crede, opporragli ben poca resistenza.
Egli mi riscaldò con promesse, mi persuase, ed io acconsentii di
assecondarlo, e mi unii ad esso con trecento de’ miei, e posimi questa
mattina con lui in viaggio. Ma, per farti una confessione, ancora un
poco a decidermi a secondarlo entrò il pensiero di riveder te e, via
confessiamolo, sebbene già i miei capegli si facciano biancheggianti,
quelle due lucenti stelle, e le porporine gote della bella tua
Beatrice. Non temiate però, compare Giovanni, Estore è galante, ma
è pieno di onore. Egli sente qual padre abbia avuto quando fisa lo
sguardo su di una beltà, sia guelfa o sia ghibellina; ma egli sa
rispettare l’amicizia, nè in questo caso oltrepassa i limiti del
dovere.
Così discorrendo, erano giunti in faccia al castello del Pusterla.
Il suo possessore avea con essi fatto il viaggio taciturno, e poco
ancora avea prestato mente ai discorsi dei due suoi illustri amici,
pel pensiero che lo molestava di non poter tenere il suo impegno
col Bianchi. Ma riscossosi allora il vecchio rallegrossi che i suoi
illustri amici, che che ne fosse il motivo che gli adducesse, le
soglie calcassero del suo castello; ed introdottivili per posarsi e
ristorarsi, cercò della figliuola, ed udito che si era assentata col
Falconiere, disse a’ suoi ospiti che volessero sostenere un istante
la sua assenza; corse alla propria camera, scrisse un biglietto col
quale dava parte al Bianchi che suo malgrado doveva ad altro giorno
differire il combattimento, porse la lettera ad Andrea, ingiugnendogli
di portarla al Bianchi, che troverebbe sulla piazza della Cappella
de’ Marliani, nel vicin bosco; e dato della bestia al villano che
mostrava a qualche segno i suoi superstiziosi timori, tornando agli
ospiti suoi, loro espresse nel modo più cordiale la sua gioia, e tosto
fece apprestare una lauta colazione assai sostanziosa, alla quale in
meno di un quarto d’ora tutti e tre furono assisi. I nostri tre eroi
mangiarono e bevettero allegramente, che era una maraviglia del fatto
loro. Lo stesso Facino Cane, pieno di idee sì elevate mezz’ora prima,
ora si mostrava l’allegro amico della tavola e de’ fiaschetti; la quale
inclinazione allo stravizzo era appunto forse quella che cagionavagli
gli accessi frequenti di gotte da cui veniva molestato. Una certa
spiritosità caustica appariva da’ suoi discorsi, faceti ma non spogli
di rozzezza. Estore solo si lamentava che non vi fosse presente anche
la bella Beatrice, l’anima, anzi la dea di quel castello. Egli però
non era senza compensi; e mancandogli divinità di primo grado, non
disdegnava trattar con quelle di secondo. Di quando in quando volgeva
quindi qualche parola scherzosa alla cameriera, altra sua antica
conoscenza; la quale, piena di premura, porgeva mano a servire i
convitati, e soprattutto quel pazzarone di Estore, come ella diceva,
quel bel cervello e sì allegro del Visconti, che, coi capegli già
biancheggianti, non avea dimenticato le frasi che fanno ridere le
povere fanciulle.
CAPITOLO XII.
L’AMORE
Ma intanto che il padre suo, pieno di buon umore, trattenevasi
sollazzevolmente con Estore e con Facino, la misera Beatrice, tutta
conturbata dagli interni suoi terrori, contro i quali ben debolmente
combatteva una incerta speranza, accompagnata da frate Paolo, ed
avvolta in un bianco velo, a passo celere, per quanto il comportasse la
debolezza del suo sesso e la malvagità della strada, procedeva tratto
tratto silenziosa, tratto tratto volgendo delle interrogazioni al pio
suo compagno. Alquanti passi più addietro, munito di un grosso bastone,
veniva il Falconiere, il quale sembrava esso pure aver i suoi pensieri
pel capo, perchè di quando in quando faceva dei gesti e scrollava la
testa.
— Io non so chi ci abbia ammaliato, — diceva egli fra sè. — Sono
successi più strani accidenti in questi otto giorni che in metà della
mia vita; e chi sa come andranno a terminare! Anche questa mi tocca;
contrastare col signor Giovanni, andare ad attraversargli un disegno! È
come voler far promettere al lupo di non mangiar carne, come mi diceva
mio nonno in una certa sua istoria che ci contava accanto al fuoco. Ma
questa signora Beatrice mi fa fare tutto quello che vuole. Poveretta!
è tanto buona verso tutti! Non si può che secondarla, ed io andrei
per essa fra la brace. Sono poche di questa pasta! Ma perchè tanto
prendersi a cuore un miserabil Guelfo? È vero, fu cortese verso di lei;
ma alla fine un Guelfo è sempre un Guelfo, nè v’è mai alleanza fra il
falco e lo sparviere! E in questo caso, certamente il falco si possono
dire i Ghibellini, chè i Guelfi è un pezzo che partono colla testa
rotta. Ma la poveretta teme forse di suo padre; chi lo conosce però
non ha di questi spaventi: Giovanni Pusterla è un demonio. Il Pusterla!
ancora non è nato chi possa lusingarsi di fargli far conoscenza colla
propria spada. Ma chi sa come l’andrà per me, per essermi lasciato
mettere in quest’impaccio! Basta, io spero nella signora Beatrice: essa
mi promise la sua protezione; e ogni maggior barba casca con lei, e
finisce a fare a modo suo.
Più gravi erano i discorsi di frate Paolo con Beatrice.
— Volete voi dire che riusciremo a distornare questo combattimento, a
spegnere questo incendio che comincia a farsi minaccioso?
— Figliuola, e chi fra gli uomini può conoscere il consiglio di Dio?
Pur troppo il nemico sulla debolezza dell’uomo prevale! pur troppo
le fallaci leggi del mondo hanno cancellato dal cuore degli uomini le
leggi del Signore! non la pazienza agli oltraggi si oppone, ma solo la
spada! Noi però volgiamoci a Colui che tiene nelle sue mani i cuori;
Egli prepari quello di questi feroci a lasciarsi piegare dalle nostre
parole di pace: Egli solo può far conoscere la via della pace agli
uomini, dinanzi ai cui occhi non è il timor di Dio.
— Voi dite pur troppo il vero! Ma io spero nel Signore, il quale non
abbandona chi in lui confida. Mi dice il cuore che Egli non vorrà
lasciarci inesauditi. Sì, col maggior zelo voi, o padre, procurate di
restituire la pace fra questi due rivali, che io spero che il Cielo
abbia ancora qualche mezzo per ciò ottenere posto nelle mie mani.
— Ah figliuola, quante vite io non darei per risparmiare questo
peccato! quanto volentieri non le darei io per evitare l’effusione del
sangue! Stia il Signore appresso a coloro che hanno il cuore afflitto,
ed agli umili di spirito dia salute: la nostra consolazione è nel
Signore; Egli ci dia quello che il cuore domanda, nè dimentichi la
nostra miseria, la nostra tribolazione. Ma chi la mente del Signore
conobbe mai, chi diè norma al suo consiglio? L’odio però desta le
risse; sordo è l’odio ad ogni consiglio, e le mani di costoro lavorano
ingiustizie sulla terra. Ma voi parlate di mezzi posti in vostro
potere; su, via, nulla celatemi che possa giovare a richiamare la pace.
— Sì, a voi padre questo arcano, che in cuore io serbo, scoprir io
devo. Arrigo Bianchi, il rivale del padre mio, mi ha svelato che mi
ama.
— E come mai! Egli vi ama ed assalta con violenza il vostro castello!
Forse egli iniquamente pensava e tentava di rapirvi? Figliuola,
spiegatevi, qui parmi che si asconda dell’arcano!
— No, padre, giammai io non parlai a quel giovine anzi il dì fatale
in cui egli venne a tentar un’invasione nel nostro castello; ma
l’avea notato in un torneo; ed egli a me del pari avea volta la sua
attenzione.
— E sapeva egli chi voi eravate? Un amore fatale lo avrebbe indotto ad
un passo sì funesto?
— No, egli non sapea chi io mi fossi. La morte di un suo compagno gli
suggerì la vendetta che egli cercò. Allora egli me rivide, ed io lui;
ed alle mie parole che gliel chiedevano si ritirò.
— E tutte queste sono le prove del suo amore per voi?
— No, ieri stesso, ieri, allorchè tornò al castello il padre mio,
protetto da un travestimento il giovine avea ardito introdursi nelle
mie sale; e côlto il destro di parlarmi da solo a sola, manifestommi
l’essere suo ed il suo amore.
— Ed egli accetta la sfida che lo mette in grado di uccidervi chi vi ha
data la vita!
— Ahi questi sono i funesti effetti di ciò che voi appunto deplorate,
d’un fatale punto d’onore!
— Salvaci tu, o Signore, poichè io mi sono stancato nel gridare, e le
mie forze si sono esaurite; sono venuto in alto mare, e la tempesta
mi ha sommerso! — Dopo di questa esclamazione il pio frate tacque, e
proseguì così buona pezza silenzioso, e pieno il volto e il petto di
commozione, il suo viaggio. Egli sembrava occupato alternativamente
ora di orare, ora del grave disegno che lo metteva in moto per quella
sì ardua impresa. Egli volse finalmente di nuovo la parola alla sua
compagna che di lui certamente non era meno conturbata, ed a cui, se
tanto di forze pur rimaneva di seguire il di lui passo sollecito, era
l’amore di figlia, la pietà ed un’altra tenera affezione, sebbene assai
più sommessa, che lo somministrava.
— Or, quale pensate voi ritrarre vantaggio dalla disposizione degli
affetti di Arrigo a vostro riguardo?
— Io mi getterò fra i combattenti, — disse Beatrice, prorompendo in
lagrime, — qualora le vostre parole non li dividano; io mi getterò fra
i combattenti, ed o io riuscirò a separarli e pacificarli, o morirò
anch’io d’angoscia sul campo sanguinoso. Pur troppo io sento che questo
dolore mi uccide!
— No, figliuola, non rallentate così il freno alla passione: Dio ci dà
i beni, Dio ce li toglie, e sia il nome di Dio sempre benedetto. Buono
è porre in Dio ogni speranza, e sante sono le strade del Signore. —
Ma l’uomo umiliato non si parta da te svergognato; tu esaudisci le sue
suppliche! — Quanto sono crudeli gli uomini nel cagionare, colle loro
iniquità, tali angosce nelle persone loro più care! — Ma tu, Signore,
in molti modi hai dato a conoscere la tua magnificenza. — E qui di
nuovo entrambi rimasero in un profondo silenzio.
Di già erano giunti sotto l’alta selva, e sebbene il sole fosse presso
al meriggio, pure ascoso da nubi mandava scarsa luce, sicchè ancora più
tetro era l’orrore che regnava sotto que’ frondosi giganteschi rami che
ombravano un terreno tutto irto di cespugli e di spine. Di quando in
quando qualche romore a rompere quel silenzio tetro si facea sentire,
di animali o di uccelli che al loro avvicinarsi lasciavano la loro
tana, o i rami su cui erano appollaiati. Que’ lievi strepiti mettevano
in viva agitazione le già penosissime idee di Beatrice, la quale, per
la mente di terror vacillante, in ogni suono parea sentire l’incontro
forsennato delle spade. Ancora un venticello spirava per la foresta ed
il suo sommesso fischio alla addolorata richiamava il gemito di persona
a lei cara che stava per morire.
Fra tante angoscie, al luogo fatale, e per fama superstiziosa anco
temuto, la scarsa brigata si avvicinava. — Dio sia lodato, — dicea
Beatrice, poichè alquanto da lungi le venne fatto di mirare la fatale
Cappella, — Dio sia lodato, che noi giungiamo in tempo! Ma, padre, —
indi soggiungea. — Lo spirito che.... ivi ritorna di quando in quando,
sarà egli propizio o fatale a’ nostri desiderj?
— Figliuola, — rispondea il buon frate; — non aprite la mente alle
credenze superstiziose del volgo. Una volta che l’uomo è giunto al
suo fine, in quello stato egli rimane nel quale è caduto: se l’albero
cade a destra a destra sta, se a sinistra a sinistra. Il Cielo ben di
rado si giova di mezzi sovrannaturali per punire o confortare i suoi
servi. Il più piccolo atomo di questo immenso creato è a lui ministro
di morte; e per richiamarci alla retta via egli mandò Mosè e i suoi
profeti; se a questi non si presta fede invano egli resusciterebbe
un morto. In Dio solo sia adunque ogni nostra speranza; Dio solo noi
dobbiamo temere.
Nel mentre egli terminava questo discorso, essi di già erano giunti
sulla piazzetta che il lettore bene conosce e che terribile a molti
rendeva la superstizione. Il Falconiere allora avvicinossi ai due che
gli stavano innanzi e loro disse: — A giudicare dal sole, mezzodì deve
essere poco lontano. Sarà bene non perder tempo e celarci, se tale è
tuttora la vostra intenzione. Ecco là una macchia che sembra opportuna.
Credereste, signora Beatrice, che fra quella ci collochiamo?
Questo partito venne stimato il migliore e fu quindi seguito. — Presto,
— soggiunse il Falconiere, — che sento una pedata lontana, e qualcuno
certamente si appressa.
Tutti e tre si postarono fra la macchia, e celati dai folti cespugli,
fra questi aveano però tanto di spazio da discernere ciò che accadeva
sulla piazza. — Udite! — diceva il Falconiere, che non sapeva quale
funesto effetto producesser le sue parole sull’animo della giovine
sua padrona, — udite! la pedata si fa più forte, viene dalla parte di
Parravicino; sarà il sig. Giovanni. Grand’uomo ch’è il sig. Giovanni;
sempre il primo ove si tratta di menar le mani; sfiderebbe satanasso!
Ecco che compare; ma no, non è egli. Sembra piuttosto un villano;
possibile che tenga questa strada? Che non sappia la storia, e sia
forastiero? Ma, corpo di..., vedi è Andrea: sì lui. Ah! ah! ah! vedi
come si guarda intorno. Scommetto che egli ha paura. Sono pochi che
abbiano il coraggio di venir soli in questi luoghi! E chi sa che cosa
viene a fare! Ehi! Ah! ah! ah! è spaventato! ma non sta bene ch’egli
venga avanti: ora gli parlo e lo mando con Dio. — Così dicendo saltò
fuori dal cespuglio che lo nascondeva.
— Dio mi salvi! — si udì sclamare il rozzo collega del Falconiere; ed a
tutte gambe si dava a fuggire.
— Andrea! Son io.
— Chi? Sì lo spirito, lo spirito! Dio mi salvi!
— Asino, balordo, pecora che sei! guarda almeno indietro con i tuoi due
occhi mal accoppiati, e vedrai che è un uomo in carne ed ossa che ti
chiama. Ma, se non vuoi darmi ascolto, vattene col tuo malanno!
— Un uomo? — disse Andrea, che dopo aver fatto un cinquanta passi
si era fermato, e non mostravasi per l’impedimento di alcune macchie
frapposte; egli per altro non aveva avuto il coraggio di volgere la
faccia. — Un uomo? Ebbene, se siete un uomo, non movete un passo più in
qua, e ditemi chi siete che mi chiamate per nome.
— Se non fossi già morto dallo spavento non mi faresti questa domanda,
ed avresti riconosciuta la voce.
— Uomo! — replicò Andrea con una voce che sembrava piuttosto di uno che
sogna che di persona in suo perfetto sentire.
— Sì, uomo, uomo; vi è egli dubbio? sono Giorgio il Falconiere: ora mi
conosci? — Così dicendo, il Falconiere pian piano a lui si era tanto
avvicinato che il vide nella goffa posizione in cui il timore lo avea
arrestato come una statua. — Ma tu, — soggiunse, — mi sembri la moglie
di Lot. Via, volgi la testa: dubiti ancora che sia un galantuomo in
carne ed ossa che ti favella?
Il rozzo giardiniere volse alquanto la testa come una macchina, e
parve stupire e non creder troppo bene a’ suoi occhi, vedendo a sè
non lontano il Falconiere che schiantava dalle risa. Si assicurò un
poco finalmente, e volgendosi adagio adagio e movendo un passo innanzi
disse: — Sì...., ma state indietro ancora un poco... non v’è molto a
fidarsi degli spiriti: chi mi dice qual forma possan prendere! Ma se
siete Giorgio, davvero che io vi ho creduto l’anima del Mariano, o
come lo dicono, e della Femina! Ma vedo che mi sono ingannato: ebbene
che fate voi in questi luoghi? parvi che sia il sito qui da tendere i
lacci, o da pigliare il fresco, e di ridere come fate?
— Bestia che sei! tutto il mondo è paese; per me tutti i siti sono
buoni: ma tu che vieni qua a fare?
— Pensate che non ci verrei per passatempo con quella paura che ho dei
poveri morti, che Dio sia propizio all’anime loro! Ma ho un affare...,
una cosa.... ed il padrone (vedete che diamine di sito per convegno!)
il padrone mi comandò di portarla qui... indovinate mo a chi?
— Di qual cosa tu parli? spiegati meglio se vuoi che ci intendiamo; e
soprattutto fa presto. Il padrone tu dici? che ti ha dato il padrone?
Forse un paio di spade?
— Oh giusto! Solo questo negozio qua; questa carta...
— Una lettera! — disse con qualche maraviglia il Falconiere.
— Sì, una lettera.... Mi era scordato come si chiamasse.
— Per chi?
— Indovinate.
— Lo indovinerò con una bastonata che ti darò attraverso le braccia: or
non ti dissi che ti spiegasti in fretta?
— Per il sig. Arrigo Bianchi: colui....
— Ebbene, tu devi qui trovarlo? Or via, lascia a me la lettera. Ma c’è
qualche novità riguardo al sig. Pusterla?
— Novità! Ah sì! e che novità: quanti soldati, Falconiere, quanta gente
in Parravicino. E nel castello v’è Fantino Cane e Astore Visconti!
Sono giunti ora, freschi freschi, e stanno sollazzandosi che è una
maraviglia del fatto loro.
— Estore e Facino! che sarà mai questo! Ma via, da qua la lettera, e
tu torna, e dì che hai incontrato il Falconiere e che si incaricò egli
della commissione. Non è bene che costui resti qua testimonio de’ fatti
della signora Beatrice, — disse tra sè. — Ma non dì che m’abbi trovato
qua, che fu un puro accidente. Mi hai capito?
— Vi ho capito benissimo. Ma posso io darvelo quest’affare di carta?
— Balordo! son io uomo da volerti male? Dalla qua e non pensar altro.
— Non occorr’altro: tenete. Per me già in questi luoghi non ci sto con
piacere. Quel che non è capitato può capitare.
— Dici bene, prudenza, Andrea, e vattene a gambe.