i suoi maschi lineamenti di collera e superbo sdegno, battè col pugno
sulla tavola e così sclamò. — Che vuol dir ciò? Che parole sono queste?
Chi imprenderà ad essermi guida in ciò che tocca l’onor mio? chi
opporre sponda intende al mio giusto sdegno? Questi frati sono contrari
ai Ghibellini, come che tutti sieno nemici di Santa Chiesa, e ci
vengono a fare il saccente in casa. E voi, ch’io non vi senta, io, più
difendere nessuno di quella maledetta razza de’ Guelfi, che il diavolo
se li porti. — Qui troncò le sue invettive, alzossi, e di repente
lasciò la sala.
Allora Beatrice rimase come colui a cui il fulmine scese
improvvisamente a lato, nell’istante che, côlto da una gran procella,
sotto d’annosa quercia cerca ricovero ed asilo. Immobile, smemorata,
compresa da un terrore tanto più crudele quanto più indeterminato,
a lei pareva di repente quella benefica luce sparire che ancora la
guidava in un mare pieno di scogli, nè mezzo alcuno più scorgeva per
evitare il suo danno. Il padre o il generoso liberator suo, l’oggetto
ancora per cui forte parlava il suo cuore, il bravo cavaliere vincitore
ne’ tornei, sì destro nelle giostre e ne’ nobili giuochi di che
occupavasi allora la gioventù, colui (che serve tacerlo?) che pure
oggetto era di tutto il suo, sebbene combattuto, amore, e de’ suoi voti
taciti; o il padre o l’amante sanguinosa avrebbe resa una mano cara di
un sangue non men caro e inapprezzabile. Che se l’amante caduto fosse,
non era essa colpevole della sua morte, che abbastanza non vi si era
opposta nel mentre lei con tanta generosità quegli avea salvata? Che se
il padre vittima soggiacesse di un involontario colpo, oimè quale vita
a lei si toglieva! e da chi si toglieva! Queste idee, che da principio
confuse prostrarono la mente sua, più distinte la immersero poscia
nella più profonda desolazione.
— Ma io impedir debbo ad ogni costo, — disse ella fra sè, — io impedir
devo ad ogni costo che ciò avvenga. Io stessa mi porterò sul luogo ove
aver dee effetto il ferale combattimento, e lo frastornerò. — Questi
pensieri essa volgeva nella tacita mente. Volta quindi ad Agnese, le
disse: — Chiamami Giorgio, il Falconiere, io deggio parlargli. — Il
bravo difensore del Castello Pusterla non tardò che qualche istante a
comparire in sua presenza.
Era il Falconiere uomo alquanto rozzo, ma non tanto però che ancora non
facesse la prima figura nel villaggio di Parravicino in cui era nato;
e se era facinoroso, era per altro ancora di ottimo cuore. Le sue idee
aveano, è vero, preso il corso a cui travolgeale tutte il torrente
de’ suoi tempi; ma il suo cuore aprivasi alla voce della ragione e
dell’affetto. Noi abbiamo già detto che era grande della persona, ma
non pingue; avea lineamenti robusti, ma non fieri; era uomo coraggioso,
e lo vedemmo, ed un po’ altero della propria importanza.
— Giorgio, — gli disse Beatrice, — voglio da te un servigio. Promettimi
che me lo accorderai.
— È mio dovere servirvi, signora Beatrice: uno contra uno, uno contra
due: ancora contro tre, comandatemi.
— Oh! tu non hai nella mente che zuffe e risse. E parti egli che
io abbia a far le parti di capo di parte? Ah! pur troppo de’ fatti
sanguinosi si succedono con una rapidità spaventosa; ma io non li
riguarderò giammai che con orrore.
— Voi parlerete bene; e la vostra lingua ha fatto anche molto uno di
questi dì. Ma non parla così il signor Giovanni Pusterla.
— E perchè Giorgio così voi dite, perchè?
— Il perchè? Le donne hanno sempre questa parola sulle labbra: ma,
perdonatemi; io non vorrei far male nel dirvi di questo perchè.
— E credi tu che io nol sappia?
— Che domani si hanno a ritrovare...?
— Sì, mio padre ed il Bianchi.
— Nel bosco, innanzi la cappella del Marliani; nel luogo delle povere...
— Per battersi all’ultimo sangue.
— Voi dunque sapete tutto. A mezzo dì ogni cosa sarà probabilmente
terminata.
— Oimè!
— Che avete, che diventate pallida come la cenere?
— Io mi sento morire!
— Or, ora chiamo Agnese che vi soccorra.
— Ah no, tu solo puoi soccorrermi con una parola.
— Non che una parola, cercatemi la vita, o dolce mia Signora.
— Tu mi aiuta a impedire questo scontro, — disse con voce appena
distinta e soffocata dal dolore che un fiume di lagrime spremeva, la
misera Beatrice.
— Ma come... ma perchè?
Richiamò Beatrice con uno sforzo di fortezza i propri spiriti, e così
gli disse:
— Ebbene, adunque la sfida è già partita; e se non è partita, sarebbe
invano che io cercherei di stornarla. Ma tu puoi aiutarmi a fare che
non abbia effetto: va al convento di S. Francesco questa sera istessa,
cerca di frate Paolo, e digli che domani, un’ora prima che scocchi il
mezzodì, trovisi nel nostro castello: digli che ci va della vita, anzi
di molte vite si tratta; digli che in nome del cielo lo scongiura ad
essere pronto Beatrice Pusterla...
— Ma che volete voi fare?
— Tu conosci il luogo ove accader deve il combattimento; quivi ci
condurrai.
— Io? ma il signor Giovanni Pusterla mi ammazzerà... Ma voi mi
commovete. Poveretta! il dolore vi opprime in un modo crudele. Accada
ciò che accader può, io vi seconderò. Vado ora subito a San Francesco.
— Il cielo ti benedica, mio caro Giorgio; il cielo ti ricompenserà.
— Ed io invece sono pieno di cattivi presentimenti; una maledetta
civetta par che mi annunzi che vicina è la mia morte.
— Disperdano i venti il triste augurio: un uomo che è accessibile alla
pietà non dovrebbe morir mai in questi nostri tempi, in che è sì rara.
CAPITOLO XI.
IL CAPITANO DI VENTURA
Il giorno appresso il Falconiere fu di buonissim’ora al Castello del
Monte, recando la sfida del sig. Giovanni Pusterla al giovine Arrigo.
Questi con freddezza l’accolse, la lesse, esitò un istante, ma infine
rispose che l’accettava e che non si sarebbe fatto aspettare all’ora
determinata.
Portava la sfida che soli avessero a trovarsi nel vasto bosco che
giaceva fra il Castello del Monte e Parravicino, siccome abbiamo visto.
Il luogo di convegno era la piazzetta della cappella Marliani. Quivi
colla spada si sarebbero resa la ragione che ognuno di loro pretendeva.
Frattanto, la mente di Beatrice era piena del pensiero orribile del
fatal conflitto che, se essa non potea distornare, avrebbe avuto luogo
il giorno seguente o qualche altro appresso. Le sue pupille, immerse
nel pianto, per la lunga fatica dell’animo si erano alfin chiuse
al sonno; ma quale sonno torbido e inquieto, e peggiore assai della
stessa veglia! Cento fantasime orrende ella vide da principio, che
con terrore indeterminato la scossero tutta la notte e conturbarono:
finalmente sul mattino, quando la superstizione assegna ai sogni un
grado di probabilità siccome nunzii del vero, perchè più distinti si
presentano, ecco le idee sue prender forme più determinate. In una
mesta giornata procellosa, ecco sorgonle innanzi le folte querce fatali
della piazzetta della Cappella, e l’orribile teatro del paventato
combattimento eccole starle dinanzi, scena tremenda che la agghiaccia
d’un indefinito terrore. Quivi su quella piazza, fatale un giorno,
e che ora sta per acquistare novella e non men funesta celebrità,
ecco di già starsi a fronte i due rivali, entrambi a lei cari, e
la cui vita del pari corre mortal periglio. Essa, che in disparte
si trova fra un cespuglio, ecco muove il piede per avanzarsi; ma il
piede nega di sostenerla: è sola, e il fido frate non è giunto per
iscortarla. Apre essa il labbro, ma, fosse effetto d’incanto funesto,
fosse avversa sorte, la voce ricusa di formare il suono; il labbro
non articola che tronche e mute parole; la lingua stessa ricusa di
palesare l’orrore che la comprende. Quale situazione è questa mai! Nel
mentre che essa giunger non può opportuna al soccorso, l’amante suo
contro il padre suo trae la spada; cresce il furore dei colpi, d’un
triste fragore rintronan gli echi della selva e della cappella; ma
ancora il sangue non scorre che in piccola copia. Inferociti per la
lunga resistenza, i due crudeli combattenti ecco obbliare le difese,
ed entrambi furiosamente per ferirsi l’uno sull’altro si scagliano.
Sono soddisfatti, ed una doppia ferita fa che l’uno cada all’altro
dappresso. A tale sventura, una convulsa forza cresce alla meschina;
balza dal suo nascondiglio, e tale è la scossa dell’animo suo, che il
sonno fugge, e piena di terrore ella si desta. Dubita da prima, poscia
esclama: — Cielo ti ringrazio; il delitto non è ancora consumato!
Gittasi in ginocchione a pregare chi è maestro e fonte di ogni pietà:
essa ôra, ed ôra con tutta fiducia che le sue preghiere possano
venire esaudite. — Mio Dio, — diceva, — esaudisci i voti di un cuore
umile e addolorato! — Ella avea passate due ore in tale situazione,
quando entrò nella sua camera il vecchio di lei padre, che sorridendo
le disse: — Che è, Beatrice? Tu ti offendesti forse d’ieri sera: ma
quando la stizza mi prende non sono più padrone di trattenermi. Io non
ti vidi questa mattina; ma io non volli partire per la caccia senza
abbracciarti. Dammi un bacio; e non mi aspettare che dopo mezzodì.
— Ah dunque voi partite!...
Questa esclamazione non avea nulla in sè; altro senso non avea se non
quello che gli attribuiva l’accento con che veniva profferita; ma il
vecchio ne fu commosso fino nel fondo dell’anima, sebbene credesse la
figlia ignara del suo disegno.
— Sì, parto; ma che male v’è in ciò? non è quello che mi accade di far
tutti i giorni? parto col mio falco a passare tre o quattro ore.
— No, il mio cuore mi dice che voi mi tenete celato il vero. Il mio
cuore mi assicura che non è la caccia che vi chiama, ma un’idea di
vendetta.
— E se ciò fosse, sarebbe questa la prima volta? Ma il cuore sempre
a voi donne dice qualche cosa, e ben di rado indovina. Tutto effetto
di sospettoso temperamento. Adunque, figlia mia, dammi un bacio,
ed asciuga queste lagrime, che io non amo nè ho bisogno di essere
commosso. — Qui la strinse fra le sue braccia, e le purpuree guancie di
lagrime cosperse le baciò.
— E volete?...
— Addio, — sclamò il Pusterla con alquanto dispetto, che contrastava
colla tenerezza, e di là si tolse.
Beatrice si accorse che inutile sarebbe stato l’arrestarlo ed operare
un’ulteriore insistenza: la sua speranza era solo nell’amore che le
portava Arrigo, e nell’amore del padre, il quale non avrebbe voluto
ricusarle il sagrifizio di una vendetta, quando l’avversario suo avesse
conosciuto che solo all’intervento di lei egli lo doveva; e non meno
confidava nella autorità veneranda del suo compagno.
Fra le torbide cure che la agitavano, passò un’altr’ora; e con tremore
e trambasciamento sentì finalmente aprirsi la porta della sua camera,
nella quale il Falconiere ammise frate Paolo. Essa in breve ragguagliò
il buon padre di ciò che stava per accadere e del suo disegno.
— Adunque tosto mettiamoci in viaggio, — sclamò questi, ed un istante
dopo tutti e tre furono fuori del Castello Pusterla.
Intanto il vecchio Ghibellino di questo proprietario, a cui il pensiero
del duello che dovea aver luogo, siccome cosa assai ordinaria, non
avea tolto nè il sonno la sera antecedente nè l’appetito la mattina,
imperocchè sommamente egli confidava nella sicurezza del proprio
braccio, e nel suo animo freddo nel combattere, uscito che fu dal suo
castello, moveasi soletto, e tenendo in pugno un falcone femmina, verso
di Orsenigo, avendo in animo di non intermettere il suo prediletto
passatempo perchè avesse quel giorno a mettere a cimento le proprie
forze, o per meglio dire a scambiar quattro colpi con un giovine di
primo pelo, che, come ei pensava, in breve avrebbe punito del suo
ardimento con qualche buona ferita; mentre la sua cortesia verso la
figlia, sebbene ei la attribuisse a timore, doveva pure meritargli un
po’ di compassione. — Sì, — diceva egli al suo falco, — come vale più
un falcon femmina di tutti i falchi maschi del mondo, così vale più
uno degli antichi Ghibellini di tutti questi poveri Guelfi che nascono
ora, e che non hanno tanti anni da ricordarsi il male che loro abbiamo
fatto otto anni fa. Vorrebbero essi ricominciare il giuoco; ma che può
far mai contro lo sparviere la colomba! Ma questa sera senz’altro sarà
distinto il loglio dal buon grano, come dice Frate Paolo nelle sue
prediche.
Così dicendo, egli ascendeva una collina che dominava varie strade
delle vicinanze, ed egli movea uno sguardo in giro, fosse per ammirar
il paesaggio, fosse per desiderio di scoprire qualche preda, quando
dalla parte di mezzodì vide da lungi alzarsi un gran polverío, ed
osservando con maggior attenzione, parvegli vedere uno splendor
d’armi e un brulichio di numerose squadre. Salì allora su di una più
eccelsa eminenza della collina, e osservando diligentemente, bentosto
si accorse che da una grossa schiera di armati era quella polvere
alzata; poichè distinse assai meglio le armi che riflettevano i raggi
del già alto sole. La schiera si andava avvicinando, e in breve assai
distintamente gli fu fatto di vedere un grosso esercito, che, a quello
che sembrava, veniva alla volta di Parravicino. Stava egli adunque
attentamente contemplando quello spettacolo inaspettato, nè sapeva che
gente quella esser potesse, quando sentì chiamarsi per nome, e vide
muovere verso di lui due guerrieri, montati su due grossi cavalli di
razza milanese, e in que’ guerrieri egli riconobbe due de’ suoi più
illustri amici, Estore Visconti, cioè, e Facino Cane.
Era Facino Cane uomo di già avanzata età, di statura mediocre, e poco
notevole della persona; ma nel suo viso, il cui colore abbronzito
indicava qual intraprendente ed instancabile guerriero egli fosse,
nel suo viso vedevasi l’impronta della sua volgar nascita, poichè
nulla v’era in esso che indicasse quell’aria grave e di nobiltà che
tanto distingue coloro che fin da buon’ora sono avvezzi a modellare
a cavallereschi modi i loro atti e il loro sembiante. Egli avea due
occhi grigi, assai vivaci, che s’aggiravano irrequieti nelle loro
orbite, e due folti sopraccigli li velavano, come se coll’ombra loro
altrui nascondere ne volessero l’espressione; avea fronte alta, e
un’espressione di sagacità e avvedutezza in essa parea vedersi, e il
suo contegno non era senza dignità. Era a quel tempo Facino nel colmo
della sua fortuna; egli avea più Stato che ognuno dei due fratelli
Visconti, e le sue idee si slanciavano ancora a più ampia carriera. Il
suo corpo però assai avea perduto del suo primitivo vigore, tanto più
che da alcuni anni era di quando in quando assalito da forti accessi di
gotte.
Estore Visconti potea ben dirsi il contrapposto di Facino: per vero
dire anch’egli contava i suoi cinquant’anni, ma pure sembrava assai
più giovine, ed era robusto come un uomo di trenta. Era ben fatto
della persona, grande, pieno di nobiltà. Più soldato che capitano,
più galante che ambizioso, amava i piaceri, ed era pieno di spirito.
Leale, generoso, umano, in posto più eminente sarebbe forse stato un
altro Enrico IV. Sì Estore come Facino brillavano in una splendidissima
armatura ornata di fregi d’oro, e sovra essa portavano una ricca
sorcotta nella quale in più parti era trappunto il loro stemma, ed in
petto a cui vedevasi la croce rossa, distintivo dei Ghibellini.
— Voi qui! — sclamò attonito Giovanni Pusterla al vedere i due
nobilissimi guerrieri che a lui di già eran vicini.
— Sì, e saprai tutto: or ci guida al tuo castello che vogliamo
ristorarci, e ti narreremo ogni cosa per istrada, — disse Estore
Visconti, il più gioioso de’ due compagni.
Il Pusterla allora esprimendo loro il suo piacere di rivederli quando
meno se lo avrebbe aspettato, disse che erano i padroni del suo
castello, e che sperava in esso entrambi avrebbero passato almeno il
restante della giornata. Terminato che ebbe queste ed altre espressioni
della sua cordialità, tornò alla domanda del motivo che a quelle parti
li conduceva. Estore Visconti e Facino erano scesi dai loro cavalli,
che dati avevano in custodia ai loro scudieri; e mentre questi in
rispettosa distanza li seguivano, col Pusterla dirigendosi pedestri
verso il di lui castello presero ad appagare la sua curiosità. Ma
noi prima di udir i loro discorsi dobbiamo fare un cenno della vita
dell’uno come dell’altro; il qual cenno gioverà un poco tanto per
conoscere meglio il complesso della nostra istoria, come anche per
ispiegare le loro parole.
Facino Cane, di Casale, fu sotto a Giovan Galeazzo Visconti uno
de’ condottieri di eserciti, o Capitani di ventura[5], che più si
distinsero per la loro sagacità e il loro valore e quindi a lui
furon cari, e fu in molte fazioni importanti adoperato; ma la sua
sorte crebbe assai più dopo la morte di quel Duca, sì terribile al
rimanente dell’Italia cui minacciò di porre intera nelle catene. Ad
esso succeduti i deboli suoi figliuoli, il vasto paterno retaggio
fra di essi era stato smembrato, e col titolo di Duca, Giovanni Maria
fanciullo di soli quattordici anni (1402) risiedeva in Milano ed avea
per sua parte, con questa città, Como, Lodi, Cremona, Piacenza, Parma,
Reggio, Bergamo, Brescia, Bologna, Siena e Perugia; Pavia, Novara,
Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno e
Bassano furon dominio di Filippo Maria, secondogenito, col titolo di
Conte di Pavia; Pisa e Crema furono assegnate a Gabriele, bastardo
legittimato: ma in brevissimo tempo combattuti da ogni parte o da
potenze rivali, o dalle insurrezioni di molte città in cui si alzarono
parziali tiranni, Gabriele perdette lo stato; il Conte di Pavia ebbe
anch’egli a vedersi tolta la maggior parte delle sue città; e nel
Ducato, perchè più presto rovinasse, oltre a’ molti nemici, insorsero
di buon’ora dissidii fra i membri stessi che componevano la Reggenza, a
capo della quale era la Duchessa madre, la quale si formò assai nemici
colle sue parzialità e colla sua mala condotta.
Fedele in sì triste congiuntura rimase Facino Cane; egli difese
bravamente Bologna, che però fu poi ceduta al Pontefice, e infrenò
Alessandria sorta a ribellione. Ma poichè vide che le cose rovinavano,
e che ognuno pensava a trarne per sè profitto (avendo Pandolfo
Malatesta ottenuto dalla Reggente Brescia, e Ottobuon Terzo essendosi
impadronito di Reggio, di Parma, e di Piacenza), anch’egli pensò
imitarli, ed occupò Alessandria, Novara, e Tortona, prima che cadessero
nelle mani del Marchese di Monferrato, e di quello di Saluzzo, il
quale di già avea tolto ai Visconti nel Piemonte Vercelli ed altre
terre. Filippo e Giovanni Maria Visconti, per tal modo, altro omai non
possedevano che Pavia e Milano, città di loro residenza; e per giunta
Milano non era che il nido delle discordie, tanto furiosamente vi
imperversavano le sette.
Fu poco dopo che morì in Monza la Duchessa, ed un sordo sospetto
accusò il Duca suo figlio della di lei morte. Quel giovinastro, che già
cominciava ad essere abbominato, da sè governando mostrava di non esser
atto a sostenere il peso degli affari, e cominciava dall’inimicarsi
Facino Cane ed altri Signori, che egli doveva anzi cercare di tenersi
affezionati, mentre non avea che troppo abbondanza di nemici; ma
il timore lo fece poi ravvedere, confermò Facino nel possesso delle
usurpate città, con esso si accordò e fece la pace. Facino, incaricato
di combattere gli altri nemici del Duca, fra i quali Pandolfo
Malatesta, Ottobuon Terzo, Gabrino Fondulo, è però sconfitto presso
Binasco: e il Duca dando la mano a chi trionfa, ricolma di carezze i
suoi nemici, e precipita Facino suo capitano da quell’alto grado di
favore a cui lo avea innalzato. Trionfano in Milano i suoi nemici, e vi
commettono le più orribili concussioni.
Facino allora non spira che vendetta; nè tarda, collegato con Estore
Visconti, a bloccar Milano, da cui le crudeltà del Duca aveano
allontanati quei pochi personaggi, che pel senno poteano essere capaci
a difenderlo. Ricorre allora il Duca all’inganno; tratta con Facino; ma
poichè con questo mezzo ha vettovagliata la città, rompe d’improvviso
i negoziati, e dichiarasi irreconciliabile col suo Generale. Facino
allora dà il guasto alle campagne, e porta il terrore fin sotto le
mura di Milano; ma il Duca, senza cervello, in sì triste circostanza
offende ancora Malatesti Malatesta di cui avea sposata una figliuola, e
questo istiga Pandolfo Malatesta a vendicarlo. Per opporsi ad essi ed a
Facino l’imbecille Visconti stringe una lega con Bucicaldo, governatore
di Genova per parte del Re di Francia, che reo di aver dato a morte
Gabriele Visconti, ad altro non aspirava che ad acquistare al suo
signore il milanese ducato.
Frattanto i due nemici del Duca, emuli ancora fra di loro, grossi
entrambi di molte schiere, venivano per disputarsi colla forza il
possedimento della città. Si scontrarono le loro armi nella valle di
Rovagnate, ivi si batterono; ma il comune interesse li mise poscia
d’accordo, e convenivano di impedire prima, uniti, che Milano cadesse
in mano de’ Francesi, mentre avrebbero poscia in altro tempo decisa la
loro parzial contesa. Per quanto il Duca si ostinasse, dovette alla
fin fine piegarsi; e riconciliatosi con Facino, stipulò con esso la
pace. Allora i Guelfi, nemici di questo Generale, dovettero curvare il
collo, e furono dai Ghibellini oltra misura oppressi. Facino ottenne
in dono varie terre nel Milanese; e anche Pandolfo Malatesta ebbe
soddisfazione, appagato nelle sue varie domande; e parve che il Duca
sinceramente con essi si riconciliasse.
Poco però mancò che tanta fortuna perdesse a un tratto Facino.
Bucicaldo, impadronitosi di Piacenza, giunge a Milano senza trar un
colpo; e la città caduta sotto il dominio de’ Francesi, essendone stato
creato Bucicaldo governatore, non prova che nuove scosse per la cattiva
condotta di costui. Ma Facino, collegato col Marchese del Monferrato,
fatta rivoltar Genova a Bucicaldo, lo battè anche presso Novi, e
vittorioso tornò in Milano. Invano i Guelfi fecero poi uno sforzo per
perderlo, congiurando contro la sua vita, nella qual congiura ebbe
parte anche il Duca; egli salvossi, ed allora pensò a consolidare in
modo il suo potere che nemmanco il Duca stesso lo potesse abbattere.
Egli quindi, impugnate le armi contro il Conte di Pavia che avrebbe
potuto dar mano al fratello a rovinarlo, cominciò dall’impadronirsi
di quella città. Dopo il qual fatto, anche il Duca da lui non fu più
considerato che come suo prigioniero, ed i due fratelli vennero da
lui chiusi ne’ loro palazzi e ridotti a mancare persino delle cose
necessarie. Bene si mansuefece di poi che credette abbastanza solido
il suo potere; e perchè il duca sembrava più non occuparsi che de’
suoi piaceri vergognosi e crudeli, Facino già pensava ad accrescere
con conquisti la propria fama, e quel ducato che un tempo era sì vasto
e possente; e tolto Canturio a Giovan Carlo Visconti, segnata una pace
con Estore, che dominava in Monza, disegnava con lui imprendere novelli
acquisti.
Ecco l’istoria di Facino Cane, la quale, sebbene da noi esposta in
succinto, forse troppo ancora estesa sarà sembrata al nostro lettore;
però più breve sarà quella del suo compagno, cioè Estore Visconti.
Estore, caduto Barnabò suo padre, si era ritirato da Milano che non
avea più che nove anni; visse in istati stranieri, e molto ancora nella
Corte del re di Francia, ove egli attinse quello spirito cavalleresco
per cui tanto andava famosa ai tempi di Carlo VI. Ma succeduto a
Giovanni Galeazzo il debole Giovanni Maria, risorte di Estore le
speranze, egli tentando la sua sorte prese ora le parti del Duca, ora
quelle de’ suoi nemici, e finalmente nel 1407 divenne padrone di Monza,
ed ivi lietamente teneva la sua piccola Corte.
Fu Facino Cane che prese a rispondere alla domanda del Pusterla.