in luogo ove si fa buon viso a questa sorte di persone, quando non si
hanno per le mani affari più serii; e sebbene veramente ora sarebbe
il tempo da pensare a tutt’altro che alle canzoni; e se s’avesse a far
a modo mio la vecchia fusberta non starebbe nel suo fodero rugginosa,
pure... basta, giacchè s’ha a fare a modo de’ preti e de’ frati (e ben
so io quel che dico), basta, venite avanti, signor trovatore di Verona,
e se avete delle belle canzoni preparatevi a cantarle, che non dubito
avrete a lodarvi della signora che vi ascolterà. L’è una creatura
angelica che in queste cose ha anche un poco di passione.
— Io ho delle canzoni melanconiche che si aggirano su di fatti pietosi:
se un cuore tenero le ascolta, proverà indubitatamente una commozione
più grata della gioia la più romorosa.
— Sentiremo, sentiremo. Anche a me piacerà di udirle; e me ne starò
in un cantuccio della sala ad ascoltarvi; e vi dico io che bisognerà
lasciarvi stare anche più di uno de’ nostri villani, perchè quando non
vi è il sig. Giovanni Pusterla tutti si fanno avanti.
— Questo castello appartiene a Giovanni Pusterla?
— Sì, sì, ma ora non v’è: ma tornerà. Lo conoscete voi forse?
— Il suo nome l’ho sentito rammentare: or via conducetemi innanzi alla
signora di cui parlaste. Io intenderei prima che cada la notte, cioè
fra poco più d’un’ora, trovarmi in Erba.
— Voi siete il primo Trovatore che abbia premura di ritirarsi: costoro
in generale si fermano come un bruco su d’un fiore finchè non ne
hanno succhiato tutto il sugo. Ma basta; aspettate qua, che andrò ad
annunziarvi alla signora Beatrice.
E dopo qualche istante egli fu di ritorno, disse al Trovatore che
entrasse, e gli fu scorta nella gran sala del castello del Pusterla.
Era questa un pezzo di antica gotica architettura. La luce vi penetrava
alquanto scarsa da alcune alte finestre coperte di vetri colorati, e
dava all’interno un’apparenza di mestizia e gravità. Alcune antiche
sculture ne decoravano le pareti, fregiate inoltre di ritratti, alcuni
di stile assai rozzo, alcuni di miglior disegno e colorito, perchè
eseguiti in tempi posteriori al risorgimento della pittura. Ma il
miglior ornamento della sala era, senza dubbio, la giovine Beatrice, la
quale vicino ad una finestra, sovra un gran seggiolone, bella come una
rosa di aprile, sedeva avvolta in ricche vesti: e dietro la sua sedia,
alquanto alla spalliera appoggiata, stava Agnese. Gli occhi di entrambe
furono volti al Menestrello, tostochè, preceduto dal Falconiere che
l’annunziò, fu entrato nella vasta sala.
— Signore, — disse egli con una voce che fece trasalire Beatrice, — io
vi ringrazio della cortese vostra accoglienza; e se mi permettete, vi
farò sentire l’ultimo de’ miei lavori, la pietosa istoria di Giulietta
e Romeo.
— Fatecela pur sentire, signor Trovatore, — disse Beatrice: — noi ne
abbiamo udita una volta la relazione, e con piacere ne sentiremo i casi
accordati col dolce suono della vostra voce e del liuto.
Il Trovatore cominciò un preludio sul suo strumento, e così poscia con
una voce soavissima la sua dolente istoria si diè a cantare.
GIULIETTA E ROMEO
Mite stringeva di Verona il freno
Il pro’ Bartolommeo della Scala;
Ma del governo suo il bel sereno
Turba una peste che d’Averno esala:
E il parteggiar del cittadin feroce
Alza un incendio, fra le mura, atroce.
Dei Cappelletti la nobil famiglia
Odio crudele pei Montecchi serba;
Spesso la terra anco si fe’ vermiglia
Del sangue loro in quella lotta acerba;
E più volte la morte trionfando
Fea su questi e su quei calar suo brando.
Ma il prepotente amor un’opra imprende
Di cui l’alto clamor voli pel mondo,
E le sue fiamme struggitrici accende
Nel cuor di due, cui parte odio profondo;
E che arda de’ Montecchi un garzon prode
Ed una giovin Cappelletti gode.
Romeo il garzon fortissimo s’appella,
Della seconda il nome è Giulietta,
Quanto è prode colui, la giovin bella
Era per grazie e per virtù perfetta:
Si scontrarono un giorno in una festa,
Quivi si fu lor fiamma manifesta.
Ed un pio frate, di lor voti istrutto,
Legarli assente de’ nuziali nodi:
Ma il padre di Giulietta è inscio al tutto
Di ciò che ha loco per sì strani modi.
Ed agli amanti per maggior sventura
Accadde un’atrocissima avventura:
Già del saggio Scaligero i comandi
Avean represso l’animoso ardire,
E d’ambo le famiglie i crudi brandi
Stavano oziosi, ed eran poste l’ire,
Quando Tebaldo Cappelletti un giorno
Fea ad un Montecchi grave oltraggio e scorno.
Tosto di quell’oltraggio il grido corre
E ponsi mano alle deposte spade;
L’una famiglia che già l’altra abborre
Colla avversa s’azzuffa, e più d’un cade;
Ma il primo autor di quella guerra istesso
Giacque sul suol da gran ferita oppresso.
E l’uccisore di Tebaldo altero
Fu il giovine Romeo con cui pugnava.
Ma perchè cessi quel conflitto fiero,
Lo Scaligero stuol de’ suoi mandava.
E affrenate le parti, un suo comando
Romeo condanna ad un perpetuo bando:
Perchè colla sua pena sia repressa
La cruda voglia di vendetta e sangue;
E una giusta vendetta sia concessa
Alla parte che vide un suo pro’ esangue.
Ma non a tutti i Cappelletti al paro
Giungea l’annunzio di quel bando caro.
La misera Giulietta, a cui lo sposo
Colpía dello Scaligero il precetto,
Condanna il bando a se fatale e odioso,
E si straccia la chiome e batte il petto.
Ahi meschina! furtivo appena accolto
Nel talamo ha Romeo, che già le è tolto!
Nè l’amante cui il sangue ancor le mani
Tinge del fier Tebaldo ch’egli ha estinto,
Or meno accusa i destini inumani,
E dal suo immenso duolo è oppresso e vinto;
Ah qual furia fu mai che mi guidava
Allora che a Tebaldo io morte dava?
Ma pria che il piè dalla cittade io mova,
Pria che incominci questo duro esiglio,
Te veder prima, Giulietta, mi giova;
Lieve mi fia per ciò ogni periglio:
Così egli ha fermo, e quella istessa sera
Giunge segreto a lei, siccome uso era.
Chi può dir i singhiozzi ed i dolenti
Rimproveri di quella, le focose
Scuse di questo, ed i sospiri ardenti,
E le promesse dolci ed amorose:
Ahi! disse Giulietta, ad ogni patto
Io verrò teco, e di partir fea l’atto.
No no, resta, Romêo le dicea,
Tu sostener non dèi questa fatica:
Anco mutar sper’io la sorte rea;
E tornerò, se mi fia quella amica.
Che se l’aspra fortuna a noi non cessa,
Allor, mia cara, a me verrai tu stessa.
E frate Leonardo, il qual congiunse
Le nostre destre, fia che a me ti guidi;
In lui confida, ei la pia cura assunse;
Segui tu ognora suoi consigli fidi:
Ah, se in tutto la sorte non è fella,
Cangerassi alla fin questa rea stella.
Ed il mattino i due pietosi amanti
Disgiunse: ahi mattin grave d’ogni male!
Dier le dolcezze loco a lunghi pianti,
E su lor spargea i rai astro fatale.
E l’anima mia afflitta ed angosciosa
Tutto sconvolge l’istoria pietosa.
Poche volte la luna il vario aspetto
Avea mostrato al sottoposto mondo,
Quando di Giulietta il padre ha stretto
Col conte di Lodrone imen giocondo,
E dare a lui promesso ha la figliuola
Di suo ricco dominio erede sola.
E poichè stipulato egli ha il contratto,
Sorridendo ne parla a Giulïetta:
Alla meschina il cuor si spezza a un tratto,
Pallida fassi ed un sospiro getta:
Ah mio padre uccidetemi, ma vero
Giammai non fia ch’io sposi il cavaliero!
Ma il fero vecchio, non uso ai contrasti,
Minaccia la tapina e sì le dice:
Or più tempo non è; promisi e basti;
E guai se opporti ti attenti, infelice.
In quelle angustie orrende fa ricorso
Giulietta a fra Leonardo e n’ha soccorso.
Questi le diè di possenti erbe essenza,
Che, tolta, l’avria resa come morta:
Certo l’effetto ha reso l’esperienza;
Ma danno a chi la toglie essa non porta.
Dopo circa trent’ore, il poter cede
Dell’erbe, e al corpo allor la vita riede.
Tu le dice, Giulietta, fie creduta,
Inghiottito il liquor, caduta morta;
A te aprirassi allor squallida e muta
Del sepolcro de’ tuoi padri la porta;
E se giacer non temi ove è Tebaldo,
Quivi io ti recherò soccorso saldo:
E fuor trarrotti, e con mentite vesti
In breve al tuo Romeo sarai condotta.
Ciò si faccia, diss’ella: ch’io m’arresti
Mai non sarà da alcun tenore indotta;
E tranquilla la sua anima fatta,
L’inganno appresta onde fia in salvo tratta.
E ecco la notte nella ricca sede
De’ Cappelletti alto clamor si leva,
Che morta è Giulïetta: il viso fiede
La madre sua; ma il duol più ancor s’aggrava
Sul vecchio padre: Ahi dicea, mia diletta,
Io sol t’uccisi che t’ho contraddetta.
Ma fra Leonardo manda un suo fedele
A recare a Romeo il grave avviso;
E quale arcano nel fatto si cele
Gli spiega, e come a lui ha il cielo arriso.
Ma ahi! sventura, un fido servo giunse
Prima a Romeo, e nunzio il cuor gli punse.
Era di Giulïetta un servo antico
Conscio dell’amor suo e a lei devoto,
E favorito avea l’amor pudico
Cui nascosto sacrava un santo voto.
Non ebbe appena egli il rio caso visto,
Che andò a Romeo nunzio mendace e tristo.
A Romeo, che allor sede avea posto
In Mantova alla corte del Gonzaga,
E che sperava, il suo favor frapposto.
Presto Giulietta, tornando, far paga.
Il giovine, colpito a quell’avviso,
Corre a Verona e forma un crudo avviso.
Ahi fiera iniqua sorte, ei fra sè disse,
Tutto sfogato hai in me il tuo rigore.
Me, nascendo, la Parca maledisse,
Splendean le stelle d’un empio furore.
Or che mi resta più? sol qualche istante
Per rivederla, e per morirle innante.
E la seconda notte che copria
L’inganno di Giulietta era discesa,
Quando Romeo, che in sentenza ria
Ne venne, è accinto a una crudele impresa;
Entrato in la tomba è de’ Cappelletti,
Ove l’han spinto i suoi feroci affetti.
E ivi, scoprendo una lanterna cieca,
Sua Giulïetta ebbe subito vista.
Piange su quella qualche tratto, e sbieca
Di poi lo sguardo; ed oh orribil vista!
Volge al petto la punta del suo brando,
E cade su Giulietta, lei chiamando.
Spiccando il sangue tiepido, il bel seno
Innonda di Giulietta, ed ei morendo
Pur la bacia: ma mentre già vien meno,
Il tiepor del suo sangue (o effetto orrendo!)
Gli spiriti agghiacciati richiamava
Della fanciulla che a nome chiamava.
Quindi risponde ella con debil voce,
E di Romêo proferisce il nome.
Ma poi che ha visto il fiero fatto atroce
E a se presso spirante Romeo, come
Vide il mortal singhiozzo, un grido mise,
Cadde su lui, ed il dolor la uccise.
Ahi! amanti infelici, apriste appena
Di incerta gioja gli occhi a un debil raggio,
Che la sventura che l’uomo incatena
Voi sommesse a suo orribile servaggio.
Di gioia un’ora seguon mille ambasce:
Quanto infelice è l’uomo allor che nasce!
Batteva allora mezza notte il segno,
E fra Leonardo (che era l’ora quella)
Venìa per porre fine al suo disegno,
Quando agli occhi gli appar la scena fella.
Si copre il viso: ed ahi che feci! grida.
Quanto sei uman senno scorta infida!
E del suo fallo a sè per pena ingiunge
Di palesar quai speranze deluse.
Spesso i nemici reo fato congiunge,
E questo accadde. Una sol tomba chiuse
I corpi degli amanti; e il pianto spenti
Ebbe gli odi funesti de’ parenti.
Questa pietosa istoria cantando il Menestrello la accompagnava colla
espressione della più alta commozione. Era un quadro meraviglioso a
ritrarre, vedere il giovine Trovatore con animata fisonomia accompagnar
l’espressione del canto e delle parole; la bella Beatrice tutta intenta
pender dal labbro del cantore, e gettar un tronco sospiro di quando
in quando, sospiro pietoso sulle pene de’ due amanti che tanto la
commovevano pel barbaro destino che li separava; Agnese, la cameriera,
essa pure tutta assorta nel pensiero delle esposte avventure; e
finalmente il Falconiere in altro canto; ritto in piedi colle mani in
mano in aria di dignità, e dietro lui un gruppo grottesco di contadini
con aperte le bocche, fra i quali si distinguevano due antiche nostre
conoscenze, la giovine Lucia, che avea ancora nella testa le promesse
fattegli da quel ribaldo di Carcano, ed Andrea, il suo tardo ma robusto
difensore. Però non ebbe appena terminata la sua canzone, ed ancora
la mano scorreva sulle corde del dilettoso istrumento, quando i vari
gruppi cangiarono tutti di situazione, e ne fu cagione lo squillare di
un corno che udissi alla porta.
— È mio padre, — disse Beatrice; ed un istante tramutossi in viso il
Trovatore. Il Falconiere corse tosto per calare il ponte; e la classe
inferiore degli ammiratori del giovine poeta scomparve ad un tratto
dalla sala.
Poco dopo entrava in questa Giovanni Pusterla, preceduto dal Falconiere
che portava una lucerna, la qual pose sulla tavola che stava nel mezzo
del salone; dappoichè la notte di già, piuttosto che il giorno, ivi
dominava. — Tu hai avuto oggi il tuo trattamento favorito, figlia mia,
— disse il Pusterla: — via, un abbraccio, che mi pare un secolo di non
vederti! Chi è questo Menestrello? la sua fisonomia non mi riesce del
tutto nuova, ma non so dove il vedessi; basta, ne sono tanti pel mondo,
potrò averlo veduto come cento altri. Su via, narratemi: non vi furono
novità durante la mia assenza? — Nel mentre che egli così parlava, il
Trovatore ritiravasi in un angolo della sala.
— Nulla che meriti di essere or riferito, padre mio: voi sarete stanco:
avete viaggiato tutto il giorno: già il sole è tramontato; il lungo
cavalcare vi farà bramare il riposo.
— No, no, angiolo mio, io sto benissimo. A proposito: ho inteso dire a
Monza che presso Erba era successa una violenza in questi giorni, in un
castello o in una chiesa non so bene: che fu mai questo, Beatrice? me
lo narra per disteso.
— Violenza! Padre mio, in Erba non fu commessa violenza di alcuna sorte
che io sappia. Ma via, fate a mio modo, pensate a ristorarvi. — La voce
così dicendo alla fanciulla tremava e venìa meno.
— Sì sì, ora ora; e tu Giorgio sapresti dirmi che sia accaduto? il tuo
viso mi dà certo indizio che tu ne sei al fatto.
— Signor padrone, — disse il Falconiere che non potea più tener le
parole nella strozza, — per me da galantuomo non saprei che dire, — ed
accompagnava la protesta di una smorfia, che ben dava a di vedere tutto
l’opposto di quello che volea far credere.
— Ah non sapresti che dire, gaglioffo? Che c’è; vi saresti tu forse
entrato a far la prima figura! so che sei un cavallo ardente in queste
cose. Via, che il diavolo ti porti; parla, chè se taci per malizia
forse io te ne farei pentire.
— Per parlare si fa presto, per parlare: ma...
— Orsù, qui c’è del mistero: voglio che parliate. Figlia mia, se alcuna
cosa sapete che mi risguardi, mel palesate: io comincio a dubitare che
ci sia del serio.
— Sì, invano io bramerei tenervelo celato. Sappiate adunque che, punto
dell’oltraggio a lui fatto, Arrigo Bianchi venne per vendicarsi contro
il vostro castello; ma non appena io mi fui mostra per supplicarlo che
generoso fosse verso una fanciulla che sola rimaneva fra queste mura,
egli si ritirò, mostrando magnanimità eguale alla alterezza, e quindi
tutto qui finì; poichè, ritirandosi anche espresse il suo desiderio che
queste lunghe inimicizie non procedesser oltre, dopo un primo sfogo di
una cieca animosità.
— Oh corpo di satanasso! Ma in quale modo egli potè entrare nel
castello? Vi sarebbe qui un qualche tradimento? — con tuon grave
volto al Falconiere domandò il vecchio Ghibellino. Beatrice non facea
replica; ed il Falconiere prese sopra di sè il carico di rispondere al
suo signore.
— Sì, tradimento! dopo che un galantuomo fa tutto il suo possibile, va
a immaginarti che sia un traditore. Non mi aspettava dopo venti anni
di carica un simile complimento. Per dianora, se non fossimo stati otto
contro quaranta: e poi, se quel maledetto fuoco non avesse fatto il suo
bisogno; ma, basta, e il ponte e la porta ora sono rifatti, e prima che
vadano in carboni una seconda volta lascia fare a Giorgio Falconiere!
— Dunque le cose furono spinte a questo segno! Tanto furono arditi
di fare costoro! Questi Guelfi vili e poltroni, tanto adunque alzano
ora il capo e così ci vengono a tentare! Ma i vigliacchi, i codardi,
sapeano di certo che il vecchio cignale era lungi dal suo covo, e per
questo si attentarono di sorprenderlo all’impensata. Ma or via, or via,
noi loro renderemo la pariglia, ma a misura di carboni di fuoco. Giuro
al cielo!...
— Non giurate, padre mio, non giurate; Pensate che se coloro vi hanno
oltraggiato, un desiderio di vendetta li mosse per la perdita di un
compagno che voi gli avete spento. Pensate alla generosità del Bianchi
che non abusò del suo vantaggio, e ritirossi alla prima mia preghiera.
E ancora frate Paolo, in nome del signore ci raccomanda non voler
turbare la tranquillità, non voler lordarvi del sangue di uomini che
pure tutti hanno per padre l’istesso Adamo...
— L’istesso Adamo tu dici! E quando mai dal tronco istesso uscì la
forte quercia e la debole canna che scuotesi al primo vento? Frate
Paolo! Sarà egli capace frate Paolo, coi suoi bei discorsi, di
vendicare i torti nostri? Ah sì..., io ho il torto di parlar teco di
siffatte cose: ebbene, lo vogliono, sia fatta; fuori le spade, e si
rinnovino in Erba le stragi dei tempi del Barbavara. Ma prima con lui,
sì con lui... Figlia mia, sento che ho bisogno di riposo. Giorgio mi
segui.
Nel mentre che il Pusterla così parlava, l’ira da prima la più violenta
lo investiva; quindi quella freddezza che lo mostrava uomo uso ai
perigli ad essa succedeva. Ma le ultime sue parole furono proferite con
un’aria di mistero che indicavano celare una diversa risoluzione ed un
arcano.
— Agnese, — disse allora Beatrice, — conducete fuori dal castello quel
Trovatore, e dategli larga rimunerazione.
— Signora, — disse il Trovatore, che durante tutta la scena da noi
riferita era rimasto nella più perfetta immobilità, — ho alcune parole
a dirvi prima, se in ciò, gentile, mi volete compiacere.
— Ebbene, Agnese, ritirati in un angolo della sala; e così che avete
voi a farmi sapere?
— Nulla, fuorchè io sono Arrigo Bianchi!
La giovine trasalì, sebbene un consimile sospetto confuso, già l’avesse
tentata più d’una volta.
— E che vi mosse a qui venire?
— Mi mosse quell’amore di cui ardentemente mi accese la vostra
prima vista durante quel torneo di cui vi piacque tener memoria;
quell’amore che divenne in me forza irresistibile, poichè fra sì
sciagurate circostanze la seconda volta vi presentaste agli occhi miei;
quell’amore che ora più non si spegnerà vedendo quanto generosa sia
l’anima vostra, quanto benigna vi piacque assumere le mie difese.
— Ebbene, per quanto cara vi è la vita, per quanto avete di più sacro,
ritiratevi, tosto partite. Io procurerò, sì..., per gratitudine..., di
reprimer il vendicativo odio del padre mio. Voi..., e voi dal canto
vostro, ve ne scongiuro, reprimete i vostri alteri spiriti. Agnese,
conduci questo Menestrello fuori del castello. — Ciò detto, essa stessa
incontanente uscì dalla sala. Ed Agnese, dicendo al Trovatore: — Voi ci
cantate dei casi strani, ma vi so dir io che da noi se ne veggono tutti
i giorni di nuovi, — lo condusse fuori della sala. Volle rimunerarlo;
ma il Menestrello, contro l’uso di tal gente e con grande stupore
della giovine, rifiutò di nulla accettare, e mestamente lasciò il forte
recinto di quell’antico castello.
CAPITOLO X.
FUNESTI EFFETTI DELLA VENDETTA
Pochi istanti dopo che il finto Trovatore fu uscito dal castello,
Beatrice cogli occhi rugiadosi, i lineamenti animati dal forte
contrasto di affetti che tanto la commovevano, ricomparve nella sala e
si pose a sedere sovra una seggiola, ove stette alcun tempo silenziosa.
— Agnese, in quali tempi viviamo noi mai? — disse finalmente alzando
gli occhi mestamente sovra la giovinetta sua cameriera.
— Fatevi coraggio, il signor Giovanni Pusterla è uscito da maggiori
burrasche di questa: gli sarà facile freddare il Bianchi o quell’altro
che vi han fatta tanta paura, e ritornarne allegro e tranquillo al
suo castello, a tracannarsi quattro fiaschetti di vino in onore della
vittoria.
— Che ciò non accada giammai! — sclamò Beatrice. E stette un istante in
silenzio: due minuti dopo ricomparve nella sala Giovanni Pusterla.
La forte espressione delle ferventi passioni che avevano agitato il
petto irascibile del vecchio Ghibellino, avea dato luogo alla abituale
sua imperturbabilità mista di buon umore. Egli avea di già presa la
sua risoluzione, ed ora già più non pensava all’accaduto, se non come
ricordarsi un suole di una storia antica sulla quale freddo e sicuro
ha di già proferito suo giudicamento. Egli si assise innanzi alla
tavola, sulla quale un istante dopo il Falconiere dispose una sucolenta
imbandigione di carni ed altre vivande, e volgendosi alla figliuola,
che silenziosa stavagli vicina, così prese a dirle.
— Un po’ di stizza mi sturbò al primo vederti, Beatrice: ora mi
è passata. Quanto noiosi mi riuscirono que’ quattro giorni che io
passai in Monza con Estore Visconti! Il bravo cavaliere non lasciò
nulla per divertirmi. Conviti, giostre, balli: egli se la passa
assai allegramente. Ma, il credereste? abituato omai a questa vita
solitaria, senza voi, cara mia Beatrice, io mi trovava in un deserto.
— Qui fe’ una posa, portò alla bocca il primo boccone, e mangiando
alternativamente e parlando così proseguiva. — Altro io non affrettava
che il mio ritorno, e sì che tanto Estore quanto il signor Giovan
Carlo ad ogni patto non voleano ch’io partissi. Aspettano Facino: il
generale del Duca ha dei grandi disegni pel capo; e vuol comunicarli
ad Estore. Hanno fatto la pace: ora stringere vorrebbe Facino una lega
offensiva. Contro chi, non si sa: sospettasi contro i Rusconi di Como.
Estore lo attendeva da un giorno all’altro, e avrebbe voluto che io
fossi presente al loro abboccamento. Ma io non potea restare: davvero,
Beatrice, davvero come son cristiano! parea che il cuore me lo dicesse:
Torna a casa tua; vi sono delle novità. E dovea così propriamente
venire il diavolo a intorbidarmi il piacere del rivederti; dovea quel
Guelfo inetto venire ad insultarmi, per fabbricarsi la propria rovina!
Ebbene, corpo di Satanasso, non son Giovanni Pusterla se non lo fo
pentire, e se non lo mando all’inferno insieme agli altri Guelfi che
lo precedettero la giornata del _Malcantone_! Oh quel giorno sì che
le loro case offrirono una bella scena! Ma dopo tutto ciò, ardire...,
ardire... Basta non ne parliamo; al rammentare il tuo pericolo tu ti
commuovi e impallidisci. Ma non dubitare, Beatrice, sarà l’ultima volta
che tali affronti tu avrai sofferti; e costerà caro, a chi lo ebbe, il
piacere di averti angustiata.
— Ah padre mio, da ben altre fonti deriva la mia inquietudine. Io
sono orfana della madre, e voi siete il solo in cui ponga l’amor mio,
il solo mio sostegno. Troppo preziosi sono agli occhi miei i vostri
giorni. Io troppo vi compresi: voi vi volete cimentare con quel giovine
valoroso. Ma deh! non vogliate arrischiare la vostra vita contro chi
dell’impeto di un’età bollente è dotato. Colui inoltre, perdonatemi,
troppo ancora mostrò di virtù perchè non merti indulgenza. Egli invase,
è vero, il castello di un suo rivale per vendicare un amico ucciso; ma
rispettò la debolezza, rispettò l’onor mio...
— Tu mi sei diventata Guelfa, figlia mia! Sai tu che prendi con molto
calore a difender la causa di quel giovine presuntuoso? Ma di me che
temi? ed a colui, a colui è ben necessario insegnare a non stuzzicare
la vipera che a lui non bada. Ma via, non ne parliamo più. Io non
intendo nemmeno torgli la vita. Egli ti ha rispettata: ebbene merita,
come tu dici, indulgenza, e l’avrà. Gli darò una buona stoccata fra
carne e carne, e s’egli dopo s’aqueterà, non si parlerà altro di questo
affare. L’hanno fatta veramente da Guelfi, la hanno fatta! Io credo,
Beatrice, che fosse la paura, non già la tua presenza, che gli facesse
ritornare. Avranno sentito un qualche romore, han creduto che gente
arrivasse, son fuggiti, chi sa con quale fretta! Oh, ci scommetto, la
fu così. Un Ghibellino non avrebbe lasciato così a mezzo la cosa, ed
avrebbe per lo meno del castello fatto un falò. Ma i Guelfi dalle loro
sconfitte hanno imparata la prudenza. Ora che hanno la testa rotta,
sono assai discreti ed umani: e vedi moderazione di cui si vantano!
Ebbene, tanto meglio per loro; altrimenti non so se a quest’ora ne
resterebbe più il seme. Ma tu hai gli occhi pieni di lagrime?
— Sì, padre mio, sì. Ah, se vedeste lo stato dell’anima mia! vi farebbe
pietà. Voi parlate di vittoria, di vittoria generosamente acquistata:
ma chi misura i colpi? chi mi accerta che un momento fatale a me non
vi tolga? O chi mi accerta che invece voi, anche involontariamente,
togliate la vita ad un giovine a cui pure assai io debbo? Deh non
appigliatevi al più dubbioso de’ partiti: ascoltate le sagge e pie
esortazioni di frate Paolo, perdonate, e non vogliate così porgere
alimento a novelle discordie.