ve lo avrei detto del pari. Vi dirò. Voi dovete sapere che, quattro
giorni sono io, con Arrigo, un certo Azzo, che non so se conosciate,
e quel povero diavolo di capitano che fu morto, e di cui alcuni di
voi seguirono il cadavere; noi andavamo a diporto un poco pei boschi
dipendenti dal Castello, quando ci abbattemmo nel Pusterla che vi
cacciava. Mano alla spada, dico io: non bisogna soffrire di tali
oltraggi, e cavo il ferro: Azzo mi imita, e ancora il Capitano: ma
quella massa boema lasciossi foracchiare il corpo da un colpo che gli
menò il signor Giovan Carlo Visconti; ed Azzo ed Arrigo fuggirono.
Fu allora che io uccisi, come vi dissi, o credetti aver ucciso il
Pusterla; e misi tanto spavento negli altri che nessuno ebbe coraggio
di cimentarsi meco, e a gambe si diedero tutti a fuggire...
— Ma questo non è ciò che più importa; in nome del cielo...
— Tacete, e vengo al resto. Tornato a casa, io rimproverai i miei
compagni della loro viltà. Parvi egli cosa ben fatta, fuggire a quel
modo? passar per vili in faccia a que’ Ghibellinacci già superbi di
vantaggio? Eh via, si lavi tale macchia! Io non posso, vedete, ho
slogato un piede: ma voi armatevi; andate al Castello del Pusterla, non
lasciate pietra sopra pietra; e...
— Adunque sono andati contro il Castello del Pusterla! — disse con voce
piena di costernazione il buon religioso.
— Sì, come vi dissi; e fu mia esortazione. Io non son uomo da star
queto ve’. Voi non mi conoscete; ma sono un diavolo in carne ed ossa!
— Se ciò è vero, il Signore vi perdoni il vostro delitto. Ma io un sol
istante non devo rimanere; troppo è prezioso ogni atomo di tempo, se
prevenire io posso ancora l’esecuzione di un empio disegno!
Ciò detto, diede le spalle al Carcano e partì. Questi non sì tosto ebbe
veduto uscire il buon Francescano che, alzandosi agile e sciolto, e
passeggiando per la sala, assai più guarito dello storpio risanato da
San Pietro sulla porta del tempio, — Gran bell’ingegno son io, — disse
fra sè; — gran bello ingegno! Col mio spirito tutti mi credono un uomo
di gran valore. Solo quel maledetto Azzo; ma procaccerò rovinarlo nella
grazia di Arrigo.
CAPITOLO VIII.
LA VIOLENZA
Giunta innanzi al castello del Pusterla la piccola schiera condotta da
Azzo e da Arrigo Bianchi, un trombetta si presentò innanzi la porta
di cui era alzato il ponte, e dato fiato al corno, sfidò Giovanni
Pusterla, se non era un vile, ad uscire per dar soddisfazione ad Arrigo
Bianchi dell’oltraggio commessogli alcuni giorni innanzi; minacciando,
s’egli non compariva, di ricorrere ad altri mezzi per vendicare
l’insulto ricevuto. Egli ripetè tre volte la stessa intimazione
frapponendo fra una e l’altra un certo spazio di tempo: ma nè la prima
nè la seconda volta non ricevette risposta alcuna: come però ebbe
terminato di proclamar la disfida per la terza volta, a una balestriera
superiore alla porta si vide comparire una faccia che fu riconosciuta
per quella del falconiere; e quindi con voce ferma si udirono queste
parole.
— Sentano dunque que’ signori che cantano su d’un tuono sì alto. Il
sig. Pusterla oggi loro non risponde, ne può rispondere, e non occorre
dire per qual cosa. Ma se voglia qui li mena di provar la sua buona
lama, in fede di Falconiere, so io dir loro che tornino fra sette o
otto dì, e non mai falco più pronto sarà stato a piombare sulla sua
preda, quanto il sig. Giovanni ad accettare le loro disfide. Ma hanno
bene in poco conto la vita coloro che così vogliono rischiarla! Ad ogni
modo voi, Giacomo dalla trombetta, mettete giù il vostro corno e finite
le vostre smargiasserie, che già da un pezzo ci conosciamo, e non
ardireste gridar tanto se fossimo fronte a fronte.
— Eh compare, — disse il trombetta, — io lavoro per il pane.
— Villano ribaldo, — disse al falconiere Azzo che era vicino al
personaggio dalla trombetta. — Tu sei, amico, una carne che io ho
destinato agli avvoltoi. Ma se il timore o il poco apparecchio rende
indisposto il padron tuo a riceverci, e’ gli sarà forza riceverci suo
malgrado. Egli ci deve rendere ragione degli oltraggi suoi. Cala il
ponte e pel tuo meglio fallo tosto!
— Calare il ponte! Ben detto. Quando mai però s’è visto un Guelfo fare
una tal intimazione ad un Ghibellino ed essere ubbidito. Basta, io però
devo dirlo. Il sig. Pusterla che cercano non è nel Castello.
— Non sarà mai sulla tua parola che noi ciò crederemo, tristo
millantatore. Cala il ponte, per l’ultima volta sia detto, o noi avremo
ricorso per entrare alla forza.
— Ah! Ah! farete quello che potrete le mure sono alte e sode, la fossa
è profonda. Di questi castelli ai Guelfi non ne cadono in mano. Via,
Andrea, Martino, Giacomo, Felice, _aux armes_, come dicevano i Francesi
di Bucicaldo. Vediamo che sappia fare questa canaglia.
— Ora il vedrai tosto, — sclamò dal suo canto Azzo. — Avanti compagni!
— E venuto ad Arrigo gli espose come o fosse il Pusterla assente o così
dicesse temendo non poterli ributtare, in ambi i casi più agevolmente
sarebbero venuti in possesso del suo castello. Soggiunse di poi che il
mezzo più pronto per ottenere l’effetto era usare il fuoco, avventando
materie combustibili di cui all’uopo si era munito contro il ponte e la
porta, che avrebbero dovuto così cadere.
Un istante dopo quindi si posero all’opera; ma non senza qualche
confusione cagionata da ciò che da alcune balestriere cominciarono ad
essere spinti contro di loro de’ grossi verrettoni che portarono un po’
di terrore nella piccola schiera. Non pertanto in breve ristabilito
l’ordine, protetti dai loro scudi, avanzaronsi due drappelli tenendo
in mano delle rossicce faci bituminose che doveano essere avventate
contro il ponte e la porta. Tutti gli sforzi dei difensori non poterono
impedire che queste non giungessero colà ove erano dirette; ed in breve
le fiamme cominciarono ad appigliarsi nelle grosse tavole, le quali
furono involte in un vortice di fiamme e di fumo nereggiante. Invano il
falconiere si provava dal sommo della torre di far cadere dell’acqua:
questa era nè bastante al gran bisogno, nè spesso vi giungeva: un vento
all’incontro che quel giorno spirava dava allo struggitore elemento
la forza e attività più maravigliosa. Inoltre il povero Falconiere
veniva disturbato nel suo uffizio dalle frecce che importunamente gli
fischiavano davvicino lanciate contro di lui dai più esperti degli
avversarj. Sicchè la violenza del fuoco sconnetteva le tavole ed alcune
già avea rese ardenti carboni, ed il guasto in minaccevole aspetto
andava crescendo; e la schiera degli assalitori in una quasi perfetta
inazione aspettava il momento che l’incendio destato le aprisse il
varco ad entrare nel castello, e rallegravasi all’idea del promesso
saccheggio.
Ma Arrigo, vedendo che ancora a quell’estremo il vecchio Pusterla non
compariva a domandar di parlamentare, già cominciava a pensare che
veramente il vero detto avesse l’intrepido e rozzo Falconiere, e quasi
vergognavasi di una violenza commessa contro un castello disabitato.
Azzo parve indovinare i suoi pensieri e così gli disse: — Infine non è
che oltraggio reso per oltraggio; e se il vecchio Pusterla è assente,
posto che avremo il piede nel suo castello e datogli il sacco come
promesso abbiamo alle nostre genti, la partita sarà saldata. Ed ecco
che cadono il ponte e la porta ed il varco sta per esserci sgombro; noi
renderemo al Pusterla la visita ch’egli ci ha fatta nel vostro bosco.
Diffatti le fiamme facevano il loro uffizio con una incredibile
rapidità; le quercie antiche di che si componevan le tavole, crollavano
e cadevano, e cominciavansi a vedere delle brecce ragguardevoli; ad un
tratto un grande scroscio si intese e la porta tutta e il ponte, pel
cadere delle combuste travi e tavole, apparve sgombra e senza difesa.
Ma dal suo canto non era disposto di ommettere sforzi il bravo
Falconiere. Egli per respingere gli assalitori avea fin dal principio,
quando si fu accorto che il castello correa pericolo, indossata
un’armatura irruginita, e fattane indossare una ad Andrea e ad altri
otto o dieci uomini che formavano come la famiglia e la guarnigione
del Castello, e alla loro testa ora compariva presso la porta per
respingere l’assalto del nemico. Poichè infatti il ponte fu caduto a
terminare di ardere nella fossa, e quindi anche la porta, cominciò
dall’una e dall’altra parte una pioggia di saette che andavano a
spuntarsi sulle armature; ma realmente poco danno recavano. Se non
che in capo ad un’ora l’opera dalla parte de’ seguaci del Falconiere
cominciò a rallentare, e la fatica e il timore rendeva più deboli i
colpi e più tardi; al contrario fra la più numerosa schiera degli
assalitori, riposando alternativamente, sempre v’era chi fresco e
gagliardo lanciasse i dardi.
La situazione del povero Falconiere diveniva d’ora in ora più seria:
di già soli sei de’ suoi armigeri potevano spalleggiarlo, gli altri
essendosi ritirati per qualche ferita o grave contusione. Ancora
questi erano stanchi e lo sollecitavano a ritirarsi. Egli avea fino
allora sperato che alcuno si armasse in Parravicino per soccorrerli;
ma nessuno vedendo comparire: — Sicuramente la piazza non si può più
a lungo difendere, — disse; — andiamo adunque a chiuderci in una torre
intanto che il fuoco nella fossa può ancora tener lontano qualche tempo
il nemico.
Ciò detto, tutti, scaricate un’altra volta le loro balestre, si
ritirarono dalla porta.
Dal suo canto Azzo non sì tosto vede la porta denudata di difesa che,
fatta recar acqua a spegnere l’ardente bragia, colle scale la fossa
superando, fa che le sue genti entrino nel castello; ma egli non
dimentica di osservare ad Arrigo che conveniva lasciare buona parte
delle loro genti di fuori per sorvegliare che alcuno, in soccorso del
Pusterla giugnendo, loro non troncasse la strada di ritirarsi. Arrigo
poi proibiva che violenza alcuna si commettesse contro i disarmati
abitatori del Castello.
Ma poichè furono le loro genti giunte nel mezzo del gran cortile,
Azzo ed Arrigo le chiamarono all’ordine, sempre temendo di insidie; e
volendo esaminar bene i luoghi prima di procedere oltre a dar il sacco.
Da due sole parti stendevasi l’abitato, gli altri due lati della corte,
che pressochè formava un quadrilungo, erano occupati dalle stalle e da
altri minori edifizii, i quali probabilmente servivano pel Falconiere e
per altre persone direttamente dipendenti dal Pusterla, e che vivevano
nel Castello. La parte più nobile del Castello presentava l’aspetto
di una abitazione antica a mura assai grosse di bigie pietre. Due o
tre porte erano in esso, ma tutte chiuse con molta diligenza: chiuse
del pari erano tutte le finestre, e chiuso anche un gran balcone che
precisamente nel mezzo del corpo maggiore dell’edifizio a sè chiamava
naturalmente l’attenzione, sì per il posto che occupava come pei
pesanti ornamenti di cui era cinto.
Come furono rimasti forse quattro minuti nell’inazione e mentre Arrigo
si occupava di dare degli ordini intorno al modo con che procedere
dovessero i suoi seguaci al desiderato assalto, ecco inaspettatamente
spalancarsi le imposte del gran balcone e su quello comparire una
vaghissima donzella la quale a sè attrasse gli sguardi e l’attenzione
di ognuno, ma più di tutto quella del giovine Arrigo.
Era costei giovine di forse vent’anni. La sua statura grande e snella,
le sue forme leggiere e gentili oltre ogni credere; due nerissimi
occhi che coll’espressione del turbamento, anzi che del terrore,
vedevano quel grande apparecchio ostile; due ciglia nerissime e ben
arcate; e le chiome che incomposte avea, forse poichè stava ordinandole
festosamente quando quella fiera avventura la bell’opera della sua mano
avea sospesa; tutto dava alla giovinetta un aspetto straordinario, e
dirò quasi magico e sovrannaturale. Le rose incarnatine erano scomparse
dalle sue guance; anche il labbro avea perduto del suo bel vermiglio;
la sua voce però, sebbene tremula fu abbastanza forte da pronunciar
distintamente queste parole:
— Signor Bianchi, — diss’ella, — se veramente, come di voi corre
il grido, voi siete un generoso cavaliere, in nome del cielo non
vogliate commettere violenze in un Castello ove una fanciulla priva
si trova pressochè di ogni difesa. Io so, e pur troppo me ne dolse,
la sanguinosa briga che aveste col padre mio; ma se un giusto sdegno
vi accende, io anche spero che colui che tanti lauri mietè in nobili
arringhi, di certo tutta la sua gloria non vorrà macchiare con un’opera
sì scortese, quale questa sarebbe di assaltare un castello ove fra
pochi famigli non risiede che una fanciulla.
Queste poche parole pronunziate con una voce soave da una giovine
bellissima, e piene di giusti rimproveri per colui a cui erano volte,
fecero un grande effetto su Arrigo. Qualunque fosse l’affetto che lo
movesse, egli rimase un istante immobile siccome un sasso; ma dopo un
istante di silenzio così rispose.
— Dunque vostro padre è assente, e voi siete sola nel Castello? Se così
è, certamente voi non dovete nulla soffrire per l’ingiuria recata a noi
dal padre vostro. Nobile donzella, tranquillate il vostro spirito; non
è già contro il sesso vostro che Arrigo impiegherà la sua spada, meno
poi contro chi..., chi in lui desta, anzi che l’odio, l’ammirazione.
Ed io anzi qui pongo fine alle mie vendette; e se il padre vostro può
sopportare l’usata mia violenza, ogni rancore fra di noi cessa fin da
questo momento. Anzi io lo bramo che voi siate fra di noi un angelo di
riconciliazione!
Ciò detto si volse a’ suoi seguaci e così loro disse: — Del vantaggio
che voi vi ripromettevate col saccheggio di questo castello, io saprò
ricompensarvi. Tosto ognuno si ritiri. Azzo, in nome dell’amicizia, non
replicate. — Egli fu ubbidito; e non appena la sua schiera si trovò con
esso fuori del castello che Arrigo si vide dinanzi frate Paolo.
— Che mai faceste, giovine insensato? — sclamò il frate ravvisandolo, —
l’opera della violenza è dunque compiuta!
— Ahi, padre! — sclamò Arrigo, — pur troppo voi il diceste: Io scavai
una fossa ed in essa sono caduto. Ma io non spinsi la violenza che ad
entrar colla forza in quel Castello: se voi potete condur le cose ad un
componimento, fatelo, padre, io lo bramo ed io dipenderò da ogni vostro
consiglio.
Dette queste parole, con passo rapido procedette oltre in silenzio,
ed avea fatto, con Azzo al fianco, forse un mezzo miglio, quando il
secondo finalmente con rancore così disse: — Arrigo nelle vostre azioni
di oggi v’è del mistero: non me lo scoprirete voi? perchè una sì subita
ritirata, perchè quei lamenti col vecchio frate, siccome il coccodrillo
che piange dopo aver divorata la preda?
— Azzo a te, poichè lo brami, s’apra il mio cuore. Quei vaghi
lineamenti che altrove da me visti del più forte amore mi hanno
stretto, questi io riconobbi oggi in quelli della figlia del Pusterla.
Ahi! io giunsi a rivederla; ma solo per troncarmi la strada di
conseguirla più mai.
— La speranza è un albero sempre verde, — disse Azzo deponendo il tuono
di risentimento. — Ma ad ogni modo superate il vostro amore, quand’esso
vi avesse a trascinare a dimostrazioni di viltà.
Arrigo nulla rispose a questa osservazione tutta propria del carattere
di Azzo; e silenziosi procedettero fino che furono giunti al Castello
del Monte.
CAPITOLO IX.
L’INDEGNAZIONE
Beatrice Pusterla, che tale era il nome della giovinetta figlia del
vecchio Ghibellino, era, siccome l’abbiamo detto, nell’età delle
illusioni e dei sogni che rendono tanto bella e ridente la vita, quella
età che lungi dal contemplare le cose coll’occhio della fredda realtà
le mira con uno che simile alla bacchetta d’un esperto incantatore
tutto trasfigura, tutto veste di un’ingannevole apparenza. Ma se il suo
cuore aprivasi a quelle dolci illusioni che rendono sì cara la nudità
della vita, il suo animo era altresì tutto pieno di virtù, di quelle
virtù che delle illusioni ancora, sono più belle e preziose, e che
preparano a chi le possiede i più puri piaceri, e somministrano fra
le tenebrose vie della vita il lume più chiaro, e ci sono compagne e
consolatrici nelle afflizioni e nelle congiunture più disgustose.
In età tenerissima, essa avea perduta la madre, matrona onesta ma
altera e di un carattere confacente a quello del genitore. Beatrice,
dotata di una grande dolcezza, avea non pertanto ereditato dai genitori
una forza d’animo non ordinaria, che sotto un aspetto più semplice
si celava, ma che le facea con fermezza muovere il piede per le
rette strade che la sua mente non esitava in qualunque congiuntura a
scoprire. La sua educazione era frutto, si può dire, di lei stessa.
Il padre suo non pensava che a compiacerla; e dedito ai piaceri della
caccia, ed ingolfato spesso negli intrighi in cui avvolgevasi il suo
partito, non pensava alla figliuola che come ad una gemma che splendida
e bella gli rendeva la vita che passava nel suo Castello. Ma la natura
ha impresso assai vivamente nel cuore delle più nobili creature i suoi
precetti, e Beatrice, piena di quella dolce compassione verso gli
infelici che è il più bell’ornamento di un’anima gentile, di quella
forza d’animo che ajuta il saggio a farsi strada fra le contrarietà,
bene spesso, non che aver bisogno di guida, serviva colla dolcezza sua
di freno al violento carattere del suo genitore.
Solinga vita ella conduceva nel suo Castello di Parravicino: un
giardino piuttosto esteso era unito al Castello dalla parte che guarda
verso mezzodì, ed estendevasi fino al piccol lago di Alserio, vago
bacile di acque limpidissime che mirabilmente accresce spicco al bel
paesaggio che lo circonda. Una numerosa famiglia di fiori e di erbe,
era il trattenimento favorito della giovinetta. Spesso ancora, col
suo liuto accompagnandosi, cantando, sovra una leggerissima barchetta
trascorreva le increspate onde del lago; e qualche volta, ma assai meno
di frequente, col padre e con alcuno degli amici di esso che capitavano
nel castello cavalcava da Parravicino ai paeselli più vicini ed anche
prendeva parte alla caccia. Quest’era la sua vita. Una fida ancella,
Agnese, era la sua compagnia: e teneala come sorella; e bene spesso in
lei poneva sua confidenza.
Ma le usate cure, i suoi già prediletti trastulli alquanto aveano
perduto da qualche tempo di loro attrattive agli occhi della
giovinetta. L’anima nell’età prima spesso si crea un idolo, e
quest’idolo non sempre schiva di eleggerlo fra nazione straniera. La
giovinetta di quando in quando recavasi col padre suo nella capitale
della Lombardia. Il vecchio Pusterla ogni qual volta vedea ciò poter
fare senza suo pericolo, volentieri rivedeva colà le antiche brigate
de’ suoi compari ghibellini coi quali avea fatte tante bravate gli anni
addietro: e l’ultima volta che avea côlta una consimile occasione, fu
quando si celebrarono le feste che ebbero luogo per il fatto conquisto
di Canturio. Eransi nella città tenuti giuochi assai splendidi e
tornei: ed egli vi avea condotta la figliuola; ed in quell’occasione si
era trovato in compagnia del famoso generale Facino Cane e di Beatrice
sua moglie che erano i più possenti protettori suoi e del suo partito,
e dai quali veniva il Duca stesso tenuto in freno.
Fu in quella occasione che gli occhi di Beatrice si erano scontrati in
quelli di un nobilissimo cavaliere che più d’una volta avea riportato
il premio del valore e della destrezza. Gli amanti hanno un muto
linguaggio, assai rapido, assai perspicace; ed a Beatrice lieve fu
comprendere quello dell’incognito suo adoratore. Un fascino parve
partire dai loro sguardi, ed entrambi si ritirarono col cuore piagato;
a entrambi l’immagine che allora nel cuore scolpissi, continuamente
ricompariva abbellita dei più vaghi colori dell’immaginazione. In
vano la saggezza tentava rompere quell’incanto: essi non bramavano che
rivedersi. Ma allorchè si videro una seconda volta fu sotto un aspetto
ben diverso e strano; fu sotto quello di acerbi nemici. E Beatrice più
non incontrò l’amato che sotto le armi contro del padre impugnate; e
il ravvisò in Arrigo Bianchi allorchè questi infellonito moveva per far
pagare al Pusterla il fio della sua prepotenza.
Ma l’amore non è timido, nè sì tosto è messo in fuga. Sebbene sotto
l’aspetto di innaspriti nemici, i due amanti rivedendosi sentirono
entrambi crescere a dismisura le loro fiamme. Nè perchè poco
l’alimenti la speranza, l’amore cessa; egli è anzi certo che finchè
una debolissima ancor ne resta, un’ombra sola, quella passione pur
vigorosa resiste e persiste sempre in non vedere ostacoli impossibili
a sormontare. Quindi, sebbene per l’accaduto ancora maggior si facesse
la distanza che divideva i due amanti, l’anima della giovinetta quasi
suo malgrado persisteva a fermarsi nella considerazione dell’idolo a sè
creato dalla sua immaginazione, e bearsi nell’affetto di colui che pure
di recente dato gli avea certa prova di corrispondenza colle sue parole
e colla sua sommissione.
Frate Paolo, tutto pieno di zelo per evitare lo spargimento del sangue,
avea esortato a porre ogni più sollecita cura in opera per riparare
ai guasti fatti dall’animosità del Bianchi, per poi in qualche parte
mascherare l’odiosità dell’avvenuto al Pusterla, di cui conosceva
l’animo violento. Il suo avviso si seguiva, aggiuntovisi il comando
di Beatrice. A quei tempi ciascuno era il proprio falegname. Tutti
coloro che dipendevano dal castello lavorarono adunque assiduamente
alla costruzione d’una nuova porta e di un nuovo ponte levatojo.
L’indefessità del lavoro di otto o dieci operai fu anche tale che in
capo a tre giorni il tutto fu riparato[4].
Terminati que’ lavori, fu con una specie di trionfo che il Falconiere
veniva a riparare i danni dell’incendio, ed ancora nella disgrazia
accaduta vedeva un fatto da compiacersi, parendogli aver operata una
bella difesa.
— Tutto quel che si può fare l’ho fatto, — dicea fra sè, — tutto quel
che umanamente si può fare; ma contro il fuoco che cosa si poteva
opporre? D’altronde per molto tempo avrei messa in sicuro nella torre
la mia guarnigione: e vi poteva ben vivere anche la signora Beatrice
per alcuni giorni, finchè non ci fossero giunti aiuti dai nostri amici.
Ma la signora Beatrice volle prendere altra strada; e davvero non
so come ci sia riuscita. Bisogna dire che il Bianchi avesse una gran
paura in corpo per lasciarsi metter in fuga dalle chiacchiere di una
donna. Se era io in lui, avanti, _allons_, e non lasciava un chiodo
nel castello, come abbiamo fatto più d’una volta in Milano nelle case
de’ suoi Guelfi, che solo adesso si arrischiano di alzare la cresta. Ma
chi è di là: alcuno cerca di entrare. Sarà qualche pellegrino o qualche
mendicante; se fosse il signor Giovanni Pusterla avrebbe suonato il suo
corno, e avremmo inteso lo scalpitare de’ cavalli.
Egli corse, osservò, e con suo piacere vide che era un uomo, che
all’abito, e ad un liuto che avea sul braccio, poteva giudicarsi per un
Menestrello, o poeta ambulante. — Costoro sono gente piacevole; cantano
delle belle istorie, e però si raccolgono con piacere: ora calo subito
il ponte. Piacemi anche quest’incontro, perchè la signora Beatrice è
mesta, e temo che lo sbigottimento ne sia cagione: costui colle sue
canzoni un poco la rallegrerà. — Così fra sè dicendo, calò il ponte
levatojo ed ammise un giovine di alta statura, con barba castana e
lunghe chiome di egual colore, e due occhi cerulei pieni di vivacità.
— Chi siete voi, da qual paese venite, e che volete? — domandò il
Falconiere subito che il poeta fu intromesso.
— Io sono un Menestrello, un Trovatore detto Ugo di Verona; e me ne
vo girando di castello in castello, cantando le prodezze e gli amori,
vivendo delle mie dolci ispirazioni, e sostentandomi di ciò che mi
somministra il favore delle persone gentili.