i peccatori; fin dal seno della madre han deviato dai retti sentieri,
hanno parlato con falsità. Ma quanto sono a compiangersi costoro:
hanno succhiato i bambini col latte della nutrice l’iniquità, e dense
tenebre hanno ingombrata la terra. Indurato si è il lor cuore; e il
loro furore è simile a quello del serpente; simile a quello dell’aspide
sorda che si chiude le orecchie per non udire la voce dell’incantatore.
Ma sappiatelo: di ben corta durata egli è il trionfo dell’iniquo.
Io vidi l’empio a grande altezza, siccome i cedri del Libano, passai
e più non era, nè il luogo si scopriva ove egli era. Abbracciate la
dottrina retta affinchè non abbia il Signore con voi a sdegnarsi, e
così perdiate la giusta via; ed uditemi: L’empio si aprì una fossa ed
in quella stessa fossa è caduto. Sì andate, vendicatevi, date sfogo
al furor vostro: nel laccio stesso che voi tendete nascosto, in quel
laccio sarà côlto il vostro piede.
— Buon padre, il mio cuore non è insensibile alle vostre parole, —
riprese Arrigo in tuono dolce e rimesso, — ma, già ve l’ho detto, ora
non so rispondervi: tornate domani. Ringraziovi per altro della vostra
premura per il bene della mia anima. E se posso offrirvi alcun ristoro
pel corpo, tutto il mio castello è a vostra disposizione.
— No: solo col digiuno e colla preghiera si scacciano questi demonj, —
replicò il Francescano mestamente: — io umilierò nel digiuno l’anima
mia; e la orazione mia rivolgerassi nel mio seno. Solo allora io
esulterò che avrà il Signore esaudita l’umil mia prece. Con voi sia la
pace. — Ciò detto abbassò il capo venerando e si ritirò.
Un perfetto silenzio succedette alla sua partenza nella camera. Arrigo
a lento passo e col capo chino pensieroso ivi passeggiava. Azzo facea
lo stesso, fermandosi di quando in quando a fissare gli occhi sdegnosi
sull’amico. Egli ruppe finalmente il silenzio e disse: — Or che ne
pensate voi?
— Nulla per ora, — rispose Arrigo; — lasciatemi solo, chè troppo
contrastano fra di loro le mie idee: quando vi avrò posto più di ordine
ci parleremo.
Azzo indispettito voltògli le spalle, nè più lasciossi vedere
dall’amico durante il restante di quella giornata.
CAPITOLO VII.
IL CATTIVO CONSIGLIO
Da varj pensieri agitato, Arrigo solitario passò buona parte della
notte, e stanco poi gittossi senza spogliarsi sul suo letto per gustare
alcune ore di riposo.
La nostra fantasia che di idee sì sconnesse, si compiace illudere il
nostro spirito durante l’imperfetta vita che nel sonno godiamo; quella
vita in cui della volontà cessa l’imperio, in cui noi siamo, quasi per
incanto, sotto un nuovo orizzonte trasportati, la nostra fantasia ci va
con le sue visioni sempre più travagliando quanto più l’animo di chi in
braccio al sonno restauratore si abbandona è commosso ed i suoi nervi
sono nell’irritazione. E fu appunto di questo modo che nuove scosse,
ancora nel riposo, trovò Arrigo sul suo letto, e mille contrarie
visioni incerte a lui dinanzi si appresentarono.
Ma in mezzo alle fantasime odiose che l’animo suo commossero già
turbato, una angelica, e scesa forse da quella porta d’oro da cui i
fortunati sogni vollero gli antichi movessero il volo, a lui dinanzi
finalmente si appresentava; la dea de’ suoi pensieri. Essa parea dargli
de’ precetti; e quindi fra altre visioni meno distinte a lui dinanzi
scompariva.
I primi raggi rifratti del debole sole di autunno, offuscati ancora da
una legger nebbia che ingombrava il firmamento, ebbero appena dissipate
le tenebre e rischiarato l’aere pingendo di un rossiccio colore
l’oriente, che il sonno del giovine troncossi, ed egli balzò in piedi.
Pieno ancora la mente delle ricordanze del giorno antecedente e di
quelle più confuse della notte, dato di piglio al ferro agitavasi nella
sua stanza conturbato, e così finalmente egli sclamava.
— Oh quale mai destino sta attaccato a questo fatto! Quelle parole
di quel vecchio venerabile mi stanno fitte profondamente nel cuore,
siccome oracoli mi rintronano gravemente negli orecchi; ed ora una
idea nuova, più incantevole, più possente, misteriosamente a quelle
si accompagna; e tu pure sembri dissuadermi dal por mano alle armi,
o bel angelo che il cuore mi conquidesti. Ma perchè io non rivedrotti
più che ne’ sogni! Pur queste idee che mi distornano dallo snudare la
spada, sarebbero essi consigli della viltà? E se veri sono i precetti
dell’uom pio, perchè il mondo non li adotta, e riconosce? Che se io
solo mi soffrirò un insulto nè correrò a vendicarlo, da quante parti io
non mi vedrò da baldanzosi nemici assalito? Come respingerò io le loro
violenze, se colla spada non mostrerò ch’io non li temo?
Egli accostossi ad una finestra, chiamò un servo, e gli ingiunse
di dire ad Azzo che a lui venisse. Si diede quindi di bel nuovo a
passeggiare silenzioso e conturbato per la sua stanza.
In capo a pochi minuti la porta si aprì ed armato di tutto punto e
pieno il volto di un’espressione di altera fierezza comparve sulla
soglia Azzo.
— Azzo, che vuol dir ciò, che cinto sei dell’armi? — gli disse l’amico.
— Sì, io sono cinto dell’armi e del pari lo sono tutti i soldati del
Castello e gli altri che raccogliemmo e che i Rusconi ci han mandato.
Se voi vi determinate all’impresa già disegnata, tutto è pronto, e
sarà questo un bel giorno per far mordere le labbra al Ghibellino
superbo. Che se voi siete tramutato da un frate, ebbene io nol sono
già, e so ancora che il valoroso cerca sue ragioni nella spada: io solo
mi porterò dinanzi il Castello di quel superbo, e solo lo sfiderò a
rendermi conto del sangue ch’egli ha versato. Or che volete da me? il
tempo stringe: che risolvete?
— Azzo, io sono dubbioso: una voce segreta mi dice che io non corra a
vendicarmi.
— Ebbene, restate. Io non resterò già. Di voi dica il mondo che vuole;
non sarà detto di me, che io sono un codardo; nè di me rideranno i miei
nemici. Cerchi la lepre salute nella fuga e nel silenzio; chi ha cuore
ribatta i colpi, e rintuzzi le offese. Restatevene col Carcano, io
combatterò, e vinto o vincitore, più non rivedrammi il vostro Castello.
Date in esso albergo a questi frati che vi travolgono a lor piacere:
essi inpingueransi delle vostre ricchezze: temono forse non il Pusterla
se ne impossessi; da colui nulla sperar potranno. Ma, per dio, non vi
sono altri frati che vi assolveranno da un omicidio mettendo a loro
disposizione una buona borsa!
— Azzo, non frammettete oltraggi contro la pietà vera di un santo, a
parole più sensate e che più gradite suonano al mio orecchio.
— Sì il suono della tromba guerriera gradito suona all’orecchio del
buon destriero uso alle battaglie. Voi nella pace coltivate gli ameni
studi e liberali, ma vile non siete fra le armi. Pur che dirassi di voi
se ora non rintuzzate gli oltraggi di un superbo usurpatore de’ diritti
vostri; vorrete voi, coi semi di generosità che avete in petto, dare
frutti di viltà?
— No... Tu bene parli, nè io so trattenermi! Così pure io penso, e così
sarà. Vera sarà la dottrina del venerabil vecchio; ma egli le leggi
del mondo non conosce; ed ha il mondo le sue leggi. Egli non sente le
passioni che conturbano l’anima, e la sconvolgono in tempesta: la sua,
fredda ed agghiacciata, non sente l’impeto delle passioni, gli stimoli
pungenti dell’offeso onore. Nessuno al mondo dritto avrà di sprezzare
Arrigo; e tu sarai l’ultimo che il potrà fare, altero Pusterla. Io ho
risoluto... Ma altresì ho promesso di aspettare quel Francescano...
— Voi promesso non gliel avete, — replicò Azzo: — ricordatevi le vostre
parole: voi gli diceste che la vostra porta a lui non sarebbe chiusa:
ora egli entri, e non ci trovi. Per dio, no non aspettiamolo; le sue
parole svolgono i sassi. Io stesso perdea jeri la favella; io non
seppi che mi rispondessi; la lingua mi si annodava. Non l’aspettiamo.
Le nostre genti già sono armate: non si frapponga indugio, nemmeno per
lasciar loro il tempo di ristorarsi; rifocilleransi nel bosco. Ma qui
non ci trovi quell’austero.
— Ben parli. Or via, in due istanti io sono armato: tutto disponi per
la partenza. — Azzo senza replicar motto si ritirò. Un rumore di armi
bentosto si intese nella corte del Castello, un parlarsi a vicenda, un
intonare di strofe guerriere. In breve ebbe Arrigo indossate le armi,
ed apparve interamente coperto di ferro: sovrappose la sua sorcotta
portante, insegna de’ Guelfi, la croce bianca; ed accompagnatosi con
Azzo, guidando la sua piccola schiera uscì dal castello e prese la
strada verso il bosco.
Proceduti buon tratto di strada silenziosi, Arrigo voltosi ad Azzo così
gli disse con uno sforzato sorriso.
— E il nostro Antonio Carcano non è egli dunque della nostra schiera?
non ha egli vestita la sua tanto vantata armatura?
— Antonio Carcano! E quando mai in qualche lodata impresa ed ardita
fu visto colui? Prima vedrassi la gallina alzarsi fin dove giunge
l’aquila, che il Carcano snudare la spada per affrontare un pericolo.
Il poltrone non appena ebbe inteso che nostra intenzione era di tentar
una fazione contro il Pusterla che ridestò il pretesto della slogatura
del piede, e disse che reggersi non potea. Ma quale meraviglia, se
perfino la vista di un cadavere sembra spaventarlo? Non notaste come
schivava di avvicinarsi al corpo del povero Capitano che ora sarà da
noi vendicato. Il Carcano sarà sempre il più ciarlone ad un convito, ma
non sperate veder quel codardo fra una schiera di valorosi.
— È vero, colui è privo di ogni forza di animo, come di virtù. Pure il
ribaldo col suo spirito ci alletta.
— Così va spesso. Lo spirito ha un incanto che fa scordare molti
difetti: ma non di rado si accoppia con vizj troppo deformi. Sempre
piace il suo splendore; ma chi in questo caso vi si accosta, corre
rischio, come la farfalla, d’abbruciarsi le ali.
— Ma come intendete voi pigliarvela col Pusterla?
— A ciò daranno norma le circostanze. Noi lo sfideremo; se egli accetta
la sfida, io combatterò seco, e se io cadessi, voi potrete entrar in
mio luogo; ma s’ei la rifiuta, ho portato meco materie combustibili,
con esse entreremo nel suo castello per porlo a sacco o vi gitteremo
almeno l’incendio.
Fra questi ed altri consimili ragionamenti, essi di già avanzavansi
sotto di una vasta foresta assai folta che estendevasi in buon
tratto della estesa valle che divide il monte su cui era posto il
Castello di Arrigo, ed il villaggio poco più di un miglio distante
di Parravicino. Arrigo già pienamente avea dimenticato gli argomenti
dell’evangelico banditore, ed occupato del solo pensiero dell’impresa
cui si accingeva, ora con Azzo andava concertando i fili necessari
a tendere, ora ammirava la maestà e la vetustà della foresta. Erano
quercie gigantesche che alzavano i loro robusti rami coperti di foglie
tuttavia verdeggianti, e che formavano folto ombrello contro i raggi
del già sorto sole: un freddo vento spirava, e fremendo fra le fronde
alcune già ne facea cadere al suolo, per annunziare che erano quelli i
mesi forieri del nudo verno. Avevano forse fatto un miglio di cammino,
quando giunsero in parte ove la foresta presentò ai loro sguardi uno
spettacolo particolare, che fermò un istante la loro attenzione.
Fino a quel punto appena uno stretto sentiero, ingombrato ancora da
cespugli, avea loro permesso di avanzarsi fra il bosco intricato:
qui la scena di repente si cambiava: un certo spazio di terreno era
stato sgombrato da que’ vetusti alberi che visto aveano più di una
generazione; e dava luogo ad una piazzetta erbosa che, cinta come
da arboree mura, non avea quell’aspetto ridente che un verde strato
ha sempre in altre occasioni. Ad accrescere la mesta impressione che
l’animo ricevea da quella vista, sorgea a manca, presso un gran salice
piangente, una cappella in rovina, di gotica architettura: il mio
lettore senza dubbio ora conosce che questo luogo a lui non è nuovo,
essendovi di già giunto con altri più umili personaggi del nostro
dramma.
— Dobbiamo noi qui fermarci a ristorar la nostra gente? — domandò
Arrigo ad uno de’ suoi armati, nativo di que’ luoghi, che servivagli di
guida e dal quale avea ricavate molte notizie risguardanti la posizione
e le fortificazioni del Castello del Pusterla.
— Dio ce ne guardi! — disse il soldato, che, dalla tromba che portava,
mostrava essere destinato a far gli uffizi di trombetta. — Ciò potrebbe
esserci di mal augurio: non sapete che cosa narrasi di questi luoghi?
— Io non ne intesi parlare, — replicò il giovine Bianchi: — orsù che
dunque?
— Questa, — rispose il soldato, — questa è la cappella de’ Marliani. È
una storia terribile che si conta di questa piazzetta che voi vedete;
ma ora sono scorsi forse cento anni, e non si sa bene se la storia sia
del tutto genuina; però ancora pochi sono coloro che si arrischino di
passare presso questo luogo, sebbene io vi sia passato forse dieci
volte senza che nulla mai mi accadesse. Ecco come me la contò mio
nonno che l’avea intesa questa storia da suo padre, che disse essere
accaduta a’ suoi tempi. Un certo Anselmo Marliano, giovine assai bello
e valoroso avea il suo palazzo in Orsenigo ed avea posto amore ad una
bella figliuola d’un potestà di Erba che avea nome Pietro Cossi... no,
Paolo Carossi... il suo nome bene non me lo ricordo; ma la donzella si
chiamava Eufemia. Veniva egli dunque, Anselmuccio Marliano, cavalcando,
su di un certo suo ronzino bajo, presso che tutti i giorni ad Erba,
per trattenersi e conversare colla amata sua Eufemia che era la
stessa virtù e la stessa beltà in persona: era una vera madonna. Ma
questa fanciulla un giorno fu veduta da un signore di Bucinigo, che
avea nome Rambaldo della Torre, e che andava superbo di essere d’una
famiglia che a que’ tempi in Milano signoreggiava. Ebbene la vide: e
la fece domandare al padre. Il padre suo Alessandro; ecco il nome che
l’avea in punta della lingua e che ora l’ho sputato fuori, Alessandro
Cammozzi; il signor Alessandro sentì lusingato il suo amor proprio,
voi potete immaginar come all’idea di contrarre una tale alleanza. Il
povero Anselmuccio era un bravo e bel giovine; ma il della Torre era
un uomo potente e rispettato; e si diceva anche che col tempo avrebbe
ricevuto in feudo Erba e i suoi contorni, e forse tutta la Martesana:
ora può immaginarsi se la testa del buon uomo girò. Egli adunque, nulla
stimando le promesse fatte al Marliano, un giorno gli disse che non
stesse più a visitarlo perchè Eufemia esser doveva del della Torre.
Il Marliano disse, che la spada sola ciò avrebbe deciso; e mandò tosto
una sfida al suo avversario: questi gli rispose, che lo aspettava nel
bosco di Erba appunto su questa piazza verso mezzo dì; il Marliano
potete immaginarvi che non esitò a comparirvi. Egli meditava la morte
dell’emulo suo che ingiustamente gli rapiva una sposa diletta, ma egli
invece vi trovò tre assassini che a malgrado di una vigorosa resistenza
lo stesero esanime al suolo.
«Ma questo misfatto non rimase senza punizione. La povera Eufemia,
costretta dal padre a dar la mano al barone, come si trovò innanzi
all’ara, il suo dolore rompendo ogni freno, spense la sua vita; e non
sì tosto per ubbidire all’inumano suo genitore ebbe proferito il sì
fatale, che cadde al suolo, e morta quivi rimase. Il padre suo uscì
fra pochi dì di cervello e morì da quel miserabile che era; e il della
Torre tre giorni dopo non fu più visto a Bucinigo. Ma un frate disse,
che egli sapea di certa scienza che il diavolo lo avea portato via,
ed appiccatolo ad una quercia di questo bosco vicino a questo luogo.
Intanto i Marliani fecero seppellire in questa cappelletta il povero
Anselmuccio, e da quel tempo in poi è fama che qui appaja spesso
l’ombra della povera Eufemia e quella del suo amante trucidato; e
che allora si sentano orribili ruggiti, che mette fin dall’inferno lo
spirito geloso del loro assassino.
— Istoria terribile, sebbene probabilmente in parte favolosa! Pur ciò
che di essa pare veritiero basta per far risguardare questo luogo con
un sentimento di orrore, — disse Arrigo; — nè qui poserà la nostra
piccola schiera. — Proceduti ancora forse trecento passi, si fece
alto; e fra l’ombra cupa del bosco si permise alla gente che era in
armi di ristorare col cibo e col vino e altri liquori le loro forze.
Fin allora la schiera era proceduta in silenzio ed in buon ordine, ora
ognuno ha deposte le armi e postosi a sedere sull’erba, pon mano alle
provvisioni da bocca che si sono apprestate, e in romoroso tripudio
dà manifesti segni del proprio ardire e dell’avidità di bottino che lo
anima, e della speranza di ottenerne uno assai ricco nel Castello del
Pusterla. Nel mentre che costoro stanno tracannando, Arrigo con Azzo si
avanzarono soli a far una esatta ricognizione de’ luoghi e della piazza
che trattavasi di assalire.
Stava il Castello del Pusterla su un piccol colle presso il villaggio
di Parravicino, ed appunto colà ove tuttavia sorge aggregata
a recentissimo edificio una antica torre pendente che ad esso
apparteneva. Era come tant’altri un edifizio irregolare con due torri e
molte torricelle e merli, forte per alte e grosse mura non meno che per
la sua situazione. Il colle era più erto da tutte le altre bande che
non da quella volta fra oriente e settentrione. Una fossa però rendeva
il castello più forte da questo lato: un tal castello era quindi assai
forte per que’ tempi in cui non ancora se non imperfettissimamente si
conosceva il possente mezzo di abbattere con prontezza le difese che
oppone un semplice muro col mezzo delle artiglierie.
Tornati a’ suoi, ordinarono loro di porsi in cammino: ognuno allora
riprese le proprie armi, e si fece silenzio; ed in ordine procedendo
si avanzarono verso la collina su cui il castellotto del Ghibellino
giganteggiava.
Or mentre che costoro procedono verso il luogo che è oggetto del loro
viaggio, alla porta del Castello del Monte perveniva frate Paolo che
il sole era alto in modo da indorarne le torricelle e le ardue mura.
Il buon Francescano, pieno di zelo per l’adempimento del suo santo
ministerio, se ne venìa, pregando Dio che ne lo ajutasse, e disponesse
i cuori che egli solo tiene nelle sue mani. Egli era risoluto di tutto
porre in opera per risparmiare l’effusione di nuovo sangue che egli
vedea imminente, e perciò, non nelle sue forze confidava, ma in quella
del Dio che sale sopra i Cherubini e alla cui presenza sciolgonsi
le nubi e commuovesi la terra: del Dio che ama la misericordia e la
giustizia, e della cui misericordia è pieno l’universo.
Ammesso nel Castello dal vecchio Anselmo che alcune istruzioni avea
avuto in proposito da Azzo, il buon Francescano rallegrossi che un
gran silenzio vi regnasse; e pensò che tuttavia gli abitatori di quel
forte asilo fossero immersi nel sonno. Egli chiese al famiglio che lo
precedeva, se sorto fosse Arrigo, e se potesse parlargli.
— Egli è alzato sì, e mi ingiunse di intromettervi nella sala, ove
potrete fargli sapere tutto quello che vi piacerà.
— Sia lode al cielo! — disse il buon Francescano.
— Lo sia pure, — replicò Anselmo; e precedendolo, lo condusse nel gran
salone ove era entrato il giorno innanzi.
Ma quivi quale fu la maraviglia del buon padre nel riconoscere nella
persona che negligentemente sedeva su di un gran seggiolone coperto di
drappo non già i lineamenti belli, sebben maschili, di Arrigo e la sua
alta persona, ma un altro giovine di lui, per vero dire, non men bello,
ma tutto spirante effeminatezza, con bionde chiome assai ordinatamente
innanellate, due occhi azzurri pieni dell’espressione della mollezza,
riccamente vestito, più piccolo della persona; il quale senza nemmanco
alzarsi in piedi con un mezzo sorriso in lui affissò lo sguardo con
qualche espressione di mistero.
Il francescano poichè fussi inchinato, ed ebbe un istante mirato il
giovine, quasi dubitasse di travedere, volsesi verso la sua guida, ma
trovò che di già era scomparsa. Egli allora, avvicinandosi qualche
passo, — Signore, — disse, — io cerco di Arrigo Bianchi, e fui qui
condotto per trovarlo: io non vi ho ravvisato di tratto, e duolmi che
per equivoco mi abbiano condotto alla vostra presenza.
— No, io non sono Arrigo, — rispose il giovine senza molto scomporsi:
— questo è certo: il mio nome è Antonio, e Carcano è il casato; casato
assai grande e nobile, e che nulla ha da invidiare a tutti i Bianchi
del mondo. Però se qualche cosa bramate, parlate pure con me, perchè,
stanco come voi siete....
— No, al solo Arrigo Bianchi io debbo volgere la parola: io cercherò,
per non disturbar voi, di alcun famiglio, e a lui farommi guidare.
Permettete che io mi ritiri.
— Buon padre, vel ripeto, — disse l’altro con un tuono fra cordiale
e malizioso, — voi dovete essere stanco: il vostro convento non è
sì vicino. Vi dirò che l’ho veduto; e l’ho veduto in compagnia di
una bella divota che vi portava le sue offerte... Voi la conoscete
senz’altro; anche a voi altri le belle contadine... Basta, voi
aggrottate il ciglio, voi non vi divertite dunque di tale mercatanzia.
Ma ve lo ripeto, se avete qualche cosa a dire ad Arrigo, parlate con
me. Sono qui a vostra disposizione; e d’altro canto...
— Ciò che ho a dirgli, risguarda troppo davvicino lui stesso, nè
ad altri posso confidar la cura di ciò che è mio dovere. Di grazia,
signore, permettete o fate che io sia in sua presenza.
— Ebbene fate come vi piace. Ma quanto al condurvi io in sua presenza,
questo non è a pensare. Non che io non sappia rendere un servigio; ma
un piede mi si slogò uccidendo di pugnale Giovanni Pusterla...
— Uccidendo Giovanni Pusterla! Ed è ciò vero? Il Pusterla sarebbe già
stato assassinato?
— Assassinato! No, io non sono un assassino; ma è stato ucciso per
mia mano, non vi è dubbio; non mi credete forse di ciò capace? Ma nel
colpirlo sdrucciolommi un piede e mi si slogò presso il malleolo...
— E quando adunque tanto delitto fu commesso?...
— È già tutto vermi; sono quattro giorni che è sotterra...
— Cielo ti ringrazio! quest’è dunque un errore: poichè Giovanni
Pusterla io stesso l’ho dopo veduto.
— Come diamine ciò? Ma mi credete voi un impostore? In tal caso il
Pusterla, siccome Lazaro, è risorto: o forse ha finto il morto e
non fu che ferito. Ma io gli ho menato un colpo fra costa e costa
che sarebbe bastato a uccidere un gigante. Oh se per paura egli ha
finto il morto, mi capiti per le mani ancora una fiata quella vecchia
volpe e l’ucciderò due volte! Oh vedi questi codardi se sanno il loro
mestiere!...
— Di grazia risparmiatemi tali racconti; sebbene somiglianti ai sogni
dell’infermo, essi non funestano però meno l’anima mia; ed il tempo
altresì, siccome l’onda, fugge nè più ritorna, ed a me è necessario di
parlare col Bianchi.
— Scusate, ma mi sembrate un uomo ben impaziente. Che volete voi dire,
se il tempo passa? forse che vi dà noja la mia compagnia? Sono io uno
stolido che vi pesi meco passare un’ora? Grandi affari che avete nel
vostro convento! Già lo si sa che sono i palazzi della poltroneria.
Ma via; ora capisco, ed ho avuto torto: obliai farvi imbandire da
colazione: orsù che desiderate? Volete voi un buon pezzo di selvaggina
che inaffierete con vino di Monte Orobio...? Ma voi non mangerete forse
carni... ebbene avremo dei pesci venuti dal lago di Pusiano; vi saranno
delle uova; e dei latticinii: lasciate fare. Volete sentire come io ami
il pesce? Prendo una tinca; fo tagliarla pel mezzo; ciò fatto...
— _Ne solliciti sitis animae vestrae quid manducetis._ Ed oh! come
potrei io ricordarmi del cibo allorquando il sangue cristiano e
cittadino sta per versarsi: e stanno i fratelli per porre mano alla
spada! Deh, in nome del cielo ve ne scongiuro, fate che io venga
ammesso alla presenza di Arrigo.
— Ebbene, se mi aveste lasciato parlare, di già ve lo avrei detto: se
ad Arrigo volete parlarci io vi farò metter fuori dal Castello.
— E che? voi mi usereste violenza! e quale diritto ne avete voi? del
potere voi abusereste che l’amicizia darvi può fra queste mura? In nome
del cielo ve ne prego, non fate ciò, perchè su voi non ricada il vostro
peccato.
— Ma voi, padre, siete un uomo ben caldo di testa! che cosa andate ad
immaginare che io voglia farvi violenza! Avete un sangue che nelle vene
assai vi bolle: perchè non avete fatto il soldato? Ma per me, andate o
state, è la stessa cosa.
— E dove troverò dunque Arrigo Bianchi?
— Non ve l’ho detto? fuori di questo Castello. Sono andati ad una
partita di piacere.
— Ad una partita di piacere! Adunque hanno deposta ogni animosità
contro il Pusterla?
— Questo è quello che io non vi so dire. Potrebbe essere; ma, secondo
le apparenze, no. Con quel demonio di Azzo al fianco non è così facile
concludere trattati di pace. Ma questa sera, o pace o guerra, sarà
decisa.
— Ah, in nome di tutti i santi! Se qualche macchina voi conoscete,
palesatemela.