Ma il suo carattere ammetteva non pertanto ancora molte buone qualità.

Avea della generosità; era benefico verso i suoi dipendenti, e buon

amico cogli amici. Bravo nel maneggiare la spada, era altrettanto

gioviale ne’ conviti; e la sua casa, aperta all’amicizia, diventava

spesso il ricetto di grandi personaggi con cui era in lega. Egli

procurava allora ogni mezzo per trattenerli piacevolmente, e la

cordialità sua in questa occasione spiccava in modo sì bello che

nessuno dal Castello suo si partiva senza essere divenuto l’amico vero

del suo possessore. Di questo modo egli avea fatti grandi progressi

nell’amicizia di Facino Cane e di Beatrice Tenda di lui moglie,

di Estore Visconti allora signore di Monza; e, nel momento di cui

parliamo, ancora di Giovan Carlo Visconti figlio abbiatico di Barnabò

che, privato di Canturo per opera di Facino, avea trovato asilo in

Monza presso di Estore suo parente. Ivi, in occasione che v’era andato,

il Pusterla avea stretta con lui una amichevole relazione, e i suoi

cordiali eccitamenti lo aveano indotto a passare qualche settimana seco

a Parravicino.

Egli era adunque per rallegrare il suo illustre ospite che questa volta

il Pusterla si era condotto fuori alla caccia, e secondo l’uso era

venuto, per ottenerla più abbondante, nei vasti boschi che formavano

parte dei dominj dipendenti dal Castello del Monte. Or egli era

riuscito ad uccidere un capriolo, quando dando fiato al corno avea

intorno a sè chiamato i suoi compagni per dar loro parte del lieto suo

successo.

Questi suoi compagni erano il già nominato Gian Carlo, detto il

_Piccinino_ per la sua piccola statura, due suoi scudieri, il

falconiere Giorgio Tanaglia, che il lettore di già conosce, ed uno o

due altri famigli del castello. Ora stavano essi esaminando la bella

preda, e lodandone la pinguezza e il bel colpo che l’avea messa a

morte, quando, dalla parte opposta del bosco da cui i compagni del

Pusterla erano quivi giunti, comparve Arrigo coi tre suoi colleghi, ed

alla schiera de’ cacciatori improvviso mostrassi. Un istante di stupore

parve rendesse attonito il Pusterla a quella vista. Egli non aprì

labbro, nè alcuno de’ suoi compagni proferì parola. Tutti si limitavano

ad imitare più o meno il Pusterla che alzando la testa e dando alla sua

persona l’aria più altera, altro non fece che fissare sui sopraggiunti

uno sguardo che parea loro dicesse: «Ora che pretendete?»

Arrigo Bianchi non si lasciò intimidire da quell’atto altero del suo

rivale e disse: — Signori, questi boschi a me ora appartengono, nè

io altrui cedetti il diritto di venirvi a cacciare. So che alcuno lo

usurpò durante la vita di mio zio; ma il tempo or è cangiato, e chi li

possiede intende mantenersi in tutta la loro integrità i suoi dritti.

— Così dicendo, il suo volto si infiammava di una vampa di sdegno. Il

bravo Azzo gli si era posto al fianco e tenea la mano sull’impugnatura

della spada.

— Signore, — disse il Pusterla; — per la vostra età e per la

fazione a cui appartenete, voi mostrate avere più orgoglio che non

vi si convenga. Sappiate adunque che io cento volte ho cacciato in

questi luoghi, e che non saranno le vostre smargiasserie quelle che

dissuaderanno dal più tornarvi Giovanni Pusterla. Si sa che i Guelfi

hanno più presta la lingua che la mano; sono più forti di parole che

nel trattare la spada.

— Eppure voi non aveste tal arra il giorno del Malcantone, — replicò

Arrigo. — Mio padre vi impresse in volto un cotal segno che tuttavia

non appare cancellato dagli anni agli occhi del figliuolo.

— Ah fu dunque un Bianchi che mi portò lo sfregio che ho in viso?

Ebbene in questo caso guardatevi che desiderio non mi prema di

pareggiar le partite, e che per una graffiatura io non vi paghi con

qualche ferita più profonda. Ma via ritiratevi.

— Giammai, se tu non parti il primo, — venne in mezzo a dir Azzo, e

trasse fuori la spada.

— Ebbene, cane, vediamo, — disse il Pusterla, — e fece lo stesso, e con

lui diessi a combattere.

— Teufel... sappremant! — gridò il Capitano ed egli pure fe’ veder la

luce alla propria lama.

— Che pretendi orso d’oltramonte! — sclamò il falconiere, e messo

mano ad una lunga spadaccia che avea al fianco gli si pose incontro a

combatterlo.

Ma Arrigo con voce severa: — Via, Azzo, — gridò, — fermatevi; via,

Capitano, non veniamo a questi passi.

— Via Pusterla, via Falconiere, cessate, — gridava pure dal suo canto

Giovan Carlo, vedendo con ripugnanza che per cagione sì frivola si

ponessero a rischio le vite. Ma non aveano appena i due che far cessare

voleano quel combattimento terminato di proferire queste parole, che il

falconiere con tal destrezza assestò cotal colpo al suo antagonista che

coltolo lo stese esanime sul terreno. Cessò allora quasi per un muto

consenso il conflitto fra Azzo ed il Pusterla; Carlo Visconti si pose

in mezzo in tuono autorevole e pieno di maestà, dicendo che in nome del

cielo non si rendesse ancora più funesta quella triste scena.

Il Pusterla disse: — Non io darò il primo le spalle a questo luogo.

Giammai non dirassi che Giovanni Pusterla un indizio solo altrui abbia

dato di viltà.

— Via, — proseguì il Visconti, — ritiratevi voi, o giovani bravi e

coraggiosi, che un diritto sostener volete per convalidar il quale la

maggior forza ora non è dalla vostra parte. Che volete? Che pretendete?

Non vedete voi quanto superiori siamo in numero? Voi siete due contro

sei: or che sperate dal vostro ardore, o dalla vostra imprudenza?

— Pur troppo è il vero, — disse Azzo con voce rauca e piena di rancore.

— Ma noi non partiremo però di qui, — soggiunse il Bianchi. — In

questa terra giace l’esanime spoglia di un nostro compagno, nè noi

l’abbandoneremo agli oltraggi di un nemico prepotente.

— Ebbene, se è per questo, non temete — soggiunse il Pusterla. —

Sull’onor mio vi giuro che nessuno toccherà un capello a questo bravo

che combattendo restò ucciso. Inoltre, lo conosco, egli non è nè

Guelfo, nè Ghibellino; è uno straniero che non si è battuto che per

conto terzo. E d’altra parte noi abbiamo un altro morto che ci preme di

vantaggio, un capriuolo che val bene la carogna di questo Boemo.

— Or bene, noi siamo costretti cedere alla necessità: ma ci rivedremo

Pusterla, — disse Arrigo.

— Quando voi vorrete; — replicò il vecchio ghibellino. Azzo ed Arrigo

dispettosamente si ritirarono.

— Parmi fossero quattro, — disse un istante dopo che furon partiti il

Pusterla a Giovan Carlo: — ora soli due si sono ritirati.

— Il terzo, — disse uno degli scudieri di Giovan Carlo, — si è tratto

in disparte e nascosto fra quella macchia.

— Ebbene, — disse il vecchio Pusterla, — egli non è dunque compreso nel

trattato di tregua: Falconiere, va e snida quel codardo che lo veggiamo

in viso.

Il falconiere ubbidì, andò, ritornò, fu sopra al povero Carcano a

cui gelò il sangue nelle vene in vedersi afferrato a quel modo da una

persona di sinistro aspetto e lorda in parte di sangue: tremante non

oppose resistenza alcuna; e si lasciò con una passiva rassegnazione

condurre innanzi a Giovanni Pusterla, per ordine del quale egli era

stato afferrato.

Ma poichè fu giunto in presenza di quel personaggio il cui aspetto

severo era atto ad incutergli il maggiore spavento, l’anima troppo

abbattuta di quel tapino ebbe bisogno di uno sfogo e così esclamò. —

In nome di tutti i santi, non vogliate farmi del male. Che? vorreste

uccidermi? che ho mai fatto io? Credetemi, io non ho mai snudata la

spada contro persona vivente. Non mi sono io ritirato fin dal principio

di questa zuffa? Via, come ci entro io? Quale colpa ne ha il povero

Antonio Carcano?

— Antonio Carcano! — disse Giovan Carlo Visconti. — Ah, lo conosco!

Egli fu fatto mio prigioniero nella battaglia di Rovagnate, ove vi so

dir io che veramente non ferì un colpo solo. Eh via, è un codardo, un

parasito, uno che vive di scrocco. Lasciatelo stare, lasciatelo subito

andare, che altrimenti morirà di paura, ed avremo allora due omicidj a

rimproverarci.

— Ebbene ha dunque de’ buoni compagni il Bianchi! E con questi

pretendeva egli cozzare con Giovanni Pusterla? Ma tale l’altro non

era che meco combattè. A costui somiglierà forse Arrigo! Ebbene, è

meglio per lui: altrimenti a quest’ora sarebbe andato al padre suo

nell’inferno. — Ciò detto il Pusterla fe’ cenno al Falconiere che

lasciasse andare il Carcano; e con sè portando la fatta preda tutti

volsersi silenziosi verso di Parravicino. Il Carcano tra la paura e lo

stupore sembrava non potersi movere, non altrimenti che se fosse stato

di sasso.

Ma ritiratosi il Pusterla il Carcano con ribrezzo si diede a fissare

lo sguardo sul cadavere dello spirato capitano. L’atto estremo in cui

la morte côlto lo aveva era ben degno del suo valore. Egli stringeva

tuttavia nella destra la spada, ed il suo volto era pieno ancora di

minacce. Ma la pallidezza della morte era succeduta alla vivace porpora

che prima lo aveva colorito. Fremè il Carcano a quella vista; ma poi le

sue idee, presero ben tosto un altro corso. — Che dirà di me Arrigo?

che dirà Azzo? Io debbo pensare a nuove scuse. Farò così: lorderò la

mia spada nel sangue del Capitano, e dirò che mi portai alle spalle

dei nemici, e che incontratili nel ritirarsi ne uccisi alcuno. Va

benissimo. Povero Capitano, permetti che mi giovi di una piccola parte

del tuo sangue, di cui sei liberale al terreno, per un uffizio che mi è

necessario: eri tanto buono vivendo che di certo non mel rifiuterai ora

che sebbene faccia spavento, pure più non sei capace di muovere un dito

solo. — Così dicendo egli immerse nella ferita del Capitano la spada, e

si diede poscia a raggiugnere i suoi compagni.

Nè egli stette molto tempo a rinvenirli; poichè costoro cangiato

sentimento, temendo non qualche fiera nel frattempo lo insultasse,

tornavano per caricarsi essi stessi del cadavere sanguinoso del loro

collega. Al vedere il Carcano Arrigo con mal umore gli disse: — Ove

fuggiste voi, cuore di gallina?

— Fuggire? Possibile che sempre così abbiate a pensare di me? Vedete

voi questa spada? È sangue questo, od è fango? Io mi era mosso per

assaltare alle spalle quel branco dei Ghibellini, e poichè non giunsi

che partiti voi, ne ho ferito uno che si era sbrancato e mi diedi a

intracciarvi.

— Eh via; — disse Azzo. — Parvi egli questo il tempo di spacciare

questa grossolana menzogna?

— Credete quello che volete: questo sangue parla chiaro; — e snudando

la spada ne mostrò la lama rosseggiante.

— Foss’egli vero che voi stato foste da tanto di battervi, fosse pure

con uno staffiere! — disse Arrigo. — Ma via, ecco il cadavere del

capitano: Carcano, ajutaci a trasportarlo al Castello.

Così dicendo, Azzo ed Arrigo si caricavano di quella esanime salma; ma

il Carcano si tenne da loro lontano, scusandosi che s’era slogato un

piede; e nel mentre che si avvicinavano al Castello del Monte, il vile

superstizioso così fra sè invece discorreva.

— Mi guardi il cielo di avvicinarmi a quella carogna. Vedi come

alla mia presenza quel sangue ribolle e sgocciola; che se lo tocco,

zampillerà a rivi. Possibile mo che sia vero, che un corpo morto si

accorga della presenza di chi si tinse del suo sangue? E costui ha

da pigliarsela con me perchè con un innocente stratagemma lordai il

mio ferro nel suo sangue? Oh non mi piacerebbe che si sapesse ch’io

ho ricorso a tal ripiego per salvare la mia riputazione! Basta, si

potevano dare più strani casi in un giorno! Se le cose così procedono,

io cangerò padrone, e me ne tornerò certamente a Milano, a rischio

ancora di dover vivere co’ scarsi miei quattrini.

CAPITOLO VI.

UN AVVISO DEL CIELO

Il giorno appresso la salma esanime del povero capitano antico

guerriero di Venceslao, e che sì bene di quell’imperatore avea fin qui

imitate le prodezze, venne con solenne pompa trasportata al luogo di

sua estrema dimora; e non fu senza qualche lagrima di dolore e rancore

che Arrigo vide partire il funebre convoglio.

— Ora ad altro non si pensi che a vendicarlo, — disse Azzo ad Arrigo;

e poichè sul modo ebbero alquanto fra loro discusso, convennero metter

le armi in mano alla piccola guarnigione del Castello, armare anche

i più risoluti de’ contadini da esso dipendenti, e per soprappiù

cercare ai Rusconi, signori del Castello di Erba e come si è visto

assai d’amicizia stretti al Bianchi, altri sei od otto uomini d’arme,

per portare la schiera destinata ad effettuare i disegni dei due

animosi giovani a trenta o quaranta combattenti. Il Rusconi non esitò

a compiacere il Bianchi, pregiando assai l’amicizia di lui; tanto più

che avea timore, per le viste ambiziose di Facino Cane, non avesse egli

stesso ad aver bisogno in breve dell’ajuto di tutti i suoi aderenti.

Peraltro la piccola schiera che alle armi si preparava non venne

informata del motivo che ad essa le avesse fatte distribuire;

soltanto da alcuni si sospettava: il secreto dovea essere l’anima di

quell’operazione, nè sapeasi se quel giorno stesso, o nel seguente, o

più tardi si avesse ad uscire; se pure non trattavasi semplicemente di

stare sulla difesa.

Si era proibito a ciascuno di uscire dal Castello; il Carcano ancora

non sapea che volesse dire tutto quel militare apparecchio; ed

Arrigo ed Azzo nell’antica sala del Castello, antico avanzo di gotica

architettura, ed i cui fregi, consistenti in rozze sculture e trofei ed

armi, assai bene dimostravano l’indole fiera de’ primi suoi possessori,

il cui sangue ribolliva nelle vene del giovine Arrigo, costoro dico,

con viso annuvolato e pensieroso a gran passi passeggiando per la sala,

disputavano tra di loro il modo di mettere a compimento il già ideato

disegno.

Così si trattenevano, e non era di molto lontana la sera quando

Anselmo, un vecchio servo di Arrigo, entrò ad annunziar loro che un

frate rispettabile di S. Francesco facea umile istanza per essere

ammesso al loro cospetto.

Era allora appunto l’Ordine de’ Minori di S. Francesco come la colonna

della Chiesa. Nato nel tempo in cui la corruzione si era gettata fra

gli ordini monastici, e la mollezza si era introdotta a corrompere

la nobile austerità delle primitive loro istituzioni, quest’ordine,

per la austerità della sua regola, avea riscosso dal loro sonno

letargico ancora gli altri, ai quali serviva di tacito rimprovero

col suo esempio. E non pertanto, siccome è proprio di tutte le umane

istituzioni, che, ottime e sante da principio, il tempo insensibilmente

le guasta, così ancora fra i zelanti discepoli di Francesco alcun

poco rilasciato si era col volgere di più d’un secolo il primitivo

fervore. Ma di recente un personaggio distintissimo, e di santissima

vita, era stato mandato dal cielo a richiamarli alla strada primitiva,

in tempi in cui per il disordine in che giaceva la Chiesa a cagione

dello scisma, tanto bisogno aveasi di ottimi esempj; e San Bernardino,

visitando molti e molti conventi dell’Italia, e soprattutto della

Lombardia, vi avea portata la riforma non solo, ma sembrava aver

in molti individui infuso quasi il suo forte spirito, le pure sue

vedute, il suo zelo eloquente, l’illuminata sua carità. Persone

rispettabilissime adunque trovavansi a que’ tempi in più de’ conventi

della Lombardia; ed il personaggio ora ammesso alla presenza dei due

giovani ardenti e feroci, era appunto di questo eletto numero uno dei

più distinti.

E ben ne avea grande bisogno il paese al tempo di cui parliamo;

perocchè ove la voce autorevole di un ministro della religione agli

uomini pervertiti severamente il loro dovere non annunciasse, nessun

freno più era omai che al dovere li tenesse, e la loro tracotante

audacia imbrigliasse. Quasi ombra di governo più non rimaneva in

que’ momenti di anarchia in molti de’ villaggi del Milanese, e

principalmente da queste parti. Il Duca vi avea perduto ogni autorità,

e i suoi potestà aveano desistito dalle loro incombenze. La casa

Rusconi dall’altro canto vivendo nel sospetto che Facino contro di

essa muover volesse, non pensava che a star in guardia contro di lui e,

come le tante volte di già si è detto, per nulla si dava pensiero della

conservazione del buon ordine. Di qui i molti disordini cagionati dalle

prepotenze de’ signorotti abitanti i dintorni, di qui il sorgere delle

private ostilità e delle sette che così mal compresse erano state nella

stessa capitale. Era dunque veramente un grandissimo benefizio della

Provvidenza che personaggi venerabili col freno della religione i già

troppo indocili animi tentassero di continuo richiamare coll’esempio e

col precetto alla smarrita strada della giustizia e della pietà.

All’entrare che fece nella antica sala Frate Paolo, che tale era

il nome del santo personaggio a cui ora volger dobbiamo la nostra

attenzione, Azzo ed Arrigo si inchinarono rispettosamente verso di

lui, però con quella fierezza che animava due giovani facinorosi,

principalmente nell’istante che tutto pieno aveano il pensiero

dell’idea di loro vendette. — Reverendo padre, — disse Arrigo al

venerabile francescano che a lui si presentava inchinandosi, — voi

forse venite ad invitarmi, siccome erede recente di questo castello, a

proteggere e sovvenire il vostro convento: non ne dubitate, lo farò.

Amici sono i Guelfi della Chiesa, e la mia famiglia fu sempre assai

favorevole al venerando ordine di San Francesco. Inoltre sono uomo, ho

la mia parte delle colpe che sono inevitabili nella vita, e con larghe

beneficenze alla Chiesa mi corre l’obbligo di riscattarle.

Il personaggio a cui Arrigo volgeva queste parole, in cui compiangere

ci è forza la cecità di que’ tempi ne’ quali commettevansi le più

nefande scelleratezze e si credevano espiate coll’erezione di un

convento o con una largizione al clero, era un uomo di mezzana

statura e ben complesso della persona. Natura ancora avrebbe colla

pinguezza reso maggiore il volume di quelle membra robuste, ma una

austerità rigorosa che nel viso ben gli si vedeva scolpita, ne rendeva

le forme più nobili, l’aspetto più maestoso. Due occhi cerulei e

vivaci splendevangli pieni di penetrazione, sebbene coll’impronta

dell’umiltà, incavati sotto due sopracciglia ben arcate, e dalle

quali appariva l’abituale serenità del suo animo; le guance pallide e

scarne accusavano lunghi digiuni sostenuti; la fronte dimostrava una

imperturbata calma, e i capegli biancheggianti le accrescevano dignità,

come anche la folta barba meno canuta che sul petto gli scendeva. Ma

nell’espressione del volto questa volta, più che la tranquillità e la

pace, vedevasi impressa la malinconia e la costernazione.

— No figliuolo, — rispose egli al Bianchi in atto della più profonda

umiltà, — non sono le gemme, la materia di che Dio volle costrutto

il suo altare. Sacrifizio di salute è il custodire i comandamenti,

allontanarsi dalla iniquità. Migliore è l’ubbidienza, delle vittime

di que’ ciechi che non conoscono il male che essi fanno. Tu mio Dio

non hai voluto sacrifizio nè oblazione, ma mi hai fatto le orecchie

per udir la tua voce: ed a che servono al peccatore e le offerte e le

vittime, se noi sappiamo che Dio i voti del peccatore non esaudisce?

Ah no, non è l’oro che i servi del Signore cercar denno di adunare,

non è l’acquisto di ricchezze mondane a cui aspirar denno i discepoli

di S. Francesco; e noi ne facemmo un pieno getto fino dal primo dì

che vestimmo questa rozza tunica, cingemmo il cilicio ed una corda,

abbracciando la povertà. Lungi stia il demonio di tal tentazione

dalle nostre povere mura: lo spirito di Bernardino non venga mai

meno fra i rigenerati suoi fratelli. Ma io sono, benchè indegno, un

pastore della afflitta Chiesa: io curar deggio il gregge; e poichè

veggo le mie pecorelle smarrirsi, io debbo loro correre appresso, e

ritornarle all’ovile. Altri doni io vengo a chiedervi; altri sacrifizi

a domandarvi in nome del Signore.

— Padre, voi mi parlate un linguaggio molto oscuro. Guardimi il cielo

che io ve ne faccia rimprovero; ma spiegatevi meglio: e se l’onore o le

facoltà mie lo permettano, di certo troverete in me un uomo disposto

ad assecondarvi. — Il Francescano, alzando al cielo gli occhi, di una

lagrima gli bagnò e così rispose.

— L’onore dite voi? Ah! è appunto contro quest’idolo profano e

perverso, questo nome venerando a vile sozzura attribuito, questo turpe

vitello d’oro che lo zelo mio debbe divampare! Intorno a questo profano

idolo danzar io veggo ora i figliuoli e le figlie di Israele fra il

suon de’ cembali ed i canti dell’allegrezza, scordando che sulla vetta

del monte a lor benefizio siede la maestà del sommo Iddio. Ma levati

o Signore: perchè ti addormenti? ajutaci, liberaci per amor del tuo

nome dal nemico: impugna l’arco e le saette, arma d’ira il tuo braccio:

liberaci dal malvagio! Sì, ai leviti si spetta denudare le spade,

riparare all’onore del tuo santo nome! Nè questi sien lenti in compiere

la tua santa volontà.

— Padre, io veggo che un santo zelo si infiamma; ma io non so perchè.

Volgendo a me tali parole, voi sembrate riprendere un assassino.

Ma sappiate che io del mal fare non mi compiaccio; e che lungi dal

commettere altrui ingiurie od oppressioni, io sempre adoprerò le forze

mie a respingere le violenze. Ed anche ora mi sto apparecchiando per

punire un assassino che alza la sua testa malefica e superba fino alle

nubi, e che io spero, prima che il nuovo dì tramonti, sarà curvata fino

a terra, ed avvilita nel fango.

— Ah voi lo diceste: e questo appunto è quello che io temeva. Appunto,

dissi fra me, il sangue è stato sparso su questa terra; e fra i

superbi nascon sempre dissidii. Ah figliuoli degli uomini, e fino a

quando avrete voi cuore insensato, e correrete appresso la menzogna?

Io lo dissi: La bocca di costoro è ripiena di amarezza; e le loro mani

sono veloci a spargere il sangue. Io però esser non dovea indolente

nell’opera del mio ministero. Va, annuncia la parola, insta opportuno,

insisti importuno; riprendi, scongiura, sgrida, usa pazienza e

dottrina: parla loro le parole dell’eterna verità: annunzia loro la

dottrina del Signore: così il dover mio me lo impone. Sappiano essi

adunque che chiunque contro il fratel suo si adira, verrà giudicato

e trovato reo: temete Dio nè contro il vostro prossimo vi adirate:

la strada degli empi finisce nella perdizione. E perchè non hansi a

tollerare le ingiurie? perchè non sostenere le frodi? A voi istà bene

recar ingiurie e frodare: sostenerne, perchè vi grava? forse che non

sapete che per gli iniqui non è il regno de’ cieli? La vendetta al

Signore si aspetta, ed ei faralla: se il nemico è affamato, sostentare

noi lo dobbiamo; se ha sete, dargli bere: È così che carboni ardenti

aduneransi sovra il suo capo. Solo perdonando agli uomini i loro

peccati, il padre nostro celeste a noi le nostre colpe rimetterà:

non perdonando, il padre nostro non perdonerà. — E in pronunciando

queste parole la fronte del buon religioso da principio piana, umile e

dimessa, sfavillava siccome quella di un profeta piena di maestà.

— Ma che, padre; voi stesso questa mattina mirato avete la sanguinosa

piaga dell’assassinato mio compagno, e voi persuader mi vorreste a

lasciar invendicato un sangue che pur ci chiama vendetta. Occhio per

occhio, mano per mano, vita per vita, questa non è giustizia? No no,

non istate ad insinuarmi altri consigli: questi sono pei vili; ma la

mia anima troppo vi ripugna.

— Occhio per occhio, mano per mano, vita per vita; quest’era la legge

antica imperfetta e adatta solo a gente rozza a popol duro: ma tale

non è la legge di Gesù Cristo, — proseguì a dire l’ispirato ministro

della verità. — Egli altrimenti ci ammonisce: se coloro che vi amano

voi amate, dice egli, quale merito? non fanno altrettanto i pubblicani?

i peccatori ancora fra loro amici di amore si ricambiano. Io adunque

dico a voi: Amate gli inimici vostri, perchè figli voi siete del padre

vostro celeste; il quale il sole fa nascere ed aggirarsi e sovra

i buoni e sovra i malvagi, e le piogge ai campi de’ buoni come de’

malvagi dispensa: di amore ricambiate il vostro nemico e sarete figli

di Dio. Ah no, il sole non tramonti sull’ira vostra: che ognuno che

odia il fratel suo è reo di omicidio.

— Azzo, che risponderete voi al buon padre? — disse Arrigo dopo un

istante di silenzio che ebbe luogo dopo le ultime parole del fervoroso

banditore degli oracoli dell’evangelio. — Parvi buona questa dottrina?

— Signore.... Cosa fatta capo ha. Chi troppo medita, nulla imprende.

Non so che dire. Fate voi: in quanto a me non chiederò a voi nè al

frate consiglio.

— Padre, — replicò Arrigo: — io ora ben capisco che cosa veniste per

insinuarmi. Voi vorreste che come un giumento io mi lasciassi caricare

di percosse senza recalcitrare. Vera stimo la vostra dottrina, ma è

fuori di moda. Ora però non posso cosa alcuna promettervi: ci penserò:

la porta del Castello non vi sarà chiusa domani: pregovi ritornare:

nulla per ora posso risolvere.

Abbassò il capo il santo francescano tutto pensieroso e mandò un

sospiro: dopo un istante di silenzio, così dolorosamente sclamò:

La figlia d'un ghibellino, vol. 1/2 · 第 4 / 10 段