— Non già, non già: la mia sorte è stabilita, — replicò l’altro; — se

così non fosse, la forza del mio braccio a me provvederebbe, e pure

ai miei provvederebbe il mestiere della guerra. Ma eccoci allo speco:

seguitemi per quest’erta strada; benchè la mia ferita mi tormenti, io

per altro col vostro ajuto potrò salirvi. Giunti su quel masso, i miei

compagni giojosi accoglieranci. — Ei gittò un fischio, e ìmmantinenti

apparvero alla saracinesca molti strani visi, che riconosciuto il loro

capo si ritirarono; la cateratta si alzò; fu fuori spinta una scala per

agevolare ai due l’entrata. Salì il primo lo sconosciuto capo di quella

banda, e dopo lui saliva Arrigo Bianchi.

— Voi siete lordo di sangue! — sclamò la schiera de’ banditi che con

gioja rispettosa si era messa intorno al suo capo.

— Sì, — rispose questi, — allorchè jeri noi tornavamo verso il

monte, ed a’ miei due compagni avea ingiunto che mi precedessero,

io ritirandomi fui ferito leggermente in una gamba, tanto però che

il dolore mi vinse, e dovetti passar la notte in una parte riposta

del monte. Ivi trovai questo mio amico, e col suo ajuto a stento qui

finalmente io mi ricondussi.

Allora tutti rivolsero la attenzione loro ad Arrigo; ma nessuno ebbe

l’animo di fare una domanda curiosa al loro capo.

Costui licenziò i compagni suoi con aria di comando, ma amichevole;

e quindi conducendo il giovine suo conoscente fra le varie stanze,

nude di ogni ornamento, che componevano quello strano palazzo, e

mostrandogli quanto nel monte l’umida grotta si sprofondasse, così

tornò a dar sfogo al rammarico che nell’animo suo allora si accumulava.

— E chi detto l’avrebbe, allora che sotto armi lucenti io mi avvolgeva

fra le giostre e i tornei, chi detto avrebbe che io sarei un giorno

diventato il selvaggio abitatore di questa caverna? Ma ancora chi

detto m’avrebbe che, qui vivendo, io vi avrei stretta la destra di

uno dei nobili miei amici? Ma addio. Non lasciate traspirare nemmeno

all’aria il segreto di che vi misi al possesso; esso formar potrebbe la

vostra rovina. Tornatene a’ vostri compagni; da me, nè da’ miei, nulla

temete. Oh se quell’esecrato capo cadrà un giorno, noi torneremo ancora

compagni!

Arrigo fu commosso a tale commiato; e stringendo la destra nerboruta

del terribile suo amico, lasciò la caverna, dalla quale venne ajutato

a discendere dai satelliti di quell’uomo tremendo: scese egli, e tutto

pieno della triste idea di quella vittima della tirannia, non ebbe

fatti più che trecento passi, che incontrò i suoi compagni, io voglio

dire Azzo ed il capitano, i soli che da lungi lo avessero seguito.

CAPITOLO IV.

IL LUSINGHIERO

Il nostro Antonio Carcano difatti non avea fatto lo stesso. Vista la

mala parata, il poveretto, queto queto, si era ritirato, e posciachè fu

ad una ragionevole distanza, e sicuro omai di non essere più veduto, a

gambe si pose a correre verso del castello. La sua paura però lo trasse

fuori di strada; e dopo di aver percorso da circa un miglio, tutto

ansante si fermò, dubitando di ciò che era, voglio dire di essersi

smarrito.

Egli allora, con un po’ più di tranquillità dando ordine a’ suoi

pensieri, così fra sè cominciò a discorrere:

— Che dirà Arrigo di me? egli dirà che sono un poltrone; ma io potrò

ribattere l’accusa, scusarmi, non importa in qual modo. Sì, sì,

cento idee mi suggeriscono a tal proposito; nè mai a me vennero meno

pretesti. Frattanto, pensiamo al più: pensiamo a trovare la strada di

questo maledetto Castello. Ove diavolo se ne è andato? Lo si vedrà da

quell’eminenza. Per dire il vero sono stanco; ma saliamola. Ancora,

solo non ho tanto gusto a trovarmi in questi paesi. Con questi banditi,

e con questi ghibellini, preveggo che io qui non sono nel mio elemento.

Così ragionando, ed anelante, si ingegnava di salire la altura da

cui sperava scoprire il desiderato Castello del Monte. — Benedette le

contrade di Milano, — fra sè diceva, — al tempo di Giovanni Galeazzo

e prima che queste guerre de’ Guelfi e de’ Ghibellini vi portassero

l’inferno, e l’uso infame di scannarsi a vicenda. Che bel passeggiare

fra di esse, vivendo alle spalle di un amico, a cui non si pagava che

un poco di adulazione! Ora quel maledetto Facino ha data la fuga ai

Guelfi; e non si può più vivere nemmeno colà. E quell’imbecille di Duca

lo ebbe nelle sue mani, e lo lasciò fuggire! Oh se foss’io il Duca non

vorrei lasciarmi venire coi piè sul collo a questo modo, no da parte

di Sant’Ambrogio! Ma così va il mondo. Al tempo di Giovanni Galeazzo

nessuno contava un soldo, il Duca era tutto; ora il Duca è nulla, e

chi comanda sono coloro che gli hanno giurato di ubbidirgli. Ma eccomi

finalmente su questa erta! Mo’, vedi, ancora non si vede il castello!

Fuggisse egli, siccome l’Italia ad Enea? non ci mancherebbe che questa!

Ma oimè! che accade? sento strepito: fosse un lupo? no, pare una pedata

d’uomo. Che sarà mai? è meglio che mi nasconda fra questo cespuglio.

Così dicendo, egli con gran diligenza si appiattava fra di una folta

macchia che ingombrava una parte del bosco, il quale estendevasi quasi

continuamente su quella ampia montagna. Il povero parassito per la

paura era veramente divenuto tale da far pietà. Il color suo naturale

lo abbandonava; a pena si arrischiava a respirare; e forse egli non

avrebbe sfuggito i funesti effetti di quello stato angoscioso, se

a rassicurarlo non si fosse agli occhi suoi in breve mostrata una

scena assai diversa da quella che forse alla sua immaginazione egli

si dipingeva. Fu adunque, invece di essere terribile, la scena che

a lui si offrì la più gioconda, e quella che più egli avrebbe potuto

desiderare.

Infatti, poichè per qualche minuto si fu sempre più fatto maggiore lo

scrosciar dei cespugli e dei rami rimossi che formavano ostacolo al

piede di chi si avvicinava, che dal passo misurato altro essere non

poteva che un individuo della specie a cui egli stesso apparteneva;

che, con sua grande soddisfazione, egli vide finalmente spuntare una

figura umana, e tale da assicurarlo pienamente dal suo terrore. Poichè

prima un bel volto giovenile avvolto in un fazzoletto a strisce di più

colori, poscia un seno turgidetto e gentile, sebbene l’alabastro avesse

alquanto di sua candidezza perduto sotto la sferza del sole di Luglio,

quindi una azzurra gonnella, ed una persona piena di rusticane grazie,

e leggiadria. Arrossì allora, forse per la prima volta, il vile della

sua paura, e balzando fuori dal suo nascondiglio:

— Bella giovine, — disse portandosi verso la contadina; — quale pena vi

infliggerò io dell’avermi rotto un cheto sonno, nell’istante medesimo

che stanco di un lungo passeggio ne cominciava a gustare le dolcezze?

Ma per voi parlano quelle vostre labbra coralline; ebbene sia su

queste che cada la vendetta. — Ciò detto a lei con modi cavallereschi

ed affettati avvicinandosi, e prendendola per le braccia, stava per

accostare le sue labbra ai rubicondi coralli della contadina; quando

questa, non ismarrendosi a quell’assalto, e liberata la destra dalla

mano dell’impudente damerino, al passionato suo ammiratore applicò uno

schiaffo sì sonoro che l’impronta della forte mano restò rosseggiando

sulla decorata guancia.

— Signor cavaliere, — poi soggiunse la robusta Driade, ponendosi in

atto di difesa, — si guardi, perchè io cercherò di difendermi; e non

andrà molto che alcuno giungerà in mio soccorso. Ma in nome de’ santi,

non voglia tormentare una povera fanciulla che di recente ha schivato

per miracolo una gran disgrazia!

All’udire l’annunzio, _arriverà alcuno_, che in tuono profetico e

misterioso, non meno del Battista, la giovane contadina pronunziava,

il Carcano, suo malgrado, impallidì; e cangiando di tratto modi,

diè indietro due passi, e disse: — Il cielo mi guardi, bella ninfa,

dal recarvi disgusto; nè io credeva offendervi, mostrandovi la mia

ammirazione. Adunque voi siete una beltà dolente! Via in me confidate,

narratemi le vostre avventure, e voi avrete da me fido patrocinio e

difesa.

— Io non capisco bene il vostro linguaggio; ma mi pare siate, sebbene

un poco licenzioso, un buon signore. Voi forse siete milanese.

Tutti cotesti giovani di Milano sono un gran tormento per le povere

fanciulle da villaggio: anche il signor Estore Visconti, sebbene sia

quel gran signore che è, e già vecchio, ci fa arrossire quando capita

a Parravicino. Or bene, sappiate che jeri per poco non successe la

maggiore delle disgrazie.

— E sì che voi meritereste che la fortuna fermasse a’ vostri piedi la

volubile sua ruota, mia villereccia dea!

— Già ve l’ho detto, io non capisco di questo linguaggio; e, se

parlerete così, io non saprò più che rispondervi. Ma conoscete voi

Giorgio Tanaglia, il falconiere del signor Giovanni Pusterla?... Come

non lo conoscereste, che è il primo nei contorni che sappia allevare

bene un falcone ed un astore!

— Giammai di lui, io ebbi udito parlare, la mia fanciulla; ma del suo

padrone udii dire che sia un Ghibellino assai feroce.

— Per noi il signor Giovan Pusterla è della miglior pasta del mondo.

Ebbene, mio zio, il falconiere, jeri ha corso pericolo di essere

ammazzato dal Guerriero Nero della caverna; ed anche,... anche il

povero Carlotto!

— Il Guerrier Nero della caverna! — disse Antonio impallidendo.

— Sì, egli stesso. Ma voi siete di Milano e non ne avete forse inteso

parlare. Sappiate adunque che in quella caverna che sospesa si vede

in cima a questo monte abitano de’ fuorusciti che impongono taglie a

tutto il paese, e spesso rubano le bestie che pascolano sui monti; ma

fanno più male ai Ghibellini; e lasciano stare d’ordinario i Guelfi e

la povera gente. Dicesi che il loro capo sia figliuolo di una strega,

perchè ha un fulmine nelle mani. Mio zio jeri corse gran pericolo, con

quel poveretto giovine di Carlotto...

— Carlotto... E chi è questo Carlotto?

— Carlotto? egli è... Ma ecco qua Andrea che giunge. Bravo, così voi mi

custodite; bella scorta che mi fate! Via spicciatevi, che l’ora si fa

tarda.

Mentre ella così parlava, compariva fuori da que’ densi cespugli che

l’avean prima celata, la persona a cui queste parole erano volte. Era

costui un villano di statura piuttosto bassa, ma quadrato e muscoloso

quant’altri mai, e pieno di robustezza. Portava in una mano quattro

polli di cui stringeva le gambe in un fascetto, nell’altra un grosso

e noderoso bastone, ed avea un grande coltellaccio alla cintura. Avea

ispida barba, che raddoppiava la durezza dell’espressione de’ suoi

lineamenti; e le fattezze del suo viso indicavano un ingegno torpido e

goffo. — Ho trovato compare Luca la giù, Lucia, ed abbiamo discorso un

poco della vendemmia.

— Noi andiamo al convento di S. Francesco, signore, per portar delle

offerte ai buoni padri, e questi fiori (e mostrava un canestro che

sostenea col sinistro braccio) all’immagine miracolosa della Madonna,

che forse è stata essa che ci ha salvati.

— E colui è l’onorevolissimo vostro zio, mia bella ninfa?

— Mio zio! — sclamò la giovine in tuono di chi come offeso si sente

nell’amor proprio e nell’onore; — mio zio, signore, è ben altra cosa

che Andrea il giardiniere!

— Ah sì, io stesso l’avrei giurato: dal duro tronco della quercia

nascer non potevano lo rose dilicate, nè coi fieri lupi aver parentela

i teneri agnelli. E il vostro nome, mia bella, è forse Lucia Tanaglia?

— Sì, ma ciò che deve importare ad un signore, come voi esser dovete?

— Ah, mia dea, il nume cieco non conosce distinzione di grado. Sì, io

sono un signore. Pochi in Milano vantano eguali ricchezze di quelle

di Antonio Carcano; mille belle mi assediano; ma il mio cuore... ho da

dirvelo? non mai fu tanto scosso quant’oggi alla vostra vista. Ditemi,

potrò io visitarvi nel tugurio del padre vostro? io potrei anche farvi

mia sposa...

— Ah signore, che cosa dite? io sono già promessa a Carlotto il

figliuolo dell’oste.

— Ora capisco chi è questo Carlotto che vi sta sempre sulle labbra. E

voi preferireste un gaglioffo alla mano del più nobile, del più ricco,

del più possente cavaliere di Milano, s’ei ve la offre? Eh via, voi non

sarete sì stolta, bellissima Lucia, io nol posso credere.

— Signore, non incalzate una povera fanciulla. Ed inoltre, ecco il

convento de’ Francescani; noi ci siamo giunti, non vogliate seguirmi.

Che direbbero di me i buoni padri, e frate Paolo specialmente, che sa

che io sono promessa? Piuttosto, se volete, siete padrone di sedervi

colà, ed aspettare il mio ritorno...

In altra occasione non si sarebbe il nostro lascivo damerino

accontentato di un semplice commiato ad una bella di questa fatta; ma

la faccia tetra e sinistra e lo sguardo attento e stupido di Andrea lo

tennero in rispetto. Egli adunque si limitò a rispondere con queste

parole alle esortazioni della giovine contadina: — Ebbene, voi lo

volete, ed io non saprei contrariarvi: qui il vostro ritorno aspetterò.

Ma termini presto questa fosca notte che del bel sole de’ vostri rai

così mi priva. — S’assise allora sovra di un sasso che stava sotto un

salice piangente, e che forse era uso servire di tranquillo scranno a

qualcuno de’ solitarj abitatori del vicino convento assorto in sante

meditazioni; e volgendo fra sè idee ben diverse di quelle che oggetto

saranno state de’ casti pensieri di que’ santi romiti, così fra sè

stesso diceva.

— Vedi, non falla mai: gran secreto per rendersi propizie le beltà di

bassa condizione... una promessa di matrimonio... Vedi come cascano

dalle nubi, — proseguiva l’infame libertino, — a queste parole

incantatrici! Costa così poco: Si dà: ecco la mia massima; ma quando

ho côlto un frutto prematuro, io mi ritiro. Pianti, schiamazzi,

desolazioni; a me che importa? tutto poi finisce: qualcuna va all’altro

mondo pel dolore; ma io non ci perdo, e con altra bella me la godo.

Cadrà anche questa con quattro parole ricercate e una promessa... Ma

ha già lo sposo: povero tanghero, sta fresco! Il figlio dell’oste! Eh

gliel dirò io il proverbio, se nol sa: «Sono sempre gli stracci che

vanno in aria». Ma, e se fosse un giovine risoluto? Se avesse compagni?

Non vorrei farmi una seria briga! Ci vorrà prudenza: ci vorrà raggiro.

Suo zio è falconiere di Giovanni Pusterla; ora costui, dicono, è un

demonio. Amo le belle; bramo i loro favori; ma la pelle mi è più cara;

e se non è al sicuro, al diavolo le donne e gli amori. E’ converrà

questa fiata, pensarci due volte prima. Ma intanto? Intanto però non

parmi tempo di battere la ritirata. È troppo bella costei, e mi ha

colpito veramente. Ha due occhi che mi incantano; e quelle guance; e

quella fronte; e quel bel seno? A batter la ritirata sarò sempre in

tempo; mancano a me astuzie, scuse, stratagemmi? Un altro potrebbe

far dare allo sposo una coltellata; ma io di tali eccessi non sono

capace... Oh Vergine Santa; soccorso! La vita in dono per pietà!

Quest’ultima esclamazione, così poco consentanea al rimanente dei

ragionamenti del nostro Antonio, fu fatta a forte voce e fugli

strappata dal labbro da due compagni a lui indivisibili, voglio dire

il sospetto e il terrore. Difatti, mentre egli era assorto nelle

sue macchine scellerate, e ne’ suoi desiderii contrari al nono de’

comandamenti, e pur tanto consentanei alle usanze allora propagate

in Milano per gli esempi de’ cortigiani e del malvagio duca Giovanni

Maria; tre persone a lui pianamente si erano accostate dietro le

spalle; e poichè egli non se ne avvide, malgrado la squisitezza del

suo orecchio accostumato a star in guardia per dar tempo ai piedi di

provvedere alla sua salvezza, uno dei tre colla mano pesantemente

la spalla gli percosse. Il Carcano, trasalendo, assalito tanto più

bruscamente dal terrore in quanto che più inaspettatamente, a un tratto

manifestossi per quello che era, un poltrone e un codardo, chiamando

ad alta voce a un tempo dal cielo che tanto co’ suoi infami disegni pur

oltraggiava, e dagli uomini da cui più non ne meritava, pietà.

Uno scroscio concorde di risa fu tutta la risposta che egli dai tre

ottenne. Il povero tapino, di già fatto pallido come un cadavere,

allora, o che tanto di forza e di coraggio in sè raccogliesse o che

l’istinto vel traesse, indietro volse un po’ la testa, e con quel

leggerissimo movimento si rassicurò; poichè dopo un istante da lui

conceduto alla sorpresa: — Oh! — sclamò, ripreso cuore, — siete dunque

voi! Affè che io conosciuti vi avea, e veduti assai tempo prima; e

per sollazzarvi ho finto di essere sbigottito. Ma, bravi, io sono ben

contento che mi abbiate raggiunto: io spero che non lontani sarem molto

dal castello.

— Anzi noi andavamo di te in traccia da questa banda, nel mentre che

alcuno dei nostri era incaricato di cercarti altrove; noi abbiamo

sentito da alcuni de’ nostri paesani che tu non eri nel castello

tornato, — disse Arrigo. — Ma via sii sincero, Carcano; tu credesti di

essere côlto questa volta almeno da tuo padre l’arcidiavolo.

— Diamine! che sognate mai? E credete voi che io avrei paura di sua

maestà delle tenebre, fosse anche seguito da una legione siccome quella

che si gittò presso Gerasa nella mandria de’ porci?...

— Molto onori te stesso, assomigliandoti a quegli immondi animali!

Ma via, noi non ti possiamo credere. Ma l’ora è tarda, torniamo al

castello, il pranzo colà ci attenderà.

— Buon annunzio è questo! buon annunzio! Affè che io cominciava a

sentir l’appetito. Assiso sotto questo salice, io contemplava il

magnifico paesaggio: quante gravi meditazioni si succedevano nella mia

mente! Quando il ventre è leggero la fantasia serve a maraviglia. Che

paese! che cielo! quale incanto! io esclamava. Ma ora sento che il mio

ventre tenea altro ragionamento; e la vista del tuo pranzo, Arrigo, non

è a questa da posporsi. Noi avremo della selvaggina, spero; avremo del

vino di Monte Orobio. Sono due gusti diversi il meditare e il mangiare;

ma non meno perciò l’un dell’altro pregevoli. Sono come due bravi

cavalieri che con forze e ardor pari vengano a giostra, come sarebbe

Antonio Carcano, e Arrigo Bianchi...

— Vi ringrazio del paragone, che a me non fa più onore che a voi ne

faccia il confronto da voi testè fatto delle mandrie de’ porci di

Gerasa. Ma ditemi adunque, prode cavaliere da giostre; perchè fuggiste

questa mattina innanzi a quello sconosciuto in cui ci abbattemmo?

— Fuggire! io! No in nome del cielo, io non fuggo sì di leggeri. Ma, se

aveste avuto voi tre meno paura in corpo, avreste meglio veduto ove io

mi movea.

— Ah! ah! ah! — ridendo, disse Azzo. — Verso il castello, non è vero?

— Verso il castello? L’ho io veduto forse il castello? No, no, sentite

che tutto vi narrerò strada facendo. Non appena voi vi foste avvicinati

a quel macigno dietro cui si ascondeva il Guerrier Nero, se pure egli

era desso, che non l’ho ben veduto, che ecco che alle spalle io veggo a

noi avvicinarsi quattro uomini armati, che sicuramente essere dovevano

compagni di quel bandito arrischiato. Or che si fa? Se vi avviso,

io vi spavento: adunque io dico fra me, contro costoro basterò solo.

Fatta tale risoluzione, cavo la spada e loro mi faccio incontro. Essi

mi opponevano da principio la più vigorosa resistenza; ma i miei colpi

erano di ben altro peso che i loro. A me canaglia! gridava io, a me!

Ad uno diedi una stoccata nel collo che forse ne morì. Come gli altri

quattro malandrini se ne avvedono, a gambe a fuggire, e...

— Basta così, — disse Azzo, interrompendolo: — solite anomalie! Da

quattro ora sono già divenuti cinque, e se proseguite, diventeranno

otto o dieci. Non vorrei che popolaste a questo modo il mondo di

ladroni e di nemici.

— Dite ciò che vi piace, ma gli assassini erano cinque, ed io tutti li

ho posti in fuga: tre sono andati da una parte; e uno solo da un’altra.

Uno solo restava a combattere con me, ma io che non li avea temuti

tutti e cinque....

— Bravissimo!

— Sì veramente, — proseguì Antonio, — io non mi lasciai intimorire da

quell’arrischiato birbante... Ma che vuol dire questo corno che sentesi

a noi vicino nel bosco? — disse il Carcano interrompendosi; ed al

colore infocato delle sue guance successe la più smorta pallidezza.

Il Capitano disse che non potea essere che Giovanni Pusterla, venuto a

cacciar nel bosco, come di solito ve lo spingea la sua prepotenza.

— Me ebbe egli forse da mio zio l’assenso? — chiese Arrigo.

Il Capitano nel suo gergo disse di no; e che lo facea solo perchè lo

zio di Arrigo non avea mai fatto provare a colui che non ne avea il

diritto.

— Ebbene, — soggiunse Arrigo, — se è lui, chiediamogli ragione di

questo suo arbitrario operare.

CAPITOLO V.

LA PREPOTENZA

Non a torto il Capitano aveva presentito che essere il Pusterla quegli

doveva che a suo diletto andava cacciando pel bosco.

Giovanni Pusterla, nato di una famiglia principalissima fra le

ghibelline di Milano, era cugino di quel Pusterla dello stesso nome

che, dopo di aver per ordine del Duca dato passaggio ai Ghibellini

in Monza, ove era castellano, il giorno in cui vi erano andati per

assalire il Malatesta e la Duchessa, era stato dal Duca stesso a’ suoi

sospetti sagrificato.

Siccome poi l’odio del Duca non si era limitato a sfogare il suo

corruccio contra il castellano di Monza, ma vi aveva sottoposta ancora

tutta la sua famiglia, e ciò a malgrado dell’alta considerazione che

questa godeva fra’ Ghibellini, Giovanni Pusterla, cugino dell’infelice

vittima, credette opportuno sottrarsi ai pericoli che continuamente lo

minacciavano lasciando la città, e ritirossi nel suo castello presso

di Parravicino. E tale risoluzione egli avea presa non tanto perchè

egli di sè temesse, quanto per amore di un’unica sua figliuola che

teneramente amava, e per la quale, giudicando dall’indole del Duca che

perdonato non l’aveva nemmeno a un fanciullino dell’infelice suo cugino

figliuolo, egli doveva del pari che per sè stesso temere.

Ben è vero che questo Pusterla godeva della valida amicizia del

possente Facino che a questo tempo signoreggiava il Duca stesso; ma

oltrechè Facino era di sovente assente dalla città, il Duca pure odiava

quel capitano, e ne avea date prove non era gran tempo tendendogli

delle insidie; per la qual cosa il maggior vantaggio che ritraesse il

Pusterla da quell’amicizia si era quello di poter sicuro tornare un

istante di quando in quando, trovandovisi quel generale, nella città

a visitarvi gli antichi amici per poi lasciarla il più presto, al suo

sicuro asilo tornando in Parravicino.

Siccome poi era il carattere del Pusterla focoso e facinoroso,

così egli annojavasi della sua quiete, e tentava ingannare la noja

coll’esercizio della caccia, tanto analogo al mestiere delle armi.

Egli non si era poco distinto nelle turbolenze di Milano; ed a capo

de’ Ghibellini avea menato assai colpi nella giornata memorabile del

Malcantone; egli vi aveva anche riportata una ferita o per meglio dire

uno sfregio di cui nel volto gli si vedeva la cicatrice. Ora egli a

mal in cuore si accontentava di turbare la quiete degli abitatori delle

selve che a lui appartenevano, e come la sua prepotenza il portava non

lasciava di invadere i diritti de’ Guelfi allora oppressi cacciando

sul loro territorio; e così facea spesso nelle foreste appartenenti al

possessore del Castello del Monte. Era a que’ tempi Erba dipendente dai

Rusconi, ma questi intesi solo a sostenervisi non vi aveano introdotto

quasi nessun governo; e l’anarchia vi dominava. Quindi noi abbiamo

veduto il vecchio Bianchi pensare alla propria difesa armando una

piccola schiera nel suo Castello. Ma egli, come si è detto, non pensava

a respingere gli assalti del Pusterla: e gli altri Guelfi, di lui più

deboli, non osavano alzar la testa. Quindi questo vecchio Ghibellino di

giorno in giorno cresceva in prepotenza.

La figlia d'un ghibellino, vol. 1/2 · 第 3 / 10 段