nome, di nazione Boemo; ed era vissuto un tempo alla voluttuosa corte
dell’Imperator Venceslao. Quivi, siccome per lo più avviene, i costumi
del monarca aveano tratto nel loro esempio quelli di tutti i grandi e
delle altre persone che gli stavano vicine, e bandita la moderazione,
si passavano i giorni interi ne’ conviti e ne’ stempramenti de’
piaceri, soprattutto nell’ebrezza. Diffatti l’imperatore Venceslao per
tutti questi vizj era diventato odioso ai principi della Germania,
che due volte lo imprigionarono, e finalmente ne lo deposero nel
1400. Il nostro Capitano adunque, dopo di essersi distinto nelle
armate del suo sovrano per la sua intrepidezza, ed averne guadagnato
l’affetto, sicchè gli venne dato un comando nelle guardie destinate a
custodire la sacra sua persona, secondando una passione di cui già il
seme era posto in lui da gran tempo, si era abbandonato all’eccesso
del vino e della crapola, e come nelle armi così distinguevasi fra
coloro che col bicchiere alla mano rendevano ragione al lor signore,
che in tali prodezze pur tutti li superava. La fama delle quali sue
qualità giunta essendo all’orecchio dell’imperatore Venceslao, costui
più di una volta lo volle alla sua mensa, e con esso venne a gare
strepitose. A questo modo il nostro bravo capitano crebbe assai in
grazia presso l’imperatore; sicchè quando nel 1395 questi dovette
spedire in Italia Benesio di Cumsich per investire Giovanni Galeazzo
del titolo di duca, titolo che il Visconti pagato avea oltre centomila
fiorini d’oro, il nostro capitano fu prescelto ad accompagnare il
Luogotenente imperiale nella sua spedizione; e con esso venne in
Milano alla corte dell’ambizioso Visconti che gli fece le più liete
accoglienze. È registrata nei volumi della storia la comparsa che il
capitano fece in occasione della solenne cerimonia che ebbe luogo per
l’incoronazione del nuovo duca. Mentre sulla piazza di Sant’Ambrogio,
ove erasi eretto per tal oggetto un gran palco circondato da steccato,
e tutto ornato di scarlatto, sul qual palco, sotto un baldacchino di
broccato d’oro e porpora, era un trono; mentre su quel palco, intorno
al quale splendenti in arme stavano le più scelte milizie ducali, il
luogotenente imperiale conferiva al Signor di Milano il manto ducale ed
il berretto emblemi della novella sua dignità; il nostro bravo capitano
alla destra portava la bandiera imperiale, e quella del Visconti
era portata dalla banda sinistra da Ottone da Mandello. Ma fuvvi più
d’uno in quella circostanza, che, sottraendo una parte della propria
attenzione alla solennissima cerimonia, non potè non notare il viso
vermiglio del milite Boemo, il quale, andando in lungo la funzione
trasse un sospiro, forse perchè da troppo tempo, siccome egli parve
esprimersi poi, trovavasi di esser stato senza dare un abbraccio al suo
fiaschetto.
E la bravura ch’egli mostrò in un torneo il dì seguente, parimenti
dagli storici venne notata, e lo mise assai in grazia del nuovo
duca; il quale giudicandolo buon soldato, ed avendo bisogno di bravi
condottieri per guidare a termine i suoi ambiziosi disegni, con
larghe proferte lo impegnò a restarsene alla sua corte. Piaceva assai
al nostro capitano il bel cielo dell’Italia; e più gli piacquero le
promesse di Giovan Galeazzo ed al suo servizio si accomodò. Ma in
progresso di tempo il duca meglio lo conobbe, siccome uomo, cioè, bravo
sì ed intrepido sotto le armi, ma di assai ristrette cognizioni in
fatto di tattica; quindi nessun comando importante mai gli affidò, e
solo mandollo con un comando secondario nella Toscana. Ma alla morte
del duca suo protettore, cangiarono le cose; molte delle truppe vennero
licenziate, ed il nostro capitano lo fu con esse. Egli determinavasi
di prender soldo sotto di Facino Cane, quando gli venne offerto di
comandar la guarnigione che in difesa del suo castello armar volea
Antonio Bianchi. Venuto adunque al Castello del Monte, quivi viveva del
tutto a suo modo, ubriacandosi sei giorni della settimana, di quando
in quando un giro ne’ boschi facendo per uccidere qualche capriolo; nè
mai snudando la sua spada, giacchè gli ordini del suo signore a questo
riguardo erano stati troppo chiari e precisi: non volea che difendersi.
Arrigo, succeduto allo zio, avea trovato che il capitano era uomo di
buona compagnia, ed abbondando di ricchezze non pensava a disfarsi di
questo povero diavolo che risguardava siccome una passività inerente
alla stessa sua eredità.
A lui Arrigo domandava adunque notizie sullo stabilimento de’ banditi,
che abitavano la caverna detta il Buco del Piombo; ed il capitano in un
gergo poco intelligibile gliene diede alcuni rassegnamenti.
— Mein herr Arrigo, — gli disse il Boemo, — nessuno sapere chi essere
quest’uomo. Mein herr Antonio stare sempre in castello come Venceslao
prigioniero stato in Praga. Mandare quello uomo domandare danaro,
messere Antonio lui dare. Essere quell’uomo di grande coraggio: lui
aver armi date per demonio.
— Io però non ho intenzione di passarmela così amichevolmente come mio
zio con costui per poco che mi molesti, — disse Arrigo.
— Bene! aver gusto. Io aver voglia lui provare: aver combattuto per
Venceslao, aver combattuto per Giovanni Galeazzo: vedere cosa poter
fare questo diabolo. Aver gente brava in castello; voi essere omo ti
coraggio; mein herr Azzo combattere con gusto. Noi dare vain a nostra
gente: vain accrescere in omo grande valore.
— Questa è la vostra massima; ma io crederei che le nostre forze non
avrebbero bisogno di aumento, se Carcano sapesse mettere in effetto la
metà solo delle sue millanterie, e adoperare la spada come sa adoperare
la lingua.
— Io adoperare la spada! Lo porreste voi in dubbio? Io vi avrei voluto
presente alla battaglia di Rovagnate...
— E che avete fatto alla battaglia di Rovagnate? — domandò Arrigo: —
Apparecchiamoci, Azzo, a sentirne una delle sue.
— Una delle mie! Corpo di satanasso! Che mi credete, un vile? Udite.
Era la vigilia di Pasqua quando Facino Cane colle sue genti e con
quelle di Estore Visconti e del marchese di Monferrato, comparvero
innanzi al nostro esercito.
— All’esercito di Antonio Carcano!!! — replicò Azzo, dando in uno
scroscio di risa.
— Ridete, ridete, tristo motteggiatore; ma non è men vero perciò che
Pandolfo Malatesta, contro cui moveva Facino, non fosse di que’ tempi
con me carne ed ugna. Io veramente aveva consigliato a Pandolfo di non
arrischiare una battaglia, e di tentare piuttosto le vie degli accordi.
Milano è grande, io diceva, ce n’è per voi e ce n’è per Facino. Anche
Bernabò e Galeazzo lo divisero per metà. Ma Malatesti Malatesta allora
soffiava nel fuoco, ed aveva delle ingiurie private da vendicare; ed il
giorno seguente si dovette venire alle mani.
— E voi, dove eravate? — domandò Azzo.
— Nella retroguardia io era, — rispose il Carcano.
— Benissimo! quello era il vostro vero posto.
— Or bene, — proseguì il Carcano fingendo di non intendere a che
mirasse l’osservazione di Azzo. — Sentite, di grazia, ora il restante
e non m’interrompete. Comincia l’azione: Facino attacca i nostri,
arrovellato come un demonio. Estore menava de’ grandi colpi e
giustificava il suo soprannome di _Soldato senza paura_. I soldati
dì Pandolfo fanno ogni sforzo per respingerlo; Malatesti Malatesta
combatteva anche egli con coraggio, e l’azzuffamento si facea
sanguinoso: pure caricate da sì risoluti nemici le nostre schiere già
cedevano. Allora io dissi fra me: qui non c’è a perder tempo. Avanti
soldati, grido, e con tanta forza mi muovo verso la schiera condotta da
Estore Visconti a cui era unito Giovan Carlo, che quasi tutta la prima
fila fu rovesciata da cavallo, e molti furono uccisi. Estore poichè mi
vide contrastargli a questo modo la vittoria, contro di me si volse...
— Il nostr’uomo si riscalda, — disse Arrigo ad Azzo.
— Egli è già diventato un mongibello, — rispose Azzo ad Arrigo. Ma
il Carcano ad essi non badando proseguiva: — Io allora di piè fermo
lo aspetto. Fosse maraviglia, fosse rispetto, i soldati ci fanno un
cerchio intorno e sospendono il combattimento. Ma io d’un colpo getto
a terra ad Estore l’elmetto, e poichè egli volea pur combattere,
imprudente come è, io gli dico: «Signor Estore, a che combattiamo noi
qui?»
— Aspetta, aspetta, — l’interruppe Arrigo, — ci conterai il restante
del tuo sogno dopo che avrem preso quel gallo di montagna.
Erano allora in una parte assai solitaria e selvaggia del monte, e fra
di un bosco maestoso di castani antichissimi le cui cime erano state
danneggiate e scavezzate spesse volte dai fulmini dei quali molte
mostravano i recenti danni. Enormi sassi, che in più remote età per la
furia delle pioggie smossi dalla vetta scoscesa erano giù rovinati,
seminavano a quando a quando quell’erto terreno alzando le annerite
loro masse fra il verde fosco del muschio e quello più vivace delle
piante verdeggianti, e dei ginepri in ispecie e de’ fiori che in quelle
parti volte a mezzogiorno crescono tuttavia nell’autunno.
Ma il gallo di montagna non sì tosto si avvide di essere osservato che
prese il volo. — Carcano, — disse Arrigo, — a te a raggiungerlo. — Il
Carcano tosto spiccandosi da’ compagni si diede a seguire quel grosso
volatile. Ma tutt’a un tratto egli si ferma come il viaggiatore, di cui
dice il poeta che incautamente premuto un serpe,
Risalta indietro; e tosto il piè rifugge
Da lui che s’alza di furor si strugge.
Non altrimenti il Carcano arrestossi, e da poi, con sollecitudine sì ma
con ogni precauzione per evitare ogni romore, e facendo col dito sulle
labbra segno a’ suoi compagni che non si movessero, tornando ad essi si
ricongiunse.
— Che è, Carcano? — dissegli Azzo, — abbiamo noi innanzi un esercito di
Facino?
— Indietro, — rispose il Carcano, — indietro, — replicò con voce così
bassa che appena poterono intenderlo; ed in pari tempo il colore del
suo viso, i suoi lineamenti dinotarono evidentemente lo spavento.
— E che, più in là sta forse la bocca dell’inferno come la descrive
Dante, ed è questa la selva selvosa di cui egli favella? — disse Arrigo
sorridendo.
— Che Dante? che inferno? Non avanzate di un passo, se avete cara la
vita.
— La vita, sì, ci è cara, Carcano, ma al nostro fianco sta questa
che ce la difende, — disse Arrigo ponendo la mano sulla spada. — E
d’altronde io nulla veggo che mi indichi periglio; io non mi veggo
intorno che una tranquilla solitudine.
— Solitudine! sì, voi credereste che io vi consiglierei di ritirarvi
se non vi fosse che una tranquilla solitudine? Via, siate prudente,
seguitemi: per istrada vi dirò il resto.
— Non si dirà mai che io volga le spalle ad un pericolo che non
conosco, Carcano! Vedi tu Azzo che ti fa tal viso che indica insieme il
dispregio e la pietà?
— Ebbene vada egli, avanti, vada, e vegga chi sta nascosto dietro di
quel macigno. Ma noi torniamo, il più presto che ci sia possibile, al
castello.
— Su via chi vi si cela che non possiamo in tre combattere?
— Ah Arrigo! ai contrassegni, di certo dietro quel sasso si cela il
Guerrier Nero, che abita il Buco del Piombo.
— Ed è egli solo?
— Ancora lo vorreste accompagnato? Non avete sentito che la sua mano
scaglia il fuoco e la morte?
— Sì, ma s’egli è uomo, egli potrà ancora esser vinto ed ucciso, —
disse Arrigo. — Poco omai stimo la vita, e la tua stessa paura mi
sprona a tentare un’impresa contro di quel bandito, se pure non è
già un qualche tronco che tu scangiasti col Guerrier Nero, di che non
sarebbe a fare gran meraviglia. Ebbene, amici, — disse poi volto, ad
Azzo, ed al Capitano: — dobbiamo noi dare la caccia a quest’orso che fa
da re su questo monte; dobbiamo noi assalirlo fuori della sua grotta?
— Per me altro non bramava che di provarmi con questo spauracchio
del paese, — disse Azzo; egli è già un pezzo che non mi si presenta
occasione di mettere la bontà della mia lama alla prova.
— Mein gott! foler vedere chi stare questo grante diabolo, — disse il
bravo Capitano.
— E voi, Carcano, ci seguirete? — chiese Arrigo al terzo de’ suoi
compagni.
— Per me, se gli altri vogliono tentare una sì arrischiata impresa, non
mi ritiro. Io non dico mai di no; io non ho paura.
— Ebbene avanti, — disse Arrigo, ed essendosegli posti alla sua destra
Azzo, alla sinistra il boemo Capitano, avanzò non badando al Carcano se
lo seguisse oppur no. Il Carcano fece due passi per andare avanti; ma
ben tosto, come se un muro fra lui ed i compagni suoi si frapponesse,
non potè più muovere un passo. Si arrestò adunque, ed ancora sembrava
da una superior forza a poco a poco per parte opposta trascinato.
Frattanto i tre arditi compagni avanzando, e fra le loro mani tenendo
le loro balestre, si avvicinavano al luogo da cui tanta paura era
venuta in corpo al bravo nostro Carcano. E di già erano poco distanti
dall’enorme macigno che, al dir dello atterrito nunzio, nascondeva un
oggetto di tanto terrore; ed, accortisi che il Carcano non li seguiva,
dubitavano che di loro si fosse beffato, o che il suo terrore gli
avesse fatto travedere, quando ebbero a convincersi del contrario.
Non appena furono in grado di vedere gli oggetti che prima il masso
nascondeva che videro diffatti al suolo giacente, ma in sedere
ed in atto di persona che sta sulle difese, un guerriero tutto di
nera armatura ricoperto, e sospettarono veramente essere potesse il
personaggio dal Carcano disegnato.
Non appena colui vide a sè lontani un trar d’arco i tre sconosciuti che
verso di lui si volgevano, che assumendo un’aria minacciosa, e contro
di loro volgendo la bocca dell’arme sua sconosciuta, così in voce di
tuono loro gridò.
— Di un passo non vi avanzate, o voi che verso di me sembrate volgervi;
date le spalle a questi luoghi. Nuocervi io non voglio, ma l’andar
oltre non vi è concesso.
— E chi a noi lo contende? — disse il Bianchi; — noi non siamo usi a
lasciarci intimorire da minacce.
— Arrigo Bianchi, — replicò lo sconosciuto; — la vostra voce finisce di
svelarmi che voi siete veramente quel desso. Io vi conosco, e a male in
cuore mi costringereste ricorrere alla forza.
Stupì Arrigo nel sentirsi a quel modo chiamar per nome. — Fermatevi,
— disse poscia a’ suoi compagni; ed egli stesso arrestò il passo.
Indi con attento occhio contemplando lo sconosciuto, si avvide che il
terreno intorno a lui era tinto di sangue.
— E chi dunque siete voi che per nome mi chiamate, e che siete lordo
del vostro sangue? Se un tempo foste de’ miei amici, voi non avete
nulla a temere da parte mia. Ma, o confidatemi il secreto del vostro
nome, o dovete rendermi ragione delle vostre minaccie ed essere mio
prigioniero.
— Prigioniero! La vita costata sarebbe tale parola a chiunque la
proferisse, di voi in fuori. Ma io troppo bene vi conosco; e troppo
grave mi sarebbe contro di voi adoperare la forza. Or bene, io
acconsento che solo a me vi accostiate; e voi saprete chi son io, e mi
ajuterete, ferito qual io sono, a salir l’erto monte.
Arrigo disse agli amici che si scostassero e da lungi lo seguissero;
e senza sospetto, pieno di una incerta confusa idea destata in lui
dal suono della voce dello sconosciuto che nuova infatti a lui non
giungeva, al giacente si avvicinò.
— Voi siete ferito in una gamba, — gli disse, poichè gli fu vicino; —
volete voi che io mandi per un chirurgo o per chi vi rechi a braccia
ove avete dimora? Ma prima ditemi a chi sono io per prestar il mio
ajuto?
— Il vostro ajuto! Di nulla, io ho bisogno, e nulla voi mi potete
offrire che mi appaghi; la mia stessa ferita io la sprezzo, ed ora
il sangue è omai del tutto stagnato. E non per tanto io non accuso
la sorte che mi condusse ad incontrarvi. Sì, vostro amico io fui un
giorno; e a voi si svelino i lineamenti di questo volto sconosciuto in
queste regioni: mille ricordanze si affolleranno alla sua vista nella
vostra fantasia. Sì, noi fummo compagni alla corte dello scellerato
Giovanni Maria, che ora tanto avido aspira a beversi il mio sangue! E
fu la perfidia sua, la sua scelleratezza che spinse un guerriero che
_grande_ da tutti si chiamava a vivere in mezzo a nudi scogli, in un
cavernoso speco, e fra i disagi, finchè giunga il giorno desiderato di
sua vendetta!
Proferendo queste parole lo sconosciuto, alzatosi, avea alzata la bruna
visiera. Un viso virile e pieno di fierezza erasi presentato ad Arrigo.
I suoi lineamenti dinotar poteano presso a quaranta anni; grosse
ciocche di neri capelli scappavano di sotto l’elmo, ed adombravano la
fronte ottenebrata. Due occhi vivaci come bragie splendevano sotto due
folti e del paro nerissimi sopraccigli; una spessa e incolta barba il
mento e le gote avvolgeva, ed accresceva la durezza dell’espressione
di que’ lineamenti feroci. Nel mentre egli ad Arrigo, in voce tronca
e che indicava qual foga dì affetti il petto gli premesse, venia
volgendo le espressioni del suo sdegno e del suo dolore, tutto il suo
corpo si animava; le sue mani stringevano i pugni per l’indegnazione;
il suo labbro tremava, le sue pupille lanciavano vive fiamme; e il
suo capo, rizzandosi, sembrava minacciare il tiranno da cui traean
origine le sue disgrazie. Egli stette quindi un istante in silenzio; e
poscia, a poco a poco deponendo le minacce ed assumendo l’espressione
dell’abbattimento, si percosse la fronte, e movendo gli occhi in
giro, in modo da lasciar intravvedere che la sua mente, dalla sciagura
scossa, era alquanto disordinata, soggiunse: — Ma è forse sogno; tutto
forse è perduto, ed invano io questo giorno l’attendo; e forse prima,
incanutite le mie nere chiome, rovescerannosi i forti ripari del mio
speco, anzi che questi miei occhi veggano rosseggiar la terra del
sangue di quello scellerato. — Oh quanto io sono infelice! — Ma no,
di che mi lagno? — soggiunse poi riaccendendosi della prima fermezza.
— Non sono io sovrano fra questi monti; non è qui rispettato dalle
genti intimidite il poter mio? Tanto ne ha forse Giovanni Maria sul suo
scosso trono! E se la base del mio potere è la forza, tutto in natura
non è forse il retaggio del forte? Se molte terre io disertai per
favorire chi un tempo era mio sovrano, disertarne non potrò per la mia
propria esistenza? Ma ora porgetemi il braccio, Arrigo, — in tuono più
rimesso soggiunse, — e nel muovere verso la mia caverna, grandi cose io
vi voglio far palesi.
Arrigo, volgendo a quell’infelice alcune parole di conforto, gli porse
il braccio, e con lui proseguiva il cammino verso la sommità della
montagna, quando il suo misterioso compagno così a favellar cominciò:
— Niuno più di voi a fondo conosce quale e quanto fosse il favore che
a me compartiva un tempo il perfido Giovanni Maria; e la mia sorte si
mantenne a me propizia fino al giorno 18 di agosto del 1404. Fu in quel
giorno fatale che, sospettando il duca di Pandolfo Malatesta, il quale
a Monza trovavasi, non desse mano a rilevare la fortuna della Duchessa,
che ivi pure avea sua stanza, risolvette dell’uno e dell’altra la
perdita. Egli per altro sotto opposti colori celando il suo disegno, me
incaricò e l’infelice Pusterla di sorprendere il Malatesta e la madre
sua, e condurli a lui in Milano. Egli ci ingiunse non fosse operata
colla madre la violenza; nel caso resistesse, in custodia venisse data
ad una persona a noi sconosciuta, e che egli allora ci presentò; disse
a questi aver affidata la cura di custodirla. Noi ubbidiamo a’ suoi
comandi; il giorno stesso noi partiamo: giunti in Monza, il Pusterla
assalta le schiere del Malatesta, nel mentre che io collo sconosciuto
mio compagno al palazzo mi reco della Duchessa, per eseguire del
figliuolo la commissione. Le genti di Pandolfo, che non erano più
che trecento uomini, tutte furono fatte prigioniere; Pandolfo però
salvossi, e potè giungere fuggendo mezzo ignudo in luogo di sicurezza.
Frattanto io mi era recato dalla Duchessa, ed espostole quale fosse
la volontà del figliuol suo, la esortava a sottomettervisi. Ma quella,
del suo male presaga, guardandomi con occhi torvi, entrò invece in tal
furore che, le più aspre invettive scagliando contro di quel mostro
ch’ella avea generato, per la forza della commossione sua cadde in
un profondo svenimento, ed io la credetti morta. — È morta! — sclamai
allora, compreso di orrore e compassione. — Ebbene ciò risparmierà una
droga! — disse il compagno mio. Allora io gli fissai gli occhi in viso;
la sua cera sinistra mi parve animata da un’espressione infernale! —
E che dir pretendete? — io replicai, in tuono sdegnoso. — Nulla, — mi
rispose quegli sogghignando: — se essa è morta non vi vorranno odorose
essenze per richiamarla alla vita. — Non voglia il cielo che ciò sia,
— soggiunsi io, gli occhi sempre rivolti su quel dubbio mio compagno. —
Nol voglia pure, — disse il malvagio; ed il dialogo qui terminò.
Frattanto in sè tornando poco dopo la Principessa, giurò che viva
nessuno da Monza l’avrebbe strappata; e noi la assicurammo che alcuna
violenza non le verrebbe fatta. Solo venne infatti nel suo palazzo
custodita; e la sovraintendenza di esso ne fu lasciata alla persona
che il Duca avea designato per l’uffizio di carceriere. Pochi mesi
dopo, si udì che era morta; nessuno conobbe della morte la cagione, e
molti sospettarono che fossero i malvagi trattamenti che le avessero
accorciata la vita. Io i miei sospetti, assai più fondati, in me serbai
per qualche tempo; ma mi allontanai dalla corte pel grande orrore
che l’azion rea del principe in me destava. Finalmente ne feci parola
al Pusterla, e quegli giurò che certamente la Duchessa era stata dal
figlio avvelenata, che però era il fatto a celarsi ad ogni persona che
vivea. Ma egli ebbe, più tardi, l’imprudenza, per assicurare il Duca di
sua fedeltà, di lasciargli intravedere ch’ei conosceva le particolarità
del fatto; e io da lui stesso ciò seppi: ma non passarono due giorni
ch’egli fu messo a morte nel modo orribile che tutti sanno; e allora,
non a torto, io sospettai per la mia stessa vita, avendomi alcuno de’
miei amici assicurato che il Pusterla era stato posto dal Duca alla
tortura, e che lo Squarcia avea ucciso colui che lo avea torturato. Più
non dubitai che il possesso del mio secreto a me non fosse per essere
fatale, e lasciai la città. Venni diffatto per ogni parte cercato colle
più squisite diligenze, ed a prezzo d’oro fu messa la mia testa: la
conoscenza del misfatto del tiranno è una colpa di morte per quello che
la possiede!
— Che intendo! A tanto dunque veramente giunse l’inumanità del Duca? Ma
voi avete forse bisogno dell’altrui soccorso per ritirarvi e vivere in
uno stato straniero? Parlate; io non vi lascerò senza ajuto.
— No! errando io fuori della città senza sapere ove rivolgermi,
conoscendo quanto periglioso fosse essere scopo delle ricerche di vili
che non bilanciano nel troncare un capo quando loro è pagato a peso
d’oro, io feci il più tremendo de’ giuramenti, che vendicato mi sarei
di Giovanni Maria. Questo giuramento è quello che qui mi lega; per
questo io mi cinsi di compagni pronti a seguirmi ad ogni mio cenno; e
solo per questo, colla forza provvedendo a’ miei bisogni e a quelli de’
compagni miei, io traggo una vita concitata fra questi monti.
In questo mezzo essi erano giunti di già innanzi all’apertura del vasto
speco che servivagli di asilo sicuro. Larga è questa da forse cento
passi, ed è sospesa sovra uno scoglio a cui a stento si accosterebbero
le stesse selvagge capre, tanto ella è erta la strada che vi conduce.
Lungo tutta l’apertura estendevasi un grosso muro di pietre con due
porte, entrambe da pesanti ferree saracinesche difese.
Altre aperture vedevansi praticate nel sodo muro ad uso di balestriere;
e la sommità di esso coronata scorgevasi di merli e munita di due
bertesche o torricelle. Nel resto, la vasta abitazione di cui il
muro stesso facea parte, ricevere dovea la sua maggiore luce dalla
parte interna riflessa dalle gigantesche pareti della immensa grotta
biancheggiante. Un ruscelletto, a rendere più forte ancora quel luogo
già dalla natura tanto fortificato ed a provvederlo di uno degli
elementi più necessarii alla vita, scendeva disotto un arco quasi nel
mezzo appunto della caverna, e fra enormi sassi frangendo le grosse
onde vi formava una cateratta. Del resto, non erano, come si disse,
soltanto allora state innalzate quelle fortificazioni; e solo esse
erano state riparate per opera di que’ banditi che presentemente le
occupavano.
Dopo di aver un istante contemplato sì l’uno che l’altro in silenzio
il maestoso spettacolo di quella grotta, il Guerriero dalla nera
armatura animando lo sguardo suo come di orgoglio e di compiacenza, con
quell’enfasi che gli era propria negli istanti in cui la disordinata
sua fantasia prendeva fuoco così sclamò:
— Ecco la casa mia; ecco il mio castello; quale mai fu più maestosa
abitazione? Ove sono le torri che più si innalzino di questi scogli
giganteschi? Vedi queste colonne cinericce che fiancheggiano e
sormontano il vasto speco: non sorgon esse tanto orgogliose quanto
quelle che pose Ercole in fine al mondo? Ma tu, Arrigo, veder potrai
ancora l’ampiezza dell’interno mio palazzo; vedrai quanto addentro si
inoltri la caverna tenebrosa, ed il numero de’ miei soggetti che ivi
securi in me soggiornano. Credimi; allorchè la mia mente, ogni idea del
passato obbliando, tutta piena si giace delle sensazioni istantanee
del presente, io pieno di guerriera gioja passo molte ore in quel
forte antro che è come la mia reggia. Tutto abbonda nella caverna; nè
la gioja vi è bandita fra miei compagni. Ma allorquando, solitario la
notte a lunghi passi mi aggiro nella muta mia stanza, e penso al tempo
in cui numerose schiere ubbidivano al mio comando, quante imprecazioni
non scaglio contro di colui per cui sono costretto a vivere fra queste
balze!
Arrigo si ingegnò a porgergli dei conforti; e gli rinovò l’offerta
sua, che qualora, tranquilla vita riprendendo, passar volesse in altro
stato, al che esortavalo, egli gli avrebbe somministrato quanto gli
fosse abbisognato.