LA FIGLIA D’UN GHIBELLINO
VOLUME I
[Illustrazione: _Il trovatore cominciò un preludio sul suo
strumento e poscia con una voce soavissima la sua dolente
istoria si die’ a cantare._ _Vol. I Cap. IX_]
LA FIGLIA
D’UN
GHIBELLINO
ROMANZO STORICO
RISGUARDANTE MILANO
AL COMINCIARE DEL SECOLO XV
DI
GIOVANNI CAMPIGLIO
VOLUME I
Milano
PER GASPARE TRUFFI
Cont.ª del Cappuccio N.º 5433
M.DCCC.XXX
L’AUTORE A CHI LEGGE
Che che ne dicano in contrario alcuni, che non vedono sulla terra se
non se la ristretta classe de’ scienziati, dediti a’ studi astrusi, e
qualche volta inutili, i Romanzi, le Commedie, i Drammi, le Novelle,
tutte queste composizioni leggiere della letteratura sono preziose in
un tempo in cui una popolazione laboriosa il più delle volte non prende
un libro in mano che per ricrearsi da fatiche già troppo lungamente
sostenute. Quindi un libro che in sè non ha che il merito di ricreare,
è utile perchè procura sollievo a classi stimabilissime della società.
Mancano forse libri pei letterati? Entrino in alcuna delle nostre
Biblioteche: la copia prodigiosa delle opere ivi ammassate spaventa
ogni più laborioso indagatore fra d’essi. Ma libri che veramente
ricreino lo spirito, occupandolo leggermente e recandogli piacevoli
sensazioni, sono pochi; tanto più se escludere da essi si vogliano
tutti quelli che portano seco alcun principio di veleno! L’Italia
ricorre oggidì avidamente alle scozzesi fonti per gustare di questo
diletto; ma queste fonti non sono sempre le più pure, se abbiasi
riguardo alla diversa condizione dei Culti[1].
Che se al diletto si unisca alcuna istruzione, se lo spettacolo che
presentasi al lettore non è senza frutto, sia per la morale di che è
condita l’azione, sia per la erudizione storica e la fedeltà del quadro
che si prende a rappresentare, crescerà senza dubbio il merito di
siffatto genere di utili componimenti: e veramente è a desiderarsi, che
fino al maggior punto possibile al diletto l’utile sia congiunto[2]. In
questo caso chi potrà disprezzare il Romanzo, che sarebbe appunto una
medicina riposta in un vase di cui gli orli vennero cospersi di mele?
Poichè non so chi potrebbe tacciar di futile un libro che una sola
ottima massima validamente persuadesse.
Ma, per venire alla conclusione, eccoti, Lettore benevolo, un nuovo
Romanzo. Esso avrà i suoi difetti; ma ciò non isgomenta l’autore, che
spera far anche meglio in nuovi lavori. D’altra parte, anche
Il ministro maggior della natura
non è senza le sue macchie, e quindi quale ridicola pretensione
esigere un’opera senza difetti da un giovine del tutto nuovo in
letteratura, e che inoltre non intende cavalcare il Pegaso per andare
a rompersi il collo sulle più alte vette dell’Elicona? — Se nella
lettura dell’operetta che io ti presento, amico Lettore, tu passerai
piacevolmente due ore, perchè non mi perdonerai se qualche altra avrai
spesa con essa meno piacevolmente? È forse la noia così estranea al
mondo che non trovisi, in piccola dose almeno, talora anche nelle
stanze dell’uomo più laborioso? In ogni modo mi saranno, io spero, più
indulgenti quelle classi che, per essere più agiate, più sono soggette
a questo male: e forse mi sarà più propizio quell’amabil sesso, le cui
fibre più dilicate, i cui nervi più sensitivi, fanno sì che più atto
sia a sentire anche le meno forti commozioni. Ora, se anche questo solo
scopo io raggiungessi, perchè non sarò pago?
CAPITOLO I.
LE ANTICHE MEMORIE
Sugli estremi confini della antica Martesana, terra non ignobile
nella storia Milanese per le ricordanze di antichissime città che ivi
sorgevano, e di cui già da tanti secoli più non rimane che il nome;
terra in cui visse un popolo guerriero che prese più volte parte alle
fazioni che desolarono la nostra cara patria; terra finalmente che quel
paese racchiude sì delizioso che la meraviglia forma dello straniero, e
le delizie del nazionale, voglio dire l’impareggiabile Brianza; sugli
estremi confini della antica Martesana giace il fertile territorio
detto il Piano d’Erba, di cui è capo luogo il borgo ragguardevole dello
stesso nome.
Celebri sono questi ed i vicini luoghi per grandi fatti nella storia
Milanese. Qui Federico I, quel barbaro distruttore della città nostra
con una grande caterva di popoli nostri vicini, avidi di portare coi
loro ferri ferite a chi nemici chiamavano ed eran loro fratelli, qui
Federico accorreva nella state dell’anno 1160 in soccorso del castello
di Carcano in cui teneva sua guarnigione, tutto speranzoso di mettere
in fuga i Milanesi che quello aveano cinto d’assedio. Ma in questi
luoghi l’orgogliosa possanza di quel superbo monarca venne fiaccata
dall’eroico coraggio de’ nostri concittadini. Ben egli combattendo
ferocemente aveva disordinate le schiere a lui opposte, era giunto al
Carroccio portante il sacro vessillo della città, l’aveva abbattuto, e
certo tenevasi della vittoria; ma d’altra parte le restanti sue genti
erano state fugate; ed egli, pure dovette mostrar le spalle a coloro
che già vinti e dispersi irreparabilmente reputava. E perchè fosse
compiuto il nostro trionfo, il giorno appresso furono da noi sconfitti
all’_Acqua Nera_ i Lodigiani e i Cremonesi, che viveri conducevano
al campo imperiale. Nei quali nobili fatti le popolazioni di Erba,
di Bucinigo, di Parravicino avendo presa attiva parte in favore de’
vincitori, egli è perciò che riconoscente in appresso la Repubblica
loro concesse molte esenzioni e privilegi che non poco contribuirono a
far fiorire quelle regioni.
Quindi è che assai di buon ora questi paesi presentavano
quell’incantevole aspetto che, ove natura con sue ridenti bellezze
all’industria si unisce, non manca mai di rallegrare gli animi
ispirando i più dolci pensieri. Quivi diffatti l’aere puro e sereno
maravigliosamente si accorda colla giocondità di un suolo tutto di
acque limpide, quali mobili quali in riposo, intersecato. Infatti
due piccioletti laghi colle onde loro tranquille o da lievi zefiri
increspate fanno vivo specchio ai vaghi colli che stanno intorno,
altri di viti altri di ombrose selve coperti; e sono questi i due
laghi di Alserio e di Pusiano, che uniti forse ad un terzo formarono
anticamente quel Eupili che Plinio ricorda. Guardando a settentrione,
monti alti e dirupi innalzano le loro selvose spalle, e le nude teste
scheggiose; fra i quali inoltrandoti una opposta scena ti si presenta
aspra ed orrida di nude balze; e di fianchi recentemente rovinati
delle montagne. Egli è sovra di uno di questi monti che, oggetto di
congetture per lo studioso della natura apresi nel marnoso sasso una
caverna assai profonda, detta il _Buco del Piombo_, nella quale l’uomo
avaro ricercò con assidua cura quel metallo per ottocento piedi entro
la montagna; se pure quel lungo andito non si formarono da sè le acque,
che, dai sovrapposti piani trapelate nelle viscere della montagna,
quivi per forza e con gran rovina si dischiusero un passaggio.
Ma se ameni e di bellezze particolari adorni sono questi luoghi ne’
tempi in che scriviamo, che sparsi di liete ville mostrano come la
tranquillità de’ campi è cara ancora al cittadino che fra il fasto
e il rumore della città passa la parte maggiore della sua vita, non
meno singolare e maestoso aspetto offrir doveano nel principio del
secolo a cui la nostra istoria si riferisce, io voglio dire il secolo
decimoquinto. Vedevansi allora, invece de’ piccoli e ridenti palazzi
de’ pacifici cittadini sorgere sull’erto de’ colli e alle radici delle
montagne le annerite mura dei feudali castelli, altri restaurati, altri
in rovina; castelli che raccolsero i più ricchi cittadini dopo che il
feroce Uraja ebbe distrutta la nostra patria, gli uomini uccidendo,
schiave concedendo le donne ai Borgognoni; i castelli abbandonati
allorchè, tornata florida Milano, divenne fra le città della Insubria
la più forte e prepotente; ma che ristaurarono poscia a gara i nobili
duranti le intestine discordie fra d’essi e il popolo; che cacciati
dalla città, risorta dopo la distruzione di Federico, speranzosi ivi
fortificavansi per tentare colla forza di ricuperare il poter loro. Nel
tempo di che parliamo adunque questi luoghi, pur ameni, presentavano
ovunque un aspetto severo di guerra: fortificati erano i villaggi
di mura alzate quando gli Ungheri, irrompendo sull’Italia, tutta di
stragi la empivano e di rapine; muniti di fortezze erano i borghi,
che bene spesso mostravano recenti tracce della guerra; Incino, per
esempio, di recente era caduto dall’antica sua grandezza, e mostrava
le rovine portatevi nel decimoterzo secolo dai Comaschi; fra i luoghi
dei dintorni il più forte era Erba, notabile per un ampio castello; e
fra i castelli feudali de’ signori o Guelfi o Ghibellini che sorgevano
all’intorno, sul colle di Parravicino notavi quello di Giovanni
Pusterla feroce Ghibellino, e presso la montagna ove il Buco del Piombo
si sprofonda quello, ancora più forte, detto il _Castello del Monte_,
che apparteneva a un signore della parte Guelfa.
Antonio Bianchi che nell’ultima metà del secolo XIV posseduto aveva
questo castello era stato testimonio di vicende ben importanti. Nato
sotto il governo mite e tranquillo dell’arcivescovo Giovanni Visconti,
avea veduta la città spogliarsi notevolmente dell’antica rozzezza
lasciata in eredità ai loro discendenti dai Goti e dai Longobardi;
dacchè, cominciata con Azzone una sì felice Rivoluzione, andava
progredendo per studio del buono arcivescovo, amico de’ dotti, fra i
quali ognuno sa che trovavasi lo stesso Francesco Petrarca che Giovanni
con ogni sorta di onori o preghiere trattenne presso di sè assegnandoli
una appartata abitazione. Ma egli è duro spettacolo vedere una ben
composta ajuola di un piccol giardino, piantata per mano industriosa,
guasta ad un tratto per la malvagità di un tristo fanciullo fatalmente
operoso; e questo è quello che accadde succedendo a Giovanni i tre
nipoti, Matteo, Bernabò e Galeazzo: ogni studio di lettere, ogni
bell’arte andò in obblio; il barbaro non amava che le armi, non spirava
che lascivia, non apprezzava che la caccia; ed i nobili non ancora
dirozzati (mentre è questa l’opera di lungo tempo) ben presto tornarono
ad una vita solo operosa in consimili occupazioni. Quindi, come molti
altri, ignorante e superstizioso, ma valoroso, crebbe il nostro Antonio
Bianchi; e perchè, tolta moglie, gli dava ombra la insaziabil libidine
di Bernabò, lasciata la città, venne a questo suo _Castello del Monte_,
e qui fra gli agi visse la miglior parte della sua vita.
Diffatti il rigore di Bernabò teneva in freno le furiose sette de’
Guelfi e de’ Ghibellini, che in altri tempi di molto sangue contaminato
aveano la Martesana; e il Bianchi, avendo al fianco una diletta
moglie, Agnese Bigli, che a bellezza non ordinaria candidissimi univa
i costumi, in un paese ridente, fra la piccola schiera di lieti amici,
fra i quali i più insigni erano il Castellano di Erba ed il Podestà, e
venivano appresso il Parroco di quel borgo ed il Guardiano del vicino
convento di S. Francesco, in cacce, in giuochi, in passeggi menando la
propria vita, da principio egli stesso la trovava felice. Ma l’uomo,
sempre poco conto facendo dei beni che possede corre a invidiar
quelli che ancora gli mancano forse pel suo migliore; e ciò avvenne
anche del nostro Antonio. Egli nel suo segreto si affliggea per non
avere un erede di sue ricchezze, un figliuolo in cui rivivere vedesse
sè medesimo; ma quando otto anni appresso egli l’ebbe se ne dovette
rammaricare, perchè la nascita di quel sospirato bambino a cui il padre
volle il nome imporre di Fortunato, la morte fu della dolcissima Agnese
e la cagione della più fiera afflizione pel superstite suo genitore. —
Misero bambinello! egli sclamava, fissando con dolore sul figlioletto
gli occhi di lagrime impregnati, la cagione infelice, tu fosti, o
povero innocente, che io perdessi una compagna che solo fra gli angeli
può avere sua eguale; tu del latte mancherai di quel casto seno che
per te cessò di palpitare; ahi meschino, tu per sempre mancherai delle
carezze della più tenera fra le madri!
Pure il tempo, che sana ogni maggior piaga, portò alcun balsamo anche
nell’animo del desolato padre. Già il fanciullino snodava l’infantil
lingua a formare quel dolce nome di babbo che tanto è possente
sul cuore ancora più rozzo; e il padre in vedendolo crescere tutto
vezzi dimenticava a poco a poco il profondo dolore che il cuore gli
consumava: gli anni già trascorrono per lui con volo assai rapido;
il garzoncello cresce destro nel trattar le armi, nel cacciare fra
le selve; l’età delle illusioni e degli amori per lui è giunta;
la prepotente natura a congiungersi il traeva con una fanciulla di
amabili costumi da lui veduta in una delle gite che frequenti faceva a
Milano; ma approvato il genial nodo dal genitore, di repente ecco lo
spezza colei che ad ogni affetto è sorda e inesorabile: cade infermo
l’infelice per ardente febbre, e in pochi giorni viene tronca quella
preziosa vita a cui quella si atteneva del genitore.
Privo di ogni persona che strettamente gli appartenga, in una età che
declina verso la vecchiezza, un uomo ancora può fornire al cuor suo
piaceri ineffabili colla beneficenza che assomiglia le creature al
creatore. Ma queste delizie delle anime più nobili e gentili non le
sapea immaginare il nostro rozzo Antonio, che, avendo un cuore fatto
per sentir fortemente, ora altro non facea che darsi in preda alla più
cupa misantropia. Dopo quell’ultimo colpo fatale che di ogni oggetto
per lui cambiava in negro l’aspetto, egli, ogni consorzio ricusando,
solitario se ne vivea accumulando i prodotti delle sue ricchezze, e non
distribuendone che alle chiese ed ai conventi, perchè pregassero pace a
quelle anime alle quali solo volgevansi tutte le sue ricordanze, i suoi
pensieri. Fu ancora tentato di vestir rozza tunica ed entrare in un
convento; ma l’idea di dover con altri uomini convivere ne lo distolse;
appena permetteva che di quando in quando un unico suo fratello lo
visitasse, Guglielmo Bianchi; il figliuolo di questo però, il giovine
Arrigo, giammai non compariva agli occhi suoi; perchè enorme allora si
sarebbe fatto il dolore di Antonio alla rimembranza, in vedendo lui,
dell’infelice suo figlio.
Frattanto nel 1402, terminava la sua vita Giovanni Galeazzo primo
duca di Milano, che succeduto allo zio Bernabò, da lui imprigionato,
illustrava il suo regno proteggendo le arti e le lettere, dilatando
colle armi e coll’astuzia il proprio stato, ma opprimeva i suoi sudditi
con enormi gabelle. Il suo successore Giovanni Maria essendo ancora in
fanciullesca età, sotto una Reggenza composta di membri fra di loro
discordi, risorgevano le antiche sette de’ Guelfi e de’ Ghibellini,
ed i disordini e le sanguinose risse così in Milano ricominciavano che
nelle città da essa dipendenti, ove erigevansi varj tiranni; ed anche
la Martesana ferocemente partecipava a que’ furori. Il prepotente
Giovanni Pusterla, alzando il capo, molte soverchierie commetteva
contro i suoi vicini; molti altri ancora ingiurie commettevano che con
altre erano vendicate; e per sopraggiunta venne il furore della guerra
e armate squadre si videro contendere ai ducali Erba e il suo forte
castello. Per colmo de’ mali poi una banda di fuorusciti si stabiliva
nel Buco del Piombo, e, guidata da un capo terribile, ai già desolati
paesi portava nuovo flagello. Ogni traccia di buon governo fra tanto
disordine dispariva: del castello di Erba erano signori i Rusconi, nè
si curavan del resto, perchè solo attendevano a fortificarsi.
Allora un lampo dell’antica energia nel Bianchi si sviluppò: assoldò un
capitano Boemo, di cui non ci rimase il nome, e quindici altri soldati
in difesa propria e del suo castello: nessuno offendeva; ma ai male
intenzionati ispirava timore; egli per altro per schivare contrasti,
lasciava che impunemente il prepotente Pusterla cacciasse ne’ proprj
boschi; ed ancora dava qualche somma ai banditi del Buco del Piombo
che gliene facevano richiesta. Ma questo ultimo atto della antica sua
energia era lo splendore di una lampada che sta per ispegnersi, poichè
difatti due anni dopo egli morì, lasciando i proprj beni all’unico suo
nipote Arrigo Bianchi, di cui a lungo noi dovremo parlare in questo
racconto.
CAPITOLO II.
LA SORPRESA
Gridi ciascuno a sua posta: per me non trovo nulla di sconveniente sul
bel principio del mio racconto, condurre il mio lettore in una taverna.
Oltrechè quest’è uno degli asili della gioja (e così scarsa è la gioja
nella vita che ovunque essa si trovi può meritare buon viso), poichè
infra i bicchieri il buon umore nasce, il cuore si rallegra, e siccome
i corpi coll’urto, così gli animi, contrastando colle parole, che il
vino cresce, piacevolmente si riscaldano; oltre questi grandi vantaggi,
l’osteria è luogo opportuno per istudiare il carattere degli uomini,
cui il poter di Bacco spoglia di ogni veste che i difetti ne ricopra;
ed anche ponnosi in essa scoprire importanti segreti, che quivi fra la
gioja ispirata dal vino vengono a galla, siccome appunto accade della
spuma di quello spiritoso liquore. Quindi venga, venga pur meco ove non
sdegna porre il piede il filosofo indagatore, venga meco il benevol mio
lettore, ancora la bella e schifa giovane sposa o fanciulla che questo
racconto avesse per le mani, vengano, dico, nel tempio ove si rende
festosamente ragione al merito del buon Noè, che scampato dalle acque
volle pure scamparne le generazioni venture.
Egli è nell’osteria di Parravicino che ci conviene entrare. Noi udirem
quivi i discorsi e alcune gesta di certi personaggi che avranno qualche
parte nella nostra istoria, e che sarà bene far conoscere fin da
principio. L’oste, padrone della taverna, era un uomo di umore giulivo
verso tutti coloro de’ suoi avventori che aveano buona borsa, burbero
con coloro che avessero voluto dare delle promesse; egli soleva dire
che un soldo non valutava tutte le parole del mondo: e perchè il paese,
siccome abbiamo detto, assai prosperava pei privilegi che da tanto
tempo godeva, il buon uomo avea di assai accresciuto il suo patrimonio,
che di già pingue gli era pervenuto dal padre, rammentato ancora dai
bevitori ottuagenari del paese. Vivea per altro il nostro Antonio
Trivella (tale era il nome dell’oste) sul piede de’ suoi antenati, e
sottilmente. Ma egli non avea che un sol figlio, ed era appunto per
festeggiare le prossime nozze di costui che ad alcuni de’ suoi futuri
parenti e loro amici, contro il suo uso, avea imbandita, la sera in
cui noi lo visitiamo, una abbondante cena. Ad essa partecipava Giorgio
Tanaglia, falconiere nel castello di Giovanni Pusterla, e futuro zio
dello sposo, con altri tre o quattro famigliari dello stesso Castello.
Ma lo zio futuro di Carlotto (quest’era il figlio dell’oste) era
quello che più meritava l’attenzione. Esso era un uomo che potea avere
cinquant’anni, grande e ben fatto della persona, e che non offeriva in
sè l’esempio di quella pinguezza che attesta un carattere inattivo e
poco energico. Due occhi assai vivaci e nerissimi, capegli pur neri,
ed una certa barba ricciuta, davano spicco a’ suoi lineamenti, duri
sì, ma che peraltro nulla teneano di fierezza. Egli era non pure il
falconiere, ma ancora il canattiere e il primario personaggio della
famiglia del già menzionato Giovanni Pusterla; ma non sempre era stato
occupato nella cura de’ falchi e degli astori, o de’ cani e delle altre
cose risguardanti la caccia; egli avea in varie occasioni impugnato
anche la spada, e, tenendo dietro al suo signore, aveva avuto parte in
scene assai sanguinose.
Fu appunto dopo che si furono vuotati alquanti fiaschi che l’umore
guerriero del nostro Giorgio Tanaglia si manifestò: «Carlotto, figliuol
mio, egli diceva allora al futuro suo nipote, io ti do una figliuola
che è una colomba, sebbene in custodia di un falco che seppe un
giorno drizzar ben alto le sue penne. Oh se mi avessi veduto nel 1403,
allorchè sul principio del governo dell’attuale duca, cominciarono in
Milano ad alzar la testa i Ghibellini: tu avresti allora conosciuto
Giorgio il falconiere. Di que’ giorni io era vestito tutto da capo
a piè di una maglia lucente, e guidava, sotto gli ordini del signor
Giovanni, le genti del Castello. Si era vuotata l’armeria: tutti coloro
che poteano portar le armi le aveano indossate.»
«Allora la duchessa madre proteggeva il Barbavara, suo amante e primo
ministro; e questo era in odio a tutti gli altri membri della reggenza:
egli era Guelfo; i Ghibellini non potevano soffrirlo.»
«Adunque concertati fra di loro questi grandi vestirono la divisa del
loro partito, voglio dire la croce rossa, e messisi in arme, dopo aver
mandati alcuni per la città armati gridando _Abbasso il Barbavara_, e
ciò per alcuni giorni, e la duchessa non cedendo, una bella mattina che
tutta di armi risuonava la Porta Ticinese, ove è il nerbo del partito,
ci avanziamo (eravamo forse diecimila) verso il castello di Porta
Giovia, ove era la duchessa col Barbavara. Quivi con grida spaventose
si chiedeva che fosse bandito il ministro odiato: e la duchessa, dopo
aver resistito un poco, dovette pur cedere a licenziare quel ribaldo.»
— Voi dunque vi siete impadronito del castello? — domandò Carlotto che
era il più giovine della brigata.
— No, figliuol mio, per allora non si menarono le mani; ma si menarono
poco appresso. I Guelfi si credettero più che mai offesi nella persona
del Barbavara, che era del lor partito: deboli però assai come erano,
e paurosi, non ardirono allora mostrare la fronte; ma si prepararono
a covare il fuoco sotto la cenere. Fecero delle leghe, si accordarono
coi Guelfi di fuori della città: come furono grossi cominciarono
a mostrarsi armati per le strade e ad insultare i Ghibellini,
cominciarono sanguinose zuffe, nè passava giorno che non si menassero
le mani. Il duca non si contava per niente: la duchessa non pensava
più che al suo Barbavara, che più non le stava al fianco: tutto era una
confusione orribile. Di quei dì noi saccheggiammo molte case, e vorrei
non fosse più finito quel buon tempo, che ho fatto de’ buoni danari.»
«Pur i Guelfi pensavano a fare un ultimo sforzo. Ben vedevano che se
con un colpo ardito non riuscivano a trionfare, stati sarebbero da noi
consumati alla spicciolata. A forza di intrighi essi mettono infine
nel lor partito i Rusconi, che allora stavano in Desio, ancora il
signor di Vignate, che si era fatto padrone di Lodi — giacchè di già le
città principali del ducato si erano tolte dal dominio della Reggenza.
Primo a entrar in Milano fu il Rusconi ed avea seco una forte mano di
genti: il signor di Vignate dovea venire nello stesso giorno, ma non
compariva: i Guelfi che voleano trar vantaggio da una sorpresa, poichè
la cosa era stata fino allora maneggiata con grande segretezza, non
credettero bene indugiare per aspettar i Lodigiani; alzando dunque
all’arrivo del Rusconi il lor grido, _Guelfi, Guelfi, Croce Bianca!_
vengono avanti pieni di ardimento e confidenza verso la Porta Ticinese,
a cercare le _Croci Rosse_, così chiamavansi i Ghibellini. Ma un
sentore ne era fra noi trapelato. I Ghibellini furono tosto in armi;
e vennero fuori grossi ed in gran furia: il furore che ci animava in
quel giorno non è possibile esprimerlo con parole. Al _Malcantone_ fu
che si incontrarono i Guelfi. Questo nome ora assai bene è conosciuto,
prima di allora però quel luogo non avea nessun nome: quivi ebbe
luogo una mischia spaventosa: e fu perciò che venne così denominato.
Bisognava vedere il signor Giovanni Pusterla, che demonio in quella
circostanza! Ma nemmen io non mi mostrai una gallina; più di cinque
ne mandai all’inferno. Oh che furia fu quella mai! I Guelfi infine
dovettero partire colla testa rotta, e rotta in modo che più non la
poterono accomodare: arrivò finalmente il signor di Vignate, ma non fu
più in tempo: sentì il fatto, crollò il capo, e per la stessa strada
per cui era giunto partì. I Guelfi, dopo quel giorno, sfrattarono
ancora quasi tutti da Milano. Non ve ne sarebbe restato un solo, se il
duca non li avesse sempre protetti. — Ma la corte è tutta per essi. —
Da quel giorno in poi però non vi fu più pace pei Guelfi. Dappertutto
furono più o meno perseguitati dai Ghibellini; e non è già qui solo in
Erba che sieno succedute delle scene sanguinose. Fu allora che venne
composto il brindisi che ora voglio che ripetiamo.»
Il buon falconiere nel narrare le sue passate avventure si era andato
sempre più riscaldando, ma pure non lo avea fatto tutto di un fiato;
di quando in quando aveva anzi avuta cura, quasi per premio della sua
bravura, di inalbarsi la gola del vino che, sebbene senza interesse
di scotto, non avea per altro in quell’occasione lasciato mancare il
futuro suo parente; i colori del suo viso si erano maravigliosamente
ravvivati in ragion diretta del numero delle sue libazioni. Ora empiuta
nuovamente la enorme sua tazza, alzossi in piedi, ed in tuono metà
declamatorio metà di canto, così solennemente spacciò il suo brindisi
ghibellino:
Sovra ogni altro liquore
Oh quanto il vin più vale
Esso rallegra il cuore
Del misero mortale!
È d’ogni idea vivace
Esso l’autor più esperto,
E rende l’uom loquace,
E ne fa il cuore aperto.
Dunque fra amiche schiere
Giammai non abbia bando.
Qual v’è maggior piacere
Che viver tracannando?
Ma quanto in pregio eccede
A ogni bevanda il vino,
Tanto di valor cede
Il Guelfo al Ghibellino.
Non aveva però terminato di proferire queste parole, quando di tratto
i battenti della stanza si spalancarono, e sulla porta apparve
un personaggio tutto di una nera armatura coperto: avea calata la
visiera, sull’elmo per cimiero un contorto dragone spiegava le sue ali
membranose, in mano tenea un’arme d’ignoto lavoro.
A quella vista, quasi colpiti da una fatale apparizione tutti coloro
che trovavansi assisi alla tavola, impallidirono, e lo stesso
falconiere perdette la porpora che il viso in quell’istante gli
coloriva: alle armi, agli altri distintivi, da tutti fu conosciuto il
personaggio che immobile e silenzioso, ma in atto minaccevole, si offrì
loro, seguito da due altri armati sulla soglia di quella porta.
— È il Re della rupe, il Guerrier Nero, — sclamò il falconiere
riavutosi un poco del primo spavento o stupore: — Antonio Trivella
chiedetegli che cosa voglia.
Antonio Trivella, l’oste, uomo non del tutto pusillanime, ma che però
per elezione cercava a schivare i pericoli, parve avesse tanto di
freddezza conservato da intendere l’esortazione del falconiere. Egli
cavossi la berretta, si alzò, e, vôlto all’incognito personaggio così
gli disse: — Signore, se voi siete, come non vi è dubbio, il capo di
coloro che abitano nella caverna del Piombo, io sono qui per fare il
voler vostro, ove vi piaccia di comandarmi. Ma non vogliate rovinarmi;
io sono un pover’uomo, e sebbene alcuni mi credan ghibellino, pure son
Guelfo fino a’ capegli: lo dico perchè so che ai Guelfi non volete
male. Non già che io mi rifiuti di darvi quello che potrò. Non dico
niente di ciò...! Vi sono tanti signori ghib...
— Basta!... Meno ciarle, che io vi conosco: sborsatemi ventiquattro
fiorini d’oro: e badate bene, il rifiuto vi costerebbe la vita.
— Il cielo mi salvi! Ma ventiquattro fiorini d’oro... un povero
diavolo..., dove prenderli?...
— Io manderò un tal diavolo a prenderli all’inferno, — replicò con
adirata voce il Guerrier Nero; e così dicendo impugnava l’arme sua
terribile alla quale in gran parte attribuir dovessi il terrore
straordinario che di sè incuteva: era una arme da fuoco che
potea maneggiarsi; ed a que’ tempi non ancora conosciuto era il
perfezionamento di queste armi, ed appena usavansi negli assedj delle
pesantissime bombarde.
— Fermate, signore, — disse il Falconiere; — e voi, a che fate
resistenza, Antonio? non sapete che contro quelle armi non vale la
forza.
L’oste parve persuaso; partì dalla sala, tornò, numerò sovra il banco
le monete richieste, e che col cuore lacerato dovea da sè partire; e
porgendole ad uno de’ due armati che stavano dietro al Guerrier Nero
che stese una mano, disse: «Vergine santa... ecco fatto a vostro modo.»
Lo sconosciuto nulla replicò; ma alzando il capo in modo imperioso:
— Nessuno di voi ardisca uscire, — disse alla brigata che trovavasi
nella camera, — finchè non sia trascorsa mezz’ora. Poco valuterebbe la
vita chi si attentasse di rompere un tal divieto. — Ciò detto, diede
un passo indietro; e i due che lo seguivano chiusero i battenti della
porta. Un silenzio di confusione per un istante regnò nella sala.
Ma questo venne ben tosto interrotto. — Poffare il mondo! — sclamò
il falconiere, in cui gli spiriti che poc’anzi lo animavano per le
sue frequenti libazioni, rimontarono al cerebro un istante dopo, e
vi richiamarono in tutta luce le ricordanze de’ suoi antichi fatti,
rianimandovi quel valore che veramente in lui non era spento; — Poter
del mondo, in mia presenza una tal scena! Ma io non avea le armi in
pronto, ed anche non so nemmen io come tanto stupido m’abbia reso
colui. Ma non son uomo se non lo inseguo. Accada ciò che accader vuole,
non voglio che si dica esser io un poltrone. Animo, figliuoli, chi vien
meco? Sono tre; noi siamo sette che possiamo maneggiar bene come essi
le nostre armi. Or via, mano alle balestre ed usciamo: chi sa che non
la liberiamo noi la Pieve[3] di questo flagello? Carlotto, figliuol
mio, un giovine che prende moglie, ai nostri tempi non deve essere
un poltrone; altrimenti la prenderà per gli altri; ed avrà una corona
tremenda. E voi Andrea non è la prima volta che ponete mano alle armi.
Sotto il padron nostro tutti sanno bene un tal mestiere. Via, Antonio,
venite con noi: si sa che ai tempi vostri sapeste fare delle belle
smargiasserie. Orsù, chi mi seguirà?
— Per me sono qua, — disse il giovine Carlotto, che era un bravo, — e
non ho paura.
— Anch’io non dico di no: voler ventiquattro fiorini d’oro, tanto quasi
ne bastavano per l’acquisto del vino per una stagione! — soggiunse
l’oste.
— E io son qui anch’io, — dissero un terzo, un quarto e un quinto.
Andrea il giardiniere del castello Pusterla si alzò, crollò la testa in
modo goffo, ma ponendo mano alla sua balestra che era in un canto con
quella de’ suoi compagni (mentre in quel tempo di anarchia preferivasi
sempre l’andare armati), mostrò di essere pronto anch’egli, e tutti
si raggrupparono come sotto gli ordini del falconiere ed uscirono alla
campagna.
Taciturni e in buon ordine, e solo tanto distanti l’uno dall’altro
da potersi agevolmente all’uopo recar soccorso, si avanzavano a lungo
passo e spesso verso di una boscaglia che dall’albergo non era distante
più di un mezzo miglio, e per la quale si andava al monte ove aprivasi
lo speco, asilo de’ fuorusciti, il cui capo ora intrecciavano. — Se
lo troviamo, — diceva il falconiere, — l’arma sua tremenda da fuoco
colpirà indarno, e prima ch’egli scagli un altro colpo, noi gli saremo
addosso; e con armi pari non temo di azzuffarmi con Satanasso. — Io per
altro, — disse l’oste qualche tempo dopo, comincio a pensare che sono
un pazzo in pormi in quest’impegno. Alla fine ventiquattro fiorini si
possono ancor riguadagnare: ma se io ci lascio la pelle, questa nessuno
me la ridonerà. Giorgio, fate a modo mio, torniamo all’albergo.
— Voi non mi conoscete, Antonio: io non torno mai indietro: S. Giorgio
era un santo guerriero. Ma voi siete il padrone di voi stesso, fate ciò
che vi aggrada: ancora poco ajuto ci potete dare colla paura che or vi
nasce; fate dunque quello che il cuor v’ispira.
— Non è paura, non è paura, è prudenza, è prudenza! Che del resto sa
il cielo se non sarei capace, anche vecchio... Ma è pur meglio che io
ritorni nell’albergo; sonvi molte cose ancora a fare; va a fidarti de’
tuoi garzoni! Addio: nel ritorno tornate dentro, che vi disporrò un
fiaschetto che vi scacci d’addosso l’umidità. Già non farete niente,
ma, se uccidete il Guerrier Nero, voglio che facciamo una bella
festa... Ventiquattro fiorini!
Nel mentre così, come sempre succede, l’interesse parziale cominciava
a smembrare quella lega, ed ecco che sembra al falconiere scorgere
alcuno degli aggressori di già vicinissimo ad entrar nella foresta,
che più non era lontana che un tiro di balestra. Egli scarica la sua
balestra, e nel tempo stesso sono scaricate quelle del giovine Carlo
e di Andrea che gli stavano, l’uno a destra, l’altro a sinistra; a
qualche distanza. Ma non parve che alcuna freccia colpisse a segno, e
non comparve alcun colpo di rimando.
— Dio mi salvi, — disse Andrea; — è forse l’anima di Mariano che va
a trovare la Femina, come dicono. Falconiere, per me non muovo più un
passo in là; io contro i morti non combatto.
I tre altri villani del castello di Pusterla, che udirono il
ragionamento di Andrea, giurarono essi pure che nè essi intendevano di
più altro seguirlo. — Falconiere, — dissero, — contro gli uomini siamo
qui, ma contro gli spiriti, il ciel ne salvi, non vogliamo combattere.
Se fosse stato un uomo di carne, le vostre frecce lo avrebbero colpito:
esse andarono troppo dritte verso di lui.
— Vili poltroni! — sclamò il Falconiere: — sciocchi, ignoranti! Io fui
bene una bestia credendo col vostro aiuto poter tentare qualche onorata
impresa: ma è fiato perduto il rampognarvi: la volpe cangia il pelo
ma non il mal vezzo! Fate pure quello che vi ispira la vostra codarda
paura, bestie malnate; che per me non mi resterò finchè non abbia
perduto ogni speranza di scaricar un’altra volta più utilmente la mia
balestra.
— Ed io pure vi accompagnerò, — disse il giovine Carlotto. Essi
si avanzarono diffatti uniti e taciturni, si misero nel bosco, e
penetrarono nel più profondo di esso, sperando sempre, siccome la
foga sconsigliata della loro ardita natura li consigliava, di trovare
alcuno de’ loro nemici. Se un consiglio di giusta prudenza sorgeva nel
loro petto a rimproverarli della loro soverchia audacia, la tema di
mostrar l’uno all’altro viltà tacer facealo. Così molti sono sembrati
inaccessibili alla paura. Essi fecero un lungo giro; giunsero ancora
ad una piazzetta e ad una cappella che erano oggetto di terrore per
quasi tutti gli abitanti de’ contorni, e dove era voce ricomparissero
degli spiriti a cui si era alluso da Andrea e da’ suoi colleghi: nulla
videro. La luna, che allora era uscita da una nube che ne velava poco
prima il disco luminoso, percotendo col suo candido raggio quell’ermo
luogo e quella cappella ne rendeva l’aspetto melanconico, ma pieno
di novella bellezza. Il silenzio che ivi regnava, il fremere di un
venticello fra le frondi, le pareti rovinose di quel piccolo gotico
edifizio che riflettevano il raggio del notturno astro, tutto spirava
una simpatica melanconia, assai conforme alle idee che la storia di
quel luogo era atta a risvegliare. Ma i nostri due personaggi ad altro
pensavano. Si fermarono un istante sulla piazzetta; guardarono intorno;
ed il falconiere disse: — Or che si fa? Essi di già si sono dilungati e
noi buttiamo il tempo e la fatica volendoli inseguire.
— Torniamo adunque, — disse Carlo, che pensava alla sua bella Lucia, e
non avea voglia di lasciare l’immaginata sua felicità per dar la vita
combattendo un demonio così terribile qual era reputato comunemente
il Guerrier Nero. Lentamente quindi, di ritorno, incamminaronsi
all’albergo; e quivi narrarono agli altri l’infruttuosa loro
spedizione.
CAPITOLO III.
IL SEGRETO
Arrigo Bianchi, il possessore del Castello del Monte dopo la subitanea
morte di Antonio Bianchi, di cui abbiamo da principio esposto la
dolente istoria, Arrigo già da alcuni giorni facea dimora nel forte
castello ereditato dallo zio; e la mattina che tenne dietro agli
avvenimenti da noi riferiti nel capitolo antecedente, con tre suoi
compagni, usciva per fare un giro cacciando ne’ suoi boschi, ove le
lepri e i caprioli ben di rado erano stati per l’addietro disturbati
dal signore di quelle terre.
Era la caccia uno de’ divertimenti più favoriti de’ nobili di que’
tempi, ed in essa la gioventù passava le ore allorchè le civili
guerre o le esterne non la tenevano occupata sotto le armi. Arrigo
per altro, in ciò discostandosi dall’usanza comune, a questa non avea
volte esclusivamente le sue cure. L’anima sua elevata più gradevoli
ancora rendeva agli occhi suoi altre occupazioni: la sua mano con una
maestria impareggiabile scorreva sulle corde di un liuto; la sua voce
al canto soavemente modulavasi; i suoi immaginosi pensieri dettavangli
d’improvviso carmi al labbro, e questo al suono gli accordava delle
scosse corde. Bello della persona, di statura alta, di lineamenti
gentili e pieni di nobiltà, con due splendenti occhi azzurri ed una
bionda chioma innanellata, allorchè sedendo sotto un albero a qualche
immaginoso concetto la mente e il canto egli apriva, bene rassomigliar
lo avrebbe potuto uno de’ nostri classici poeti allo stesso fratello di
Diana che de’ suoi dolci accenti fa risuonare le vette dell’Elicona.
Non egli per altro ad alcuno de’ suoi coetanei cedea nel pregio del
trattar le armi. Venti volte avea riportati i primi premii in solenni
giostre ed in tornei, la sua destrezza ne’ giuochi allora in uso
era stata notata da molte belle che segretamente riscaldare par lui
sentironsi di onesta fiamma il cuore sensitivo e con applausi gli
dieder lode. Caro a tutti, avea anche vissuto durante la sua prima
gioventù alla corte del duca di Milano, e quivi la stima si era
guadagnata de’ più distinti personaggi. Ma egli avea di poi lasciata
la corte, aborrendo i delitti che la contaminavano, e le malvage
inclinazioni del duca Giovanni Maria; egli avea preferito una vita
oscura, confuso fra tutti gli altri del suo partito allora caduto
in grande avvilimento, a uno splendore o sconvenevole o obbrobrioso.
Rimasto privo del padre, siccome perduto avea assai di buon’ora una
madre diletta, egli, lasciata la città, era passato a Como presso ai
Rusconi, che quivi dominavano, ed ai quali la sua famiglia per antica
amicizia era assai stretta.
Più tardi avendo Facino Cane, condottiero delle armi ducali e
protettore de’ ghibellini, conquistato Canturio su Giovanni Carlo
Visconti; e mirando a più alte imprese essendo divenuto più mite verso
i Guelfi oppressi, mentre nella riunione sola dei partiti egli sembrava
voler porre le fondamenta di quelle nuove glorie cui aspirava, grandi
feste essendosi date in Milano nell’occasione di quell’acquisto,
fuochi, tornei, e giuochi di ogni sorta, Arrigo fu tentato di tornare
fra le mura della sua patria per prender parte egli pure a que’ nobili
esercizi, e vi tornò difatti; nè fu senza sua gran lode che scese a
giostrar coi più prodi cavalieri, che in quell’aringo ai presentarono.
Ma dopo quel giorno egli parve cadere in una profonda mestizia. Quel
leggiadro giovine giostratore che nell’ultimo torneo meritato si era
l’attenzione e gli applausi di più di una bella, dopo quel giorno
non parte più che un uomo consunto da un affanno quanto più secreto,
tanto più pungente. Di quel tempo poi, essendogli morto lo zio, egli
risolvette abbandonando la città, con due de’ suoi amici portarsi al
Castello di recente ereditato, forse per cercare colà distrazione
alle sue cure segrete ed angosciose, forse per tornare a menar la
vita in terra posta sotto la giurisdizione dei Rusconi, mentre questi
signori dominavano allora, come si è detto, in Erba, di cui coll’armi
acquistato aveano il castello.
Dei due compagni che l’aveano accompagnato, Azzo Trivulzio il più
attempato era giovine di matura età, avea fattezze dure e risentite, ma
animo bravo e generoso; sembrava il tipo dei prodi di quel tempo, ma un
cuore avea forte nell’amicizia. Questa virtù sorge vigorosa ne’ tempi
calamitosi ponendo radice negli animi virtuosi, e grande s’era fatta
in quelli di Azzo e di Arrigo. Ma più impetuoso Azzo, più prontamente
l’animo suo correva alla vendetta a que’ tempi reputata l’immediata
conseguenza dell’offesa, la sua mano alla spada che era stimata il
sommo dei diritti. Ancora assai più rozzo e duro egli era ne’ suoi
modi, schietti però e sinceri. — Antonio Carcano, al contrario, il
secondo de’ compagni di Arrigo, e di recente postosegli al fianco, era
bel giovine, ed avea lineamenti piuttosto femminili, avea nell’abito
una ricercatezza che negli altri non notavasi, era spiritoso, ma vile;
ed avea mille altri difettuzzi, dei quali parte hanno con lui comune
tutti i parassiti alla cui classe apparteneva: era cioè adulatore,
millantatore, dotato di grande volubilità; era inoltre tanto poco
leale, quanto lieto e festivo; il suo carattere meglio ci faranno
conoscere le azioni che di lui avremo a riferire.
Ora questi tre compagni, deposti i ricchi abiti che allora erano
in uso, giustacuori di drappo serico guerniti di ricchi ricami,
calzoni a due colori, e berretti da piume sormontati, e muniti
invece di giacco soppanno siccome la condizione de’ tempi bellicosi
richiedeva, e di sopra vestito uno schietto abito verde da caccia,
colle loro spade al fianco ed in ispalla le loro balestre, preceduti
dal boemo Capitano capo della guarnigione del castello, che tuttavia
continuava a restarvi, moveano la mattina di cui parliamo pei boschi
che distendevansi sulla montagna, così per riconoscere il paese come
nel tempo stesso, se l’occasione si presentasse, per dare la morte a
qualche capriolo od a qualche altro quadrupede o alato abitatore della
foresta.
Ma Arrigo, taciturno procedendo, dava chiaro indizio che nè il
mutamento dell’aria, nè i nuovi oggetti circostanti, dissipato avea
la sua profonda mestizia. Egli di quando in quando in sè rinveniva,
e trattenevasi coi due suoi compagni; ma poi ricadeva nel primiero
silenzio, e muto procedeva per lungo tratto. Fu appunto rompendo uno di
questi mesti intervalli che il Carcano a lui vôlto così gli disse.
— Via Arrigo, se io indovino qual diavolo la lingua vi annodi, avrete
voi la generosità di confessarmi che ho colpito nel segno? Voi sapete
che io sono un abile tiratore: volete che io mi provi?
— Un abile tiratore! questo è ciò che ancora non ho imparato a
conoscere, e che oggi si potrà vedere. Ma la tua curiosità, Antonio, un
giorno ti farà schiantare. Or via, di’ su, sentiamo gli oracoli del tuo
cervello balzano; e se indovini, chi sa ch’io non ne convenga.
— Ebbene, giacchè parlate di oracoli, sentite bene questo; che, come
un oracolo, in una sola parola io ve la dirò la cagione che vi fa
camminare così distratto, sicchè sembra non abbiate più lingua che un
gallo di montagna. Voi siete IN-NA MO-RA-TO!!!
Ad Arrigo di repente si imporporarono le gote, e veramente, quel
restringimento del cuore, che tanto sangue mandava al viso parve
annunziare che il nostro indovino côlto avesse, come egli avea
promesso, nel segno. Pur egli nulla disse.
— Eh via convenitene, Arrigo, — riprese il Carcano, — Azzo che da
tanti anni vi sta al fianco, detto avrebbe che voi state meditando una
vendetta; io m’ho migliori occhi in questi affari, e conosco i sintomi
della malattia. Io vi ho udito più d’una volta sospirare nella vostra
camera....
— Corpo di Satanasso! Antonio, verresti tu ad origliare alle portiere!
— sclamò Arrigo con impazienza.
— Ecco come fate voi altri! Subito prendete fuoco. No no, solo per
caso io vi ho udito mettere de’ sospiri che un mantice non ne avrebbe
mandati fuori di più sonori; ed ho sentito qualche tronca parola che
non sembrava dettata dallo sdegno; e che so... Inoltre voi, tempo
fa, eravate sempre pronto a tributar omaggio alla bellezza, sotto
qual siasi panni la incontraste: ora vi passano innanzi le più belle
contadine, senza che neppure mi diciate: «Carcano, ti piace quella?»
Ergo, io conchiudo e stringo l’argomento che quell’amore malizioso che
voi cantando sì di sovente nominate crudo e onnipossente, ora a voi
pure provato abbia la sua onnipotenza, e forse anche la sua crudeltà;
sebbene a dir il vero, non saprei indovinare chi sia la dama de’ vostri
pensieri, mentre conviene bene che sia cosa del tutto celeste, se non
si vede, se non si sente, se, come l’aria, non cade sotto i nostri
sensi.
— Eh via, Carcano, voi siete un pazzo! Ma no; io vi promisi di
convenire se colpivate nel segno, ed io non ho motivo per tacere a due
amici la stranezza di un amore che mi ha conquiso. Sappiate dunque che
durante le ultime feste tenute in Milano, ed a cui io presi parte, una
rara beltà che io vidi presso l’illustre Beatrice Tenda colpimmi sì
fattamente i sensi de l’intelletto che da quel punto l’immagine di lei
non ho saputo più spiccarmi dalla mente. Esser deve quella una qualche
ghibellina, ma il di lei nome non ho potuto rilevarlo; nè più io la
rividi. Ed io sperava che questa mia strana fiamma a poco a poco avesse
a scemare col tempo e fra i sollazzi della campagna; ma io confessar lo
deggio, sin ora anzi più andò crescendo nel mio petto, e di giorno in
giorno, alimentata da’ miei pensieri vi si fa grande.
— Eh! via Arrigo, — disse Azzo; — voi ci corbellate: di queste
avventure potete narrarcene nelle vostre canzoni, ma non darci a
credere, vi abbiate voi parte con animo riposato. Tanto sarebbe far
all’amore colla luna, che il voler amare chi non si conosce, peggio
assai poi la figlia di un Ghibellino.
— Io mi proposi, già ve lo dissi io stesso, di risanare il mio cuore
da questa piaga. È un pazzo chi si consuma dietro un amore allorquando
questo non può avere esito felice; ma sì presto dalla amorosa piaga
l’uom non guarisce. Or via di ciò più non parliamone. Ecco il nostro
bravo capitano che si è fermato ad aspettarci! — soggiunse con una
forzata ilarità. — Domandiamogli delle particolarità intorno a questi
banditi, che si fortificarono nella caverna che sta sopra di questo
monte.
Il personaggio di cui egli parlava diffatti si era fermato per
aspettarli; ed a loro rivolto mostrava le sue fattezze che lo rendevano
assai rimarchevole. Era egli uomo di avanzata età; avea mezzana
statura; e i suoi lineamenti, piuttosto duri, non si mostravano animati
che da un colore vermiglio che colorivali, e che dava spicco a due
occhi grigi e vivaci, che sprofondati sotto due folti sopraccigli
spesso si moveano. I suoi capegli già cospersi si mostravano di neve;
la fronte sua tappezzata di porpora, il suo naso pavonazzo davano
indizio non incerto del molto culto ch’egli professava al lieto dio
dell’ebrezza. Avea corporatura muscolosa, breve collo, piuttosto
grossa la testa; mostrava gran forza, e sembrava un uomo risoluto ed
avvezzo alla fatica. Ma farà conoscere un po’ meglio questo importante
personaggio un breve sunto che daremo della sua vita.