«Pur i Guelfi pensavano a fare un ultimo sforzo. Ben vedevan

LA FIGLIA D’UN GHIBELLINO

VOLUME I

[Illustrazione: _Il trovatore cominciò un preludio sul suo

strumento e poscia con una voce soavissima la sua dolente

istoria si die’ a cantare._ _Vol. I Cap. IX_]

LA FIGLIA

D’UN

GHIBELLINO

ROMANZO STORICO

RISGUARDANTE MILANO

AL COMINCIARE DEL SECOLO XV

DI

GIOVANNI CAMPIGLIO

VOLUME I

Milano

PER GASPARE TRUFFI

Cont.ª del Cappuccio N.º 5433

M.DCCC.XXX

L’AUTORE A CHI LEGGE

Che che ne dicano in contrario alcuni, che non vedono sulla terra se

non se la ristretta classe de’ scienziati, dediti a’ studi astrusi, e

qualche volta inutili, i Romanzi, le Commedie, i Drammi, le Novelle,

tutte queste composizioni leggiere della letteratura sono preziose in

un tempo in cui una popolazione laboriosa il più delle volte non prende

un libro in mano che per ricrearsi da fatiche già troppo lungamente

sostenute. Quindi un libro che in sè non ha che il merito di ricreare,

è utile perchè procura sollievo a classi stimabilissime della società.

Mancano forse libri pei letterati? Entrino in alcuna delle nostre

Biblioteche: la copia prodigiosa delle opere ivi ammassate spaventa

ogni più laborioso indagatore fra d’essi. Ma libri che veramente

ricreino lo spirito, occupandolo leggermente e recandogli piacevoli

sensazioni, sono pochi; tanto più se escludere da essi si vogliano

tutti quelli che portano seco alcun principio di veleno! L’Italia

ricorre oggidì avidamente alle scozzesi fonti per gustare di questo

diletto; ma queste fonti non sono sempre le più pure, se abbiasi

riguardo alla diversa condizione dei Culti[1].

Che se al diletto si unisca alcuna istruzione, se lo spettacolo che

presentasi al lettore non è senza frutto, sia per la morale di che è

condita l’azione, sia per la erudizione storica e la fedeltà del quadro

che si prende a rappresentare, crescerà senza dubbio il merito di

siffatto genere di utili componimenti: e veramente è a desiderarsi, che

fino al maggior punto possibile al diletto l’utile sia congiunto[2]. In

questo caso chi potrà disprezzare il Romanzo, che sarebbe appunto una

medicina riposta in un vase di cui gli orli vennero cospersi di mele?

Poichè non so chi potrebbe tacciar di futile un libro che una sola

ottima massima validamente persuadesse.

Ma, per venire alla conclusione, eccoti, Lettore benevolo, un nuovo

Romanzo. Esso avrà i suoi difetti; ma ciò non isgomenta l’autore, che

spera far anche meglio in nuovi lavori. D’altra parte, anche

Il ministro maggior della natura

non è senza le sue macchie, e quindi quale ridicola pretensione

esigere un’opera senza difetti da un giovine del tutto nuovo in

letteratura, e che inoltre non intende cavalcare il Pegaso per andare

a rompersi il collo sulle più alte vette dell’Elicona? — Se nella

lettura dell’operetta che io ti presento, amico Lettore, tu passerai

piacevolmente due ore, perchè non mi perdonerai se qualche altra avrai

spesa con essa meno piacevolmente? È forse la noia così estranea al

mondo che non trovisi, in piccola dose almeno, talora anche nelle

stanze dell’uomo più laborioso? In ogni modo mi saranno, io spero, più

indulgenti quelle classi che, per essere più agiate, più sono soggette

a questo male: e forse mi sarà più propizio quell’amabil sesso, le cui

fibre più dilicate, i cui nervi più sensitivi, fanno sì che più atto

sia a sentire anche le meno forti commozioni. Ora, se anche questo solo

scopo io raggiungessi, perchè non sarò pago?

CAPITOLO I.

LE ANTICHE MEMORIE

Sugli estremi confini della antica Martesana, terra non ignobile

nella storia Milanese per le ricordanze di antichissime città che ivi

sorgevano, e di cui già da tanti secoli più non rimane che il nome;

terra in cui visse un popolo guerriero che prese più volte parte alle

fazioni che desolarono la nostra cara patria; terra finalmente che quel

paese racchiude sì delizioso che la meraviglia forma dello straniero, e

le delizie del nazionale, voglio dire l’impareggiabile Brianza; sugli

estremi confini della antica Martesana giace il fertile territorio

detto il Piano d’Erba, di cui è capo luogo il borgo ragguardevole dello

stesso nome.

Celebri sono questi ed i vicini luoghi per grandi fatti nella storia

Milanese. Qui Federico I, quel barbaro distruttore della città nostra

con una grande caterva di popoli nostri vicini, avidi di portare coi

loro ferri ferite a chi nemici chiamavano ed eran loro fratelli, qui

Federico accorreva nella state dell’anno 1160 in soccorso del castello

di Carcano in cui teneva sua guarnigione, tutto speranzoso di mettere

in fuga i Milanesi che quello aveano cinto d’assedio. Ma in questi

luoghi l’orgogliosa possanza di quel superbo monarca venne fiaccata

dall’eroico coraggio de’ nostri concittadini. Ben egli combattendo

ferocemente aveva disordinate le schiere a lui opposte, era giunto al

Carroccio portante il sacro vessillo della città, l’aveva abbattuto, e

certo tenevasi della vittoria; ma d’altra parte le restanti sue genti

erano state fugate; ed egli, pure dovette mostrar le spalle a coloro

che già vinti e dispersi irreparabilmente reputava. E perchè fosse

compiuto il nostro trionfo, il giorno appresso furono da noi sconfitti

all’_Acqua Nera_ i Lodigiani e i Cremonesi, che viveri conducevano

al campo imperiale. Nei quali nobili fatti le popolazioni di Erba,

di Bucinigo, di Parravicino avendo presa attiva parte in favore de’

vincitori, egli è perciò che riconoscente in appresso la Repubblica

loro concesse molte esenzioni e privilegi che non poco contribuirono a

far fiorire quelle regioni.

Quindi è che assai di buon ora questi paesi presentavano

quell’incantevole aspetto che, ove natura con sue ridenti bellezze

all’industria si unisce, non manca mai di rallegrare gli animi

ispirando i più dolci pensieri. Quivi diffatti l’aere puro e sereno

maravigliosamente si accorda colla giocondità di un suolo tutto di

acque limpide, quali mobili quali in riposo, intersecato. Infatti

due piccioletti laghi colle onde loro tranquille o da lievi zefiri

increspate fanno vivo specchio ai vaghi colli che stanno intorno,

altri di viti altri di ombrose selve coperti; e sono questi i due

laghi di Alserio e di Pusiano, che uniti forse ad un terzo formarono

anticamente quel Eupili che Plinio ricorda. Guardando a settentrione,

monti alti e dirupi innalzano le loro selvose spalle, e le nude teste

scheggiose; fra i quali inoltrandoti una opposta scena ti si presenta

aspra ed orrida di nude balze; e di fianchi recentemente rovinati

delle montagne. Egli è sovra di uno di questi monti che, oggetto di

congetture per lo studioso della natura apresi nel marnoso sasso una

caverna assai profonda, detta il _Buco del Piombo_, nella quale l’uomo

avaro ricercò con assidua cura quel metallo per ottocento piedi entro

la montagna; se pure quel lungo andito non si formarono da sè le acque,

che, dai sovrapposti piani trapelate nelle viscere della montagna,

quivi per forza e con gran rovina si dischiusero un passaggio.

Ma se ameni e di bellezze particolari adorni sono questi luoghi ne’

tempi in che scriviamo, che sparsi di liete ville mostrano come la

tranquillità de’ campi è cara ancora al cittadino che fra il fasto

e il rumore della città passa la parte maggiore della sua vita, non

meno singolare e maestoso aspetto offrir doveano nel principio del

secolo a cui la nostra istoria si riferisce, io voglio dire il secolo

decimoquinto. Vedevansi allora, invece de’ piccoli e ridenti palazzi

de’ pacifici cittadini sorgere sull’erto de’ colli e alle radici delle

montagne le annerite mura dei feudali castelli, altri restaurati, altri

in rovina; castelli che raccolsero i più ricchi cittadini dopo che il

feroce Uraja ebbe distrutta la nostra patria, gli uomini uccidendo,

schiave concedendo le donne ai Borgognoni; i castelli abbandonati

allorchè, tornata florida Milano, divenne fra le città della Insubria

la più forte e prepotente; ma che ristaurarono poscia a gara i nobili

duranti le intestine discordie fra d’essi e il popolo; che cacciati

dalla città, risorta dopo la distruzione di Federico, speranzosi ivi

fortificavansi per tentare colla forza di ricuperare il poter loro. Nel

tempo di che parliamo adunque questi luoghi, pur ameni, presentavano

ovunque un aspetto severo di guerra: fortificati erano i villaggi

di mura alzate quando gli Ungheri, irrompendo sull’Italia, tutta di

stragi la empivano e di rapine; muniti di fortezze erano i borghi,

che bene spesso mostravano recenti tracce della guerra; Incino, per

esempio, di recente era caduto dall’antica sua grandezza, e mostrava

le rovine portatevi nel decimoterzo secolo dai Comaschi; fra i luoghi

dei dintorni il più forte era Erba, notabile per un ampio castello; e

fra i castelli feudali de’ signori o Guelfi o Ghibellini che sorgevano

all’intorno, sul colle di Parravicino notavi quello di Giovanni

Pusterla feroce Ghibellino, e presso la montagna ove il Buco del Piombo

si sprofonda quello, ancora più forte, detto il _Castello del Monte_,

che apparteneva a un signore della parte Guelfa.

Antonio Bianchi che nell’ultima metà del secolo XIV posseduto aveva

questo castello era stato testimonio di vicende ben importanti. Nato

sotto il governo mite e tranquillo dell’arcivescovo Giovanni Visconti,

avea veduta la città spogliarsi notevolmente dell’antica rozzezza

lasciata in eredità ai loro discendenti dai Goti e dai Longobardi;

dacchè, cominciata con Azzone una sì felice Rivoluzione, andava

progredendo per studio del buono arcivescovo, amico de’ dotti, fra i

quali ognuno sa che trovavasi lo stesso Francesco Petrarca che Giovanni

con ogni sorta di onori o preghiere trattenne presso di sè assegnandoli

una appartata abitazione. Ma egli è duro spettacolo vedere una ben

composta ajuola di un piccol giardino, piantata per mano industriosa,

guasta ad un tratto per la malvagità di un tristo fanciullo fatalmente

operoso; e questo è quello che accadde succedendo a Giovanni i tre

nipoti, Matteo, Bernabò e Galeazzo: ogni studio di lettere, ogni

bell’arte andò in obblio; il barbaro non amava che le armi, non spirava

che lascivia, non apprezzava che la caccia; ed i nobili non ancora

dirozzati (mentre è questa l’opera di lungo tempo) ben presto tornarono

ad una vita solo operosa in consimili occupazioni. Quindi, come molti

altri, ignorante e superstizioso, ma valoroso, crebbe il nostro Antonio

Bianchi; e perchè, tolta moglie, gli dava ombra la insaziabil libidine

di Bernabò, lasciata la città, venne a questo suo _Castello del Monte_,

e qui fra gli agi visse la miglior parte della sua vita.

Diffatti il rigore di Bernabò teneva in freno le furiose sette de’

Guelfi e de’ Ghibellini, che in altri tempi di molto sangue contaminato

aveano la Martesana; e il Bianchi, avendo al fianco una diletta

moglie, Agnese Bigli, che a bellezza non ordinaria candidissimi univa

i costumi, in un paese ridente, fra la piccola schiera di lieti amici,

fra i quali i più insigni erano il Castellano di Erba ed il Podestà, e

venivano appresso il Parroco di quel borgo ed il Guardiano del vicino

convento di S. Francesco, in cacce, in giuochi, in passeggi menando la

propria vita, da principio egli stesso la trovava felice. Ma l’uomo,

sempre poco conto facendo dei beni che possede corre a invidiar

quelli che ancora gli mancano forse pel suo migliore; e ciò avvenne

anche del nostro Antonio. Egli nel suo segreto si affliggea per non

avere un erede di sue ricchezze, un figliuolo in cui rivivere vedesse

sè medesimo; ma quando otto anni appresso egli l’ebbe se ne dovette

rammaricare, perchè la nascita di quel sospirato bambino a cui il padre

volle il nome imporre di Fortunato, la morte fu della dolcissima Agnese

e la cagione della più fiera afflizione pel superstite suo genitore. —

Misero bambinello! egli sclamava, fissando con dolore sul figlioletto

gli occhi di lagrime impregnati, la cagione infelice, tu fosti, o

povero innocente, che io perdessi una compagna che solo fra gli angeli

può avere sua eguale; tu del latte mancherai di quel casto seno che

per te cessò di palpitare; ahi meschino, tu per sempre mancherai delle

carezze della più tenera fra le madri!

Pure il tempo, che sana ogni maggior piaga, portò alcun balsamo anche

nell’animo del desolato padre. Già il fanciullino snodava l’infantil

lingua a formare quel dolce nome di babbo che tanto è possente

sul cuore ancora più rozzo; e il padre in vedendolo crescere tutto

vezzi dimenticava a poco a poco il profondo dolore che il cuore gli

consumava: gli anni già trascorrono per lui con volo assai rapido;

il garzoncello cresce destro nel trattar le armi, nel cacciare fra

le selve; l’età delle illusioni e degli amori per lui è giunta;

la prepotente natura a congiungersi il traeva con una fanciulla di

amabili costumi da lui veduta in una delle gite che frequenti faceva a

Milano; ma approvato il genial nodo dal genitore, di repente ecco lo

spezza colei che ad ogni affetto è sorda e inesorabile: cade infermo

l’infelice per ardente febbre, e in pochi giorni viene tronca quella

preziosa vita a cui quella si atteneva del genitore.

Privo di ogni persona che strettamente gli appartenga, in una età che

declina verso la vecchiezza, un uomo ancora può fornire al cuor suo

piaceri ineffabili colla beneficenza che assomiglia le creature al

creatore. Ma queste delizie delle anime più nobili e gentili non le

sapea immaginare il nostro rozzo Antonio, che, avendo un cuore fatto

per sentir fortemente, ora altro non facea che darsi in preda alla più

cupa misantropia. Dopo quell’ultimo colpo fatale che di ogni oggetto

per lui cambiava in negro l’aspetto, egli, ogni consorzio ricusando,

solitario se ne vivea accumulando i prodotti delle sue ricchezze, e non

distribuendone che alle chiese ed ai conventi, perchè pregassero pace a

quelle anime alle quali solo volgevansi tutte le sue ricordanze, i suoi

pensieri. Fu ancora tentato di vestir rozza tunica ed entrare in un

convento; ma l’idea di dover con altri uomini convivere ne lo distolse;

appena permetteva che di quando in quando un unico suo fratello lo

visitasse, Guglielmo Bianchi; il figliuolo di questo però, il giovine

Arrigo, giammai non compariva agli occhi suoi; perchè enorme allora si

sarebbe fatto il dolore di Antonio alla rimembranza, in vedendo lui,

dell’infelice suo figlio.

Frattanto nel 1402, terminava la sua vita Giovanni Galeazzo primo

duca di Milano, che succeduto allo zio Bernabò, da lui imprigionato,

illustrava il suo regno proteggendo le arti e le lettere, dilatando

colle armi e coll’astuzia il proprio stato, ma opprimeva i suoi sudditi

con enormi gabelle. Il suo successore Giovanni Maria essendo ancora in

fanciullesca età, sotto una Reggenza composta di membri fra di loro

discordi, risorgevano le antiche sette de’ Guelfi e de’ Ghibellini,

ed i disordini e le sanguinose risse così in Milano ricominciavano che

nelle città da essa dipendenti, ove erigevansi varj tiranni; ed anche

la Martesana ferocemente partecipava a que’ furori. Il prepotente

Giovanni Pusterla, alzando il capo, molte soverchierie commetteva

contro i suoi vicini; molti altri ancora ingiurie commettevano che con

altre erano vendicate; e per sopraggiunta venne il furore della guerra

e armate squadre si videro contendere ai ducali Erba e il suo forte

castello. Per colmo de’ mali poi una banda di fuorusciti si stabiliva

nel Buco del Piombo, e, guidata da un capo terribile, ai già desolati

paesi portava nuovo flagello. Ogni traccia di buon governo fra tanto

disordine dispariva: del castello di Erba erano signori i Rusconi, nè

si curavan del resto, perchè solo attendevano a fortificarsi.

Allora un lampo dell’antica energia nel Bianchi si sviluppò: assoldò un

capitano Boemo, di cui non ci rimase il nome, e quindici altri soldati

in difesa propria e del suo castello: nessuno offendeva; ma ai male

intenzionati ispirava timore; egli per altro per schivare contrasti,

lasciava che impunemente il prepotente Pusterla cacciasse ne’ proprj

boschi; ed ancora dava qualche somma ai banditi del Buco del Piombo

che gliene facevano richiesta. Ma questo ultimo atto della antica sua

energia era lo splendore di una lampada che sta per ispegnersi, poichè

difatti due anni dopo egli morì, lasciando i proprj beni all’unico suo

nipote Arrigo Bianchi, di cui a lungo noi dovremo parlare in questo

racconto.

CAPITOLO II.

LA SORPRESA

Gridi ciascuno a sua posta: per me non trovo nulla di sconveniente sul

bel principio del mio racconto, condurre il mio lettore in una taverna.

Oltrechè quest’è uno degli asili della gioja (e così scarsa è la gioja

nella vita che ovunque essa si trovi può meritare buon viso), poichè

infra i bicchieri il buon umore nasce, il cuore si rallegra, e siccome

i corpi coll’urto, così gli animi, contrastando colle parole, che il

vino cresce, piacevolmente si riscaldano; oltre questi grandi vantaggi,

l’osteria è luogo opportuno per istudiare il carattere degli uomini,

cui il poter di Bacco spoglia di ogni veste che i difetti ne ricopra;

ed anche ponnosi in essa scoprire importanti segreti, che quivi fra la

gioja ispirata dal vino vengono a galla, siccome appunto accade della

spuma di quello spiritoso liquore. Quindi venga, venga pur meco ove non

sdegna porre il piede il filosofo indagatore, venga meco il benevol mio

lettore, ancora la bella e schifa giovane sposa o fanciulla che questo

racconto avesse per le mani, vengano, dico, nel tempio ove si rende

festosamente ragione al merito del buon Noè, che scampato dalle acque

volle pure scamparne le generazioni venture.

Egli è nell’osteria di Parravicino che ci conviene entrare. Noi udirem

quivi i discorsi e alcune gesta di certi personaggi che avranno qualche

parte nella nostra istoria, e che sarà bene far conoscere fin da

principio. L’oste, padrone della taverna, era un uomo di umore giulivo

verso tutti coloro de’ suoi avventori che aveano buona borsa, burbero

con coloro che avessero voluto dare delle promesse; egli soleva dire

che un soldo non valutava tutte le parole del mondo: e perchè il paese,

siccome abbiamo detto, assai prosperava pei privilegi che da tanto

tempo godeva, il buon uomo avea di assai accresciuto il suo patrimonio,

che di già pingue gli era pervenuto dal padre, rammentato ancora dai

bevitori ottuagenari del paese. Vivea per altro il nostro Antonio

Trivella (tale era il nome dell’oste) sul piede de’ suoi antenati, e

sottilmente. Ma egli non avea che un sol figlio, ed era appunto per

festeggiare le prossime nozze di costui che ad alcuni de’ suoi futuri

parenti e loro amici, contro il suo uso, avea imbandita, la sera in

cui noi lo visitiamo, una abbondante cena. Ad essa partecipava Giorgio

Tanaglia, falconiere nel castello di Giovanni Pusterla, e futuro zio

dello sposo, con altri tre o quattro famigliari dello stesso Castello.

Ma lo zio futuro di Carlotto (quest’era il figlio dell’oste) era

quello che più meritava l’attenzione. Esso era un uomo che potea avere

cinquant’anni, grande e ben fatto della persona, e che non offeriva in

sè l’esempio di quella pinguezza che attesta un carattere inattivo e

poco energico. Due occhi assai vivaci e nerissimi, capegli pur neri,

ed una certa barba ricciuta, davano spicco a’ suoi lineamenti, duri

sì, ma che peraltro nulla teneano di fierezza. Egli era non pure il

falconiere, ma ancora il canattiere e il primario personaggio della

famiglia del già menzionato Giovanni Pusterla; ma non sempre era stato

occupato nella cura de’ falchi e degli astori, o de’ cani e delle altre

cose risguardanti la caccia; egli avea in varie occasioni impugnato

anche la spada, e, tenendo dietro al suo signore, aveva avuto parte in

scene assai sanguinose.

Fu appunto dopo che si furono vuotati alquanti fiaschi che l’umore

guerriero del nostro Giorgio Tanaglia si manifestò: «Carlotto, figliuol

mio, egli diceva allora al futuro suo nipote, io ti do una figliuola

che è una colomba, sebbene in custodia di un falco che seppe un

giorno drizzar ben alto le sue penne. Oh se mi avessi veduto nel 1403,

allorchè sul principio del governo dell’attuale duca, cominciarono in

Milano ad alzar la testa i Ghibellini: tu avresti allora conosciuto

Giorgio il falconiere. Di que’ giorni io era vestito tutto da capo

a piè di una maglia lucente, e guidava, sotto gli ordini del signor

Giovanni, le genti del Castello. Si era vuotata l’armeria: tutti coloro

che poteano portar le armi le aveano indossate.»

«Allora la duchessa madre proteggeva il Barbavara, suo amante e primo

ministro; e questo era in odio a tutti gli altri membri della reggenza:

egli era Guelfo; i Ghibellini non potevano soffrirlo.»

«Adunque concertati fra di loro questi grandi vestirono la divisa del

loro partito, voglio dire la croce rossa, e messisi in arme, dopo aver

mandati alcuni per la città armati gridando _Abbasso il Barbavara_, e

ciò per alcuni giorni, e la duchessa non cedendo, una bella mattina che

tutta di armi risuonava la Porta Ticinese, ove è il nerbo del partito,

ci avanziamo (eravamo forse diecimila) verso il castello di Porta

Giovia, ove era la duchessa col Barbavara. Quivi con grida spaventose

si chiedeva che fosse bandito il ministro odiato: e la duchessa, dopo

aver resistito un poco, dovette pur cedere a licenziare quel ribaldo.»

— Voi dunque vi siete impadronito del castello? — domandò Carlotto che

era il più giovine della brigata.

— No, figliuol mio, per allora non si menarono le mani; ma si menarono

poco appresso. I Guelfi si credettero più che mai offesi nella persona

del Barbavara, che era del lor partito: deboli però assai come erano,

e paurosi, non ardirono allora mostrare la fronte; ma si prepararono

a covare il fuoco sotto la cenere. Fecero delle leghe, si accordarono

coi Guelfi di fuori della città: come furono grossi cominciarono

a mostrarsi armati per le strade e ad insultare i Ghibellini,

cominciarono sanguinose zuffe, nè passava giorno che non si menassero

le mani. Il duca non si contava per niente: la duchessa non pensava

più che al suo Barbavara, che più non le stava al fianco: tutto era una

confusione orribile. Di quei dì noi saccheggiammo molte case, e vorrei

non fosse più finito quel buon tempo, che ho fatto de’ buoni danari.»

«Pur i Guelfi pensavano a fare un ultimo sforzo. Ben vedevano che se

con un colpo ardito non riuscivano a trionfare, stati sarebbero da noi

consumati alla spicciolata. A forza di intrighi essi mettono infine

nel lor partito i Rusconi, che allora stavano in Desio, ancora il

signor di Vignate, che si era fatto padrone di Lodi — giacchè di già le

città principali del ducato si erano tolte dal dominio della Reggenza.

Primo a entrar in Milano fu il Rusconi ed avea seco una forte mano di

genti: il signor di Vignate dovea venire nello stesso giorno, ma non

compariva: i Guelfi che voleano trar vantaggio da una sorpresa, poichè

la cosa era stata fino allora maneggiata con grande segretezza, non

credettero bene indugiare per aspettar i Lodigiani; alzando dunque

all’arrivo del Rusconi il lor grido, _Guelfi, Guelfi, Croce Bianca!_

vengono avanti pieni di ardimento e confidenza verso la Porta Ticinese,

a cercare le _Croci Rosse_, così chiamavansi i Ghibellini. Ma un

sentore ne era fra noi trapelato. I Ghibellini furono tosto in armi;

e vennero fuori grossi ed in gran furia: il furore che ci animava in

quel giorno non è possibile esprimerlo con parole. Al _Malcantone_ fu

che si incontrarono i Guelfi. Questo nome ora assai bene è conosciuto,

prima di allora però quel luogo non avea nessun nome: quivi ebbe

luogo una mischia spaventosa: e fu perciò che venne così denominato.

Bisognava vedere il signor Giovanni Pusterla, che demonio in quella

circostanza! Ma nemmen io non mi mostrai una gallina; più di cinque

ne mandai all’inferno. Oh che furia fu quella mai! I Guelfi infine

dovettero partire colla testa rotta, e rotta in modo che più non la

poterono accomodare: arrivò finalmente il signor di Vignate, ma non fu

più in tempo: sentì il fatto, crollò il capo, e per la stessa strada

per cui era giunto partì. I Guelfi, dopo quel giorno, sfrattarono

ancora quasi tutti da Milano. Non ve ne sarebbe restato un solo, se il

duca non li avesse sempre protetti. — Ma la corte è tutta per essi. —

Da quel giorno in poi però non vi fu più pace pei Guelfi. Dappertutto

furono più o meno perseguitati dai Ghibellini; e non è già qui solo in

Erba che sieno succedute delle scene sanguinose. Fu allora che venne

composto il brindisi che ora voglio che ripetiamo.»

Il buon falconiere nel narrare le sue passate avventure si era andato

sempre più riscaldando, ma pure non lo avea fatto tutto di un fiato;

di quando in quando aveva anzi avuta cura, quasi per premio della sua

bravura, di inalbarsi la gola del vino che, sebbene senza interesse

di scotto, non avea per altro in quell’occasione lasciato mancare il

futuro suo parente; i colori del suo viso si erano maravigliosamente

ravvivati in ragion diretta del numero delle sue libazioni. Ora empiuta

nuovamente la enorme sua tazza, alzossi in piedi, ed in tuono metà

declamatorio metà di canto, così solennemente spacciò il suo brindisi

ghibellino:

Sovra ogni altro liquore

Oh quanto il vin più vale

Esso rallegra il cuore

Del misero mortale!

È d’ogni idea vivace

Esso l’autor più esperto,

E rende l’uom loquace,

E ne fa il cuore aperto.

Dunque fra amiche schiere

Giammai non abbia bando.

Qual v’è maggior piacere

Che viver tracannando?

Ma quanto in pregio eccede

A ogni bevanda il vino,

Tanto di valor cede

Il Guelfo al Ghibellino.

Non aveva però terminato di proferire queste parole, quando di tratto

i battenti della stanza si spalancarono, e sulla porta apparve

un personaggio tutto di una nera armatura coperto: avea calata la

visiera, sull’elmo per cimiero un contorto dragone spiegava le sue ali

membranose, in mano tenea un’arme d’ignoto lavoro.

A quella vista, quasi colpiti da una fatale apparizione tutti coloro

che trovavansi assisi alla tavola, impallidirono, e lo stesso

falconiere perdette la porpora che il viso in quell’istante gli

coloriva: alle armi, agli altri distintivi, da tutti fu conosciuto il

personaggio che immobile e silenzioso, ma in atto minaccevole, si offrì

loro, seguito da due altri armati sulla soglia di quella porta.

— È il Re della rupe, il Guerrier Nero, — sclamò il falconiere

riavutosi un poco del primo spavento o stupore: — Antonio Trivella

chiedetegli che cosa voglia.

Antonio Trivella, l’oste, uomo non del tutto pusillanime, ma che però

per elezione cercava a schivare i pericoli, parve avesse tanto di

freddezza conservato da intendere l’esortazione del falconiere. Egli

cavossi la berretta, si alzò, e, vôlto all’incognito personaggio così

gli disse: — Signore, se voi siete, come non vi è dubbio, il capo di

coloro che abitano nella caverna del Piombo, io sono qui per fare il

voler vostro, ove vi piaccia di comandarmi. Ma non vogliate rovinarmi;

io sono un pover’uomo, e sebbene alcuni mi credan ghibellino, pure son

Guelfo fino a’ capegli: lo dico perchè so che ai Guelfi non volete

male. Non già che io mi rifiuti di darvi quello che potrò. Non dico

niente di ciò...! Vi sono tanti signori ghib...

— Basta!... Meno ciarle, che io vi conosco: sborsatemi ventiquattro

fiorini d’oro: e badate bene, il rifiuto vi costerebbe la vita.

— Il cielo mi salvi! Ma ventiquattro fiorini d’oro... un povero

diavolo..., dove prenderli?...

— Io manderò un tal diavolo a prenderli all’inferno, — replicò con

adirata voce il Guerrier Nero; e così dicendo impugnava l’arme sua

terribile alla quale in gran parte attribuir dovessi il terrore

straordinario che di sè incuteva: era una arme da fuoco che

potea maneggiarsi; ed a que’ tempi non ancora conosciuto era il

perfezionamento di queste armi, ed appena usavansi negli assedj delle

pesantissime bombarde.

— Fermate, signore, — disse il Falconiere; — e voi, a che fate

resistenza, Antonio? non sapete che contro quelle armi non vale la

forza.

L’oste parve persuaso; partì dalla sala, tornò, numerò sovra il banco

le monete richieste, e che col cuore lacerato dovea da sè partire; e

porgendole ad uno de’ due armati che stavano dietro al Guerrier Nero

che stese una mano, disse: «Vergine santa... ecco fatto a vostro modo.»

Lo sconosciuto nulla replicò; ma alzando il capo in modo imperioso:

— Nessuno di voi ardisca uscire, — disse alla brigata che trovavasi

nella camera, — finchè non sia trascorsa mezz’ora. Poco valuterebbe la

vita chi si attentasse di rompere un tal divieto. — Ciò detto, diede

un passo indietro; e i due che lo seguivano chiusero i battenti della

porta. Un silenzio di confusione per un istante regnò nella sala.

Ma questo venne ben tosto interrotto. — Poffare il mondo! — sclamò

il falconiere, in cui gli spiriti che poc’anzi lo animavano per le

sue frequenti libazioni, rimontarono al cerebro un istante dopo, e

vi richiamarono in tutta luce le ricordanze de’ suoi antichi fatti,

rianimandovi quel valore che veramente in lui non era spento; — Poter

del mondo, in mia presenza una tal scena! Ma io non avea le armi in

pronto, ed anche non so nemmen io come tanto stupido m’abbia reso

colui. Ma non son uomo se non lo inseguo. Accada ciò che accader vuole,

non voglio che si dica esser io un poltrone. Animo, figliuoli, chi vien

meco? Sono tre; noi siamo sette che possiamo maneggiar bene come essi

le nostre armi. Or via, mano alle balestre ed usciamo: chi sa che non

la liberiamo noi la Pieve[3] di questo flagello? Carlotto, figliuol

mio, un giovine che prende moglie, ai nostri tempi non deve essere

un poltrone; altrimenti la prenderà per gli altri; ed avrà una corona

tremenda. E voi Andrea non è la prima volta che ponete mano alle armi.

Sotto il padron nostro tutti sanno bene un tal mestiere. Via, Antonio,

venite con noi: si sa che ai tempi vostri sapeste fare delle belle

smargiasserie. Orsù, chi mi seguirà?

— Per me sono qua, — disse il giovine Carlotto, che era un bravo, — e

non ho paura.

— Anch’io non dico di no: voler ventiquattro fiorini d’oro, tanto quasi

ne bastavano per l’acquisto del vino per una stagione! — soggiunse

l’oste.

— E io son qui anch’io, — dissero un terzo, un quarto e un quinto.

Andrea il giardiniere del castello Pusterla si alzò, crollò la testa in

modo goffo, ma ponendo mano alla sua balestra che era in un canto con

quella de’ suoi compagni (mentre in quel tempo di anarchia preferivasi

sempre l’andare armati), mostrò di essere pronto anch’egli, e tutti

si raggrupparono come sotto gli ordini del falconiere ed uscirono alla

campagna.

Taciturni e in buon ordine, e solo tanto distanti l’uno dall’altro

da potersi agevolmente all’uopo recar soccorso, si avanzavano a lungo

passo e spesso verso di una boscaglia che dall’albergo non era distante

più di un mezzo miglio, e per la quale si andava al monte ove aprivasi

lo speco, asilo de’ fuorusciti, il cui capo ora intrecciavano. — Se

lo troviamo, — diceva il falconiere, — l’arma sua tremenda da fuoco

colpirà indarno, e prima ch’egli scagli un altro colpo, noi gli saremo

addosso; e con armi pari non temo di azzuffarmi con Satanasso. — Io per

altro, — disse l’oste qualche tempo dopo, comincio a pensare che sono

un pazzo in pormi in quest’impegno. Alla fine ventiquattro fiorini si

possono ancor riguadagnare: ma se io ci lascio la pelle, questa nessuno

me la ridonerà. Giorgio, fate a modo mio, torniamo all’albergo.

— Voi non mi conoscete, Antonio: io non torno mai indietro: S. Giorgio

era un santo guerriero. Ma voi siete il padrone di voi stesso, fate ciò

che vi aggrada: ancora poco ajuto ci potete dare colla paura che or vi

nasce; fate dunque quello che il cuor v’ispira.

— Non è paura, non è paura, è prudenza, è prudenza! Che del resto sa

il cielo se non sarei capace, anche vecchio... Ma è pur meglio che io

ritorni nell’albergo; sonvi molte cose ancora a fare; va a fidarti de’

tuoi garzoni! Addio: nel ritorno tornate dentro, che vi disporrò un

fiaschetto che vi scacci d’addosso l’umidità. Già non farete niente,

ma, se uccidete il Guerrier Nero, voglio che facciamo una bella

festa... Ventiquattro fiorini!

Nel mentre così, come sempre succede, l’interesse parziale cominciava

a smembrare quella lega, ed ecco che sembra al falconiere scorgere

alcuno degli aggressori di già vicinissimo ad entrar nella foresta,

che più non era lontana che un tiro di balestra. Egli scarica la sua

balestra, e nel tempo stesso sono scaricate quelle del giovine Carlo

e di Andrea che gli stavano, l’uno a destra, l’altro a sinistra; a

qualche distanza. Ma non parve che alcuna freccia colpisse a segno, e

non comparve alcun colpo di rimando.

— Dio mi salvi, — disse Andrea; — è forse l’anima di Mariano che va

a trovare la Femina, come dicono. Falconiere, per me non muovo più un

passo in là; io contro i morti non combatto.

I tre altri villani del castello di Pusterla, che udirono il

ragionamento di Andrea, giurarono essi pure che nè essi intendevano di

più altro seguirlo. — Falconiere, — dissero, — contro gli uomini siamo

qui, ma contro gli spiriti, il ciel ne salvi, non vogliamo combattere.

Se fosse stato un uomo di carne, le vostre frecce lo avrebbero colpito:

esse andarono troppo dritte verso di lui.

— Vili poltroni! — sclamò il Falconiere: — sciocchi, ignoranti! Io fui

bene una bestia credendo col vostro aiuto poter tentare qualche onorata

impresa: ma è fiato perduto il rampognarvi: la volpe cangia il pelo

ma non il mal vezzo! Fate pure quello che vi ispira la vostra codarda

paura, bestie malnate; che per me non mi resterò finchè non abbia

perduto ogni speranza di scaricar un’altra volta più utilmente la mia

balestra.

— Ed io pure vi accompagnerò, — disse il giovine Carlotto. Essi

si avanzarono diffatti uniti e taciturni, si misero nel bosco, e

penetrarono nel più profondo di esso, sperando sempre, siccome la

foga sconsigliata della loro ardita natura li consigliava, di trovare

alcuno de’ loro nemici. Se un consiglio di giusta prudenza sorgeva nel

loro petto a rimproverarli della loro soverchia audacia, la tema di

mostrar l’uno all’altro viltà tacer facealo. Così molti sono sembrati

inaccessibili alla paura. Essi fecero un lungo giro; giunsero ancora

ad una piazzetta e ad una cappella che erano oggetto di terrore per

quasi tutti gli abitanti de’ contorni, e dove era voce ricomparissero

degli spiriti a cui si era alluso da Andrea e da’ suoi colleghi: nulla

videro. La luna, che allora era uscita da una nube che ne velava poco

prima il disco luminoso, percotendo col suo candido raggio quell’ermo

luogo e quella cappella ne rendeva l’aspetto melanconico, ma pieno

di novella bellezza. Il silenzio che ivi regnava, il fremere di un

venticello fra le frondi, le pareti rovinose di quel piccolo gotico

edifizio che riflettevano il raggio del notturno astro, tutto spirava

una simpatica melanconia, assai conforme alle idee che la storia di

quel luogo era atta a risvegliare. Ma i nostri due personaggi ad altro

pensavano. Si fermarono un istante sulla piazzetta; guardarono intorno;

ed il falconiere disse: — Or che si fa? Essi di già si sono dilungati e

noi buttiamo il tempo e la fatica volendoli inseguire.

— Torniamo adunque, — disse Carlo, che pensava alla sua bella Lucia, e

non avea voglia di lasciare l’immaginata sua felicità per dar la vita

combattendo un demonio così terribile qual era reputato comunemente

il Guerrier Nero. Lentamente quindi, di ritorno, incamminaronsi

all’albergo; e quivi narrarono agli altri l’infruttuosa loro

spedizione.

CAPITOLO III.

IL SEGRETO

Arrigo Bianchi, il possessore del Castello del Monte dopo la subitanea

morte di Antonio Bianchi, di cui abbiamo da principio esposto la

dolente istoria, Arrigo già da alcuni giorni facea dimora nel forte

castello ereditato dallo zio; e la mattina che tenne dietro agli

avvenimenti da noi riferiti nel capitolo antecedente, con tre suoi

compagni, usciva per fare un giro cacciando ne’ suoi boschi, ove le

lepri e i caprioli ben di rado erano stati per l’addietro disturbati

dal signore di quelle terre.

Era la caccia uno de’ divertimenti più favoriti de’ nobili di que’

tempi, ed in essa la gioventù passava le ore allorchè le civili

guerre o le esterne non la tenevano occupata sotto le armi. Arrigo

per altro, in ciò discostandosi dall’usanza comune, a questa non avea

volte esclusivamente le sue cure. L’anima sua elevata più gradevoli

ancora rendeva agli occhi suoi altre occupazioni: la sua mano con una

maestria impareggiabile scorreva sulle corde di un liuto; la sua voce

al canto soavemente modulavasi; i suoi immaginosi pensieri dettavangli

d’improvviso carmi al labbro, e questo al suono gli accordava delle

scosse corde. Bello della persona, di statura alta, di lineamenti

gentili e pieni di nobiltà, con due splendenti occhi azzurri ed una

bionda chioma innanellata, allorchè sedendo sotto un albero a qualche

immaginoso concetto la mente e il canto egli apriva, bene rassomigliar

lo avrebbe potuto uno de’ nostri classici poeti allo stesso fratello di

Diana che de’ suoi dolci accenti fa risuonare le vette dell’Elicona.

Non egli per altro ad alcuno de’ suoi coetanei cedea nel pregio del

trattar le armi. Venti volte avea riportati i primi premii in solenni

giostre ed in tornei, la sua destrezza ne’ giuochi allora in uso

era stata notata da molte belle che segretamente riscaldare par lui

sentironsi di onesta fiamma il cuore sensitivo e con applausi gli

dieder lode. Caro a tutti, avea anche vissuto durante la sua prima

gioventù alla corte del duca di Milano, e quivi la stima si era

guadagnata de’ più distinti personaggi. Ma egli avea di poi lasciata

la corte, aborrendo i delitti che la contaminavano, e le malvage

inclinazioni del duca Giovanni Maria; egli avea preferito una vita

oscura, confuso fra tutti gli altri del suo partito allora caduto

in grande avvilimento, a uno splendore o sconvenevole o obbrobrioso.

Rimasto privo del padre, siccome perduto avea assai di buon’ora una

madre diletta, egli, lasciata la città, era passato a Como presso ai

Rusconi, che quivi dominavano, ed ai quali la sua famiglia per antica

amicizia era assai stretta.

Più tardi avendo Facino Cane, condottiero delle armi ducali e

protettore de’ ghibellini, conquistato Canturio su Giovanni Carlo

Visconti; e mirando a più alte imprese essendo divenuto più mite verso

i Guelfi oppressi, mentre nella riunione sola dei partiti egli sembrava

voler porre le fondamenta di quelle nuove glorie cui aspirava, grandi

feste essendosi date in Milano nell’occasione di quell’acquisto,

fuochi, tornei, e giuochi di ogni sorta, Arrigo fu tentato di tornare

fra le mura della sua patria per prender parte egli pure a que’ nobili

esercizi, e vi tornò difatti; nè fu senza sua gran lode che scese a

giostrar coi più prodi cavalieri, che in quell’aringo ai presentarono.

Ma dopo quel giorno egli parve cadere in una profonda mestizia. Quel

leggiadro giovine giostratore che nell’ultimo torneo meritato si era

l’attenzione e gli applausi di più di una bella, dopo quel giorno

non parte più che un uomo consunto da un affanno quanto più secreto,

tanto più pungente. Di quel tempo poi, essendogli morto lo zio, egli

risolvette abbandonando la città, con due de’ suoi amici portarsi al

Castello di recente ereditato, forse per cercare colà distrazione

alle sue cure segrete ed angosciose, forse per tornare a menar la

vita in terra posta sotto la giurisdizione dei Rusconi, mentre questi

signori dominavano allora, come si è detto, in Erba, di cui coll’armi

acquistato aveano il castello.

Dei due compagni che l’aveano accompagnato, Azzo Trivulzio il più

attempato era giovine di matura età, avea fattezze dure e risentite, ma

animo bravo e generoso; sembrava il tipo dei prodi di quel tempo, ma un

cuore avea forte nell’amicizia. Questa virtù sorge vigorosa ne’ tempi

calamitosi ponendo radice negli animi virtuosi, e grande s’era fatta

in quelli di Azzo e di Arrigo. Ma più impetuoso Azzo, più prontamente

l’animo suo correva alla vendetta a que’ tempi reputata l’immediata

conseguenza dell’offesa, la sua mano alla spada che era stimata il

sommo dei diritti. Ancora assai più rozzo e duro egli era ne’ suoi

modi, schietti però e sinceri. — Antonio Carcano, al contrario, il

secondo de’ compagni di Arrigo, e di recente postosegli al fianco, era

bel giovine, ed avea lineamenti piuttosto femminili, avea nell’abito

una ricercatezza che negli altri non notavasi, era spiritoso, ma vile;

ed avea mille altri difettuzzi, dei quali parte hanno con lui comune

tutti i parassiti alla cui classe apparteneva: era cioè adulatore,

millantatore, dotato di grande volubilità; era inoltre tanto poco

leale, quanto lieto e festivo; il suo carattere meglio ci faranno

conoscere le azioni che di lui avremo a riferire.

Ora questi tre compagni, deposti i ricchi abiti che allora erano

in uso, giustacuori di drappo serico guerniti di ricchi ricami,

calzoni a due colori, e berretti da piume sormontati, e muniti

invece di giacco soppanno siccome la condizione de’ tempi bellicosi

richiedeva, e di sopra vestito uno schietto abito verde da caccia,

colle loro spade al fianco ed in ispalla le loro balestre, preceduti

dal boemo Capitano capo della guarnigione del castello, che tuttavia

continuava a restarvi, moveano la mattina di cui parliamo pei boschi

che distendevansi sulla montagna, così per riconoscere il paese come

nel tempo stesso, se l’occasione si presentasse, per dare la morte a

qualche capriolo od a qualche altro quadrupede o alato abitatore della

foresta.

Ma Arrigo, taciturno procedendo, dava chiaro indizio che nè il

mutamento dell’aria, nè i nuovi oggetti circostanti, dissipato avea

la sua profonda mestizia. Egli di quando in quando in sè rinveniva,

e trattenevasi coi due suoi compagni; ma poi ricadeva nel primiero

silenzio, e muto procedeva per lungo tratto. Fu appunto rompendo uno di

questi mesti intervalli che il Carcano a lui vôlto così gli disse.

— Via Arrigo, se io indovino qual diavolo la lingua vi annodi, avrete

voi la generosità di confessarmi che ho colpito nel segno? Voi sapete

che io sono un abile tiratore: volete che io mi provi?

— Un abile tiratore! questo è ciò che ancora non ho imparato a

conoscere, e che oggi si potrà vedere. Ma la tua curiosità, Antonio, un

giorno ti farà schiantare. Or via, di’ su, sentiamo gli oracoli del tuo

cervello balzano; e se indovini, chi sa ch’io non ne convenga.

— Ebbene, giacchè parlate di oracoli, sentite bene questo; che, come

un oracolo, in una sola parola io ve la dirò la cagione che vi fa

camminare così distratto, sicchè sembra non abbiate più lingua che un

gallo di montagna. Voi siete IN-NA MO-RA-TO!!!

Ad Arrigo di repente si imporporarono le gote, e veramente, quel

restringimento del cuore, che tanto sangue mandava al viso parve

annunziare che il nostro indovino côlto avesse, come egli avea

promesso, nel segno. Pur egli nulla disse.

— Eh via convenitene, Arrigo, — riprese il Carcano, — Azzo che da

tanti anni vi sta al fianco, detto avrebbe che voi state meditando una

vendetta; io m’ho migliori occhi in questi affari, e conosco i sintomi

della malattia. Io vi ho udito più d’una volta sospirare nella vostra

camera....

— Corpo di Satanasso! Antonio, verresti tu ad origliare alle portiere!

— sclamò Arrigo con impazienza.

— Ecco come fate voi altri! Subito prendete fuoco. No no, solo per

caso io vi ho udito mettere de’ sospiri che un mantice non ne avrebbe

mandati fuori di più sonori; ed ho sentito qualche tronca parola che

non sembrava dettata dallo sdegno; e che so... Inoltre voi, tempo

fa, eravate sempre pronto a tributar omaggio alla bellezza, sotto

qual siasi panni la incontraste: ora vi passano innanzi le più belle

contadine, senza che neppure mi diciate: «Carcano, ti piace quella?»

Ergo, io conchiudo e stringo l’argomento che quell’amore malizioso che

voi cantando sì di sovente nominate crudo e onnipossente, ora a voi

pure provato abbia la sua onnipotenza, e forse anche la sua crudeltà;

sebbene a dir il vero, non saprei indovinare chi sia la dama de’ vostri

pensieri, mentre conviene bene che sia cosa del tutto celeste, se non

si vede, se non si sente, se, come l’aria, non cade sotto i nostri

sensi.

— Eh via, Carcano, voi siete un pazzo! Ma no; io vi promisi di

convenire se colpivate nel segno, ed io non ho motivo per tacere a due

amici la stranezza di un amore che mi ha conquiso. Sappiate dunque che

durante le ultime feste tenute in Milano, ed a cui io presi parte, una

rara beltà che io vidi presso l’illustre Beatrice Tenda colpimmi sì

fattamente i sensi de l’intelletto che da quel punto l’immagine di lei

non ho saputo più spiccarmi dalla mente. Esser deve quella una qualche

ghibellina, ma il di lei nome non ho potuto rilevarlo; nè più io la

rividi. Ed io sperava che questa mia strana fiamma a poco a poco avesse

a scemare col tempo e fra i sollazzi della campagna; ma io confessar lo

deggio, sin ora anzi più andò crescendo nel mio petto, e di giorno in

giorno, alimentata da’ miei pensieri vi si fa grande.

— Eh! via Arrigo, — disse Azzo; — voi ci corbellate: di queste

avventure potete narrarcene nelle vostre canzoni, ma non darci a

credere, vi abbiate voi parte con animo riposato. Tanto sarebbe far

all’amore colla luna, che il voler amare chi non si conosce, peggio

assai poi la figlia di un Ghibellino.

— Io mi proposi, già ve lo dissi io stesso, di risanare il mio cuore

da questa piaga. È un pazzo chi si consuma dietro un amore allorquando

questo non può avere esito felice; ma sì presto dalla amorosa piaga

l’uom non guarisce. Or via di ciò più non parliamone. Ecco il nostro

bravo capitano che si è fermato ad aspettarci! — soggiunse con una

forzata ilarità. — Domandiamogli delle particolarità intorno a questi

banditi, che si fortificarono nella caverna che sta sopra di questo

monte.

Il personaggio di cui egli parlava diffatti si era fermato per

aspettarli; ed a loro rivolto mostrava le sue fattezze che lo rendevano

assai rimarchevole. Era egli uomo di avanzata età; avea mezzana

statura; e i suoi lineamenti, piuttosto duri, non si mostravano animati

che da un colore vermiglio che colorivali, e che dava spicco a due

occhi grigi e vivaci, che sprofondati sotto due folti sopraccigli

spesso si moveano. I suoi capegli già cospersi si mostravano di neve;

la fronte sua tappezzata di porpora, il suo naso pavonazzo davano

indizio non incerto del molto culto ch’egli professava al lieto dio

dell’ebrezza. Avea corporatura muscolosa, breve collo, piuttosto

grossa la testa; mostrava gran forza, e sembrava un uomo risoluto ed

avvezzo alla fatica. Ma farà conoscere un po’ meglio questo importante

personaggio un breve sunto che daremo della sua vita.

La figlia d'un ghibellino, vol. 1/2 · 第 1 / 10 段