EUGÈNE NAPOLÉON.

_Monsieur le duc de Lodi_,

En réfléchissant à la lettre que je vous ai adressée hier,

il m'est venu une idée que je vous confie et dont vous ferez

l'usage que vous jugerez convenable. Ne pensez vous pas que

vous feriez bien d'écrire vous même à S. M. à peu prés dans

le sens de la note que je joins â cette lettre?[28] Vous êtes

mieux placé que moi pour dire tout cela, parce que vous êtes

mieux à portée que moi de juger de l'intérieur. Au reste, vojez

et ne faites que ce que vous jugerez convenable. Sur ce, ecc.,

ecc.

Qui appajono palesemente due fatti: 1.º che l'abbandono della Lombardia

all'Austria non era in quell'epoca acconsentito, e che soltanto la

catastrofe del 20 aprile allargò le ambizioni territoriali austriache,

paralizzando naturalmente le resistenze degli alleati; 2º che

gl'interessi del regno italiano erano fatalmente sacrificati, finchè

Napoleone regnava, agli interessi francesi, e che urgeva svincolare gli

uni dagli altri, dando alla dinastia italiana una base indipendente,

come il Melzi voleva. Il primo fatto dimostra dunque la possibilità,

il secondo la saviezza del suo programma. Eugenio non volle, o non

osò, nel gennajo 1814, assumere la responsabilità di conchiudere questa

pace, senza il permesso dell'Imperatore; ma dalle sue lettere traspira

l'amarezza di non poterlo fare e la preoccupazione dell'avvenire.

Questo avvenire avrebbe ancora potuto essere salvato, quando il duca

di Lodi trasmise al Senato di Milano il suo messaggio del 17 aprile;

poichè le condizioni militari non erano mutate, non erano mutate

le disposizioni delle potenze, e la caduta di Napoleone rendeva

liberissimo il principe Eugenio di assumere quella responsabilità che

nel gennajo gli era parsa troppo temeraria.

Crediamo non occorrano più numerose ragioni a giustificare storicamente

e politicamente la condotta di Francesco Melzi. In quell'ora, egli ebbe

certamente l'istinto della situazione, e se avesse trovato nel Senato

la cooperazione rapida ed energica che i momenti esigevano, l'eccidio

di Prina si sarebbe potuto evitare, e con esso il dominio austriaco che

pesò per nove lustri sulle contrade lombarde.

Sarebbe stato, per la futura unità italiana, un bene od un male?

È un'altra “ardua sentenza,„ che neanche i “posteri„ saranno mai,

crediamo, in grado di pronunciare.

Quanto a Milano, la parabola del suo destino si compieva rapidamente.

I tentativi di reagire contro l'eccesso e di trarre a carattere

italiano le conseguenze della Rivoluzione, si ruppero presto contro

l'attività dei cospiratori austriaci e contro la forza ineluttabile

delle cose. Invano si costituì, a guisa di governo provvisorio, una

Reggenza di cittadini milanesi; invano questa Reggenza inviò deputati

alle grandi potenze, chiedendo il regno separato e la Costituzione

speciale. Confalonieri si udì rispondere da lord Castelreagh che contro

il paterno governo dell'Austria era una pretesa eccessiva il chiedere

delle guarentigie; e, poco più d'un mese dopo l'assassinio del Prina,

il maresciallo Bellegarde aveva preso possesso di Milano in nome

dell'imperatore d'Austria, _legittimo_ ed assoluto sovrano.

V'è qualche insegnamento a trarre da questi fatti? se v'è, crediamo

sia questo: che i grandi commovimenti popolari, quelli che lasciano

traccie, sono quasi sempre il portato di cause morali, anche quando

pigliano a pretesto moventi d'indole semplicemente economica. I popoli

sopportano facilmente anche gravi imbarazzi della vita pratica, quando

hanno la coscienza che l'anima loro è libera; al contrario, se si

sentono soffocata od uccisa la libertà, non sempre ne traggono lungo

conforto dal benessere amministrativo.

La Rivoluzione francese ha cominciato colle grida contro i monopoli

del grano; ma il primo atto di forza che il popolo ha potuto fare,

non l'ha rivolto contro i fornai, lo ha lanciato contro la Bastiglia.

L'insurrezione inglese contro gli Stuardi ha cominciato dal rifiuto di

Hampden a pagare un'imposta; ma il processo di Carlo I non fu incoato e

condotto a fine per pretesti di ordine amministrativo; fu una reazione

violenta contro lo spregio dei diritti e delle libertà popolari.

Gli è che vere rivoluzioni, rivoluzioni che producano effetti, non

si fanno se non sono promosse o condotte da classi pensanti. Non

è il braccio, è l'idea quella che cagiona nell'ordinamento degli

Stati mutazioni profonde e durature. Quando il braccio solo si move,

si producono tumulti, non rivoluzioni; e l'eroe si chiama allora

Masaniello, non Cromwell, non Mirabeau, non Cavour.

Il primo Regno d'Italia ha, colla sua completa negazione di libertà

politica, coalizzate contro sè stesso le classi pensanti e le classi

popolane, unitesi in un giorno nefasto nella trista spensieratezza

dell'odio che non ragiona. È un errore ed un pericolo che il secondo

Regno saprà certamente evitare. Noi non sappiamo per quali prove la

nostra generazione sarà chiamata a passare e di che intoppi lo sviluppo

del movimento italiano troverà ancora a sè dinanzi sbarrata la via.

Quello che speriamo ed auguriamo è che in nessun caso queste prove e

questi intoppi potranno piegare a catastrofi, se da un lato le classi

popolari sapranno non ispingere la tentazione della violenza fino

agli orrori della crudeltà, e se dall'altro le classi pensanti non

abuseranno della passione politica fino a calpestare il sentimento

morale.

Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici · 第 15 / 33 题