che non vede, non sente, non istudia le modificazioni che intorno a lui
e in sè stesso cagiona la forza delle cose o lo spirito dei tempi, non
sa immaginare che si sia mutato o in bene o in male quel partito, quel
governo, quel sistema che da un pezzo ha perduto di vista. S'ostina a
respingerlo o a ribramarlo, sulla base delle passate nozioni, inconscio
dello squilibrio che vi può essere fra la sua ricordanza ed il vero; e
quando poi la fortuna dei casi lo ripone in contatto con quella forma,
desiderata o abborrita, dei tempi andati, s'accorge con sorpresa che
quella forma è mutata, che ha subìta, affrettata, compiuta quella
stessa evoluzione benefica o disastrosa da cui egli credeva che fosse
rimasta lontana od immune.
Questo complesso di circostanze e di idee, unito probabilmente ad
un senso di gelosia e ad un ricambio di antipatia pel duca di Lodi,
unito ad una certa sfiducia dell'uomo d'affari per quella vaghezza di
teorie e quella imprecisione di scopi che distinguevano il partito
degli Italici puri, pose risolutamente il Guicciardi campione della
resistenza contro il programma savio e patriottico esposto al Senato
nella seduta del 17 aprile.
Rifar qui la storia di quella discussione parlamentare non sarebbe
forse inutile, ma sarebbe certamente assai lungo; nel complesso, la sua
intonazione fu meschina e rivelava la pochezza dei valori intellettuali
rimasti in quella assemblea. È, del resto, uno dei fenomeni più
volte ripetutisi nella storia, che, alla vigilia delle grandi crisi,
l'eloquenza parlamentare si trovi quasi sempre inferiore all'urgenza
delle situazioni o schiacciata da quelle. Invece di affrontare la
discussione delle cose, si affronta quella delle apparenze; invece di
trarre i fatti dalla necessità delle parole, si cerca di oscurare i
primi sotto il viluppo delle seconde.
Il Guicciardi, secondato dai suoi, combattè innanzi tutto con mozioni
d'ordine; mostrò dubitare che il Guardasigilli avesse facoltà di
convocare straordinariamente il Senato; gli contestò il titolo di
rappresentante dello _Stato_, mentre, a suo credere, lo era soltanto
del _governo_; propose, vecchio espediente d'ogni nuova contesa,
la nomina di una Commissione per istudiare l'argomento. Propostosi
un Comitato segreto, per discutere subito l'affare e prendere una
deliberazione, il Guicciardi si oppose di nuovo, sostenendo che un
Regolamento organico del 1809 non consentiva al Senato il metodo dei
comitati segreti.
Per uscirne, fu deciso che una Commissione, secondo il suggerimento
di Guicciardi, si nominasse seduta stante e che il Senato fosse
riconvocato la sera stessa alle otto per udirne la relazione.
Guicciardi fu eletto naturalmente a far parte della Commissione, e fu
incaricato, col Verri e col Dandolo, di recarsi dal duca di Lodi per
udirne schiarimenti e notizie.
Questo colloquio e le gravi e dignitose parole del vecchio uomo di
Stato parvero scuotere la Commissione; la quale, scelto a relatore
il Dandolo, accettò e propose al Senato l'invio della Deputazione,
dirigendola però a tutte le Potenze Alleate e sostituendo alla domanda
esplicita del trono pel Vicerè un elogio cauto ed insignificante
delle sue virtù. Questo inciso aveva, nella sua forma ipocrita, una
significazione anche maggiore di indifferenza per la persona del
Principe; e in tal modo lo commentò Carlo Verri, lasciando intendere
che dubitava fossero i voti della nazione favorevoli a lui. L'imminenza
del voto decisivo scosse i senatori del partito vicereale, e il
Vaccari, il Paradisi, il Prina sostennero energicamente la forma
del messaggio Melzi, facendo notare a ragione che, escludendo la
domanda del principe a Re, lo scopo del decreto e della Deputazione si
risolveva in una inutilità. Al che Guicciardi rispose, che essendo,
per gli Statuti Costituzionali del Regno, erede diretto della corona
d'Italia il figlio legittimo dell'imperatore Napoleone, i senatori, che
erano tali in forza di quegli Statuti, non potevano chiedere un altro
Re. Il ragionamento era rigido, ma non era leale; giacchè a nessun uomo
di senno poteva sembrare possibile che la coalizione lasciasse un trono
al successore immediato dell'uomo contro cui s'era rovesciata; e si
ricadeva nel sofisma e nel bizantinismo, rifiutando di riconoscere la
situazione di fatto per aggrovigliarsi nelle situazioni di forma.
Ben lo fecero notare Prina e Luosi, proponendo una nuova dizione
che riservasse almeno _il diritto eventuale_ del principe Eugenio.
Guicciardi non cedette su nessun punto; ed essendosi venuti ai voti,
piuttosto per istanchezza che per esaurimento della discussione, come
accade nelle sedute parlamentari notturne, quasi tumultuariamente il
Senato approvò a grande maggioranza il progetto della Commissione,
nominando il Guicciardi e Luigi Castiglioni a deputati presso le
potenze alleate. E i due deputati, accettato, sebbene a malincuore,
l'incarico, e forniti dal duca di Lodi delle commendatizie necessarie
presso i governi europei, partirono infatti da Milano il giorno
susseguente e si trovarono in Mantova la sera del 19.
La seduta del 17 aprile ebbe un contraccolpo immediato sull'attitudine
dei partiti in Milano.
I cospiratori del partito austriaco, visto che nel Senato il governo
era ridotto ad una piccola minoranza, decisero di approfittare della
circostanza per sollecitare quella rivolta di piazza, che doveva, nel
pensier loro, rendere inevitabile l'intervento dell'esercito austriaco
e quindi la definitiva occupazione, a tutela dell'ordine pubblico.
Gli Italici poi, indispettiti perchè nel Senato stesso neanche una
voce si fosse levata a sostenere il loro programma, rivolsero i loro
sforzi contro il Senato stesso, considerandolo, nella loro cecità,
come l'unico ostacolo al trionfo della parte loro. Fra due partiti,
chiaritisi ostili ad un terzo, una coalizione per distruggere è presto
fatta. Gli _Austriaci_ accordarono il loro appoggio e le loro firme ad
una protesta che gli Italici presentavano, contro la deliberazione del
Senato, per domandare l'immediata convocazione dei Collegi Elettorali,
come unica legittima rappresentanza del Regno. Gli _Italici_ dovettero
tollerare, con trista e tacita complicità, l'agitazione popolare che
il Ghislieri, il Gambarana e il Traversi organizzavano con torbidi
elementi chiamati dal Pavese e dal Novarese.
La protesta in favore della convocazione dei Collegi Elettorali era
imponente per la stessa moderazione con cui era redatta, pel numero
e per la qualità delle firme ond'era accompagnata. Il primo nome
sottoscritto era quello del generale Domenico Pino, e dietro a lui
venivano tutti i nomi più noti dell'aristocrazia e dell'alto commercio,
i Porro, i Trivulzi, i Confalonieri, i Fagnani, i Borromei, i Visconti,
i Greppi, i D'Adda, i Cicogna, i Rasini, i Mellerio, i Sormani, i
Trotti, i Brambilla, gli Arese, i Ciani, i Busca, i Silva, i Bossi,
i Giovio, i Serbelloni, i Crivelli, i Castiglioni, gli Scotti, i
Castelbarco, i De-Capitani, i Balabbio, i Besana, i Barbò; v'era il
presidente del Consiglio comunale, conte Gian Luca Della Somaglia; vi
erano il podestà di Milano, conte Durini, e tutti i Savj municipali;
v'erano le illustrazioni intellettuali, Carlo Porta, il Monteggia,
il Cagnola, Carlo Rosmini, e un giovane già alto nella riputazione
cittadina, Alessandro Manzoni.
Questo documento parve atto così grave e così pieno d'incognite
minaccie a Carlo Verri, uomo di animo retto e fermo, non indegno dei
suoi illustri fratelli, che si recò senza indugio a casa del duca di
Lodi, supplicandolo a prendere, come depositario del supremo potere,
misure di previdenza. Fu inutile; il duca di Lodi, prostrato da un
accesso di gotta, ingannato dai rapporti di una polizia che s'era
fatta complice dei turbolenti, forse persuaso in cuor suo che ogni
cosa precipitava e non v'erano più probabilità di salute, non volle far
nulla. Era fatale che la catastrofe succedesse[20].
La mattina del 20 aprile era il giorno ordinario delle riunioni del
Senato; e, malgrado l'eccitazione popolare, che già si annunziava, il
presidente Veneri non ebbe il coraggio di sospendere la convocazione.
Pioveva; e i senatori s'avviavano nelle loro carrozze verso il palazzo
dove solevano radunarsi.
E allora, in quel palazzo dove oggi accorrono gli studiosi del tempo
antico a frugare le polverose cartelle degli Archivj di Stato, in
quel cortile dove un imperatore di bronzo aspetta, colla stessa
imperturbabilità di cui fu simbolo in vita, che si risolva il quesito
di giustizia storica e di libertà politica agitato intorno al suo
nome, accadde la seguente scena. Quando le carrozze dei senatori si
fermavano dinanzi al vestibolo, un uomo d'alta statura, domestico
di una casa signorile, montava sopra uno sgabello, si accostava allo
sportello e gettava alla folla il nome del senatore, dando egli stesso
il segnale dei fischi o degli applausi, secondochè il personaggio
appartenesse o no al partito vice-reale. La folla era variopinta:
v'erano giovani delle primarie famiglie, con ombrelle di seta, v'erano
lacchè, popolani, faccie truci come di sicarii assoldati, e perfino,
asserisce il Coraccini, delle dame di Corte. Quando giunse la carrozza
del conte Verri, fu accolta da applausi, voltisi poi in fischi nel
salire lo scalone; e il senatore vide distintamente il conte Federico
Confalonieri dare il segnale degli applausi. La folla cresceva ad ogni
momento, e assumeva, come avviene, aspetto più minaccioso e propositi
più torbidi dal maggior numero. Mentre il Senato, appena riunitosi,
cominciava la lettura della protesta e delle firme, un capitano Marini
fece annunciare che la Guardia Civica chiedeva di voler presidiare
essa il Senato, invece dei soldati di linea. Era il primo procedimento
metodico della rivoluzione. I senatori, già sgomentati di questi
preliminari, non seppero neanche dare risposta. E il capitano Begnino
Bossi, del partito italico, rimandando senza contrasto il picchetto
di linea e i dragoni ch'erano di servizio, fece occupare dalla Guardia
Civica il cortile e le scale. Voleva dire, e volle dire infatti, che la
turba fosse padrona d'invadere le scale e i cortili con assai maggiore
libertà di prima. Il romore della sommossa cominciò allora a penetrare
nella sala senatoria, e il pallore degli uscieri avvertì del crescente
pericolo. Il conte Carlo Verri, affidato alla notorietà del suo nome
e della sua famiglia, si offrì di uscire e di arringare la turba. Lo
fece infatti e più volte, man mano che si udiva ingrossare il tumulto.
Ma ad ogni arringa sua, vedeva più inquieta e più cupa l'attitudine
della folla, respinta più in alto la guardia, sempre più occupati dai
tumultuanti gli accessi e le scale del palazzo. La terza volta che
si presentò sul pianerottolo dello scalone, vide che ogni freno era
spezzato; che l'invasione delle sale era imminente. Gli ufficiali della
Guardia Civica gli si strinsero intorno, dicendosi pronti ad esporre
la loro vita per salvarlo; egli, impotente a farsi udire frammezzo
agli urli, agitò un fazzoletto bianco e visto poco lungi il conte
Confalonieri, lo chiamò ad alta voce per nome, invitandolo ad esporre
i lamenti e i desiderii dell'assembramento. Furono poche parole, ma
chiare: che si convochino immediatamente i Collegi Elettorali e che si
richiami la Deputazione del Senato. Poi, gli urli proruppero come prima
e più di prima, e assunsero quel tono foriero delle imminenti violenze:
abbasso il Vicerè! abbasso il Senato! che si sciolga la seduta!
Il Confalonieri si pose a lato del Verri, quasi per fargli scudo della
sua momentanea popolarità, e lo accompagnò fino all'uscio della sala,
rimanendo sul limitare. Nell'interno poi della sala, tutto il Consiglio
era scompigliato; i senatori, sbigottiti, non idonei per tempra ad
affrontare somiglianti tempeste, non chiedevano altro senonchè si
cedesse. Il Verri confermò loro che, senza un'immediata adesione ai
desiderii della folla, non si poteva guarentire la salvezza del Senato.
Non v'era bisogno di più forti scongiuri. Un senatore stese il decreto,
di forma semplicissima: _il Senato richiama la Deputazione, riunisce
i Collegi Elettorali, e la seduta è sciolta_. Il presidente Veneri
appose la firma; siccome la folla già batteva all'uscio ed occorreva
pubblicare il decreto, tutti i senatori e gl'impiegati si posero a
scriverne copie, che poi venivano gettate e diffuse tra il popolo
tumultuante.
Questa risoluzione salvò probabilmente i senatori da un possibile
eccidio; i capi della cospirazione riuscirono a calmare per un istante
le turbe, tanto che i senatori potessero, sgusciando ad uno ad uno,
sfilare lungo i corritoi, tra gli urli e i fischi di quella plebe
sfrenata. Poi cominciò il saccheggio. Il ritratto di Napoleone, dipinto
da Appiani, fu bucato dalla punta di un ombrello e gettato sul lastrico
della via. Poi, tavoli, sedie, usci, specchi, stufe, persiane, le carte
d'archivio e i libri della biblioteca, tutto fu rovesciato, divelto,
rotto in frantumi, buttato dalla finestra.
La prima parte della Rivoluzione era compiuta; il Senato era
esautorato, sgominato, poteva dirsi abolito. Gli ostacoli che parevano
gravi al partito italico s'erano superati. Ma restava l'altra metà del
programma; quella che stava più a cuore del partito austriaco puro;
e anche questa, poche ore dopo, era inesorabilmente e atrocemente
compiuta.
Bisogna ora che ci trasportiamo col pensiero in altra parte della
città; sopra un'altra area, pure oggi immemore della tremenda tragedia,
i cui edifici sono consacrati a quanto v'ha di sereno e di nobile nel
consorzio umano, la religione, l'arte, l'amministrazione cittadina,
l'ospitalità.
La piazza di S. Fedele non aveva allora nè quell'aspetto regolare nè
quella sufficiente ampiezza che oggi le si riconosce. L'edificio in cui
trovasi l'albergo della Bella Venezia si protendeva allora assai più
innanzi, con un massiccio quadrato, diviso dal prolungamento della via
del Marino dalla casa Imbonati, divenuta ora teatro Manzoni.
La facciata poi si prolungava tanto verso il palazzo Marino da lasciare
adito ad una viuzza strettissima ad angolo retto colla via del Marino;
tanto stretta quella viuzza che, come nota il compianto Cusani, obbligò
il celebre architetto di Tomaso Marino a costruire questa fronte del
suo palazzo senza euritmia; cosa che ognuno può verificare od avrà
verificato, notando che la porta centrale ha otto finestre a diritta e
soltanto sei a sinistra, per potere collocare quella porta d'ingresso
in faccia alla contrada dell'Agnello e sottrarla all'oscura strettoia,
per cui nessun rotabile avrebbe potuto passare.
Era quello il palazzo che la dizione pubblica chiamava _la casa del
Prina_; e dove quella immaginazione popolare malata, che è propria
di tutti i tempi e resiste a tutte le logiche della civiltà, vedeva
ammucchiati sterminati tesori. Il ministro delle finanze abitava
infatti in quella casa, che non era sua, ma che il Demanio aveva
comperata dall'Ospitale Maggiore. E lì, fin del mattino, era un via vai
di gente, che, avendo sentore dei preparati tumulti, instava perchè il
ministro cercasse fuori di casa un asilo.
Uno sconosciuto gli s'era presentato, porgendogli un biglietto anonimo,
in cui lo si consigliava a lasciar tosto Milano; due segretari del
ministro, Pavesi e Pioltini, lo esortavano a nascondersi, temendo per
sè stessi e per lui; il parroco di San Fedele si offriva di celarlo in
modo sicuro nel sotterraneo della chiesa; suo cugino, l'abate Prina,
professore a Pavia, stava presso di lui un quarto d'ora prima che la
folla irrompesse, e lo supplicava a fuggire secolui, avendo pronta a
poca distanza una vettura preparata a tal uopo.
Fosse imprevidenza, irresolutezza o coraggio, il Prina non badò a
nessuno di questi avvisi e non si mosse di casa[21]. La fatalità lo
traeva. Trentaquattro anni dopo, un altro ministro, egli pure avvertito
dei sicarii che lo attendevano, non volle mutare la sua via e corse
incontro alla morte: Pellegrino Rossi. Ed aveva egli pure alcune
spiccate analogie col ministro delle finanze del Regno d'Italia;
entrambi uomini rigidi, aspri, inflessibili, tenacissimi; entrambi
alteri dispregiatori di popolarità; entrambi ultimi sostenitori di un
potere che cadeva con essi.
Quando la turba ebbe finito di trionfare delle suppellettili del
Senato, una certa irresolutezza si manifestava nell'attitudine sua;
voleva evidentemente una vittima; e già s'era mossa, per cercarla,
verso il palazzo del duca di Lodi, quando una voce autorevole, forse
spinta — chi lo sa? — da un desiderio onesto di stornare per un
pericolo incerto e remoto un pericolo certo e prossimo, gettò nella
turba il nome di Prina. Dio solo sa a quest'ora se quella sia stata
la voce del conte Federico Confalonieri. Certe accuse, non basta
che siano ripetute dai contemporanei, perchè debbano supporsi vere.
L'epoca nostra ce lo insegna troppo. Guai se il giudizio dei posteri su
alcuno dei più illustri contemporanei nostri fosse basato sulle audaci
improntitudini di alcuni giornali!
Comunque sia, quella voce bastò a fermare la turba, che si precipitò
invece, come un torrente devastatore, verso la nuova direzione e il
nuovo nome additato ai suoi cupi disegni.
Giunse sulla piazza di S. Fedele, quando il cugino di Prina, visti
inutili i suoi tentativi, aveva spinto il ministro in una delle
ultime cameruccie dell'ultimo piano, gettandogli un abito da prete;
ridiscendendole scale, scontrò la ciurmaglia che già le saliva.
Ognuno ha innanzi alla memoria quelle pagine sublimi del romanzo
immortale, in cui Alessandro Manzoni descrive la sommossa del 1628
e l'assalto dato alla casa del Vicario di provvisione, che era, fra
parentesi, Lodovico Melzi, un antenato del duca di Lodi. È fama che
l'ispirazione di quelle pagine si dovesse all'impressione lasciata
nell'autore dall'eccidio del 20 aprile che succedeva a pochi passi
dalla sua contrada. Certo è che gli episodii si rassomigliano tutti;
l'inferocir della plebe, la viltà degli eccitamenti, l'intervento delle
scale e dei martelli demolitori, l'assenza di forza pubblica, la pietà
generosa e impotente di alcuni cittadini. Soltanto, al povero Prina
mancò l'aiuto di Ferrer.
Un Colombo, trovatello, falegname addetto al teatro della Scala, si
vantò finchè visse d'avere scoperto il ministro in quella stanzuccia
dove stava infilandosi le calze e l'abito da prete, nella speranza
che il travestimento potesse salvarlo. Mentre gli uomini pratici della
turba rompevano gli scrigni e mettevano in tasca i titoli di credito,
il rozzo operaio, più violento, ma forse meno spregevole, pensava alla
vendetta personale, che probabilmente gli avranno fatto credere giusta.
L'infelice ministro è ruzzolato giù per le scale, gettato da manigoldi
fuori di una finestra verso la contrada del Marino, e raccolto da
altri manigoldi sulla punta delle ombrelle e dei bastoni. Un manipolo
di pietosi — ce n'è sempre, in questi casi, per l'onore dell'umanità —
lo accerchia, finge d'essere il più accanito contro di lui e lo attira
nell'interno della casa Imbonati. Renzo doveva essere tra questi. Ma
i sicari prezzolati avvertono il tentativo e non lo lasciano compiere.
Prina è strappato di nuovo dal suo rifugio, condotto a spinte, a busse,
a colpi d'ombrello lungo la viuzza già accennata, tra la sua casa e
il palazzo Marino; lo si trascina verso l'angolo di S. Fedele e lì
la turba imbocca, schiamazzante e feroce, la via di S. Giovanni alle
Case Rotte. Invano tentano alcuni generosi di placare quelle iene; il
frate, poi cardinale Orioli, ajo del marchese Lorenzo Litta-Modignani,
il celebre cantante Filippo Galli dal suo balcone, Ugo Foscolo dalla
piazzetta della Scala spendono invano la loro pietà, la loro voce,
la loro eloquenza; soltanto quel drappello di generosi che non aveva
rinunciato alla sua speranza — bisogna nominare fra questi, a titolo
d'onore, un cameriere di G. Domenico Romagnosi, Angelo Castelli —
riuscì per la seconda volta a spingere la vittima trascinata entro
una porticina che metteva nel cortile di un mercante di vino, Perelli,
quasi di fronte alla casa, dove ora si trova la libreria Pirola.
Nascosto lì, dietro un mucchio d'assi del falegname Bonfanti, il misero
Prina, già livido di ferite, vide passare per l'ultima volta innanzi
a' suoi occhi la speranza dell'esistenza. Avrebbe potuto salvarlo
il caffettiere Borrani, aprendo un usciolo che dal cortile metteva
nella sua bottega e ad altre case; ma il caffettiere ebbe paura del
saccheggio e si rifiutò. Avrebbe potuto salvarlo il generale Pino,
coll'impiego di pochi soldati che avessero fatta una punta energica
in mezzo agli assassini, che sono sempre vili. Ma il generale Pino
si divertiva sulla piazza ad arringarli, gli assassini, in luogo di
disperderli; e gli assassini udivano l'arringa, ridevano sul viso
all'arringatore e proseguivano il loro truce divisamento.
Dopo un'ora di questa inutile aspettativa, avendo la turba già rotta la
porta e invaso il cortile e ammucchiato delle fascine per incendiare
la casa, il Prina rinunciò nobilmente all'esistenza, uscì dal suo
nascondiglio e si diede nelle mani dell'orda inferocita.
Qui ebbe luogo una scena d'orrore che soverchia ogni più atroce
concepimento di fantasie sbrigliate. La storia è talvolta più crudele
dell'immaginazione. L'infelice uomo fu da un colpo di martello
sul viso rovesciato a terra, fu legato pei piedi sopra un asse e
trascinato in quella foggia lungo le vie, col capo che rimbalzava sullo
sconnesso selciato della città. La pioggia dirotta e il cader della
notte dovevano aggiungere orrore a quella scena sinistra, certamente
rischiarata dalla luce sanguigna delle torcie di resina, più che
dai pallidi fanali cittadini dell'epoca. Giunta la folla, briaca
d'urli e di sangue, dinanzi all'ufficio del Demanio, sulla piazzetta
del Cordusio, rizzarono contro il muro quel semivivo lacerato, lo
denudarono, e cercavano sfondare la bottega di un vicino droghiere,
per trarne acqua ragia ed abbruciare il cadavere coll'edificio. Erano
i precursori del petrolio politico. Quando Dio volle, un picchetto
di Guardia Civica comparve sulla piazzetta e sgominò gli assassini.
Fu slegato e adagiato nel cortile del Broletto quell'informe avanzo
d'uomo; era morto; ma i chirurghi che lo visitarono non seppero
rinvenire, fra tante e così orribili contusioni, una ferita mortale;
s'era spento di spasimo e di angoscia.
Tal fine ebbe, per una spensierata coalizione di passioni, il conte
Giuseppe Prina, novarese, uomo che ad alcuni difetti, di forma più che
di indole, univa qualità preziose di amministratore e di ministro.
Era dal 1791 nei più alti uffici della finanza; dal 1802 ministro,
prima della Repubblica italiana, poi del Regno d'Italia. Nel 1797
aveva salvato le finanze del Regno di Sardegna, provocando, con una
misura allora assai coraggiosa, la vendita dei beni ecclesiastici. Nel
1798, era uscito dal potere perchè si rifiutò di emanare un decreto
fraudolento, con cui si voleva far perdere alla carta monetata due
terzi del suo valore nominale.
Questi due atti bastano a dimostrare quale fosse il vigore e
l'integrità del suo carattere. Come ministro delle finanze del Regno
d'Italia, l'unica pecca sua fu un'eccessiva devozione personale
all'imperatore Napoleone, alle cui esigenze di danaro non seppe
resistere come doveva. Del resto, portava negli affari una grande
oculatezza, una rigidità che contrastava colle abitudini dell'epoca
e coll'amabilità che lo distingueva nella vita privata. Basava il
suo sistema finanziario sulle imposte indirette piuttosto che sulle
dirette; queste caricava moderatamente per potere, nelle frequenti
occasioni di guerre, trarne aumenti straordinari di facile applicazione
e che gli parevano allora giustificati dal rialzo dei prezzi che la
guerra produceva, a favore dei proprietari fondiari. Così fu che nel
1805 e nel 1806 potè spingere l'imposta fondiaria da 48 a 60 centesimi,
senza che paresse opprimente, e nel 1813 si fece dare un'anticipazione
di due centesimi e mezzo, che l'estimo fondiario potè sopportare senza
troppo disagio. Aveva immaginato il dazio della macina, ma vi rinunciò
quando vide le enormi vessazioni a cui avrebbe dato adito quella forma
d'imposta. Immaginò e tenne fermo il bollo; e fu l'imposta che lo rese
più impopolare, quella che fu presa a pretesto del suo sterminio. Del
resto, la regolarità della sua amministrazione era esemplare; i suoi
resoconti, ch'egli, con esempio nuovo, rendeva pubblici ogni anno,
erano modelli di chiarezza, di semplicità e di esattezza nei risultati;
gl'impiegati del suo ministero non erano esuberanti; frammezzo alla
rovinosa politica dell'Imperatore, aveva potuto consacrare in nove anni
_settantacinque_ milioni, somma per allora enorme, ad opere pubbliche
nell'interno del Regno; le spese di esazione, sopra un bilancio di
centocinquanta milioni, non superavano l'8 ½ per cento. Era insomma,
come cittadino, un uomo della vecchia scuola, che preferiva il concetto
di giustizia a quello di libertà; come ministro, un finanziere sullo
stampo di Colbert e del barone Louis, che credeva la severità verso
gli individui guarentigia necessaria dell'imparzialità verso il
pubblico. Morì per non essersi saputo persuadere che, in un momento
di vertigine, una città mite e gentile, governata da magistrati e da
generali, potesse cercare nel cadavere d'un ministro la prova della sua
attitudine a reggersi come Stato liberale e indipendente.
La catastrofe del 20 aprile ebbe un'eco dolorosa in tutta la Lombardia,
e la pietà per la vittima non tardò a prevalere, dietro la guida
di un poeta gentile, che vendicò col vernacolo popolare il popolare
traviamento di quella giornata[22]. Sopra Milano pesò per lungo tempo
la cupa tradizione di quella tragedia. Eppure, bisogna essere giusti,
Milano non ne è responsabile che per metà. Tutto dimostra ormai che la
maggior parte dei saccheggiatori e degli assassini era stata chiamata
da fuori; dentro, pur troppo, erano gl'inspiratori, e questi la storia
deve cercarli e punirli piuttosto nelle classi colte che nelle classi
popolari della città.
La plebe milanese si trovò spinta al delitto dall'esempio attivo di
altre plebi rovesciatesi in mezzo a lei e dalla colpevole tolleranza
di uomini d'alto grado ch'essa era avvezza a rispettare. È un cumulo
di responsabilità, maggiori o minori, di prima o di poi, d'influenza
o di acquiescenza, che ormai nessuno può togliere più ad una parte
dell'aristocrazia milanese del 1814. Tanto è vero che subito dopo
molti sentirono la necessità di scolparsi, di giustificarsi, di
discutere. Gli stessi coalizzati, come avviene dopo un delitto o dopo
una sventura, si sconfessarono l'un l'altro, rispettivamente alle
singole ingerenze prese da ciascuno in quella settimana di storia. Il
generale Pino, il conte Confalonieri, il conte Guicciardi, il conte
Giovio, il senatore Armaroli scrissero tutti e subito intorno a quei
fatti, e non tutti li scrissero nel modo istesso. Carlo Verri lasciò
pure le sue memorie autografe; memorie che non sempre combaciano colle
altre scritture dei contemporanei, e che soltanto da due anni furono
pubblicate. Il Confalonieri protestò fieramente contro i sospetti da
cui si vedeva assalito, si appellò alla sua educazione, alla stessa
riputazione sua di nobiliare alterigia, per negare gli atti volgari e
violenti a lui attribuiti; invocò il giudizio e la stima del duca di
Lodi, che questi, in una sua lettera, pacatamente accordò[23]. Vere od
erronee quelle accuse dominarono per lunga pezza la vita successiva
del Confalonieri; il quale, nelle sue irrequiete cospirazioni,
nell'attività che pose ad ogni sviluppo d'istituzioni politiche ed
educative, nella stessa audace noncuranza con cui affrontò nel 1821
l'arresto ed il processo che facilmente avrebbe potuto schivare, parve
all'opinione pubblica invaso da un fervido desiderio di espiare con
patriottiche sofferenze un pensiero di colpa o di rimorso. La sua lunga
e nobile prigionia, la fiera calma del suo contegno in quel colloquio
col principe di Metternich, che ci ha rivelato recentemente il biografo
di Gino Capponi[24], hanno raggiunto quello scopo, se mai lo cercava;
ed oggidì il nome di Federico Confalonieri è un nome che suona onore
d'Italia, è il nome di un generoso che non si può rammentare senza
emozione e senza rispetto.
Quanto al generale Pino, la sua situazione innanzi alla storia è
tutt'altra. Pino s'è difeso con molti opuscoli contro le imputazioni
che gli vennero mosse; ha creduto dimostrare la propria energia,
asserendo di essere stato traverso la folla, alla casa del Prina,
mentre era invasa, di non avervi trovato il ministro e di aver dovuto
respingere degli insulti.... alle sue decorazioni. Ma i fatti sono
questi.
Già fin dal mattino del giorno 17, dopo la prima seduta del Senato,
il generale Pino aveva avuto un lungo abboccamento segreto con Giacomo
Luini, direttore generale della Polizia; e il giorno 20, quando già la
sommossa si disegnava, Giacomo Luini aveva mandato fuori di Milano due
compagnie di truppa regolare a difendere il passaggio del Ticino....
che nessuno assaliva. E poche ore dopo, nel fitto della Rivoluzione,
Giacomo Luini si nascondeva presso il conte Giberto Borromeo, uno dei
capi del partito favorevole all'Austria.
Quando il generale Bianchi-d'Adda, facente funzione di ministro
della guerra, dopo l'assalto al palazzo del Senato, incaricò Pino di
assumere il comando di tutte le forze ed ordinò al capitano Vercellon
di mettersi, con una quarantina di uomini, a disposizione del prefetto
della polizia dipartimentale, Giovanni Villa, fu un ajutante del
generale Pino che intimò a quello squadrone di retrocedere in castello,
mentre già la folla cominciava a fuggire, al primo avanzarsi di quei
granatieri per la via di S. Giuseppe.
L'intendente di finanza, Frigerio, che teneva duecento guardie doganali
a propria disposizione nel locale di S. Giovanni alle Case Rotte,
proprio nel centro della sommossa, mandò a chiedere a Pino la facoltà
di farle uscire, garantendo di vincere il tumulto e di liberare il
ministro. Il generale Pino non gli diede risposta. Ed il fatto era
udito pochi anni dopo, raccontato dallo stesso Frigerio, da una persona
vivente degna di tutta fede.
Non basta; il giorno dopo, essendosi arrestati parecchi sicarj, che
volevano continuare le turbolenze, Pino ordinò al generale Paini che
fossero tosto rimessi in libertà, e fu destituito il prefetto Villa,
che aveva cominciato i processi, malgrado gli ordini datigli di non far
nulla.
E finalmente, quando tre giorni dopo, i generali Teodoro Lechi,
Paolucci e Palombini vennero a Milano, nella speranza di persuadere
Pino a reagire contro gli avvenimenti e a tentare una resistenza armata
contro l'Austria, si udirono cinicamente rispondere dal loro collega!
“_la faccenda fu assai ben condotta, giacchè se volevasi una vittima,
bastò una sola, nè fu scelta male_.„
Quando sopra un uomo pesa la responsabilità di questi fatti e di queste
parole, lo storico non ha più un processo da fare, ha un giudizio da
pronunciare.
Colla giornata del 20 aprile fu raggiunto veramente lo scopo della
Rivoluzione e distrutta ogni base su cui poggiava il primo Regno
d'Italia. V'ebbero bensì tumulti e resistenze e saccheggi anche il dì
dopo; ma la stessa facilità con cui fu repressa in quel giorno l'azione
delle turbe sguinzagliate a disordini, prova quanto sia stata colpevole
l'autorità pubblica nella tolleranza del giorno prima.
Eugenio Beauharnais seppe il 21 mattina, per un corriere speditogli
durante la notte dal ministero della guerra, le prime notizie della
Rivoluzione milanese. Aveva appunto spedito al generale Pino l'abbozzo
di un decreto veramente esemplare per la legalità e lealtà delle
sue disposizioni. In esso riconosceva cessati i propri poteri, per
l'abdicazione dell'imperatore, da cui li aveva ricevuti; proponeva
l'immediata convocazione dei Collegi elettorali e la formazione di un
Governo provvisorio, presieduto dal duca di Lodi.
Le notizie di Milano ruppero bruscamente, con ogni sua speranza,
ogni previdenza sua. Leale verso il paese, come lo era stato verso
Napoleone, respinse le istanze di Teodoro Lechi, dirette a far
marciare sopra Milano una parte dell'esercito, per ripristinarvi
la sua autorità; pubblicò un proclama all'esercito ed uno al popolo
italiano, congedandosi da entrambi con generose parole; e al duca Melzi
scriveva, con mesta amarezza: “tous mes devoirs ont cessé... je n'ai
plus d'ordres à donner.„
Sette giorni dopo la strage di Milano, il principe Eugenio, soddisfatti
nobilmente tutti i doveri suoi, partiva da Mantova per Monaco,
ricevendo i saluti commossi de' suoi antichi compagni d'arme, e
accompagnando la convalescente Vice-regina, alla quale poco tempo
prima aveva detto, lagnandosi di offerte che mettevano a prezzo la sua
lealtà: “Oh stanne certa, giammai io sarò Re!„ E non lo fu mai infatti;
ma gli ultimi giorni del suo comando in Italia dimostrarono che, una
volta libero da prepotenti influenze — alle quali, per più ragioni,
gli riusciva difficile sottrarsi — avrebbe potuto essere un sovrano
illuminato e di alte qualità.
Le aveva probabilmente indovinate Francesco Melzi, patrocinando con
tanta intelligenza e con tanto disinteresse la soluzione politica,
che il 20 aprile 1814 gli soffocò nel tumulto e nel sangue. Intorno
alla qual soluzione, parecchie opposizioni furono mosse, fondate sulla
presunzione che mancasse di base pratica, dirimpetto all'attitudine ed
alla preponderanza assunta in Italia dall'Austria.
Il condannare, come utopie, programmi che si sono spezzati contro
la brutalità degli eventi è una filosofia facile pei programmi a cui
questa brutalità ha invece giovato.
Certo, è abbastanza grave per lo storico il dover talvolta spiegare
le cause di ciò che succede, perchè non si abbia ad esigere da lui
che cerchi le ragioni di ciò che non è accaduto. E le leggi che
reggono, a grandi distanze, i destini dei popoli possono essere così
previdenti nella loro complicazione, da rendere più utile una soluzione
momentaneamente cattiva, come necessario avviamento alla miglior
soluzione avvenire, da nessuno prevista.
Tuttavia, a dimostrare le probabilità ragionevoli che aveva, nel 1814,
il programma politico del duca di Lodi, crediamo opportuno aggiungere
alle considerazioni già esposte un documento nuovo; di cui non sembra
abbiano avuto cognizione, nè il Cusani, ne il Du Casse[25], nè lo
stesso Melzi D'Eril[26], che certamente lo avrebbero inserito, in tutto
o in parte, nelle loro diligenti e voluminose pubblicazioni.
È una lettera, d'indole riservatissima, che il principe Eugenio
scriveva il 18 gennaio 1814 al duca di Lodi, e in cui gli dava
ragguaglio d'una trattativa segreta, rimasta, crediamo, tale anche per
gli stessi storici successivi[27]. Preferiamo riprodurre intero il
documento, anzichè citarne dei brani a spizzico, affinchè i lettori
possano giudicare da loro stessi del carattere e dell'importanza di
questo episodio.
_Monsieur le Duc de Lodi._
Je me fais un plaisir de vous informer, _mais pour vous seul_,
de ce que j'ai tenté depuis deux jours, et qui malheureusement
ne m'a pas réussi.
Un peu inquiet de tous les rapports que je recevais sur les
intentions du roi de Naples, je me suis servi d'une occasion
qui m'était offerte par le hasard, pour faire tâter l'ennemi,
et voir s'il ne serait pas disposé à un armistice.
Dans la conversation qui a eu lieu, et qui avait en apparence
un objet bien différent de celui que je voulais atteindre,
l'Aide de Camp du Général Bellegarde a exprimé, même au
nom de son Général, les sentiments les plus honorables pour
ma personne; il a ensuite témoigné quelque étonnement que
l'Empereur ne m'eût pas autorisé _à traiter définitivement
pour l'Italie_. Il a ajouté: “l'Empereur sait pourtant bien
les intentions des alliés sur l'Italie. Ces intentions ont
fixé nos limites à l'Adige. Mais si on ne traite pas ici, nous
serons obligés d'aller en avant; l'Empereur perdra certainement
toute l'Italie, puisque nous sommes plus nombreux que vous et
que d'ailleurs le roi de Naples est décidement notre allié;
et vous comprenez bien que si nous nous emparons de l'Italie,
les conditions proposées aujourd'hui ne pourront plus être les
mêmes.„
Mon Aide de Camp a répliqué:
“Mais puisque votre intention n'était pas de passer l'Adige,
pourquoi marcheriez vous en avant? peut-être le prince
consentirait-il à conclure un armistice qui nous laisserait
vous et nous dans le _statu quo_, pour un temps quelconque,
pendant lequel il est probable que la paix serait signée.„
L'officier autrichien a repris:
“Oh cela n'est pas possible. Le Duc de Bellegarde se croirait
bien autorisé à conclure un armistice avec le vice-roi aux
conditions _qui lui ont déjà été proposées_; mais il ne l'est
pas et ne le serait certainement pas aux conditions dont vouz
parlez.„
La conférence a fini là. Je me suis fait devoir d'en informer
l'Empereur. Je n'ai pas besoin de vous dire que pour mon compte
je ne sortirai jamais de la ligne qui m'est tracée par mes
devoirs et par mes serments.
Il faut donc que nous nous abandonnions aux évenéments et que
nous reportions nos espérances sur les négociations de Bâle.
D'ici là, je ferai certainement tout ce qui sera en mon pouvoir
pour garantir d'une invasion toute la partie du Royaume qui n'a
pas encore été touchée, et je ne désespère pas d'y réussir.
Les dernières nouvelles que j'ai reçu de Naples m'autorisent
à croire que le Roi pourra bien être entraîné à signer un
traité avec l'ennemi, mais qu'il persiste dans le réfus de
porter ses armes contre le troupes de l'Empereur. D'un autre
côté, les lettres les plus récentes de l'Allemagne et de la
Suisse confirment les espérances de paix. — Sur ce, Mons. le
Duc de Lodi, je vous renouvelle les assurances de mon estime
particulière, et je prie Dieu qu'il vous ait en sa sainte
garde.
Écrit à notre quartier général de Verone, le 18 janvier 1814.