Si possono studiare in due modi, sotto due aspetti diversi, i rapporti
fra un individuo ed una società.
La forma più generalmente studiata, quella che seduce per una maggiore
precisione di cause ed uno svolgimento più evidente d'effetti, è
l'influenza che un uomo esercita sull'ambiente in cui vive, sull'epoca
da cui sorge. La forza dominante, in questi casi, appartiene
all'individualismo sulla collettività. È il genio che si sprigiona
dalle mistiche profondità dell'umanesimo, e combatte e vince fenomeni
universali, trasformandoli intorno a sè, obbligandoli a percorrere
traccie diverse, a subire leggi nuove, che talvolta si prolungano bene
al di là del tempo e dell'ambiente.
Aristotele, Dante, Bacone da Verulamio creano e modificano ambienti
sociali nella filosofia, nella letteratura, nella scienza; Giulio
Cesare, Carlo Magno impongono al mondo organismi politici, la cui
influenza durerà ben più lungamente che la vita degli individui
creatori.
Si capisce che questi fatti colpiscano fortemente l'immaginazione degli
scrittori; e che una folla di osservatori si stringa intorno a queste
esistenze privilegiate, che appunto per la loro scarsità e pei forti
contorni della loro fisonomia sono facili ad esaminare e a descrivere,
se non facili ad imitare.
Ma ben diverse e più complesse sono le questioni e gli studi,
allorchè si passa all'influenza che la collettività esercita
sull'individualismo; allorchè si esamina in qual modo agisca un'epoca,
con quale forza prema un ambiente sull'educazione, sulle attitudini,
sugli istinti, sul pensiero dell'uomo che vi nasce e vi cresce.
Quanti uomini di genio sono soffocati da un'epoca di compressione?
quante intelligenze lucide sono sviate o rese incerte da un'epoca di
transizione? quanti caratteri robusti ed interi diventano tiranni od
ipocriti, sotto la piegatura lenta e costante d'una società frolla,
o bacchettona, o crudele? Terribili quesiti, che devono renderci
bene indulgenti nel giudicare gli uomini, ben cauti nell'attribuire
esclusivamente all'indole loro, deficienze o contraddizioni od eccessi,
che talvolta a questa indole furono inoculati da forze estranee, da
impulsi irresistibili di responsabilità collettive.
Un uomo può nascere con attitudini spiccate alla scienza od alla
letteratura; gli basterebbe un incoraggiamento, un alito di libertà per
segnare forse una traccia durevole nei campi dell'intelletto. Invece,
si trova in mezzo ad un ambiente di compressione o di scetticismo;
un censore ignorante gli mutilerà il suo primo libro; un'accademia
formalista gli screditerà il suo trovato; avrà una fiera lotta da
sostenere contro un editore avido od un pubblico arido; il genio in
formazione si sentirà sfiduciato, schiacciato; l'_homunculus_ si
rimpiatterà nel suo germe; Tommaso Grossi farà rogiti di protesto
cambiario; Piatti morirà povero e senza fama.
In ogni forma di attività questo fenomeno può manifestarsi; ogni
carriera, ogni genio può essere alle prese colle rigide tenacità di un
ambiente, può soccombere sotto la mole di un'epoca o di una società.
Bonaparte, luogotenente d'artiglieria, trova innanzi a sè il mondo
ridotto a frantumi, e diventa il genio della guerra per ricostruirlo a
vantaggio suo; Cavour, scrittore di riviste, vede questo mondo bramoso
di uscire dai ceppi antichi, e diventa il genio della politica per
ricostruire la sua patria a vantaggio della libertà. Supponiamo che
quelle due forze, quei due intelletti bisognosi d'azione avessero
dovuto svolgersi nell'ambiente chiuso e tirannico in cui s'è trovata
l'Europa dal 1815 al 1830; forse Bonaparte sarebbe divenuto colonnello
nell'esercito del re di Francia; e il conte di Cavour avrebbe potuto
aspirare al posto di direttore generale delle gabelle.
Se applichiamo criteri indagatori consimili alla storia milanese che va
dall'eccidio del Prina agli albori del 1848, ci sarà forse più facile
trovare la ragione dell'esaurimento politico in cui era caduta questa
città, dove il periodo teresiano aveva prodotto gli eminenti economisti
e giuristi del secolo scorso, e dove il periodo napoleonico s'era
illustrato di Francesco Melzi, degli amministratori e dei generali,
sorti con lui.
Quella fu un'epoca insieme di repressione e di transizione; di
repressione in politica, di transizione nei costumi e nelle idee. Fu
allora che cominciarono a sostituirsi abitudini di fusione sociale alle
rigide distinzioni di classe dei tempi scorsi. Disparvero allora gli
ultimi codini, le ultime parrucche, le ultime calze di seta bianca,
gli ultimi spadini, le ultime giubbe ricamate e arabescate; l'abito
rappresentò coll'esterna uniformità quella comunanza di pensieri e
d'interessi che nobili e borghesi traevano dalla eguale umiliazione
politica; nelle case, ai ritrovi pomposi, ai balli cadenzati, ai mobili
pieni d'oro e di angoli, succedettero forme più famigliari, preferenze
sempre maggiori per le comodità e le vivacità della vita.
Gli ultimi Arcadi morivano, uccisi dal ridicolo, sotto i colpi di
quell'_audace scuola boreal_ che tutto l'ingegno di Vincenzo Monti non
era bastato a respingere ed a sfatare. Si sentiva tutto all'intorno un
mondo che si sfasciava; e tra i ruderi del vecchio e l'ossatura del
nuovo, gli spiriti erravano dubitosi, si slanciavano, retrocedevano,
ripiegavano; la società lottava contro sè stessa per uscire dal
passato, e si spaventava qualche volta d'avere già fatto troppo larghi
passi verso il futuro.
Politicamente poi, il timore e il silenzio erano divenuti i capo-saldi
della vita cittadina, della prudenza borghese. Dopo quelle sterminate
catastrofi che avevano segnalato gli ultimi anni del regime
napoleonico, dopo le coscrizioni doppie o anticipate che avevano
spopolate e addolorate le pareti domestiche, dopo l'impressione di
terrore che aveva lasciato negli spiriti l'ultima giornata del Regno
Italico, s'era prodotta in paese una sete di tranquillità e di pace che
nulla valeva a saziare.
Volevano corsi e carrozze e teatri e giornali di mode e sonni
tranquilli e gendarmi per le contrade. L'Austria soddisfaceva ed
ajutava questo indirizzo dello spirito pubblico. Venuta qui con
larghe promesse d'indipendenza e di libertà, si accorse presto che
poteva smentirle impunemente, e lo fece. In Europa le lasciavano ogni
arbitrio, nel paese non trovava sufficiente scatto di opposizione.
Ci diede il Codice civile e la Cassa di Risparmio, un Vicerè e una
Vice-regina che facevano ballare e trottavano sul corso in tiro a sei,
cantanti e ballerine di cartello, giornalisti che si accapigliavano
per la Taglioni o per la Cerrito, gendarmi e poliziotti in abbondanza,
sulle strade maestre, agli angoli delle vie, sotto i fumosi lampioni ad
olio di noce, sugli impalcati delle vetture postali.
Sotto questo regime gli uomini che avevano avuto l'abitudine dei
discorsi politici si racchiudevano nel silenzio; i giovani ne sentivano
difficilmente il bisogno; la polizia era divenuta la maggiore
istituzione europea, e il principe di Metternich voleva sapere da
Vienna di che cosa si discorresse sotto i platani del bastione o nei
palchi del teatro alla Scala. A poco a poco, il regime europeo ci
soverchiò e s'impose. L'Austria, che aveva vinto Napoleone, parve
divenuta la potenza invincibile, eterna, a cui l'Italia non sarebbe
sfuggita più.
Si accettò la vita com'era. Si andò ai balli del Governatore, del
Vicerè. Gli ufficiali austriaci, che ci avevano liberati dalla canaglia
del 20 aprile, avevano forme cortesi, si accettarono cortesemente.
Si leggevano i giornali ufficiali, la _Gazzetta di Milano_, la
_Biblioteca Italiana_; più sovente i giornali musicali e teatrali,
il _Figaro_, il _Pirata_; più tardi l'_Indicatore_ e l'_Eco della
Borsa_; i più rivoluzionari, leggevano il _Journal des Débats_. Ai
giovani che crescevano, i padri, sfiduciati di cose vecchie e paurosi
di cose nuove, raccomandavano prudenza, circospezione, rispetto ai
superiori; il discorso di politica non si affrontava che sotto voce,
fra gl'intimissimi, con mille reticenze di fatti e di nomi; si troncava
presto, come di argomento che implicasse disgusto o pericolo; si
parlava della Spagna o dell'Algeria, non dell'Italia. Le generazioni
crescevano in quest'afa, sotto questa pressione, e perdevano a poco a
poco ogni memoria, ogni coscienza di sè.
Com'era possibile uscire da queste molteplici difficoltà, vincere la
compressione, sovrapporsi alla transizione, e riprendere in Lombardia
la tradizione dei grandi caratteri e dei grandi intelletti?
Lo tentò e vi riuscì, con intero successo, un uomo solo, Alessandro
Manzoni. Ma vi riuscì, allontanandosi da ogni complicità, da ogni
attinenza colla politica contemporanea; vi riuscì, creando una
letteratura nuova e potente, sotto cui i dominatori non avevano potuto
indovinare nè punire l'alto sentimento di patria; vi riuscì, rigettando
il suo genio fra le tenebre dei secoli precedenti, per trovarvi
corruttele e discordie da flagellare, virtù ed audacie da segnalare, ad
esempio dei tempi suoi.
Però intorno e al di sotto di lui, il pensiero politico, la vita
pubblica trovavano pastoje difficili a superare, vincoli impossibili
a rompere. Quei pochi, fra cui si conservava il fuoco sacro, o avanzi
gloriosi del periodo militare napoleonico, o giovani sdegnosi di
curvare la loro vita all'ossequio ignominioso dell'epoca, si riunivano,
discutevano, deploravano, cercavano di sperare. Impotenti all'azione,
si buttarono alla cospirazione; necessità dolorosa nei governi di
servitù, deplorabile piaga nei liberi.
Quelle forme, quei segreti, quelle iniziazioni mistiche o paurose,
ch'erano state fino allora espedienti per dare importanza ai mediocri
od ai pessimi, cominciarono ad essere la seduzione dei cittadini
migliori. Le società segrete pullularono, si moltiplicarono, si
frazionarono secondo gli scopi, secondo le difficoltà materiali
o morali d'ogni singolo centro. L'Italia fu piena di loggie, di
vendite, di giuramenti, di motti, di segni di croce, di emblemi,
di spade incrociate, di parole incomprensibili scritte col sangue o
colla chimica. Tutti gli elementi di qualche valore intellettuale o
di qualche vigore patriottico si ascrissero, per illusione di libere
solidanze, ai frammassoni, ai carbonari, agli adelfi, ai federati,
più tardi alla Giovane Italia. Le polizie non tardarono a fiutare
i pericoli, a scoprire i misteri, e in ognuna di quelle illuse
consorterie penetrarono elementi infidi, agenti diretti; che si
acquistavano naturalmente fiducia, per essere sempre i più pronti e i
più arditi nel manifestarsi.
Così l'organismo sotterraneo italiano cessava d'essere pericoloso pei
governi e diventava invece un pericolo continuo pei patrioti. Il loro
elenco, il loro censimento ufficiale stavano sul tavolino di tutti i
direttori di polizia; i quali, ad ogni stormir di fronda, lanciavano
i loro agenti a impadronirsi delle fila di congiure appena abbozzate,
talvolta neanche pensate. E così passavano per le carceri, per le
torture, per le forche uomini egregi, responsabili d'un biglietto
ricevuto o d'un nome dato, ma che suscitavano colla loro riputazione
o colla loro virtù i timori di un dispotismo, oscillante sulla stessa
base della sua onnipotenza.
La storia d'Italia diventava null'altro che un protocollo di processi
politici; la città del Parini e del Manzoni diventava l'ignobile
anticamera d'una schiera di sbirri e di inquisitori, fra i quali erano
destinati a trista celebrità un Trevisani, un Torresani, un Bolza, un
Pachta, uno Zajotti, un Salvotti.
Il falso visconte di Saint-Aignan provocava e poi denunciava la
cospirazione militare milanese del 1815; un Torelli complottava nel
1831 e poi svelava i complotti; il Boccheciampe tradiva, dopo averla
incoraggiata, l'audace spedizione dei fratelli Bandiera; Attilio
Partesotti s'insinuava nelle grazie di Giuseppe Mazzini e svelava
all'Austria i nomi e i progetti dei mazziniani.
Infinita fu la schiera dei giovani deboli e degli uomini forti che da
queste insidie e da questi terrori furono tratti a rompere la vita
e l'ingegno contro le sbarre di una fiera prigione. Per non parlare
che dell'alta Italia, il processo del 1815 avvolse Teodoro Lechi,
Giovanni Rasori, Filippo Demester, Pietro Varese e una dozzina dei
loro compagni; il processo del 1818 condusse a duro carcere, fra molti
altri, Antonio Villa, Antonio Solera, Fortunato Oroboni, e quei due
maschi caratteri di Felice Foresti e di Giovanni Bachiega. Poi venne il
processo del 1820 contro Melchiorre Gioja, Domenico Romagnosi, Silvio
Pellico, Piero Maroncelli, il conte Giovanni Arrivabene ed altri. Poi
si arresta, come emissario d'una setta straniera, Alessandro Andryane;
poi nel 1821 il Confalonieri, il Pallavicino, il Castillia, Pietro
Borsieri, Andrea Tonelli. Poi, altri processi nel 31, nel 33, nel 35,
e sfuggono all'arresto Pietro de Luigi, Francesco Arese, e sono presi
con altri, Luigi Tinelli, uno Zambelli, Gabriele Rosa e Cesare Cantù.
La resistenza era tutta concentrata nelle classi superiori, fra
i nobili soprattutto e fra i letterati. Le masse popolari non
avevano ancora, come più tardi, aperte le loro fibre al fremito
dell'indipendenza. Si commovevano alle sofferenze dei patrioti; ma non
erano indifferenti alle feste dei persecutori. Subivano gli effetti
dell'epoca di transizione. E l'imperatore Francesco e il principe
di Metternich potevano, malgrado i processi iniqui e le più inique
condanne, venire due o tre volte a Milano, senza che la moltitudine
osasse turbare con atti di disapprovazione gli spettacoli e le
luminarie. Soltanto uno studente dell'Università di Pavia, Tommaso
Grossi, rispose nel 1819 alla sfida del viaggio imperiale, con una
vigorosa e felicissima satira in dialetto popolano, la _Prineide_, che
girò manoscritta e fu subito su tutte le bocche.
Fra questi tentativi politici, il più grave per la larghezza del
disegno, per la qualità dei cospiratori, per le conseguenze che
ne rimasero, fu certamente quello del 1821. E fra le vittime del
tentativo, la figura più altera, la personalità più drammatica, il nome
rimasto nella tradizione popolare e nel quesito istorico come il vero
protagonista di quel dramma affannoso fu un patrizio milanese, il conte
Federico Confalonieri.
Pochi uomini al tempo nostro sono stati più discussi di lui; pochi
hanno avuto più devota schiera d'amici, più larga corrente di
antipatie. Era nato al dolore e alla tragedia, come altri nascono
all'idillio o all'amore. In tutte le fasi della sua vita, ha una
pagina strana, che non lo porta mai al trionfo, ma che lo leva dal
comune degli uomini. Giovane, è involto nei cupi andamenti di una
rivoluzione che mette capo al delitto; sette anni dopo, gli si addossa
la responsabilità di un altro movimento che mette capo a sconfitte e a
supplizj; passa i quindici anni della sua virilità fra le nude pareti
di un tetro carcere, amareggiato da ogni specie di sofferenze fisiche
e di torture morali; muore, come pochi muojono, durante un viaggio,
di pieno inverno, senza conforto di parenti o d'amici, in un albergo
di villaggio, sulla cima del S. Gottardo. Il mistero s'è assiso, come
dicono i poeti, al suo capezzale; lo offende nel 1814, lo perseguita
nel 1821, esce con lui dallo Spielberg nel 1836, non lo risparmia
nemmeno fra le pareti domestiche, in mezzo all'atmosfera di eleganza e
di affetto che per pochi anni Teresa Casati ha potuto creargli intorno.
È suo destino che lo si possa credere atto a cose grandi, capace di
cose odiose. Nel complesso è una sfinge, contro cui non hanno cessato
mai di scrosciare i venti e le tempeste, ma che resiste immota alle
offese e che forza i viaggiatori del deserto a volgersi per guardarla
e per occuparsi di lei.
Ora può dirsi giunto il tempo d'interpretare l'enigma di questa
sfinge? possono dirsi vicini i posteri ad afferrare i confini di questa
personalità, a strappare dalle pieghe dell'anima sua qualcuno fra i
segreti, onde si compone e continuerà a comporsi la storia psicologica
dell'ente umano?
Forse certi fenomeni dell'atavismo potrebbero essere utilmente invocati
ad esplicare alcuni lati dell'indole di Federico Confalonieri.
Apparteneva al più antico patriziato milanese, senz'altro forse alla
famiglia più antica; poichè, senza voler rimontare alla tradizione di
S. Eustorgio, vi sono documenti del secolo ottavo, da cui appare già
il privilegio dei Confalonieri di accompagnare nel loro ingresso gli
arcivescovi di Milano. Fra i membri di quella prosapia parecchi avevano
avuto vicende strane. Un Corrado, dopo avere appiccato incendj, s'era
pentito, vedendo condannarsi alla morte un povero contadino pel delitto
suo, ed era corso a chiudersi in un eremo, presso Noto, dove stette
36 anni e d'onde uscì beato, poi santo. I Confalonieri furono alleati
di Carlo Magno e di Federico Barbarossa. Nel secolo XIII Stefano
Confalonieri va ad appostarsi sulla strada di Barlassina ed uccide
di sua mano, per fanatismo d'eretici, quel Pietro inquisitore che la
Chiesa ha poi canonizzato col nome di S. Pietro Martire. Non vi sarebbe
dunque a meravigliare se dall'insieme di queste tradizioni gentilizie
uscisse nel conte Federico un tipo rigidamente aristocratico, duramente
accentuato, e in lotta continua fra istinti vigorosi di ribellione e
vaghe aspirazioni a misticismo religioso.
Durante il Regno Italico, Federico Confalonieri non ci appare che
sotto le sembianze eleganti d'un giovane della buona società. È il
migliore cavallerizzo, il re delle danze, l'oracolo nelle questioni di
buon gusto, di spirito, di duelli. Il Cantù ha pubblicato in un suo
libro pieno di sbalzi: _il Conciliatore e i Carbonari_, alcuni versi
di Giovita Scalvini, da cui appare la grande seduzione che esercitava
il giovane Confalonieri sugli uomini.... e sulle donne. Teresa Casati,
bellissima e dolcissima fanciulla, gli rompe coll'amor suo la vita
da scapolo. Ed egli è felicissimo di quell'amore; la giovane coppia
conserva il primato delle simpatie cittadine; la Vice-regina vuole la
sposa Confalonieri a sua dama di corte, e lo sposo vi acconsente senza
entusiasmo.
Verso gli ultimi mesi del Regno, Federico Confalonieri comincia ad
assumere atteggiamento politico. Non accetta un ufficio di Corte che
Napoleone gli destina[29]; si astiene dallo intervenire ai ricevimenti
del Vice-re; parla alto e forte contro le follíe dell'Impero e le
sue guerre sterminatrici. Al 20 aprile, ha già fisi sopra di lui gli
sguardi del pubblico, ed ogni suo passo è spiato, ogni mossa giudicata,
piuttosto con diffidenza che con simpatia. È considerato già come il
capo del partito italico; e si separano tanto da lui i capi della
soluzione austriaca, il Verri, il Guicciardi, l'Armaroli, quanto
egli cerca separarsi dal Melzi, dal Prina, dai capi della soluzione
eugeniana. Come accade in tutte le giornate di tragiche commozioni, le
accuse e le difese s'incrociano e non riescono a illuminare la scena.
Il Verri asserisce di averlo visto nel cortile del Senato dare il
segnale di applausi, ed egli afferma in un opuscolo[30] “nessuno potrà
asserire d'avermi visto prender parte a que' clamori, sia di plauso,
sia d'improbazione.„ L'Armaroli attribuisce a lui personalmente l'atto
brutale di avere traforato coll'ombrello il ritratto dell'Imperatore
dipinto dall'Appiani e di averlo buttato dalla finestra; e il
Confalonieri risponde[31], denunciando al pubblico lo scrittore come
“un vile calunniatore„ e protestando di “non avere mai posto, nell'aula
del Senato, in quella giornata, il piede.„ Abbiamo visto come il duca
di Lodi, uscendo dal suo cauto e silenzioso riserbo, rispondesse ad
una lettera del Confalonieri, chiamando “uomini più che imprudenti„ i
pubblicatori di quelle accuse contro di lui.
Certo, il Confalonieri agì in tutta quella giornata con impeti
giovanili, dei quali pareva che il rancore, un rancore fiero e
personale contro il principe Eugenio, fosse l'inspiratore. E s'è molto
almanaccato, allora e poi, intorno a questo rancore. Gli si cercarono
ragioni speciali, molto intime, punto politiche. Si sono immaginate
imprudenze, passioni, vendette, di carattere medioevale.
Il nome, la gentilezza, la riputazione morale di Teresa Confalonieri
ci pare che bastino a collocare simili supposizioni fra quelle troppo
abusate a spiegare i fatti politici coll'elemento fantastico.
Può darsi che Federico Confalonieri fosse geloso. Lo si è quando si ama
e quando non si ama. In tal caso, Dio gli ha riserbata una punizione
ben grave. Ma dall'essere geloso ai cupi drammi che la tradizione
popolare ha raccolto intorno a quell'altera figura, ci corre assai.
Il principe Eugenio Beauharnais era un vagheggino; Teresa Confalonieri
era bellissima; Federico era marito ed era orgoglioso; il dramma umano
è lì, ma tutto induce a credere che sia stato unicamente lì. Ora, non
basta una semplice galanteria di modi o di linguaggio a spiegare il
contegno del Confalonieri verso il Vicerè. Un uomo dell'educazione
e delle abitudini del conte non poteva spingere all'odio qualche
momentanea irritazione per preferenze usate da un principe ad una bella
signora, in un'epoca in cui le relazioni sociali non s'inspiravano
a claustrali rigidità. D'altronde vi sono lettere del Confalonieri
a sua moglie, da Parigi, nel maggio 1814, in cui si esprime intorno
ad Eugenio nei termini della maggiore franchezza e intimità; con
quell'accento verace di comunanza negli affetti e nei giudizj, che
certo non avrebbe potuto usare, se il principe ormai spodestato fosse
stato, in qualunque tempo, fra lui e sua moglie una causa di dolorosi
rapporti. Si compiace con essa, p. es. perchè alla famiglia Beauharnais
non sia stata riserbata, nelle trattative diplomatiche, nessuna
_principauté_. Le dà ragguaglio d'un incontro fortuito avuto con lui
nell'anticamera di lord Castelreagh; e le aggiunge scherzosamente:
“Sostenni però la dignità della mia rappresentanza, ed egli certo
trovavasi più di me imbarazzato.„ Un'altra volta, invitato a pranzo
dal maresciallo Berthier, vi trova il conte Méjean, segretario di
Eugenio, che gli dice essere stato il principe assai spiacente di
non aver veduto da lui nessuno della Deputazione Italiana. E il
Confalonieri risponde calmo “che una Deputazione politica non poteva
agire individualmente e che anche la semplice urbanità doveva cedere
alla posizione gelosa in cui si trovava, dovendo rispondere di sè alla
nazione.„
Tutta questa corrispondenza insomma, dettagliata, intima, affettuosa,
dimostra che nessuna nube gettava tra Federico e Teresa il nome del
principe Eugenio. Sicchè è forza cercare una ragione veramente politica
alla condotta sdegnosa ed ostile del Confalonieri verso il più alto
rappresentante del regime napoleonico in Italia. A questo regime egli
era e s'era manifestato profondamente avverso. Come tutta la gioventù
non militare del tempo suo, disperava di un'ambizione che nessuna
strage poteva disarmare. Quella nuova Iliade aveva stancato; il nome
di Napoleone, ancora pieno di prestigio sugli uomini di guerra, aveva
cessato di rappresentare, innanzi agli uomini di pace e di governo,
nessuna speranza di benessere o di stabilità. Dopo la campagna di
Russia, un lutto profondo aveva regnato nelle famiglie lombarde; di
ventisette mila Italiani ascritti al grande esercito, soltanto mille
rivedevano, col generale Pino, la patria; altri ventidue mila erano
rimasti fra le zolle insanguinate di Spagna. Le guardie d'onore, meno
cinque, erano tutte perite[32]. Non bastava la gloria a consolare
tante madri. Onde la coscienza pubblica, attonita a questo duello
fra un uomo e l'Europa, non osava più ricordarsi dell'idolo antico,
a cui l'adorazione aveva pur troppo insegnata la via del male; e si
allontanava da quel gigante, sotto i cui passi, come sotto quelli del
dio d'Omero, tremava la terra.
V'è una lettera di Confalonieri a sua moglie, da Parigi, pochi giorni
dopo l'atto di abdicazione, in cui parla quasi con ira dell'uomo “che
ha fatto scannare centomila vittime in sostegno di tutt'altra causa che
la loro propria.„ Era veramente la nota dominante, il _grido di dolore_
dell'epoca.
E se a questa ragione di alta politica, un'altra dovesse unirsene
d'indole personale, a giustificare l'antipatia che il Confalonieri
nutriva pel Vicerè, non la cercheremmo in un amore ferito, ma
in un'ambizione offesa. Il principe Eugenio aveva offerto al
conte Federico di essere suo grande scudiere; e l'offerta dovette
singolarmente umiliarlo. Al giovane altiero, che si sentiva un valore
politico ed era forse troppo impaziente di politiche attività, quel
posto di Corte, che gli dava il diritto o l'obbligo di cavalcare sul
corso alla portiera del Vicerè, parve piuttosto un insulto che un segno
di favore. Rifiutò sdegnosamente, e forse di lì muovono i primi impulsi
alla sua tenace ostilità. Da una lettera sua alla moglie e da un'altra
a lui scritta da Lodovico De Breme traspare quanto orgoglio venisse
offeso da quell'incauta proposta vicereale.
Ad ogni modo, dopo la fatale giornata del 20 aprile, e malgrado
l'incerta fama che ne rimane su lui, l'influenza politica del
Confalonieri diventa subito grande.
La Reggenza Provvisoria di governo, tratta dal solo partito austriaco,
lo sceglie fra i deputati inviati a patrocinare presso le potenze
alleate le sorti del Regno. Ed egli, più giovane di tutti, è il
capo morale della Deputazione, l'oratore incaricato di affrontare le
questioni più delicate, i colloqui più decisivi.
Questa prima missione politica è piena di onore pel conte Federico. Il
brillante ordinatore dei minuetti milanesi si muove come un diplomatico
esperto frammezzo a quella plejade di imperatori e di marescialli.
Non è imbarazzato, non è timido, non è provocante. Vede giusto fino
dal primo giorno e non s'illude, nè illude. Il suo colloquio con lord
Castelreagh, in cui quel plenipotenziario inglese gli annuncia chiaro
e tondo che la Lombardia è data senza condizioni all'Austria, è stato
già pubblicato[33]; ma non sono pubblicate ancora le molte lettere sue
da Parigi alla moglie, in cui la informa della situazione di Parigi e
de' suoi colloqui coi sovrani di Russia e d'Austria.
È appena giunto, e scrive il 4 maggio: “Milano è nell'inganno. Egli
è ben doloroso il doverne sortire, quando l'inganno è dolce.... Un
mese prima eravamo ancora in tempo per far qualche passo alla nostra
politica esistenza; or non ci resta che ad implorarla. Ci verrà essa
accordata? l'Austria è l'arbitra, la padrona assoluta dei nostri
destini. Non trattasi più di domandare alle Alte Potenze costituzione
liberale, indipendenza, Regno, ecc. Trattasi d'implorare ciò che un
padrone ci vorrà accordare.„
Assiste all'ingresso in Parigi di Luigi XVIII, e, meravigliato degli
entusiasmi che l'accompagnano, scrive con vibrate parole: “Stordita
nazione, ha bisogno d'esser condotta colla catena e col flagello! 24
anni di disastri non l'hanno ancor resa alla ragione. Ma l'orgoglio,
ma la vanità francese è bassa.... si ubbidisce tremando a chi parla una
lingua straniera....„
I suoi abboccamenti coll'imperatore Alessandro e coll'imperatore
Francesco sono di notevole interesse storico. Alessandro riceve
gl'inviati milanesi come illustri italiani, non come Deputazione. È
garbato, ma breve e laconico, quasi per impedir loro affatto d'entrare
in materia. Invano il Confalonieri e Alberto Litta prendono due
volte la parola; egli la tronca con altiera urbanità sul labbro degli
oratori, dice loro delle cose graziose e li congeda coi complimenti
d'uso. Forse il contegno dell'imperatore Alessandro sarebbe stato
diverso, se la Deputazione milanese avesse avuto il mandato di
sollecitare una soluzione favorevole al principato indipendente di
Eugenio Beauharnais. Questa soluzione avrebbe avuto tutto il favore
dello Czar, che all'imperatrice Giuseppina lo aveva caldamente
promesso. E forse in quel punto Federico Confalonieri avrà dovuto
pensare come l'essere giovani e audaci non basti sempre a risolvere
bene i gravi argomenti, e come il vecchio Melzi avesse avuto, nel suo
tentativo politico di un mese prima, intuito più giusto e avvedimenti
più sagaci de' suoi.
Quanto all'imperatore Francesco, le sue accoglienze sono egualmente
cortesi, ma la sua volontà è inflessibile. “Voi mi appartenete per
diritto di cessione e per diritto di conquista, vi amo come miei buoni
sudditi, e come tali niente mi starà più a cuore del vostro bene;„ ecco
le prime parole con cui l'Imperatore accoglie la Deputazione lombarda.
E il Confalonieri scrive alla moglie: “nulla vi ha di lusingante e
di paterno che non ci abbia detto in più di mezz'ora di amichevole
conferenza, ma egli parlava da padrone, nè vi era luogo a patti.„
Richiesto se almeno acconsentiva che la Corona di Ferro brillasse sul
suo capo, unitamente alle altre, ma dalle altre staccata, rispose:
“Io non ho progetti ambiziosi, mi occuperò di questa idea, desidero
assai farvi contenti; Regno Italico no, perchè io non ispingo le mani a
quello che può essere d'altri.„ E cercava in quei giorni di spodestare
la dinastia di Savoja!
Alle richieste di Confalonieri per un esercito indigeno, per lo
sviluppo degli stabilimenti sorti durante il periodo italiano, per
la restituzione dei capi d'arte involati sotto il periodo francese,
rispondeva evasivamente: “Lo veggo, avete bisogno di una Corte; vi
manderò un Arciduca; sarà ammogliato.„ Quanta meschinità di criterj in
così grande sommovimento di cose!
L'Imperatore desiderava però compromettere più a fondo i delegati
milanesi; diceva loro che desiderava vederli altre volte per valersi
dei loro lumi. Al che rispondeva con prudente fermezza il Confalonieri
che “la Deputazione non poteva allontanarsi dallo scopo per cui era
stata mandata, senza avere nuove istruzioni.„
È rimasta nelle tradizioni storiche di quei giorni una grande oscurità
intorno alla vera soluzione che il partito italico avrebbe voluto
dare alle cose del Regno. Si conosce il programma dei Mellerio e
dei Ghislieri, l'Austria assoluta; si conosce quello dei Verri, dei
Guicciardi, della Reggenza, l'Austria con guarentigie amministrative;
si conosce quello dei Melzi, dei Paradisi, dei generali italiani, il
Regno autonomo colla dinastia di Beauharnais. Ma qual era il programma
di Confalonieri, che a nessuno di questi aderiva e che di tutti s'era
guadagnata l'ostilità?
Nessuno storico, a nostra conoscenza, l'ha finora accennato; ma fra
le carte della famiglia[34] si trovano accenni ad una soluzione, che
il conte Federico era forse allora solo a credere possibile, e che i
tempi resero più tardi la soluzione trionfante. “Stiano gl'Italiani
uniti„ scrive alla moglie fino dal 13 maggio 1814 “non presentino che
un solo voto, si dimentichino quel fatale e malinteso patriottismo di
città per non servire che al patriottismo di nazione; pronuncino pure
i loro sensi altamente, energicamente, li facciano giungere fin qua, e
la loro causa non è ancor disperata.„ E più tardi scrive: “Bando alle
idee municipali e pregiudicate; la miglior consistenza di uno Stato è
legata colla sua compattezza e conveniente linea di confini. Le città
non possono essere tutte capitali; e una città grande di uno Stato
grande val meglio di una capitale in uno Stato piccolo. Se nel sistema
delle reintegrazioni, la Casa di Savoja, già la più forte dell'Italia
nordica, dovesse divenirlo di più, è meglio appartenerle che aumentare
il numero o far parte dei frazionarj Ducati italiani.„
Da queste lettere spunta veramente un programma; un programma forse —
come il diplomatico di Scribe — unitario senza saperlo. Ma l'uomo che
fin dal 1814 vedeva nella Casa di Savoja, allora negletta ed umiliata,
la soluzione dell'avvenire; l'uomo che, affrontando con largo animo la
questione municipale, intuiva le discordie del 1848 e le concordie del
1859; l'uomo che fin d'allora consigliava a Milano, splendida capitale
d'un grande Stato, di abdicare, per intenti superiori di nazione, ad
orgogli che potevano sembrare legittimi, — quest'uomo doveva unire ad
un forte intelletto politico un alto sentimento di convenienza e di
generosità[35].
Chiuse le trattative e stabilito irrevocabilmente il destino della
Lombardia, Confalonieri non volle spiccarsi da Parigi senza visitar
Londra. La sua riputazione vi era giunta prima di lui, ed egli
ebbe ovazioni dal partito liberale e dai membri dell'opposizione
parlamentare, malcontenta già del trattato di Parigi e della condotta,
piena di assenso a tutte le avidità imperiali, che vi aveva tenuto
lord Castlereagh. Non volendo aggiungere pretesti a lotte politiche
in paese straniero, Confalonieri tornò subito a Milano. Vi prese
atteggiamento di altiera disapprovazione per la condotta governativa
dell'Austria e per la sleale dimenticanza delle sue promesse. Fu il
rigido regolatore del piccolo partito nazionale rimasto in Milano; ed
ebbe crude parole per le debolezze di amici suoi, del Pecchio fra gli
altri e di Ugo Foscolo; col quale corsero sfide, perchè il suo contegno
verso le autorità austriache non gli era parso così indipendente
com'egli giudicava che il Foscolo avrebbe dovuto serbarsi. E forse
dobbiamo alla severità morale del Confalonieri se quell'alto ingegno
s'è potuto in quei giorni fermare sulla china pericolosa verso cui
l'avviavano le spensierate prodigalità della sua vita gaudente; e se,
determinandosi ad emigrare in Isvizzera e a Londra, trovò poi modo
di rialzarsi a dignità di lavoro e di riconquistare l'amicizia dello
stesso Confalonieri e degli altri liberali che a Milano ne avevano
deplorata l'incerta condotta.
Dopo un anno di questa vita milanese, piena di virtù, di riflessioni,
forse di pentimenti, il Confalonieri si decide a viaggiare; viaggia
colla consorte, viaggia solo, con amici, percorre l'Italia, la
Svizzera, e da capo la Francia e l'Inghilterra. Viaggia con molta
serietà d'intenti, coll'animo sempre aperto alla patria e all'avvenire.
Monsignor Pacca, governatore di Roma, annunciando a chi vi poneva
interesse il passaggio per le Romagne del conte e della contessa
Confalonieri, notava che a Roma e a Bologna essi frequentavano “la
più cattiva compagnia.„ Voleva dire gli uomini che aspiravano a
rivolgimenti d'indipendenza.
A Napoli il Confalonieri conosce i Poerio, i Carrascosa, i Cuoco, i
Rossaroll e quei due generali Pepe, di uno dei quali, Guglielmo, scrive
con tacitiana sentenza: “divenuto famoso senza essere nato a fama.„
In Toscana si stringe di nobile amicizia con quel Gino Capponi che è
stato per tre generazioni il modello degli Italiani a cuor largo e a
politica generosa. In Isvizzera visita gli istituti di Fellemberg e
di Pestalozzi e vi si innamora delle questioni didattiche e dei metodi
educativi. In Inghilterra studia tenacemente le istituzioni liberali;
è ricevuto a braccia aperte da lord Holland, il patriarca dei liberali
inglesi, e un fratello del Re, il duca di Sussex, lo inscrive nella
loggia di Cambridge.
In Francia, si lascia attrarre dal vecchio Buonarroti nell'ambiente
delle società segrete; nelle quali accetta di entrare, quasi con
scettico disdegno, ricusando i giuramenti e gli altri vincoli
della setta. È accolto ospite gradito nella compagnia del venerando
Lafayette, e vi conosce i Broglie, i Dupin, i Constant, madama di
Stael e Larochefoucault-Liancourt e Degerando e Alessandro Laborde.
Dappertutto dove va, lo sentono uomo di valore e lo trattano come tale.
Al suo ritorno da questi viaggi, il suo nuovo programma è stabilito.
“Federico mio„ gli aveva scritto in quei giorni un amico, profondo, si
vede, nella conoscenza degli uomini “soffoca l'invidia colle azioni o
l'invidia soffocherà te colle parole[36].„
E il Confalonieri agisce. Raduna un gruppo d'amici, colti, operosi,
devotissimi all'Italia ed a lui. Si mettono a patrocinare nuove idee,
ad iniziare progressi nuovi, introducono macchine per lavorare il lino,
assettano la prima filanda a vapore, fanno solcare da un piroscafo di
prova il lago di Pusiano, tentano in un palazzo di Milano[37] il primo
esperimento d'illuminazione a gas. Il Confalonieri chiede al governo
il permesso di aprire scuole popolari fondate sul sistema del mutuo
insegnamento; sistema allora molto in voga per iniziative inglesi e
francesi, ma del quale, come sovente, poteva rivendicarsi l'invenzione
ad un nostro italiano, quel Castellino di Lecco la cui memoria è
ricordata da una lapide municipale sopra una casa della via Alessandro
Manzoni.
Il Governo accordava dapprima volentieri il permesso, ma poi,
sospettoso degli scopi e visto il gran numero di scuole che si
fondavano, ritirò l'autorizzazione e ne decretò la chiusura. Intanto,
la novità aveva servito ad allacciare molte relazioni, ad agitare
questioni d'istruzione pubblica, a mettere in evidenza la cultura e
l'amor del paese che nutrivano i liberali. Il Confalonieri s'era posto
in corrispondenza per tali imprese con uomini distinti d'ogni parte
d'Italia, col Mompiani di Brescia, col conte Giovanni Arrivabene di
Mantova; s'era fatto presentare per lettera da Gino Capponi a Carlo
Alberto, principe di Carignano.
Per allargare e rassodare questo movimento di spiriti che doveva,
secondo i suoi promotori, preludere a rinnovazioni politiche, si fondò
un giornale, il _Conciliatore_; macchina di nazionalità e di progresso,
di cui s'era avuto cinquant'anni prima l'inspirazione nel _Caffè_, e
di cui si avrebbe avuto trent'anni dopo nel _Crepuscolo_ una gloriosa
ripetizione.
Il conte Luigi Porro-Lambertenghi era il braccio destro di Confalonieri
in tutto questo tramestio. Anzi fu lui che sostenne le spese della
pubblicazione e ne diresse gli andamenti. E con lui sul _Conciliatore_
scrivevano, con pensieri rinnovatori, Gian Domenico Romagnosi, Giuseppe
Niccolini, Silvio Pellico, Lodovico De Breme, il Sismondi, Ermes
Visconti, Pietro Borsieri, Giuseppe Pecchio, Giovanni Arrivabene,
Giovanni Rasori, Filippo Ugoni, Giovanni Berchet, tutto lo stato
maggiore dell'ingegno lombardo, da cui sarebbero usciti i martiri e gli
esuli del patriotismo.
Questo simpatico sodalizio ridava a Milano un po' di tono; si usciva
ancora una volta dai discorsi volgari per muoversi in un'atmosfera
di novità intellettuali[38]; in casa Trivulzio, in casa Porro, in
casa Confalonieri, in casa Ciani, in casa Arconati si raccoglievano a
piacevoli e dotte conversazioni i più distinti e i più intelligenti
cittadini; non vi mancavano illustri stranieri, che ricercavano
con premura l'ingresso a quei circoli, — e lord Byron e M. Necker e
lord Brougham e Schlegel e il chimico Davy e il duca di Richelieu.
Lo stesso comandante supremo dell'esercito austriaco in Italia, il
maresciallo Bubna, frequentava quelle sale del patriziato; dacchè era
e si manifestava volentieri uomo di progresso; e nel paese, piuttosto
che l'elemento militare, si avversava in quell'epoca l'elemento civile
austriaco, perchè il vero colpevole delle smentite promesse e degli
abusi della polizia.
Questa non tardò infatti a fermare il moto e a perseguitare i motori.
Nell'ottobre del 1819, il _Conciliatore_ veniva soppresso; nell'ottobre
dell'anno successivo, si arrestavano Pellico, Gioja, Romagnosi, — il
processo dei Carbonari — e non s'era che al principio; l'anno seguente,
le carceri si riaprivano per nuovi illustri, e cominciava il mostruoso
processo dei Federati.
A questa setta avevano politicamente aderito il Confalonieri e gli
amici suoi lombardi; mentre la Carbonerìa aveva maggiormente invaso le
Provincie venete, marchigiane e napoletane.
In queste ultime l'insurrezione era scoppiata nell'estate del 1820, e
nell'inverno successivo cominciava a rumoreggiare in Piemonte.
Sui primi di marzo, parte da Parigi per Torino il principe Della
Cisterna, gentiluomo nobilissimo e rispettabile, padre di quella che fu
regina di Spagna e consorte ad Amedeo di Savoja. Un avviso segreto al
conte Lodi, ministro della polizia, gli partecipava che in un doppio
fondo della carrozza da viaggio del principe si sarebbero trovate
carte compromettenti. La carrozza è visitata, e le carte si trovano.
Si cominciano i primi arresti, lo stesso principe Della Cisterna, che
parve estraneo alla congiura ordita per mezzo suo, il colonnello Ettore
Perrone e il marchese di Priè. Quegli arresti provocano agitazioni, e a
furia di spinte e di controspinte si giunge a quel movimento militare,
il cui insuccesso procurò a Carlo Alberto così lunghe amarezze.
Il Confalonieri non voleva essere inerte spettatore delle novità
piemontesi. Ma era malato di febbre e non poteva viaggiare. Incaricò
due giovani amici suoi, Giorgio Pallavicino e Gaetano Castillia,
di recarsi a Torino a proporre accordi. Quelli andarono, videro il
generale Della Torre, parlarono a Carlo Alberto, e tornarono persuasi
che non v'erano sufficienti forze militari per attaccare gli Austriaci.
Saputo ciò, il Confalonieri disdisse prudentemente in Lombardia ogni
disposizione di moto, e scrisse anzi, trasmessa dal Pecchio, una
lettera al conte di San Marzano, sconsigliandolo dal tentare invasioni
inefficaci al di qua del Ticino[39].
La polizia austriaca aveva notato questi andirivieni e stava in
agguato. Fra le carte trovate nella carrozza del principe di Cisterna,
v'erano indirizzi di varj personaggi italiani, e fra i lombardi si
raccomandava Federico Confalonieri. Bastava perchè fosse attentamente
vigilato, come si vigilavano il Pallavicini e il Castillia. Questi
era inoltre sospetto per frequenti relazioni sue colla Spagna, allora
in auge presso i congiurati per la sua Costituzione del 1812 e per
l'appoggio che dava loro in Torino l'inviato diplomatico conte Bardaxi.
Sopra un anello che il Castillia portava in dito, si potè leggere un
motto che fu subito considerato come linguaggio settario: _leggi e non
Re; Italia c'è_. Si decide una perquisizione nella casa di Castillia e
il commissario Bolza trova, involta in una camicia, una lettera scritta
ad Emanuele Marliani, noto liberale italiano, allora in Ispagna. Ciò
basta perchè il Castillia venga imprigionato; ma non basta perchè
si scoprano complici e fatti. Per alcuni giorni si va a tentoni;
interrogando a destra e a sinistra, specialmente delle signore.[40]
Allora l'imperatore Francesco istituisce, per avviare il processo,
una Commissione straordinaria inquirente, affidandone la direzione
all'acuto ed accanito Salvotti. Questi ottiene dal consigliere Pagani,
direttore di polizia, una relazione scritta, per incarico suo, da Carlo
Castillia, fratello dell'arrestato, che, avendo fatto parte di una
seduta cospiratoria in casa di Pecchio, con Benigno Bossi, Borsieri
e il conte Arrivabene[41], ne aveva dato alla polizia i ragguagli ed
informava su molte cose attinenti alla rivoluzione piemontese allora
soffocata. Il processo comincia a prendere proporzioni e l'inquietudine
si sparge fra i liberali.
Forse però sarebbe stato difficile procedere ad altri arresti, essendo
il Pecchio fuori di Stato, se al marchese Giorgio Pallavicino, giovane
di caldi sensi e di animo generoso, non fosse balenata una ispirazione
che soltanto la mente affatto inesperta poteva fargli credere di antica
virtù.
Supponendo che il Castillia fosse arrestato pel suo viaggio in
Piemonte, si reca difilato dal direttore di polizia e gli dice:
“Gaetano Castillia fu da me trascinato in Piemonte; se quel viaggio
è riputato delitto, io solo sono il delinquente; io solo adunque sono
meritevole di pena.„
È facile pensare che l'atto inconsiderato del marchese Pallavicino
doveva perdere lui ed altri, non salvare nessuno. Per quel giorno
lasciarono ritornare l'incauto giovane a casa e tesero le loro reti. La
sera dopo, mentre il Pallavicino è nell'atrio del vecchio teatro Re,
si vede a un tratto dirimpetto il conte Bolza, ai lati due gendarmi
travestiti, e un altro commissario Cardani, che, con un sorriso
sulle labbra, da disgradarne quello dei birri a Renzo, al momento di
mettergli i manichini, gli dice rispettosamente: “signor marchese, il
direttore generale di polizia vorrebbe dirle una sola parola.„
È la frase d'obbligo del tempo e del caso. Il Pallavicino non resiste,
nè può resistere. Due giorni dopo, condotto innanzi alla Commissione
inquirente, il Salvotti gli mostra sopra un pezzo di carta la firma
del Confalonieri e gli dice che ha saputo da un esame suo tutte le
circostanze della cospirazione. L'insidia volgare riesce; al giovane,
già percosso di dolore e di stupore, richiamano alla memoria la madre
sua che lo adora. Uno de' commissarj, con cinico inganno, dichiara
d'averla or ora lasciata tutta convulsa ed in pianto. Il Pallavicino
ha scritto egli stesso, con molta lealtà, la confessione di quel
terribile quarto d'ora. “In quel momento io perdei l'uso della ragione;
farneticavo, sopraffatto dal dolore.... caddi nel laccio.„
La deposizione del Pallavicino allarga il processo; si fanno arresti
a Pavia, a Brescia, a Mantova. Invano lo sventurato, ravveduto dalla
commozione e dall'inganno, cerca ritrattarsi, confondere i giudici,
fingendosi pazzo e ostinandosi lungamente in questa finzione.
Era troppo chiaro che una pazzia venuta dopo non poteva infirmare
deposizioni fatte prima che quella sopraggiungesse.
Nella città intanto cresceva l'inquietudine, e tutti gli occhi si
volgevano al Confalonieri, ritenuto il capo e l'anima di ogni cosa. Si
arrestavano intorno a lui il Borsieri, il Tonelli, il colonnello Arese,
ed egli non si moveva. Aveva fatto costruire nella sua alcova una scala
segreta che metteva ad un abbaino, e aspettava. Invano gli amici lo
esortavano a mettersi in salvo. Il maresciallo Bubna, trovatosi una
sera colla contessa Confalonieri nel palco della duchessa Visconti
di Modrone, le disse con marcato accento: “perchè il conte Federico
non si reca in campagna? mi pare che l'aria libera gli farebbe gran
bene.„ Vuolsi che la stessa moglie del maresciallo, dama di squisita
educazione, avesse pregato, piangendo, la contessa Confalonieri a voler
allontanarsi da Milano con suo marito.
Fu inutile. Quanto più pareva che il governo austriaco esitasse a
mettere la mano sul gran colpevole, tanto più questi pareva ostinarsi a
sfidarne le esitazioni. Era il pensiero che la sua fuga avrebbe potuto
rendere più grave e più manifesta la colpa de' suoi amici nel carcere?
Era, come fu più volte supposto, l'inconscio desiderio di un'espiazione
patriottica per le responsabilità del 1814? Era, come altri gli
rimproverarono, l'orgoglio di un uomo che si atteggiava a potenza, e
che diceva, come Danton alla vigilia del suo arresto: _non oseranno?_
La sera del 31 dicembre 1821, Federico e Teresa sono soli in un
gabinetto, nella loro casa, ora Lattuada, tra la via Romagnosi e
il Monte di Pietà. Entra improvvisamente il solito conte Bolza con
due commissarj. Vogliono solamente rovistare alcune carte, ma il
Gonfalonieri ha visto nel cortile birri appiattati e comprende che
l'ora del dolore è suonata. Teresa dà al marito in uno sguardo un poema
di conforti, di ricordi e di addii. E mentre il commissario affetta di
visitare lo scrittojo, Federico chiede il permesso di mutarsi d'abiti,
entra nello spogliatojo ed apre l'usciuolo della scaletta segreta. Al
remore, che non può interamente dissimularsi, il Bolza si precipita
nella camera da letto, un altro commissario mette una pistola alla gola
della contessa Confalonieri, gendarmi e birri entrano nelle stanze e
inseguono su per le scale il fuggitivo. Questi giunge in tempo a calare
dietro di sè la pesante botola che copriva la scaletta e si slancia
verso il cancello dell'abbaino che ogni sera rimaneva aperto. Un urlo
d'angoscia! il cancello è chiuso e la chiave non è sull'uscio.
Invano fruga con febbrile ansietà; invano scuote le rigide barre
e cerca con disperato sforzo di sgretolare i mattoni; il tetto, lo
spazio, la libertà son lì a due passi le sue mani vi si distendono
traverso alle sbarre; ma la botola si risolleva; gli sbirri accorrono,
si abbattono sulla loro preda; Federico Confalonieri dà un mesto addio
al mondo, alla libertà, alla sua Teresa; è prigioniero.
Nessuno potè mai spiegare in qual modo la via di salvezza preparata
con tanta cura si sia trovata al momento del bisogno così fatalmente
ostruita. Un agente di casa Confalonieri asserì per molti anni che
soltanto per misura di sicurezza interna, il maggiordomo di casa,
ignaro del vero scopo di quell'apertura, avesse, qualche giorno
prima, fatto chiudere il cancello. Nella famiglia durò lungamente la
tradizione che un servitore, da poco tempo assunto, e boemo di nascita,
avesse in quel mattino chiuso il cancello e nascosto la chiave.
Il processo del conte Confalonieri è una delle maggiori iniquità
giuridiche di cui siano fecondi i moderni tribunali straordinarj.
Nulla fu rispettato, nè le forme, nè la coscienza, nè i diritti del
prigioniero. L'insidia e la ferocia ne vegliano le ore, durante il
carcere d'inquisizione e durante quello di pena.
Domanda un Codice penale, e gli viene rifiutato. Esige, a tenore
di legge, che due probiviri assistano agli interrogatorj per la
regolarità del processo, e gli destinano due giudici tratti dal seno
della Commissione straordinaria inquirente. Convintosi una volta
della falsità di una deposizione presentatagli a firmare, la riassume
nella sua risposta protocollata, ed il giudice gli straccia sul viso
deposizione e protocollo, perchè non ne rimanga traccia negli atti.
Si cerca interrogarlo di notte, rompendogli il sonno; durante accessi
di febbre; subito dopo qualche colloquio colla moglie, da cui esca
addolorato o commosso[42].
I capi d'accusa sono quattro. Gli contestano: 1.º di avere mandato
ad annodare intelligenze col principe di Carignano; risponde di
averlo fatto soltanto per gli scopi del mutuo insegnamento e sfida
a produrre lettere che parlino d'altro; 2.º di essere notato fra
le carte sequestrate al principe della Cisterna come l'individuo di
maggiore influenza a cui far capo in Lombardia; risponde, non avere
avuto corrispondenze di sorta, non essere responsabile di supposizioni
o di opinioni che altri esponga sul conto suo; 3.º di essere entrato
in conciliaboli diretti ad assassinare il maresciallo Bubna; risponde
sdegnoso che le relazioni di amicizia personale esistente fra lui
e il maresciallo lo avrebbero fatto correre in sua difesa se lo
avesse supposto minacciato da altri; 4.º di avere insistito perchè i
rivoluzionarj di Torino entrassero in Lombardia; risponde, provando
d'avere scritto al San Marzano, per isconsigliarlo vigorosamente dal
passare il Ticino.
Sopra nessun punto è debole, in nessun argomento si lascia vincere
dallo sconforto. È un inquisito che mette in contraddizione i suoi
giudici, non lascia mettere sè. Non accusa nessuno, ma si scolpa d'ogni
imputazione[43]. Un tribunale onesto avrebbe dovuto dimetterlo per
mancanza di prove. La Commissione straordinaria lo condannò a morte.
Ma lo si voleva condannare. Volevano che non isfuggisse allo Spielberg
la sua maggior preda; che Milano fosse percossa di terrore, vedendo
troncato il suo più alto papavero. Un inquirente novizio, un giorno che
Salvotti era assente, gli aveva detto: “Della reità sua, signor conte,
nessuno può dubitare; ma il trovarne le prove è un affare imbrogliato.
Per condannare tutti gli altri a morte, abbiamo prove più del bisogno;
ma se non si potesse condannar lei, che cosa direbbe il pubblico?„
Un altro giorno finalmente lo stesso ingenuo gli dice: “Il Salvotti
ha studiato tutti questi giorni il suo processo, e questa mattina era
tutto _contento_, dicendo d'averla trovata anche per lei.„
Che cosa aveva trovato questa tigre contenta? null'altro ancora fuorchè
la lettera scritta al San Marzano per distoglierlo dalla spedizione. È
quella il capo d'accusa, l'argomento che lo fa condannare a morte. Il
Salvotti trova che non era scritta _con buono spirito_. “Le intenzioni„
risponde calmo il Confalonieri, “le vede Iddio. La mia lettera ha
servito ad impedire l'impresa e non a favorirla. Ecco tutto quello che
posso dire[44].„
Gli episodj che seguono la condanna del Confalonieri sono
strazianti. Bisognerebbe possedere la tavolozza di Ary Schäffer o
la penna dell'autore dell'_Ildegonda_ per descrivere le emozioni di
quell'infelice famiglia, la costernazione del pubblico sentimento; per
interpretare quell'immenso dolore e quell'immensa pietà.
Il vecchio padre Vitaliano, la giovane sposa, il fratello Carlo, il
giovinetto cognato Gabrio Casati partono precipitosamente per Vienna
il 2 dicembre (1823); il cupo imperatore li fa aspettare fino al 24; e
sceglie la vigilia di Natale per ricevere, non Teresa, che non volle
veder mai[45], ma il padre e i due giovani e annunciar loro che ha
confermato la sentenza di morte.
Il vecchio padre è per isvenire dal dolore a così crudele notizia.
Gabrio Casati, forte della sua giovinezza e della sua innocenza, parla,
prega, scongiura; e il Tiberio austriaco risponde freddo e sentenzioso:
“valga l'esempio di siffatto castigo a voi giovane e a tutta la
lombarda gioventù, perchè abborriate dalle congiure. Se vi preme
di abbracciare anche una volta il congiunto, correte precipitosi a
Milano.„ E quelli corrono, e con essi corre la sventurata Teresa, a cui
l'imperatrice Carolina, confondendo le proprie lagrime colle sue, aveva
promesso che insisterebbe colla maggior seduzione presso l'imperiale
marito.
E insiste infatti, e nella notte del Natale, giovata da un dubbio sulla
legalità del processo e dalla ingrata impressione fatta sulla città e
sull'aristocrazia viennese dall'implacabile linguaggio dell'Imperatore,
ottiene che una staffetta sia spedita a Milano coll'ordine di
sospendere l'esecuzione. La previdenza tutta femminile dell'imperatrice
le fa aggiungere l'invio di una seconda staffetta; e infatti è questa
che giunge in tempo, essendosi l'altra attardata per via.
Però, crudele perfin nel bene, Francesco II impedisce alla consorte di
partecipare questa notizia alla Teresa, che viaggia con tanta angoscia
nell'animo, mentre una parola avrebbe potuto lenirla d'assai.
A Milano sa che Federico è ancor vivo, ma non può rivederlo. Si
raccolgono firme per un indirizzo all'Imperatore, e la città commossa
ne offre a centinaja, prima fra queste quella di Alessandro Manzoni.
Gabrio Casati riparte a furia per Vienna, con queste firme, colle
preghiere di grazia del Vicerè, dell'arcivescovo Gaisruck, di Maria
Luigia, duchessa di Parma. E finalmente l'Imperatore, mosso piuttosto
da pressioni viennesi che da preghiere italiane, faceva grazia della
vita e permetteva che a Teresa fosse accordato un ultimo colloquio
collo sposo infelice. Non permise però, — cuore di marmo, — che a
Federico rimanesse un cuscino, trapunto dalle sue mani e su cui essa
aveva versato tutta un'intimità di baci e di lagrime, atta a consolare
per molti anni nella sua carcere il derelitto!
Il 20 gennajo 1824, i condannati, graziati della vita, furono
esposti alla berlina fuori del palazzo criminale. Soldati e gendarmi
circondavano il triste impalcato, e pur troppo non mancava una folla
di mascalzoni e di baldracche all'ignobile esposizione[46]. La città
fu quel giorno sotto l'incubo del terrore e dell'angoscia; le porte
dei palazzi signorili rimasero chiuse; nessuno uscì per visite o per
passeggio; al teatro della Scala i palchi furono coperti di nero.
S'aprì quel giorno tra il governo austriaco e l'aristocrazia milanese
un largo solco, che a poco a poco doveva diventare un abisso.
Prima di essere rinchiuso in quella cella sepolcrale dove gli restavano
a passare altri dodici anni di vita, il conte Federico Confalonieri
doveva però subire un'altra prova, sottoporsi ad un'altra insidia
politica.
Il Tabarrini ha già pubblicato in un suo libro intorno a Gino Capponi
quel brano delle memorie inedite di Confalonieri, in cui narra il suo
colloquio a Vienna col principe di Metternich. È una pagina epica.
Quel potentissimo uomo che si presenta al suo prigioniero come eguale
innanzi ad eguale, che gli discorre lungamente, come uomo di Stato ad
uomo di pensiero, che fa balenare innanzi a' suoi occhi tutti i miraggi
della vita, dell'eleganza, del grado sociale, dell'influenza politica,
per istrappare a questo prigioniero una rivelazione, una parola,
su cui l'uomo potentissimo fonda tutta una speranza di sistemi e di
combinazioni, — è un episodio storico degno di Polibio o di Tacito.
Quella parola, richiesta con tanta ansietà, il prigioniero non l'ha
pronunciata. Si voleva da lui qualche cosa che compromettesse Carlo
Alberto, che permettesse a' suoi nemici di chiudere ogni avvenire di
regno a un principe italiano che pel quarto d'ora aveva contro di sè il
sospetto e la sventura, ma nel quale l'Austria, infallibile nell'odio
suo, presentiva da lungi il futuro determinato nemico. Federico
Confalonieri ebbe in quell'ora nelle mani il destino d'Italia. E lo
salvò; coll'intuizione del patriota, se non con quella del genio; lo
salvò, sacrificando sè stesso, la sua gioventù, la sua gioja domestica.
Il principe di Metternich gli offrì invano un colloquio liberatore
coll'imperatore Francesco. Quel beneficio dell'augusta presenza, che
il capo di un grande impero negava così duramente alla virtuosa moglie
di un nobile gentiluomo, egli l'avrebbe accordato volentieri a quello
stesso gentiluomo, fattosi delatore.
Ma il forte italiano ruppe i cupi disegni che sorridevano
all'Imperatore e al ministro, e l'avvenire di Carlo Alberto fu libero.
Il principe di Metternich si congedò dal suo interlocutore come
un carnefice dalla sua vittima. “Signor conte„ gli disse colla più
ironica disinvoltura “debbo intervenire ad un ballo e non posso farmi
aspettare. Mi dispiace ch'ella si ostini a voler seguire diversa via.„
E, accendendo ad un doppiere il suo zigaro colla massima indifferenza,
s'inchinò come avrebbe fatto a Milano nel palazzo Confalonieri, ed uscì
dalla stanza.
Il richiudersi di quell'uscio dovette certamente essere pel conte
Federico un istante di tremenda emozione. Aveva avuto un'ora di
illusione dei vecchi tempi, degli urbani colloquj; ora gli si aprivano
anni di umiliazioni, di fame, di catene. Quell'austero carattere non
si piegò. Da quell'abboccamento il ministro usciva rimpicciolito, il
prigioniero ingrandito. Il primo era un uomo di Stato che si tramutava
in delegato di pubblica sicurezza, il secondo era un ribelle che si
tramutava in uomo di Stato. Il primo s'avviava, uscendo da quella
stanza, ai balli, ai congressi, a tutte le voluttà della vita, ma era e
si sentiva vinto da quel pallido galeotto, che, avviandosi invece verso
le regioni dello squallore, constatava ancora una volta in faccia alla
storia l'impotenza della tirannide contro la virtù[47].
Del lungo martirologio di Confalonieri allo Spielberg possono avere
esatta nozione tutti quelli che hanno letto i libri di Pellico o
di Maroncelli o di Andryane o di Giorgio Pallavicino. Divenuto un
numero, come tutti gli altri, Francesco imperatore li trattò tutti
insieme coll'eguale squisitezza del tormentare[48]. Aveva nel proprio
gabinetto il piano di quelle prigioni e credeva uno dei più sacri
doveri dell'eccelsa dignità sua dirigere personalmente la gradazione
di sofferenze de' suoi prigionieri. A lui si doveva ricorrere per
aumentare o diminuire la razione di fagiuoli che si accordava ai
condannati. Egli permise, dopo mesi di atroci dolori, che si amputasse
la gamba a Piero Maroncelli. Ci volle un chirografo imperiale per
munire il calvo capo di Costantino Munari d'una parrucca di pelo
di cane. Il passero addomesticato, che era divenuto l'amico del
prigioniero Bachiega, gli fu sequestrato, poi restituito, morto,
per ordine dell'Imperatore. Fu egli che fece rinchiudere Giorgio
Pallavicino in una cella con un matto furioso. Confalonieri pativa
di asma e l'imperatore d'Austria fece togliere un cuscino disotto al
capo dell'uomo che era stato ambasciatore presso di lui. La mente si
confonde a pensare quanta ferocia può accumulare un odio politico nel
cuore di un uomo che ha moglie, che ha figli, che prega Iddio! Perfino
questo conforto del pregare era stato avvelenato al Confalonieri;
ed egli, uomo di fede cattolica, dovette astenersi dalle pratiche
religiose, perchè il sacerdote delle carceri ne approfittava per
ispingerlo a confidenze, a rivelazioni, ad accuse contro Carlo Alberto.
Le discipline carcerarie erano vigilanti e rigorose; però gli affetti
ch'egli aveva lasciato fuori del carcere si coalizzavano con efficacia
ed erano riusciti a regolare un piano di fuga che aveva le maggiori
probabilità di successo. Venutone a cognizione, il Confalonieri si dice
avesse chiesto se al suo compagno di cospirazione e di carcere, Filippo
Adryane, sarebbe pure stato concesso il mezzo di fuga. Rispostogli
che la combinazione non poteva estendersi ad altri, senza certezza
d'insuccesso, ricusò di approfittare solo di questo sforzo d'amici. La
salute della contessa Confalonieri si aggravò del nuovo eroismo e del
nuovo dolore.
Scrisse in carcere le sue Memorie; dieci fascicoli di carattere fitto
che non si possono guardare senza emozione, pensando al luogo dove
furono scritte e alle lagrime che avranno costato.
Le dirigeva, con affettuose parole, alla consorte Teresa, di cui certo
in quegli anni avrà apprezzato l'amore più che in ogni altra epoca
della sua vita.
Si struggeva dal desiderio di poterla rivedere, e lo sperava. Ma
un giorno entra nel suo carcere un commissario ruvido e impettito.
“Numero sette„ gli dice “S. M. l'Imperatore si degna di farvi sapere
che vostra moglie è morta.„ La pagina che segue nelle sue Memorie
a questo annuncio è straziante. Cessa di scrivere perchè non ha più
il Nume che lo inspirava. Nelle ultime pagine, le sue riflessioni si
volgono di preferenza ad argomenti spirituali. Quando Francesco muore,
e il suo successore spalanca, non senza restrizioni, le porte delle
prigioni politiche, Confalonieri è un uomo, come Pellico e più di
Pellico, avvolto nell'atmosfera di un misticismo religioso profondo.
Sicchè dovette certo suonargli gradita l'epigrafe apposta ad un libro
che trovò a Gradisca, inviatogli dal suo condiscepolo e quasi fratello,
Alessandro Manzoni.
“Che può l'amicizia lontana per mitigare le angosce del carcere, le
amarezze dell'esiglio, la desolazione di una perdita irreparabile?
Qualche cosa quando preghi; chè, se sterile è il compianto che nasce
nell'uomo e finisce in lui, feconda è la preghiera che vien da Dio e a
Dio ritorna. — Milano, 23 aprile 1836.„
Rispettiamo l'evoluzione di queste coscienze, che, dopo 15 anni di
colloquio col proprio dolore, hanno trovato una via. Quante cose, al
mondo, sembrano diverse, guardate al lume della solitudine e della
sventura!
Federico Confalonieri fu, nell'ultima fase della sua vita, uomo e
patriota alto d'istinti, com'era stato nella prima. Il carcere non
lo aveva domato, la libertà non lo sbilanciò. Condottosi in America,
vi trovò accoglienze così romorose quali non potevano convenire
al suo carattere chiuso ed austero. Vi era stato preceduto da un
articolo dell'_Edimbourg Rewiew_ che ne faceva altissime lodi. Più,
v'era conosciuto e assai popolare il nuovo libro di Pellico: _Le mie
prigioni_, la cui traduzione si leggeva anche nei più meschini abituri.
Il Confalonieri fu dunque accolto con quegli entusiasmi, di cui la
razza anglo-sassone non cede in alcune occasioni il privilegio alle
razze latine. Lo chiamavano il _martire del miglioramento umano_; lo
pregavano di benedire, di battezzare i bambini; domandavano al suo
cameriere qualcuno dei suoi grigi capelli.
Il proscritto milanese si sottraeva, come e quando poteva, a simili
pubblicità. Studiava, secondo l'antica abitudine, uomini, istituzioni,
movimento scientifico; e v'è una sua lunga lettera, in cui parla
delle nuove applicazioni dell'elettricità, e suppone, con notevole
preveggenza, che questa forza debba potere in seguito adoperarsi pei
trasporti e per l'illuminazione.
In America trova Pietro Borsieri, suo compagno di sventura, e lo
soccorre con fraterna larghezza; trova il principe Luigi Bonaparte, che
lo colma di gentilezze, e vi risponde con severo riserbo.
Torna in Europa, va a Parigi, e Luigi Filippo lo sbandisce
entro ventiquattro ore dal regno, per compiacere alle richieste
dell'ambasciatore d'Austria.
Questi pretendeva che il Confalonieri avesse violato uno dei patti
dell'amnistia concessagli, cercando di vivere in Europa. E lasciava che
questa sua accusa si diffondesse, tanto che un giornale, il _Temps_,
la raccolse per conto suo e stampò un articolo abbastanza ingiusto
per l'esule milanese. Il Confalonieri non accettò di sopportare in
silenzio questa duplice ostilità. Scrisse al _Temps_ una lettera
dignitosa per rivendicare i suoi diritti e ristabilire la verità delle
cose[49]. L'incidente destò rumore; parve indegno che due governi si
unissero per togliere ad un uomo la libertà del suo domicilio; e il
ministero francese, spaventato dalle fiere proteste dell'opposizione
parlamentare, revocò il suo decreto.
A Vichy s'incontra per la prima volta, dopo lo Spielberg, con
Giorgio Pallavicino; e fra quei due uomini, così duramente provati
dal destino, la prima impressione è piuttosto d'imbarazzo che di
simpatia. Le origini del processo pesavano sulla loro memoria. Ma quel
broncio, in terra straniera, fra due vecchi patrioti, addolorava un
giovane patriota, e Carlo D'Adda si prese l'assunto di ravvicinarli e
riconciliarli. Strano a dirsi, non fu il Confalonieri l'uomo di cui si
dovettero vincere le esitazioni.
L'amnistia del 1838 riapre al profugo illustre le mura della sua
Milano, ed egli vi trova le antiche amicizie, risaldate dal rispetto
che impongono le sofferenze nobilmente patite. Trova la situazione
politica migliore di quella che vi aveva lasciata; perchè la
rivoluzione del 1830 ha data una nuova sconfitta alla reazione; e
perchè il suo sacrificio e quello dei suoi compagni ha ingagliardita
la fibra popolare, rialzando, colla virtù dell'esempio, le coscienze
prostrate. L'antico prigioniero è affranto, malaticcio, solitario,
aspro di umore e di carattere; ma il rispetto dei patrioti e dei
giovani lo accompagna; quando passa a cavallo, dinanzi al ginnasio
di S. Marta, gli scolari escono per vederlo e si scoprono il capo
dinanzi a lui; Giuseppe Mazzini gli scrive: “fin dai miei primi anni di
gioventù ho imparato a stimarvi e ad amarvi.... Parmi che uomini come
voi debbano essere serbati non solamente a _patire_, ma a _fare_. E
parmi che le occasioni non mancheranno.„
Sventuratamente, quando le occasioni vennero, Federico Confalonieri non
v'era più. V'è e rimane la fama di lui, che per l'insieme dei fatti e
per lo sdrucciolo delle odierne moralità politiche, bisogna sperare sia
più vicina a crescere che a diminuire.
Quella generazione del 1821, resa sacra dal patriotismo, non possedeva
nel suo complesso i requisiti necessari al còmpito che i tempi duri
le avevano assegnato. Fra uomini colti e miti, come il Pellico, come
l'Arrivabene, come l'Arconati, e giovani facilmente avventati, come il
Pallavicino, il Trecchi, il Borsieri, soltanto Federico Confalonieri
ebbe tutte le qualità del cospiratore, del capo di parte, dell'uomo
di Stato. La generosità dell'indole sua è provata dalla grande
solidità degli affetti che a molte persone superiori seppe inspirare.
Dove si trovava era il primo, e nessuna gelosia turbava questa sua
preminenza. Le lettere che gli scrivono Silvio Pellico, Lodovico de
Breme, Pellegrino Rossi, il Mompiani, gli Ugoni sono calde di una vera
amicizia. Teresa Casati crea per lui una leggenda di amor conjugale.
Il Mazzini e il Manzoni lo amano di pari affetto. Alessandro Andryane
gli dedica un culto idolatra. Quando i condannati camminano verso
lo Spielberg, circondano lui d'ogni dimostrazione di simpatia e di
rispetto. Il commissario che il conduce scrive: “sentivano essi ogni
sua fisica e morale alterazione, nè di altro si occupavano che dello
stato del Confalonieri[50].„
Un uomo che si concilia da persone così diverse, e in così diverse
situazioni, sentimenti così profondi, doveva essere uomo di qualità
superiori; la sola energia del carattere non sarebbe bastata a
giustificarli. Forse le occasioni soltanto gli mancarono per essere
un uomo grande. L'ambiente di compressione e l'epoca di transizione
dovettero unirsi per impedirgli maggiore svolgimento di facoltà e di
azione[51].
Quando il Confalonieri morì, i suoi funerali servirono al popolo ed
alla nobiltà milanese di occasione per confondersi insieme sulla
piazza di San Fedele e compiere la prima di quelle dimostrazioni
politiche, alla cui serie doveva seguire l'ammirabile concordia delle
cinque giornate. E certo quel generoso spirito dovette essere lieto
nell'infinito che il suo cadavere giovasse a così fecondo suggello
delle sue speranze. Era stato, vivendo, il martire; doveva essere,
morendo, il profeta del patriotismo. V'è qualche sintesi a trarre,
in vantaggio dei tempi nostri, dall'insieme doloroso e glorioso dei
fatti che siamo venuti esponendo o riassumendo? Se v'è, potrebb'essere
questa.
Per uno di quei contrasti che non sono nella storia infrequenti, sotto
un regime assetato di despotismo e di vigliaccheria s'era educata
una generazione di uomini forti e liberi che ci hanno preparata la
patria. Ora che la patria l'abbiamo, siamo insofferenti d'ogni difetto
di cose, e c'immaginiamo di poterli tutti correggere, improvvisando,
contro ogni difetto, ordinamenti e decreti. Mutiamo il metodo; volgiamo
l'intento nostro a fare dei caratteri e non dei decreti. Quando avremo
i primi, trarremo anche da decreti mediocri effetti buoni. Ma se ci
ostineremo esclusivamente intorno ai secondi, lasciando che dietro
ad essi sorgano generazioni fiacche e prive di fede, avremo fatto una
patria somigliante a quei busti di guerrieri a cavallo che si ammirano
nelle nostre armerie medio-evali. Le corazze saranno lucide, i gambali
perfetti, gli elmi eleganti; soltanto, il cavallo sarà di legno, e le
brune armature nasconderanno il vuoto.