Si seguono ordinariamente due metodi nello studiare la storia. L'uno
(ed era il metodo caro sopratutto agli antichi) considera l'uomo come
fattore esclusivo dei fenomeni storici, come l'arbitro dei fatti
e dei casi. Con questo metodo, la storia diventa in certo modo un
dramma od una epopea. Lo svolgimento dei destini storici dipende dalla
passione d'un uomo, da un affetto di donna, da un'eccentricità. Si può
sostenere, per esempio, con questo metodo, che la Repubblica Romana è
perita perchè Cesare aveva dei debiti da pagare; che l'Austria esiste
perchè il pugnale di un fanatico, Ravaillac, ha spento trecent'anni
fa il più formidabile dei suoi avversarj; che la riforma religiosa è
divenuta potente in Europa perchè un Re libertino ha veduto due begli
occhi in volto ad Anna Bolena. È un'esagerazione, che spegnerebbe ogni
fede nelle ragioni del progresso e della civiltà.
Poi è venuto Bacone, è venuto G. B. Vico, è venuto Herder. La storia
ha cessato d'essere un caso ed è diventata una legge; dalle peripezie
del dramma è passata all'angolosa rigidezza della filosofia. Quello
che accade, è accaduto perchè doveva accadere; lo svolgimento storico
segue teorie prestabilite, malgrado e contro ogni risoluzione umana;
non è più il libero arbitrio che regge la storia, è la fatalità. Siamo
qui in un'altra esagerazione; e bisogna reagire, in nome del vero,
contro le inflessibilità sistematiche, così dell'uno come dell'altro
metodo. Cinquant'anni di storia non rappresentano che un atomo nello
svolgimento dell'umanità; ma rappresentano la fortuna o la sventura di
due intere generazioni, ed è possibilissimo che il genio o il vizio
d'un uomo diano a questi cinquant'anni un avviamento buono o fatale.
La storia non è nè tutta dramma, nè tutta legge; nè tutto metodo, nè
tutta fatalità; non devia, per capriccio d'uomini anche potenti, dalla
successione logica de' suoi sviluppi; ma non è neanche così rigida ne'
suoi contorni da non lasciare gran posto alle virtù o agli errori, alla
previdenza od alla spensieratezza degli uomini. Se fosse altrimenti,
non varrebbe neanche la pena di studiarla; bisognerebbe incrociare le
braccia e invocare il destino, a scusa delle nostre viltà.
Studiare la storia vuol dunque dire: esaminare quanta parte di
responsabilità abbiano i casi e quanta gli uomini nello svolgimento
o troppo tardo o troppo rapido delle grandi leggi morali; formarsi
un giusto criterio delle situazioni storiche comparabili o affini; e
cercare alla filosofia e alle scienze sociali il mezzo di coordinare
il moto degli uomini a quello degli eventi, il segreto di quelle
prudenze e di quelle tolleranze, per cui a questo duplice moto,
irresistibilmente fatale, possano essere risparmiati gli urti, cagioni
quasi sempre di dolori, talvolta di catastrofi.
Riflessioni di questa natura si presentano spontanee alla mente, quando
si volge lo studio all'epoca fortunosa che si chiuse colla rivoluzione
del 20 aprile 1814. Giacchè in poche catastrofi storiche si possono
vedere e sceverare più chiaramente le forze per così dire eruttive
degli avvenimenti; pochi esempj valgono più di questo a mostrare
come la passione degli uomini abbia turbato, credendo di aiutarla,
l'elaborazione degli effetti.
Eccederebbe troppo le proporzioni ordinarie di questi nostri saggi
storici il riassumere, anche nella forma più breve, il processo
evolutivo del primo Regno d'Italia. Creazione capricciosa e
artificiale, come tutte quelle che uscivano quasi settimanalmente
dal genio sfrenato e politicamente infecondo del primo Napoleone; un
complesso di casi e di uomini, costretti ad assumere forma plastica
e quasi compatta sotto l'influsso di quella potente volontà, aveva
dato però a questo organismo politico una fisonomia così forte e così
spiccata, da lasciare grandi speranze di una solidità maggiore e più
duratura.
Aveva cominciato con quattro milioni d'abitanti e quattordici
dipartimenti lombardi ed emiliani; vi si erano aggiunti man mano otto
dipartimenti veneti, tre dipartimenti marchigiani, un dipartimento
tirolese; aveva ormai raggiunto i sette milioni d'abitanti; era
lo Stato più forte d'Italia, dopo il regno di Napoli. Possedeva
un'amministrazione oculata e sopratutto energica; s'era fatto, dai
ruderi delle legislazioni anteriori, un codice di leggi chiare,
efficaci, assai previdenti; contava una plejade d'uomini distinti in
ogni ramo di scienza, di arti, di pubblica e pratica attività; aveva un
esercito nazionale di 80 mila uomini, condotto da brillanti generali,
al cui valore e alla cui disciplina Napoleone, giudice non indulgente
di questioni italiane, aveva reso più volte sincero omaggio[10]; vedeva
sorgere od ampliarsi, per avvedute iniziative di governo, istituzioni
pubbliche di alto e progressivo indirizzo, il Monte Napoleone, le
Università di Pavia e di Bologna, le Accademie di Belle Arti, il
Conservatorio di musica, il Collegio reale delle fanciulle. I lavori
pubblici, così edilizj, come stradali ed idraulici, ebbero allora un
impulso, per lo innanzi non ricordato mai; dalla strada del Sempione
ai canali navigabili del Mincio e del Po, dalla facciata del Duomo
all'arsenale di Venezia, dal parco di Monza alla villa di Stra, tutto
il Regno era invaso da una febbre di costruzioni, condotte con larghi
criterj e con isplendida munificenza. La politica finanziaria del
governo era fiscale, ma non taccagna. Si faceva pagare, ma si spendeva.
A questo bagliore di prosperità materiale faceva duro contrasto la
mancanza di libertà politica. L'arbitrio governativo era enorme; la
polizia onnipotente; la noncuranza di ogni garanzia legale di ordine
politico trasudava, per così dire, da tutti i pori dell'Amministrazione
suprema. Un dì era Melchiorre Gioja che si sfrattava dallo Stato per
avere scritto un opuscolo timidamente disapprovatore dei ministri in
carica; un'altra volta era un giornalista, il Lattanzi, che si chiudeva
— orribile a dirsi — in uno spedale di pazzi, per aver osato rivelare
un segreto di governo che sarebbe stato pubblico otto giorni dopo[11];
una sentenza politica d'inaudita implacabilità colpiva il comune di
Crespino e lo poneva per un anno fuori della legge, a discrezione di
un brigadiere di gendarmeria, per aver accolto con applausi, durante la
guerra, un drappello di nemici giunto ad impadronirsene.
Che più? il Corpo legislativo, stabilito dal terzo Statuto
costituzionale del Regno, avendo voluto _discutere_ un progetto
di legge sul Registro, mandato da Parigi, e _domandare_ qualche
modificazione alla tariffa, l'imperatore Napoleone prescrisse al
Vicerè che riproponesse tal quale il progetto al Corpo legislativo e lo
facesse votare senza ulteriore disamina. E malgrado che dalla servilità
di quell'assemblea avesse ottenuto quanto voleva, allorchè gli fu
presentato il successivo bilancio, in cui era naturalmente impostata la
cifra delle spese pel Corpo legislativo, si risparmiò anche la fatica
di un decreto di soppressione; si limitò a cancellare, con un tratto
di penna, la cifra assegnata a quel capitolo, e del Corpo Legislativo
in Italia non si parlò più. Vi sostituì, due anni dopo, un corpo più
ossequioso, di funzioni consulenti e d'indole non elettiva, il Senato.
Di questo miscuglio di beni e di mali aveva la responsabilità ufficiale
un giovane di animo generoso e di molta inesperienza politica, Eugenio
Beauharnais.
Assunto a Vicerè d'Italia in un'epoca, in cui pareva che la incredibile
grandezza della fortuna napoleonica dovesse vincere ogni legge di
tempo, il principe Eugenio s'inchinò coll'affetto d'un figlio e colla
devozione d'un discepolo a quella grandezza, e pose ogni zelo nel
secondarne gl'intenti, le volontà, il delirio. Persuaso che in quella
intelligente tirannia stesse il segreto del governo delle nazioni,
ubbidì come Napoleone voleva essere ubbidito, disapprovando talvolta
in cuor suo la violenza di quei comandi, cercando spesso addolcirne
la pratica esecuzione, assumendone sempre, con molto disinteresse, la
diretta responsabilità. Esposto alle facili seduzioni della vita in
quegli anni in cui l'austerità non invoglia, ebbe un primo periodo in
cui teneva volentieri per sè le soddisfazioni del governo, ne lasciava
i pesi e gli affari al suo segretario Méjean. Offese colle prime
molte suscettività, come il segretario offendeva dal canto suo molti
interessi. Verso gli ultimi anni del regno, divenuto più serio e più
pensoso, reagì nobilmente contro quelle prime spensieratezze giovanili,
gettandosi nelle cose militari, dove mostrò talenti distinti e raccolse
plauso ed onori. Ma neanche lì risparmiò raccolta di avversarj, scoppio
di rancori, addensati da rivalità di campo o da misure di disciplina.
Nel complesso, non era odiato, ma era impopolare; impersonava
diffidenze, pericoli, antipatie che avevano cagioni varie, non tutte
e non le più gravi imputabili a lui; nè bastava a rompere questa
corrente la dolce influenza della Vice-regina, Amalia di Baviera, a
cui le tradizioni dell'epoca attribuiscono concordi lo scettro della
gentilezza e della virtù.
Fra queste gare e queste influenze si veniva peggiorando lo spirito
pubblico, a cui era venuta meno la saggia impulsione di Francesco
Melzi. Infatti, il Gran Cancelliere, ridotto dal nuovo regime a
funzioni di parata piuttosto che a direzione d'affari, perdeva sempre
più l'occasione di esercitare sui suoi concittadini quell'influenza
salutare che per tanto tempo la sua esperienza e il suo carattere gli
avevano mantenuto. Il personale francese del gabinetto di Eugenio era
geloso di lui. Più ancora del conte Méjean lo astiava un favorito del
principe, Antonio Darnay, nominato, in uggia alla pubblica stima,
Direttore generale delle Poste, e che non si peritava di abusare
dell'ufficio suo per disuggellare le lettere e sorprendere i segreti
dei cittadini.
Melzi, troppo altiero per scendere ad avversarj così minori di lui,
si limitava ad offrire al Vicerè i suoi consigli, sempre assennati,
ma non sempre accolti con quella serietà di propositi con cui erano
dati. Egli vedeva le condizioni del Regno farsi sempre più gravi e
ne avvertiva il pericolo. Fin dal 1811, più di 250 aggressioni a mano
armata sulle pubbliche vie, più di cento invasioni nelle case private,
con assassinj e ferimenti, dimostravano a che debole filo tenesse la
pubblica sicurezza, il sintomo ordinario da cui si può giudicare il
pregio di un governo.
Quando comincia la campagna di Russia, e il principe Eugenio deve
partire per l'esercito, conducendo seco il fedele Méjean, le cure
dello Stato ricadono forzatamente sulle spalle del Duca di Lodi, la
cui corrispondenza col Vicerè e coll'Imperatore diventa più minuta
e più frequente. E, quando giungono le prime notizie dell'immane
disastro, che piomba nel lutto tante migliaja di famiglie italiane,
Melzi non esita ad informare Eugenio della molta concitazione di animi
che si manifesta a Milano e dell'avversione che comincia a destare una
politica così spensieratamente ed ostinatamente guerriera.
In cosiffatte circostanze, le preoccupazioni del Vicerè si rivolgevano
alla Corona di Ferro, e scriveva a Melzi (il 7 novembre 1813) che “se
si dovrà evacuare il territorio e ritirarsi a Torino, incarichi Pino
di recarsi a Monza e trasportare in salvo la Corona ferrea.„ Poi, da
Verona (il 27 novembre) risponde agli avvisi di Melzi una lettera piena
di amarezza, quantunque non priva di alti sentimenti. “Sono abbastanza
sicuro del mio carattere per garantire che quelli che non avranno
ferito che me non avranno motivo d'accorgersi che io mi sovvenga dei
loro torti.... Io meritavo meglio di quello che ho ricevuto.... mi
rimarrà, ne son certo, la stima degli uomini che, come voi, hanno
potuto e voluto valutare le mie intenzioni e giudicare le mie azioni.
L'opinione di questi mi basta[12].„
Ma il vecchio uomo di Stato non s'illudeva più da assai tempo intorno
alla crisi del sistema napoleonico. E invano l'imperatore gli scriveva
da Parigi il 18 novembre (1813): “J'ai ici 800,000 hommes en mouvement
et, quelque chose qui arrive, les Autrichiens ne resteront point
maîtres de l'Italie[13].„ Melzi accettava con rispettoso silenzio
queste ultime confidenze del genio morente, ma non si lasciava
avvolgere in quelle deliranti speranze.
Sicchè il 1.º febbrajo 1814, il principe Eugenio, che fronteggiava
sull'Adige le schiere nemiche, riceveva dal Gran Cancelliere una
lettera grave, che conteneva gravi consigli. Lo scongiurava a differire
il richiamo dei figli unici nella nuova coscrizione militare “pour
calmer la douleur des nombreuses familles qui y sont interessés.„
Gli pareva che importasse “dans l'heure qu'il est„ di allontanare
“tout sujet de desagrément autant qu'il est possible, et de ne
pas laisser _à l'ennemi_ l'occasion de se concilier l'affection du
peuple, en exécutant lui _quelques jours après_ ce que nous aurions
pu executer _quelques jours avant_[14].„ Soggiungeva il Melzi:
“l'expérience des mois passés nous a prouvé que sur _dix_ hommes
qu'on appelle, il y en a _six_ ou _huit_ qui deviennent réfractaires
et grossissent la masse des assassins„; tanta era già divenuta la
ripugnanza del popolo al servigio militare e tanta già l'impotenza
amministrativa a renderlo obbligatorio! Nè alle sole questioni militari
si limitavano i suoi consigli, ma sentendo già profondo anche il
malcontento finanziario, gli suggeriva di condonare parecchie quote
non soddisfatte di un prestito forzato che alcuni mesi prima, dal
suo quartier generale di Caldiero, il Vicerè aveva decretato, e che
il Melzi affermava “malissimo basato fin dal principio.„ Fu inutile.
Stimolato dalle pressioni dell'Imperatore, Eugenio metteva la sua
forza nell'obbedirgli, nel racimolare ad ogni costo, per le ultime sue
disperate campagne, armi, denari, soldati.
Gli è in queste circostanze che avviene e si annuncia lo scroscio del
sistema napoleonico. Desiderato da molti, previsto da pochi, questo
scroscio è cagione per tutti di una incertezza che s'avvicina allo
sgomento. S'era così avvezzi a girare intorno a quel sole! Il suo
sparire dovette fare su quelle generazioni l'effetto che cagiona una
caduta nel vuoto. Eppure l'Europa s'avanzava tutta in armi, accintasi a
debellare un uomo; e le nazioni allibite non sapevano a chi confidarsi,
tra quella fiumana di principi che, traendosi dietro un milione di
soldati, parlavano un linguaggio novo di pace, di nazionalità, e quel
colosso che si sprofondava in silenzio, guizzando lampi di gloria, tra
le bufere scatenate dall'irrequieto suo genio.
Fu verso la metà d'aprile che giunsero a Milano e in Lombardia le
prime notizie dei risultati finali della campagna del 1814 e della
capitolazione di Parigi. E sotto l'impulso di quella gran commozione
cominciò subito a svolgersi un dramma politico, che doveva finire, dopo
tre giorni, in una così turpe tragedia.
Milano era rimasta, per la condizione delle cose, quasi priva
di quelle forze complessive di governo che, nei momenti supremi,
sono la guarentigia dell'ordine pubblico. I ministri erano uomini
fiacchi, avvezzi alla continua e costante direzione che veniva da
Parigi, incapaci di assumere responsabilità e iniziative pari alle
nuove difficoltà. Le forze militari v'erano scarsissime e delle meno
efficaci. Tutto l'esercito valido e validamente organizzato era stato
naturalmente chiamato al campo sotto gli ordini del Vicerè. Al campo
era il ministro della guerra, generale Fontanelli; e in Milano,
oltre qualche drappello di dragoni e di veliti, erano rimasti i
convalescenti, i picchetti di guardia e una quarantina di granatieri;
più numerosa di tutti la Guardia Civica, forza equivoca ed oscillante
nei giorni d'interno commovimento.
Il Vicerè poi, costretto dalle mosse combinate degli Austriaci e di
Murat, s'era ritirato lentamente dall'Isonzo all'Adige, dall'Adige
al Mincio, e, ridottosi in Mantova, aveva, al primo annuncio della
catastrofe di Parigi, conchiuso col maresciallo Bellegarde l'armistizio
di Schiarino-Rizzino, che fu sottoscritto il 16 d'aprile. Di questa
Convenzione militare Eugenio aveva comunicato le basi fondamentali
al Gran Cancelliere fin dal dì prima. Gli aveva scritto che ciascun
esercito avrebbe mantenute le proprie posizioni, e che due deputati
avrebbero dovuto portare ai Sovrani Alleati l'espressione dei desiderj
di indipendenza e di buon governo. Gli suggeriva d'incaricare Prina,
Fontanelli o Testi di siffatta missione, e raccomandava ad ogni modo
che si scegliessero fra rappresentanti appartenenti alle due sponde del
Po. Si offriva, se i due deputati fossero passati per Mantova, di dar
loro commendatizie per l'imperatore Francesco.
Ma già fin dall'11 aprile i dispacci di Melzi rivelavano maggiori
preoccupazioni e proponevano risoluzioni più radicali. Egli affermava
necessario di convocare i Collegi Elettorali, far loro proclamare
l'indipendenza del Regno, che, ratificata poi dal Senato, sarebbe
divenuta una base forte e legale di riassetto politico anche in faccia
alle potenze coalizzate[15].
Questa iniziativa, afferrata allora con vigore pari alla previdenza,
avrebbe probabilmente evitata la crisi milanese e reso possibile il
regno indipendente d'Eugenio. Differita, fu, — come sempre avviene
— impugnata come arma efficace dagli avversarj, e al 20 aprile la
petizione pubblica per la riunione dei Collegi Elettorali divenne
il pretesto della rivoluzione. Il principe Eugenio portava forse
all'eccesso un sentimento generoso, quello della lealtà. Perciò non
seppe mai prestarsi alle sollecitudini, atte, nel pensiero di Melzi,
a rendergli negli ultimi giorni quella popolarità che la sua costante
obbedienza all'Imperatore gli aveva fatto perdere, e che era pure
così necessaria in quell'ora per le nuove combinazioni politiche. Ed
era nel medesimo intento che Melzi aveva invano insistito perchè la
Vice-regina, prossima al parto, rimanesse a Milano, invece di recarsi
a Mantova. La sua presenza nella città, dov'era a tutti simpatica,
era certamente una forza di governo, che il Gran Cancelliere, così
privo di altre, considerava assai efficace. La nascita eventuale d'un
principino, che sarebbe stato milanese fin dal primo giorno, avrebbe
potuto disegnare il grato principio d'una soluzione avvenire; e ad ogni
modo pareva al Melzi che, rimanendo la principessa Amalia in Milano,
un gran freno ne avrebbero sentiti i propositi di violenza che già
cominciavano a buccinarsi.
Ma a questi prudenti ed austeri consigli nessuno badava più.
L'Imperatore avrebbe voluto che la Vice-regina andasse a Parigi per
isgravarsi; il maresciallo Bellegarde le suggeriva Monza; Eugenio
naturalmente la desiderava presso di sè, ed ella partì da Milano alla
fine di marzo. Melzi non potè che esprimere schiettamente al Vicerè la
dolorosa impressione che quella partenza aveva lasciato nella società
milanese.
Nondimeno il duca di Lodi, vero uomo di Stato se mai ne fu, non
rinunciava, per le debolezze o per le esitazioni di Eugenio, a quella
che gli pareva la soluzione politica più favorevole agli interessi
della sua patria. Teneva fiso lo sguardo alla monarchia nazionale
sotto la famiglia Beauharnais, come all'unico modo di salvare un po'
d'indipendenza e di libertà, frammezzo alla tempesta di cui tutti gli
Stati d'Europa erano più o meno minacciati. Voleva quindi che, subito
dopo firmato l'armistizio, Eugenio venisse a Milano. Sentiva crescere
l'onda intorno a sè, e gli pareva d'essere solo a vederla, impotente,
solo, a respingerla. “J'ai dû me convaincre (gli rispondeva il 17)
que ces têtes sont dans une confusion inconcevable et tout-à-fait
incapables de se mettre au niveau des circonstances; ceux-même qui
ont voulu aider ont contribué plutôt à gâter les affaires[16].„ Nè
gli risparmiava, con franca parola, gli ultimi ammonimenti. “V. A.
va devenir Italien, et Elle doit _l'être uniquement_, c'est la seule
manière de réussir ici. En bon et fidèle serviteur je ne lui cache pas
qu'en gardant _ces Français_ autour d'Elle, Elle partagerait, sans la
mériter, _la haine_ qu'on leur porte[17].„
Ma Cassandra era, come al solito, inascoltata, e l'ora della violenza
giungeva. Abbandonato, o quasi, dal Vicerè, poco sorretto da ministri
impreparati agli eventi, insidiato da rivalità occulte e da una
polizia già scossa e pusillanime, il duca di Lodi si trovò soverchiato
dall'audacia dei partiti politici, che dalla situazione della capitale,
in momenti di un così grande sfascio d'autorità, traevano naturalmente
un'influenza maggiore e più appassionata.
Per audacia e risolutezza d'intenti prevaleva il partito austriaco
puro, di cui erano a un tempo gli stromenti e gl'inspiratori principali
il conte Ghislieri, bolognese, e un conte Gambarana, pavese. Questi
non avevano scrupoli; erano in corrispondenza diretta col principe di
Metternich e col quartier generale austriaco; cospiratori innamorati
di assolutismo, accettavano per ora la parte di delatori e di
organizzatori d'una rivolta, la cui fine sanguinosa è lecito credere
non fosse lontana dalle loro supposizioni.
Nel paese appartenevano a questo partito pochi signori tenaci di
vecchio e nuovo legittimismo; di cui i più capaci e più noti erano il
conte Alfonso Castiglioni e il conte Giacomo Mellerio.
Un'altra e più numerosa frazione dell'aristocrazia milanese si lasciava
pure adescare da simpatie austriache, ma non scendeva a propositi di
tumulti e di violenza. Erano uomini quieti, d'ordine, di affari, il
vero partito conservatore religioso del tempo; aveva sopratutto nel
Senato i suoi principali rappresentanti, il conte Diego Guicciardi e il
conte Carlo Verri.
Contro questi stavano i così detti _Italici_, nobili e borghesi che
s'erano, per varie cagioni, non tutte politiche, inaspriti col Vicerè,
e che speravano trovare, nello sconvolgimento europeo, una forma di
governo che rispettasse l'indipendenza del regno d'Italia, mutandone
il capo. Non erano però d'accordo sulla sostituzione, com'erano
d'accordo sulla negazione. Alcuni avrebbero volontieri veduto succedere
all'odiato Beauharnais un altro personaggio franco-italiano, Gioachino
Murat; altri fantasticava un re nazionale nel generale Domenico Pino,
a cui la vanità naturale e l'esempio dei marescialli francesi non
lasciava forse parere affatto assurda la speranza di una corona. Le
frazioni politiche del partito accarezzavano soluzioni diverse; l'una
accettava un principe austriaco, con separata costituzione pel Regno;
l'altra aveva posto gli occhi sopra un principe inglese, il duca di
Chiarenza, il secondo dei dodici figli di Giorgio III, e sperava con
ciò di attirarsi la protezione e le simpatie di lord Castelreagh,
l'onnipotente diplomatico della coalizione europea. Nè mancavano, come
vedremo più tardi, altri progetti più serj, ma piuttosto individuali
che di partito.
I personaggi più attivi fra questi gruppi erano senza dubbio il conte
Federico Confalonieri e l'avv. Traversi; ma l'uno, aristocratico
altiero e liberale, carattere rigido e forte, uomo d'istinti piuttosto
che di combinazioni, camminava per la sua via, mosso da una vivace
ambizione personale che non si disgiungeva da un alto sentimento
di patria, accettando alleanze piuttosto che ricercandole; l'altro,
vecchio ed astuto mestatore d'affari, volgare d'animo come d'ingegno,
stretto in solidarietà di intrighi politici con una moglie avida di
ricchezze e di onori, commensale e nel tempo stesso insidiatore del
ministro Prina, non aveva ripugnanze nè di mezzi, nè di scopi, nè di
alleati; e pare che su lui principalmente ricada la responsabilità
di cupi accordi col conte Gambarana, mediante i quali, Austriaci ed
Italici lasciarono poi tacita libertà di tumulto all'orda sanguinaria
del 20 aprile.
Un quarto o quinto partito caldeggiava invece la nomina del principe
Beauharnais, sottraendolo come sovrano indipendente ad ogni vincolo
verso la Francia o verso la famiglia del vinto Imperatore. Era il
partito di gran lunga men numeroso e pochissime aderenze noverava tra
i nobili milanesi. Aveva l'esercito per sè, ma l'esercito era lontano,
e subiva, quantunque valoroso, l'umiliazione della sconfitta. Aveva
per sè i ministri, ma erano uomini impopolari, e perchè di un passato
troppo ligio all'Imperatore e sopra tutto, bisogna dirlo, perchè
estranei a Milano, essendo modenesi il Luosi, il Vaccari, il Veneri,
bolognesi l'Aldini e il Marescalchi, novarese il Prina. L'autorità
maggiore a questo partito veniva dal Cancelliere Guardasigilli, il
duca Melzi d'Eril, uomo che naturalmente a tutti sovrastava per la
grandezza della situazione personale, per la integrità del carattere,
per la lunga e profonda esperienza delle cose di Stato. Sgraziatamente,
l'abbiamo già detto, l'influenza del duca di Lodi sopra i suoi
concittadini era sminuita; lo vedevano poco e lo avevano facilmente
dimenticato; ai giovani pareva troppo vecchio, ed ignoravano che nelle
questioni politiche l'età giovanile è piuttosto feconda di impeti che
di energie.
Infatti fu da questo vecchio acciaccoso e solitario che partì la prima
iniziativa virile, in tanta disgregazione di propositi; una iniziativa,
che, se fosse stata secondata dalla fiducia pubblica come era stata
concepita dal privato intelletto, avrebbe probabilmente dato alle
sorti del regno italico quella forma d'indipendenza che invano si
fantasticava per altre vie.
La sera del 16 aprile, un avviso di convocazione chiama il Senato
ad una seduta straordinaria pel giorno dopo. Si buccina per la
città che trattasi di un messaggio del duca di Lodi per invitare il
principe Eugenio ad assumere il titolo di Re d'Italia. La notizia
commove gli animi e dà la stura all'agitazione dei partiti. Gli
ostili si rinfocolano nelle ire, contestano la competenza del Senato,
deplorano, colla consueta ipocrisia dei partigiani, la _sorpresa_
di siffatta convocazione. Quasichè la sorpresa maggiore non venisse
dalla capitolazione di Parigi e quasichè in politica la peggiore delle
sorprese non fosse quella di lasciarsi sorprendere!
I senatori, di ogni partito, accorrono numerosi, e il presidente, conte
Veneri, raccomandando il segreto sugli oggetti posti all'ordine del
giorno, dà comunicazione al Senato del messaggio di Melzi.
Questi proponeva, dopo gli opportuni preamboli, che il Senato inviasse
all'imperatore d'Austria una deputazione, coll'incarico di richiedere
la sua mediazione presso le potenze alleate, affinchè: 1.º cessassero
tutte le ostilità nel territorio italiano; 2.º fosse consacrata e
riconosciuta l'indipendenza del Regno; 3.º fosse riconosciuto Re
il principe Eugenio, le cui virtù e la cui onorata condotta avevano
meritato l'amore del popolo e la stima dell'Europa.
L'iniziativa di Melzi era piena di avvedutezza politica. Sapeva egli,
per le sue vaste relazioni personali, che l'imperatore Alessandro
di Russia era favorevolissimo al Beauharnais[18]. Rivolgendosi
direttamente all'imperatore d'Austria, metteva questi nella necessità
di consultare il suo imperiale alleato; il cui sicuro consenso rendeva
poi difficile all'Austria di accampare per proprio conto pretese
territoriali. D'altronde, una deputazione consimile stava per partire,
in nome dell'esercito, secondo uno dei patti dell'armistizio conchiuso
il giorno 16 col maresciallo Bellegarde. Questa doppia dimostrazione,
che avrebbe additata una completa concordia degli elementi civili
e militari del Regno in favore del principe Eugenio, non poteva non
fare una grande impressione sui governi alleati, compromessi dalle
loro magniloquenti dichiarazioni di rispetto per la nazionalità e
l'indipendenza degli Stati. E finalmente, approfittando subito della
simpatia che aveva destato la condotta leale ed onesta del Vicerè, in
confronto di quella subdola ed ambiziosa del re di Napoli, si rendeva
più facile che, data la disposizione delle potenze a conservare in
Italia almeno una delle dinastie uscenti dalla famiglia napoleonica,
la scelta cadesse piuttosto su quella di Beauharnais che su quella di
Murat.
In un paese che avesse serbato, insieme col desiderio vago
dell'indipendenza, un concetto serio e giusto delle situazioni
politiche, il programma di Melzi avrebbe dovuto trovare un
incoraggiamento larghissimo nel paese ed una votazione unanime fra i
suoi rappresentanti. Ma non fu così. Svegliatosi per le questioni di
materiale interesse, l'intelletto del paese s'era attutito circa le
questioni di Stato. Il dispotismo napoleonico aveva irrigidito ogni
elasticità di pensiero pubblico. Gli uomini politici erano spariti; non
erano rimasti che degli amministratori e dei legulej.
L'opposizione scattò subito, dopo finita la lettura del messaggio di
Melzi; e ne fu l'oratore più autorevole e più accanito il conte Diego
Guicciardi.
Quest'uomo, già s'è detto, aveva riputazione di essere nel Senato
il capo del partito austriaco; n'era effettivamente al di fuori uno
dei capi. Però non bisogna credere che allora questa denominazione
avesse il significato odioso e antinazionale che ebbe più tardi. È
una delle abitudini che rendono più confusa la storia e più difficile
l'indagine critica quella di attribuire parole di un'epoca a fatti di
un'altra. Si creano delle storpiature morali, non dissimili da quelle
di cui si renderebbe colpevole un artista che dipingesse Cleopatra col
guardinfante o Carlo Magno colla parrucca di Luigi XIV.
A settant'anni di distanza, poche pagine possono essere utilmente
impiegate a delineare la fisonomia di un uomo che fu tra i più operosi
e i più influenti del tempo suo.
Ambizioso quanto attivo e sagace, fertile nelle difficoltà politiche
di espedienti e di transazioni, ricco d'ingegno più che di cultura,
di una esperienza d'affari da pochissimi superata in quei giorni, il
Guicciardi s'era mescolato di buon'ora ai pubblici negozi, e sotto
tutti i regimi aveva tenuto un posto importante.
Nato a Ponte, in Valtellina, era stato fino dai primi anni spettatore
della sordidissima dominazione che i Grigioni esercitavano sul suo
paese. Ne divenne tra i più caldi a volerne scuotere il giogo, e
concepì il pensiero di allacciare con solidi nodi alle provincie
italiane della sottoposta valle del Po, una provincia rimasta fino
allora pressochè digiuna di tradizioni italiane, sebbene teatro di
lunghe ed acerbe lotte, combattute, pel dominio d'Italia, da Svizzeri,
da Francesi, da Spagnuoli, da Tedeschi. Quel pensiero lo seguì per
tutta la vita e poteva certo bastare, in tempi così agitati, ad
occupare tutte le facoltà di una mente attivissima.
Le rivolture cisalpine del 1796 fornirono ai patrioti valtellinesi
la cercata occasione di sottrarsi al vassallaggio d'oltr'Alpi; e
fu principalmente per le influenze del Guicciardi che il generale
Bonaparte aderì allora ad emancipare la Valtellina, Chiavenna e Bormio,
dichiarando quei territori irrevocabilmente uniti alla Repubblica
Cisalpina.
D'allora potè datare il Guicciardi l'ingresso nella vita politica più
larga e più attiva. Piacque dapprima a Bonaparte, gran nemico degli
ideologhi, che ne fece un ministro dell'interno, per controbilanciare
il vuoto frasario demagogico degli amministratori cisalpini. Ai Comizi
di Lione, il Guicciardi fa, dopo il Melzi, nominato direttamente dal
Primo Console come Segretario di Stato della nuova Repubblica Italiana;
onore diviso unicamente con quell'altro eminente magistrato che fu il
Gran Giudice, Spanocchi.
Nè fra così alte vicende obliava il Guicciardi gl'interessi della sua
provincia nativa, a cui seppe mantenere, contro ogni sforzo di emule
diplomazie, l'irrevocabilità dell'annessione italiana. Questo affetto
di montanaro ostinato spiccava anzi nel Guicciardi così evidente,
che partecipandogli l'alto grado a lui conferito, Bonaparte credeva
necessario di scrivergli: “vous n'appartenez plus à aucun département.
N'ayez jamais en vue que l'interêt et la politique de la République
_entière_„[19].
Melzi non amava Guicciardi, e non lo nascondeva. Sicchè, fattisi
difficili i loro rapporti personali. Napoleone collocò Guicciardi
alla Consulta di Stato. Ma costituitosi poco dopo il Regno d'Italia,
lo volle ritornato a capo di un dicastero, e gli affidò la direzione
generale della Polizia. Bisogna dire, ad onore del Guicciardi, che
in tali funzioni egli non seppe interamente prestarsi alle sfrenate
volontà del sovrano. Uomo pratico, voleva la moderazione; uomo onesto,
voleva la legge. Onde scadde dalla fiducia dell'Imperatore, che gli
tolse la Direzione della Polizia e gli inflisse, con metodo imitato
spesso dappoi, la dignità di senatore del Regno.
Voltandosi all'Austria, contro il sistema francese, Diego Guicciardi
non poteva dunque dirsi nè un ingrato, nè uno spensierato. Aveva
servito con zelo il governo da cui era stato beneficato. Caduto quello,
ricuperava il sentimento della sua indipendenza politica, e credette
scorgere nell'Austria, vale a dire nel più forte dei governi allora
segnalati sull'orizzonte, la sola potenza capace di guarentire i due
scopi politici che gli erano cari: il mantenimento della Valtellina
nel regime lombardo ed una libertà onesta pel Regno. L'avvenire ha
dimostrato che s'ingannava almeno per metà. Ad ogni modo, la sua
evoluzione politica suscitò allora e mantenne intorno al suo nome
fino agli ultimi tempi un ambiente di sfiducia, a cui s'ispirarono con
troppa ingiustizia alcuni scrittori contemporanei. Dopo l'avversione
del Melzi, incontrò quella del Marescalchi; e irosamente ostile
gli fu sopra tutti Ugo Foscolo, che lo chiamava con suo sarcasmo:
_l'uomo valtellinese_, e che avrebbe dovuto, più d'ogni altro, essere
indulgente verso le debolezze dell'epoca.
In realtà, il Guicciardi, che tante antipatie s'era nella vita pubblica
ingrossate contro, aveva fra le pareti domestiche riputazione di animo
buono e probo, cui sempre giustificarono legami di affetto famigliare
vivi e durevoli. Ma il Guicciardi era figlio del suo tempo ed aveva
subìto, non corretto, l'ambiente in cui era vissuto. La mobilità
degli eventi, avendo educato tutta la generazione sua ad un certo
scetticismo utilitario, — che ora torna di moda, — non gli permise di
mostrare, nella sua vita pubblica, ciò che si è convenuti di chiamare
_carattere_; ma sarebbe ingiusto affermare, col Foscolo, che in quella
non si fosse proposto se non utili individuali. No, il Guicciardi
aveva il sentimento del paese, il concetto della vita politica. Non
gli sacrificava con larga generosità le sue convenienze personali e
famigliari, ma non può dirsi che abbia cercato queste a ritroso della
sua coscienza di uomo pubblico.
Gli è che il Guicciardi non poteva propriamente dirsi un uomo moderno.
Per l'educazione, per le tradizioni, per le necessità degli eventi
contro cui ebbe a lottare, egli apparteneva a quella scuola di statisti
italiani, che dal Macchiavelli, dal Morone, da Vittorio Amedeo avevano
imparato l'evoluzione dei metodi come unico avviamento ai successi
del bene. La saldezza delle convinzioni politiche, divenuta, sotto
l'influenza dell'odierno liberalismo, quasi guarentigia e sinonimo
della onestà degli uomini pubblici, non poteva sembrare qualità egregia
di governo in tempi, in cui contro la prepotenza dei dominatori unico
schermo era l'astuzia, ed unica preoccupazione quella di assicurare
quanto più si potesse delle vite e delle sostanze dei sudditi contro
l'imperversare delle mutabili tirannie. Onde accadeva sovente che
uomini di rette intenzioni e di vita illibata serbassero, nei loro
rapporti politici, andamenti così incerti e così brusche mobilità, da
eccitare la riprovazione di chi non abbia l'indulgenza, naturale allo
storico, per le incoerenze di cui ogni epoca è necessariamente feconda.
Il programma austriaco del Guicciardi poteva dunque essere, e fu, un
errore; ma non era un traviamento.
Dell'Austria non s'aveva allora fra gli uomini di governo quel concetto
che dopo il 1815 divenne popolare in Italia. Il Guicciardi non l'aveva
conosciuta che come potenza estera, e gli uomini di parte sua in Milano
ne ricordavano il mite regime teresiano e leopoldino come un ideale
di autonomia, in confronto delle prepotenze repubblicane e imperiali
piovuteci dalla Francia. Quegli uomini mancarono piuttosto, e mancarono
affatto, dell'esperienza politica, che s'acquista unicamente colla
meditazione e colla lettura. Furono vittima di quella illusione, che
seduce sempre le menti volgari, di credere che un partito o un governo,
abbandonato ad un dato punto della vita, sia rimasto immobile e si
possa riprendere e ripresentare colle stesse forme e cogli stessi
caratteri, allo stesso punto in cui s'è lasciato.