GIUSEPPE PRINA E LA FINE DELL'EPOCA NAPOLEONICA.

Si seguono ordinariamente due metodi nello studiare la storia. L'uno

(ed era il metodo caro sopratutto agli antichi) considera l'uomo come

fattore esclusivo dei fenomeni storici, come l'arbitro dei fatti

e dei casi. Con questo metodo, la storia diventa in certo modo un

dramma od una epopea. Lo svolgimento dei destini storici dipende dalla

passione d'un uomo, da un affetto di donna, da un'eccentricità. Si può

sostenere, per esempio, con questo metodo, che la Repubblica Romana è

perita perchè Cesare aveva dei debiti da pagare; che l'Austria esiste

perchè il pugnale di un fanatico, Ravaillac, ha spento trecent'anni

fa il più formidabile dei suoi avversarj; che la riforma religiosa è

divenuta potente in Europa perchè un Re libertino ha veduto due begli

occhi in volto ad Anna Bolena. È un'esagerazione, che spegnerebbe ogni

fede nelle ragioni del progresso e della civiltà.

Poi è venuto Bacone, è venuto G. B. Vico, è venuto Herder. La storia

ha cessato d'essere un caso ed è diventata una legge; dalle peripezie

del dramma è passata all'angolosa rigidezza della filosofia. Quello

che accade, è accaduto perchè doveva accadere; lo svolgimento storico

segue teorie prestabilite, malgrado e contro ogni risoluzione umana;

non è più il libero arbitrio che regge la storia, è la fatalità. Siamo

qui in un'altra esagerazione; e bisogna reagire, in nome del vero,

contro le inflessibilità sistematiche, così dell'uno come dell'altro

metodo. Cinquant'anni di storia non rappresentano che un atomo nello

svolgimento dell'umanità; ma rappresentano la fortuna o la sventura di

due intere generazioni, ed è possibilissimo che il genio o il vizio

d'un uomo diano a questi cinquant'anni un avviamento buono o fatale.

La storia non è nè tutta dramma, nè tutta legge; nè tutto metodo, nè

tutta fatalità; non devia, per capriccio d'uomini anche potenti, dalla

successione logica de' suoi sviluppi; ma non è neanche così rigida ne'

suoi contorni da non lasciare gran posto alle virtù o agli errori, alla

previdenza od alla spensieratezza degli uomini. Se fosse altrimenti,

non varrebbe neanche la pena di studiarla; bisognerebbe incrociare le

braccia e invocare il destino, a scusa delle nostre viltà.

Studiare la storia vuol dunque dire: esaminare quanta parte di

responsabilità abbiano i casi e quanta gli uomini nello svolgimento

o troppo tardo o troppo rapido delle grandi leggi morali; formarsi

un giusto criterio delle situazioni storiche comparabili o affini; e

cercare alla filosofia e alle scienze sociali il mezzo di coordinare

il moto degli uomini a quello degli eventi, il segreto di quelle

prudenze e di quelle tolleranze, per cui a questo duplice moto,

irresistibilmente fatale, possano essere risparmiati gli urti, cagioni

quasi sempre di dolori, talvolta di catastrofi.

Riflessioni di questa natura si presentano spontanee alla mente, quando

si volge lo studio all'epoca fortunosa che si chiuse colla rivoluzione

del 20 aprile 1814. Giacchè in poche catastrofi storiche si possono

vedere e sceverare più chiaramente le forze per così dire eruttive

degli avvenimenti; pochi esempj valgono più di questo a mostrare

come la passione degli uomini abbia turbato, credendo di aiutarla,

l'elaborazione degli effetti.

Eccederebbe troppo le proporzioni ordinarie di questi nostri saggi

storici il riassumere, anche nella forma più breve, il processo

evolutivo del primo Regno d'Italia. Creazione capricciosa e

artificiale, come tutte quelle che uscivano quasi settimanalmente

dal genio sfrenato e politicamente infecondo del primo Napoleone; un

complesso di casi e di uomini, costretti ad assumere forma plastica

e quasi compatta sotto l'influsso di quella potente volontà, aveva

dato però a questo organismo politico una fisonomia così forte e così

spiccata, da lasciare grandi speranze di una solidità maggiore e più

duratura.

Aveva cominciato con quattro milioni d'abitanti e quattordici

dipartimenti lombardi ed emiliani; vi si erano aggiunti man mano otto

dipartimenti veneti, tre dipartimenti marchigiani, un dipartimento

tirolese; aveva ormai raggiunto i sette milioni d'abitanti; era

lo Stato più forte d'Italia, dopo il regno di Napoli. Possedeva

un'amministrazione oculata e sopratutto energica; s'era fatto, dai

ruderi delle legislazioni anteriori, un codice di leggi chiare,

efficaci, assai previdenti; contava una plejade d'uomini distinti in

ogni ramo di scienza, di arti, di pubblica e pratica attività; aveva un

esercito nazionale di 80 mila uomini, condotto da brillanti generali,

al cui valore e alla cui disciplina Napoleone, giudice non indulgente

di questioni italiane, aveva reso più volte sincero omaggio[10]; vedeva

sorgere od ampliarsi, per avvedute iniziative di governo, istituzioni

pubbliche di alto e progressivo indirizzo, il Monte Napoleone, le

Università di Pavia e di Bologna, le Accademie di Belle Arti, il

Conservatorio di musica, il Collegio reale delle fanciulle. I lavori

pubblici, così edilizj, come stradali ed idraulici, ebbero allora un

impulso, per lo innanzi non ricordato mai; dalla strada del Sempione

ai canali navigabili del Mincio e del Po, dalla facciata del Duomo

all'arsenale di Venezia, dal parco di Monza alla villa di Stra, tutto

il Regno era invaso da una febbre di costruzioni, condotte con larghi

criterj e con isplendida munificenza. La politica finanziaria del

governo era fiscale, ma non taccagna. Si faceva pagare, ma si spendeva.

A questo bagliore di prosperità materiale faceva duro contrasto la

mancanza di libertà politica. L'arbitrio governativo era enorme; la

polizia onnipotente; la noncuranza di ogni garanzia legale di ordine

politico trasudava, per così dire, da tutti i pori dell'Amministrazione

suprema. Un dì era Melchiorre Gioja che si sfrattava dallo Stato per

avere scritto un opuscolo timidamente disapprovatore dei ministri in

carica; un'altra volta era un giornalista, il Lattanzi, che si chiudeva

— orribile a dirsi — in uno spedale di pazzi, per aver osato rivelare

un segreto di governo che sarebbe stato pubblico otto giorni dopo[11];

una sentenza politica d'inaudita implacabilità colpiva il comune di

Crespino e lo poneva per un anno fuori della legge, a discrezione di

un brigadiere di gendarmeria, per aver accolto con applausi, durante la

guerra, un drappello di nemici giunto ad impadronirsene.

Che più? il Corpo legislativo, stabilito dal terzo Statuto

costituzionale del Regno, avendo voluto _discutere_ un progetto

di legge sul Registro, mandato da Parigi, e _domandare_ qualche

modificazione alla tariffa, l'imperatore Napoleone prescrisse al

Vicerè che riproponesse tal quale il progetto al Corpo legislativo e lo

facesse votare senza ulteriore disamina. E malgrado che dalla servilità

di quell'assemblea avesse ottenuto quanto voleva, allorchè gli fu

presentato il successivo bilancio, in cui era naturalmente impostata la

cifra delle spese pel Corpo legislativo, si risparmiò anche la fatica

di un decreto di soppressione; si limitò a cancellare, con un tratto

di penna, la cifra assegnata a quel capitolo, e del Corpo Legislativo

in Italia non si parlò più. Vi sostituì, due anni dopo, un corpo più

ossequioso, di funzioni consulenti e d'indole non elettiva, il Senato.

Di questo miscuglio di beni e di mali aveva la responsabilità ufficiale

un giovane di animo generoso e di molta inesperienza politica, Eugenio

Beauharnais.

Assunto a Vicerè d'Italia in un'epoca, in cui pareva che la incredibile

grandezza della fortuna napoleonica dovesse vincere ogni legge di

tempo, il principe Eugenio s'inchinò coll'affetto d'un figlio e colla

devozione d'un discepolo a quella grandezza, e pose ogni zelo nel

secondarne gl'intenti, le volontà, il delirio. Persuaso che in quella

intelligente tirannia stesse il segreto del governo delle nazioni,

ubbidì come Napoleone voleva essere ubbidito, disapprovando talvolta

in cuor suo la violenza di quei comandi, cercando spesso addolcirne

la pratica esecuzione, assumendone sempre, con molto disinteresse, la

diretta responsabilità. Esposto alle facili seduzioni della vita in

quegli anni in cui l'austerità non invoglia, ebbe un primo periodo in

cui teneva volentieri per sè le soddisfazioni del governo, ne lasciava

i pesi e gli affari al suo segretario Méjean. Offese colle prime

molte suscettività, come il segretario offendeva dal canto suo molti

interessi. Verso gli ultimi anni del regno, divenuto più serio e più

pensoso, reagì nobilmente contro quelle prime spensieratezze giovanili,

gettandosi nelle cose militari, dove mostrò talenti distinti e raccolse

plauso ed onori. Ma neanche lì risparmiò raccolta di avversarj, scoppio

di rancori, addensati da rivalità di campo o da misure di disciplina.

Nel complesso, non era odiato, ma era impopolare; impersonava

diffidenze, pericoli, antipatie che avevano cagioni varie, non tutte

e non le più gravi imputabili a lui; nè bastava a rompere questa

corrente la dolce influenza della Vice-regina, Amalia di Baviera, a

cui le tradizioni dell'epoca attribuiscono concordi lo scettro della

gentilezza e della virtù.

Fra queste gare e queste influenze si veniva peggiorando lo spirito

pubblico, a cui era venuta meno la saggia impulsione di Francesco

Melzi. Infatti, il Gran Cancelliere, ridotto dal nuovo regime a

funzioni di parata piuttosto che a direzione d'affari, perdeva sempre

più l'occasione di esercitare sui suoi concittadini quell'influenza

salutare che per tanto tempo la sua esperienza e il suo carattere gli

avevano mantenuto. Il personale francese del gabinetto di Eugenio era

geloso di lui. Più ancora del conte Méjean lo astiava un favorito del

principe, Antonio Darnay, nominato, in uggia alla pubblica stima,

Direttore generale delle Poste, e che non si peritava di abusare

dell'ufficio suo per disuggellare le lettere e sorprendere i segreti

dei cittadini.

Melzi, troppo altiero per scendere ad avversarj così minori di lui,

si limitava ad offrire al Vicerè i suoi consigli, sempre assennati,

ma non sempre accolti con quella serietà di propositi con cui erano

dati. Egli vedeva le condizioni del Regno farsi sempre più gravi e

ne avvertiva il pericolo. Fin dal 1811, più di 250 aggressioni a mano

armata sulle pubbliche vie, più di cento invasioni nelle case private,

con assassinj e ferimenti, dimostravano a che debole filo tenesse la

pubblica sicurezza, il sintomo ordinario da cui si può giudicare il

pregio di un governo.

Quando comincia la campagna di Russia, e il principe Eugenio deve

partire per l'esercito, conducendo seco il fedele Méjean, le cure

dello Stato ricadono forzatamente sulle spalle del Duca di Lodi, la

cui corrispondenza col Vicerè e coll'Imperatore diventa più minuta

e più frequente. E, quando giungono le prime notizie dell'immane

disastro, che piomba nel lutto tante migliaja di famiglie italiane,

Melzi non esita ad informare Eugenio della molta concitazione di animi

che si manifesta a Milano e dell'avversione che comincia a destare una

politica così spensieratamente ed ostinatamente guerriera.

In cosiffatte circostanze, le preoccupazioni del Vicerè si rivolgevano

alla Corona di Ferro, e scriveva a Melzi (il 7 novembre 1813) che “se

si dovrà evacuare il territorio e ritirarsi a Torino, incarichi Pino

di recarsi a Monza e trasportare in salvo la Corona ferrea.„ Poi, da

Verona (il 27 novembre) risponde agli avvisi di Melzi una lettera piena

di amarezza, quantunque non priva di alti sentimenti. “Sono abbastanza

sicuro del mio carattere per garantire che quelli che non avranno

ferito che me non avranno motivo d'accorgersi che io mi sovvenga dei

loro torti.... Io meritavo meglio di quello che ho ricevuto.... mi

rimarrà, ne son certo, la stima degli uomini che, come voi, hanno

potuto e voluto valutare le mie intenzioni e giudicare le mie azioni.

L'opinione di questi mi basta[12].„

Ma il vecchio uomo di Stato non s'illudeva più da assai tempo intorno

alla crisi del sistema napoleonico. E invano l'imperatore gli scriveva

da Parigi il 18 novembre (1813): “J'ai ici 800,000 hommes en mouvement

et, quelque chose qui arrive, les Autrichiens ne resteront point

maîtres de l'Italie[13].„ Melzi accettava con rispettoso silenzio

queste ultime confidenze del genio morente, ma non si lasciava

avvolgere in quelle deliranti speranze.

Sicchè il 1.º febbrajo 1814, il principe Eugenio, che fronteggiava

sull'Adige le schiere nemiche, riceveva dal Gran Cancelliere una

lettera grave, che conteneva gravi consigli. Lo scongiurava a differire

il richiamo dei figli unici nella nuova coscrizione militare “pour

calmer la douleur des nombreuses familles qui y sont interessés.„

Gli pareva che importasse “dans l'heure qu'il est„ di allontanare

“tout sujet de desagrément autant qu'il est possible, et de ne

pas laisser _à l'ennemi_ l'occasion de se concilier l'affection du

peuple, en exécutant lui _quelques jours après_ ce que nous aurions

pu executer _quelques jours avant_[14].„ Soggiungeva il Melzi:

“l'expérience des mois passés nous a prouvé que sur _dix_ hommes

qu'on appelle, il y en a _six_ ou _huit_ qui deviennent réfractaires

et grossissent la masse des assassins„; tanta era già divenuta la

ripugnanza del popolo al servigio militare e tanta già l'impotenza

amministrativa a renderlo obbligatorio! Nè alle sole questioni militari

si limitavano i suoi consigli, ma sentendo già profondo anche il

malcontento finanziario, gli suggeriva di condonare parecchie quote

non soddisfatte di un prestito forzato che alcuni mesi prima, dal

suo quartier generale di Caldiero, il Vicerè aveva decretato, e che

il Melzi affermava “malissimo basato fin dal principio.„ Fu inutile.

Stimolato dalle pressioni dell'Imperatore, Eugenio metteva la sua

forza nell'obbedirgli, nel racimolare ad ogni costo, per le ultime sue

disperate campagne, armi, denari, soldati.

Gli è in queste circostanze che avviene e si annuncia lo scroscio del

sistema napoleonico. Desiderato da molti, previsto da pochi, questo

scroscio è cagione per tutti di una incertezza che s'avvicina allo

sgomento. S'era così avvezzi a girare intorno a quel sole! Il suo

sparire dovette fare su quelle generazioni l'effetto che cagiona una

caduta nel vuoto. Eppure l'Europa s'avanzava tutta in armi, accintasi a

debellare un uomo; e le nazioni allibite non sapevano a chi confidarsi,

tra quella fiumana di principi che, traendosi dietro un milione di

soldati, parlavano un linguaggio novo di pace, di nazionalità, e quel

colosso che si sprofondava in silenzio, guizzando lampi di gloria, tra

le bufere scatenate dall'irrequieto suo genio.

Fu verso la metà d'aprile che giunsero a Milano e in Lombardia le

prime notizie dei risultati finali della campagna del 1814 e della

capitolazione di Parigi. E sotto l'impulso di quella gran commozione

cominciò subito a svolgersi un dramma politico, che doveva finire, dopo

tre giorni, in una così turpe tragedia.

Milano era rimasta, per la condizione delle cose, quasi priva

di quelle forze complessive di governo che, nei momenti supremi,

sono la guarentigia dell'ordine pubblico. I ministri erano uomini

fiacchi, avvezzi alla continua e costante direzione che veniva da

Parigi, incapaci di assumere responsabilità e iniziative pari alle

nuove difficoltà. Le forze militari v'erano scarsissime e delle meno

efficaci. Tutto l'esercito valido e validamente organizzato era stato

naturalmente chiamato al campo sotto gli ordini del Vicerè. Al campo

era il ministro della guerra, generale Fontanelli; e in Milano,

oltre qualche drappello di dragoni e di veliti, erano rimasti i

convalescenti, i picchetti di guardia e una quarantina di granatieri;

più numerosa di tutti la Guardia Civica, forza equivoca ed oscillante

nei giorni d'interno commovimento.

Il Vicerè poi, costretto dalle mosse combinate degli Austriaci e di

Murat, s'era ritirato lentamente dall'Isonzo all'Adige, dall'Adige

al Mincio, e, ridottosi in Mantova, aveva, al primo annuncio della

catastrofe di Parigi, conchiuso col maresciallo Bellegarde l'armistizio

di Schiarino-Rizzino, che fu sottoscritto il 16 d'aprile. Di questa

Convenzione militare Eugenio aveva comunicato le basi fondamentali

al Gran Cancelliere fin dal dì prima. Gli aveva scritto che ciascun

esercito avrebbe mantenute le proprie posizioni, e che due deputati

avrebbero dovuto portare ai Sovrani Alleati l'espressione dei desiderj

di indipendenza e di buon governo. Gli suggeriva d'incaricare Prina,

Fontanelli o Testi di siffatta missione, e raccomandava ad ogni modo

che si scegliessero fra rappresentanti appartenenti alle due sponde del

Po. Si offriva, se i due deputati fossero passati per Mantova, di dar

loro commendatizie per l'imperatore Francesco.

Ma già fin dall'11 aprile i dispacci di Melzi rivelavano maggiori

preoccupazioni e proponevano risoluzioni più radicali. Egli affermava

necessario di convocare i Collegi Elettorali, far loro proclamare

l'indipendenza del Regno, che, ratificata poi dal Senato, sarebbe

divenuta una base forte e legale di riassetto politico anche in faccia

alle potenze coalizzate[15].

Questa iniziativa, afferrata allora con vigore pari alla previdenza,

avrebbe probabilmente evitata la crisi milanese e reso possibile il

regno indipendente d'Eugenio. Differita, fu, — come sempre avviene

— impugnata come arma efficace dagli avversarj, e al 20 aprile la

petizione pubblica per la riunione dei Collegi Elettorali divenne

il pretesto della rivoluzione. Il principe Eugenio portava forse

all'eccesso un sentimento generoso, quello della lealtà. Perciò non

seppe mai prestarsi alle sollecitudini, atte, nel pensiero di Melzi,

a rendergli negli ultimi giorni quella popolarità che la sua costante

obbedienza all'Imperatore gli aveva fatto perdere, e che era pure

così necessaria in quell'ora per le nuove combinazioni politiche. Ed

era nel medesimo intento che Melzi aveva invano insistito perchè la

Vice-regina, prossima al parto, rimanesse a Milano, invece di recarsi

a Mantova. La sua presenza nella città, dov'era a tutti simpatica,

era certamente una forza di governo, che il Gran Cancelliere, così

privo di altre, considerava assai efficace. La nascita eventuale d'un

principino, che sarebbe stato milanese fin dal primo giorno, avrebbe

potuto disegnare il grato principio d'una soluzione avvenire; e ad ogni

modo pareva al Melzi che, rimanendo la principessa Amalia in Milano,

un gran freno ne avrebbero sentiti i propositi di violenza che già

cominciavano a buccinarsi.

Ma a questi prudenti ed austeri consigli nessuno badava più.

L'Imperatore avrebbe voluto che la Vice-regina andasse a Parigi per

isgravarsi; il maresciallo Bellegarde le suggeriva Monza; Eugenio

naturalmente la desiderava presso di sè, ed ella partì da Milano alla

fine di marzo. Melzi non potè che esprimere schiettamente al Vicerè la

dolorosa impressione che quella partenza aveva lasciato nella società

milanese.

Nondimeno il duca di Lodi, vero uomo di Stato se mai ne fu, non

rinunciava, per le debolezze o per le esitazioni di Eugenio, a quella

che gli pareva la soluzione politica più favorevole agli interessi

della sua patria. Teneva fiso lo sguardo alla monarchia nazionale

sotto la famiglia Beauharnais, come all'unico modo di salvare un po'

d'indipendenza e di libertà, frammezzo alla tempesta di cui tutti gli

Stati d'Europa erano più o meno minacciati. Voleva quindi che, subito

dopo firmato l'armistizio, Eugenio venisse a Milano. Sentiva crescere

l'onda intorno a sè, e gli pareva d'essere solo a vederla, impotente,

solo, a respingerla. “J'ai dû me convaincre (gli rispondeva il 17)

que ces têtes sont dans une confusion inconcevable et tout-à-fait

incapables de se mettre au niveau des circonstances; ceux-même qui

ont voulu aider ont contribué plutôt à gâter les affaires[16].„ Nè

gli risparmiava, con franca parola, gli ultimi ammonimenti. “V. A.

va devenir Italien, et Elle doit _l'être uniquement_, c'est la seule

manière de réussir ici. En bon et fidèle serviteur je ne lui cache pas

qu'en gardant _ces Français_ autour d'Elle, Elle partagerait, sans la

mériter, _la haine_ qu'on leur porte[17].„

Ma Cassandra era, come al solito, inascoltata, e l'ora della violenza

giungeva. Abbandonato, o quasi, dal Vicerè, poco sorretto da ministri

impreparati agli eventi, insidiato da rivalità occulte e da una

polizia già scossa e pusillanime, il duca di Lodi si trovò soverchiato

dall'audacia dei partiti politici, che dalla situazione della capitale,

in momenti di un così grande sfascio d'autorità, traevano naturalmente

un'influenza maggiore e più appassionata.

Per audacia e risolutezza d'intenti prevaleva il partito austriaco

puro, di cui erano a un tempo gli stromenti e gl'inspiratori principali

il conte Ghislieri, bolognese, e un conte Gambarana, pavese. Questi

non avevano scrupoli; erano in corrispondenza diretta col principe di

Metternich e col quartier generale austriaco; cospiratori innamorati

di assolutismo, accettavano per ora la parte di delatori e di

organizzatori d'una rivolta, la cui fine sanguinosa è lecito credere

non fosse lontana dalle loro supposizioni.

Nel paese appartenevano a questo partito pochi signori tenaci di

vecchio e nuovo legittimismo; di cui i più capaci e più noti erano il

conte Alfonso Castiglioni e il conte Giacomo Mellerio.

Un'altra e più numerosa frazione dell'aristocrazia milanese si lasciava

pure adescare da simpatie austriache, ma non scendeva a propositi di

tumulti e di violenza. Erano uomini quieti, d'ordine, di affari, il

vero partito conservatore religioso del tempo; aveva sopratutto nel

Senato i suoi principali rappresentanti, il conte Diego Guicciardi e il

conte Carlo Verri.

Contro questi stavano i così detti _Italici_, nobili e borghesi che

s'erano, per varie cagioni, non tutte politiche, inaspriti col Vicerè,

e che speravano trovare, nello sconvolgimento europeo, una forma di

governo che rispettasse l'indipendenza del regno d'Italia, mutandone

il capo. Non erano però d'accordo sulla sostituzione, com'erano

d'accordo sulla negazione. Alcuni avrebbero volontieri veduto succedere

all'odiato Beauharnais un altro personaggio franco-italiano, Gioachino

Murat; altri fantasticava un re nazionale nel generale Domenico Pino,

a cui la vanità naturale e l'esempio dei marescialli francesi non

lasciava forse parere affatto assurda la speranza di una corona. Le

frazioni politiche del partito accarezzavano soluzioni diverse; l'una

accettava un principe austriaco, con separata costituzione pel Regno;

l'altra aveva posto gli occhi sopra un principe inglese, il duca di

Chiarenza, il secondo dei dodici figli di Giorgio III, e sperava con

ciò di attirarsi la protezione e le simpatie di lord Castelreagh,

l'onnipotente diplomatico della coalizione europea. Nè mancavano, come

vedremo più tardi, altri progetti più serj, ma piuttosto individuali

che di partito.

I personaggi più attivi fra questi gruppi erano senza dubbio il conte

Federico Confalonieri e l'avv. Traversi; ma l'uno, aristocratico

altiero e liberale, carattere rigido e forte, uomo d'istinti piuttosto

che di combinazioni, camminava per la sua via, mosso da una vivace

ambizione personale che non si disgiungeva da un alto sentimento

di patria, accettando alleanze piuttosto che ricercandole; l'altro,

vecchio ed astuto mestatore d'affari, volgare d'animo come d'ingegno,

stretto in solidarietà di intrighi politici con una moglie avida di

ricchezze e di onori, commensale e nel tempo stesso insidiatore del

ministro Prina, non aveva ripugnanze nè di mezzi, nè di scopi, nè di

alleati; e pare che su lui principalmente ricada la responsabilità

di cupi accordi col conte Gambarana, mediante i quali, Austriaci ed

Italici lasciarono poi tacita libertà di tumulto all'orda sanguinaria

del 20 aprile.

Un quarto o quinto partito caldeggiava invece la nomina del principe

Beauharnais, sottraendolo come sovrano indipendente ad ogni vincolo

verso la Francia o verso la famiglia del vinto Imperatore. Era il

partito di gran lunga men numeroso e pochissime aderenze noverava tra

i nobili milanesi. Aveva l'esercito per sè, ma l'esercito era lontano,

e subiva, quantunque valoroso, l'umiliazione della sconfitta. Aveva

per sè i ministri, ma erano uomini impopolari, e perchè di un passato

troppo ligio all'Imperatore e sopra tutto, bisogna dirlo, perchè

estranei a Milano, essendo modenesi il Luosi, il Vaccari, il Veneri,

bolognesi l'Aldini e il Marescalchi, novarese il Prina. L'autorità

maggiore a questo partito veniva dal Cancelliere Guardasigilli, il

duca Melzi d'Eril, uomo che naturalmente a tutti sovrastava per la

grandezza della situazione personale, per la integrità del carattere,

per la lunga e profonda esperienza delle cose di Stato. Sgraziatamente,

l'abbiamo già detto, l'influenza del duca di Lodi sopra i suoi

concittadini era sminuita; lo vedevano poco e lo avevano facilmente

dimenticato; ai giovani pareva troppo vecchio, ed ignoravano che nelle

questioni politiche l'età giovanile è piuttosto feconda di impeti che

di energie.

Infatti fu da questo vecchio acciaccoso e solitario che partì la prima

iniziativa virile, in tanta disgregazione di propositi; una iniziativa,

che, se fosse stata secondata dalla fiducia pubblica come era stata

concepita dal privato intelletto, avrebbe probabilmente dato alle

sorti del regno italico quella forma d'indipendenza che invano si

fantasticava per altre vie.

La sera del 16 aprile, un avviso di convocazione chiama il Senato

ad una seduta straordinaria pel giorno dopo. Si buccina per la

città che trattasi di un messaggio del duca di Lodi per invitare il

principe Eugenio ad assumere il titolo di Re d'Italia. La notizia

commove gli animi e dà la stura all'agitazione dei partiti. Gli

ostili si rinfocolano nelle ire, contestano la competenza del Senato,

deplorano, colla consueta ipocrisia dei partigiani, la _sorpresa_

di siffatta convocazione. Quasichè la sorpresa maggiore non venisse

dalla capitolazione di Parigi e quasichè in politica la peggiore delle

sorprese non fosse quella di lasciarsi sorprendere!

I senatori, di ogni partito, accorrono numerosi, e il presidente, conte

Veneri, raccomandando il segreto sugli oggetti posti all'ordine del

giorno, dà comunicazione al Senato del messaggio di Melzi.

Questi proponeva, dopo gli opportuni preamboli, che il Senato inviasse

all'imperatore d'Austria una deputazione, coll'incarico di richiedere

la sua mediazione presso le potenze alleate, affinchè: 1.º cessassero

tutte le ostilità nel territorio italiano; 2.º fosse consacrata e

riconosciuta l'indipendenza del Regno; 3.º fosse riconosciuto Re

il principe Eugenio, le cui virtù e la cui onorata condotta avevano

meritato l'amore del popolo e la stima dell'Europa.

L'iniziativa di Melzi era piena di avvedutezza politica. Sapeva egli,

per le sue vaste relazioni personali, che l'imperatore Alessandro

di Russia era favorevolissimo al Beauharnais[18]. Rivolgendosi

direttamente all'imperatore d'Austria, metteva questi nella necessità

di consultare il suo imperiale alleato; il cui sicuro consenso rendeva

poi difficile all'Austria di accampare per proprio conto pretese

territoriali. D'altronde, una deputazione consimile stava per partire,

in nome dell'esercito, secondo uno dei patti dell'armistizio conchiuso

il giorno 16 col maresciallo Bellegarde. Questa doppia dimostrazione,

che avrebbe additata una completa concordia degli elementi civili

e militari del Regno in favore del principe Eugenio, non poteva non

fare una grande impressione sui governi alleati, compromessi dalle

loro magniloquenti dichiarazioni di rispetto per la nazionalità e

l'indipendenza degli Stati. E finalmente, approfittando subito della

simpatia che aveva destato la condotta leale ed onesta del Vicerè, in

confronto di quella subdola ed ambiziosa del re di Napoli, si rendeva

più facile che, data la disposizione delle potenze a conservare in

Italia almeno una delle dinastie uscenti dalla famiglia napoleonica,

la scelta cadesse piuttosto su quella di Beauharnais che su quella di

Murat.

In un paese che avesse serbato, insieme col desiderio vago

dell'indipendenza, un concetto serio e giusto delle situazioni

politiche, il programma di Melzi avrebbe dovuto trovare un

incoraggiamento larghissimo nel paese ed una votazione unanime fra i

suoi rappresentanti. Ma non fu così. Svegliatosi per le questioni di

materiale interesse, l'intelletto del paese s'era attutito circa le

questioni di Stato. Il dispotismo napoleonico aveva irrigidito ogni

elasticità di pensiero pubblico. Gli uomini politici erano spariti; non

erano rimasti che degli amministratori e dei legulej.

L'opposizione scattò subito, dopo finita la lettura del messaggio di

Melzi; e ne fu l'oratore più autorevole e più accanito il conte Diego

Guicciardi.

Quest'uomo, già s'è detto, aveva riputazione di essere nel Senato

il capo del partito austriaco; n'era effettivamente al di fuori uno

dei capi. Però non bisogna credere che allora questa denominazione

avesse il significato odioso e antinazionale che ebbe più tardi. È

una delle abitudini che rendono più confusa la storia e più difficile

l'indagine critica quella di attribuire parole di un'epoca a fatti di

un'altra. Si creano delle storpiature morali, non dissimili da quelle

di cui si renderebbe colpevole un artista che dipingesse Cleopatra col

guardinfante o Carlo Magno colla parrucca di Luigi XIV.

A settant'anni di distanza, poche pagine possono essere utilmente

impiegate a delineare la fisonomia di un uomo che fu tra i più operosi

e i più influenti del tempo suo.

Ambizioso quanto attivo e sagace, fertile nelle difficoltà politiche

di espedienti e di transazioni, ricco d'ingegno più che di cultura,

di una esperienza d'affari da pochissimi superata in quei giorni, il

Guicciardi s'era mescolato di buon'ora ai pubblici negozi, e sotto

tutti i regimi aveva tenuto un posto importante.

Nato a Ponte, in Valtellina, era stato fino dai primi anni spettatore

della sordidissima dominazione che i Grigioni esercitavano sul suo

paese. Ne divenne tra i più caldi a volerne scuotere il giogo, e

concepì il pensiero di allacciare con solidi nodi alle provincie

italiane della sottoposta valle del Po, una provincia rimasta fino

allora pressochè digiuna di tradizioni italiane, sebbene teatro di

lunghe ed acerbe lotte, combattute, pel dominio d'Italia, da Svizzeri,

da Francesi, da Spagnuoli, da Tedeschi. Quel pensiero lo seguì per

tutta la vita e poteva certo bastare, in tempi così agitati, ad

occupare tutte le facoltà di una mente attivissima.

Le rivolture cisalpine del 1796 fornirono ai patrioti valtellinesi

la cercata occasione di sottrarsi al vassallaggio d'oltr'Alpi; e

fu principalmente per le influenze del Guicciardi che il generale

Bonaparte aderì allora ad emancipare la Valtellina, Chiavenna e Bormio,

dichiarando quei territori irrevocabilmente uniti alla Repubblica

Cisalpina.

D'allora potè datare il Guicciardi l'ingresso nella vita politica più

larga e più attiva. Piacque dapprima a Bonaparte, gran nemico degli

ideologhi, che ne fece un ministro dell'interno, per controbilanciare

il vuoto frasario demagogico degli amministratori cisalpini. Ai Comizi

di Lione, il Guicciardi fa, dopo il Melzi, nominato direttamente dal

Primo Console come Segretario di Stato della nuova Repubblica Italiana;

onore diviso unicamente con quell'altro eminente magistrato che fu il

Gran Giudice, Spanocchi.

Nè fra così alte vicende obliava il Guicciardi gl'interessi della sua

provincia nativa, a cui seppe mantenere, contro ogni sforzo di emule

diplomazie, l'irrevocabilità dell'annessione italiana. Questo affetto

di montanaro ostinato spiccava anzi nel Guicciardi così evidente,

che partecipandogli l'alto grado a lui conferito, Bonaparte credeva

necessario di scrivergli: “vous n'appartenez plus à aucun département.

N'ayez jamais en vue que l'interêt et la politique de la République

_entière_„[19].

Melzi non amava Guicciardi, e non lo nascondeva. Sicchè, fattisi

difficili i loro rapporti personali. Napoleone collocò Guicciardi

alla Consulta di Stato. Ma costituitosi poco dopo il Regno d'Italia,

lo volle ritornato a capo di un dicastero, e gli affidò la direzione

generale della Polizia. Bisogna dire, ad onore del Guicciardi, che

in tali funzioni egli non seppe interamente prestarsi alle sfrenate

volontà del sovrano. Uomo pratico, voleva la moderazione; uomo onesto,

voleva la legge. Onde scadde dalla fiducia dell'Imperatore, che gli

tolse la Direzione della Polizia e gli inflisse, con metodo imitato

spesso dappoi, la dignità di senatore del Regno.

Voltandosi all'Austria, contro il sistema francese, Diego Guicciardi

non poteva dunque dirsi nè un ingrato, nè uno spensierato. Aveva

servito con zelo il governo da cui era stato beneficato. Caduto quello,

ricuperava il sentimento della sua indipendenza politica, e credette

scorgere nell'Austria, vale a dire nel più forte dei governi allora

segnalati sull'orizzonte, la sola potenza capace di guarentire i due

scopi politici che gli erano cari: il mantenimento della Valtellina

nel regime lombardo ed una libertà onesta pel Regno. L'avvenire ha

dimostrato che s'ingannava almeno per metà. Ad ogni modo, la sua

evoluzione politica suscitò allora e mantenne intorno al suo nome

fino agli ultimi tempi un ambiente di sfiducia, a cui s'ispirarono con

troppa ingiustizia alcuni scrittori contemporanei. Dopo l'avversione

del Melzi, incontrò quella del Marescalchi; e irosamente ostile

gli fu sopra tutti Ugo Foscolo, che lo chiamava con suo sarcasmo:

_l'uomo valtellinese_, e che avrebbe dovuto, più d'ogni altro, essere

indulgente verso le debolezze dell'epoca.

In realtà, il Guicciardi, che tante antipatie s'era nella vita pubblica

ingrossate contro, aveva fra le pareti domestiche riputazione di animo

buono e probo, cui sempre giustificarono legami di affetto famigliare

vivi e durevoli. Ma il Guicciardi era figlio del suo tempo ed aveva

subìto, non corretto, l'ambiente in cui era vissuto. La mobilità

degli eventi, avendo educato tutta la generazione sua ad un certo

scetticismo utilitario, — che ora torna di moda, — non gli permise di

mostrare, nella sua vita pubblica, ciò che si è convenuti di chiamare

_carattere_; ma sarebbe ingiusto affermare, col Foscolo, che in quella

non si fosse proposto se non utili individuali. No, il Guicciardi

aveva il sentimento del paese, il concetto della vita politica. Non

gli sacrificava con larga generosità le sue convenienze personali e

famigliari, ma non può dirsi che abbia cercato queste a ritroso della

sua coscienza di uomo pubblico.

Gli è che il Guicciardi non poteva propriamente dirsi un uomo moderno.

Per l'educazione, per le tradizioni, per le necessità degli eventi

contro cui ebbe a lottare, egli apparteneva a quella scuola di statisti

italiani, che dal Macchiavelli, dal Morone, da Vittorio Amedeo avevano

imparato l'evoluzione dei metodi come unico avviamento ai successi

del bene. La saldezza delle convinzioni politiche, divenuta, sotto

l'influenza dell'odierno liberalismo, quasi guarentigia e sinonimo

della onestà degli uomini pubblici, non poteva sembrare qualità egregia

di governo in tempi, in cui contro la prepotenza dei dominatori unico

schermo era l'astuzia, ed unica preoccupazione quella di assicurare

quanto più si potesse delle vite e delle sostanze dei sudditi contro

l'imperversare delle mutabili tirannie. Onde accadeva sovente che

uomini di rette intenzioni e di vita illibata serbassero, nei loro

rapporti politici, andamenti così incerti e così brusche mobilità, da

eccitare la riprovazione di chi non abbia l'indulgenza, naturale allo

storico, per le incoerenze di cui ogni epoca è necessariamente feconda.

Il programma austriaco del Guicciardi poteva dunque essere, e fu, un

errore; ma non era un traviamento.

Dell'Austria non s'aveva allora fra gli uomini di governo quel concetto

che dopo il 1815 divenne popolare in Italia. Il Guicciardi non l'aveva

conosciuta che come potenza estera, e gli uomini di parte sua in Milano

ne ricordavano il mite regime teresiano e leopoldino come un ideale

di autonomia, in confronto delle prepotenze repubblicane e imperiali

piovuteci dalla Francia. Quegli uomini mancarono piuttosto, e mancarono

affatto, dell'esperienza politica, che s'acquista unicamente colla

meditazione e colla lettura. Furono vittima di quella illusione, che

seduce sempre le menti volgari, di credere che un partito o un governo,

abbandonato ad un dato punto della vita, sia rimasto immobile e si

possa riprendere e ripresentare colle stesse forme e cogli stessi

caratteri, allo stesso punto in cui s'è lasciato.

Mezzo secolo di patriotismo: Saggi storici · 第 13 / 33 题