Quel brano di storia milanese e lombarda che corre dalla battaglia di
Marengo alla catastrofe del Regno italico nel 1814 è stato, nei confusi
ricordi popolari e negli studj superficiali, considerato quasi come un
tutto omogeneo, fondato sugli stessi principj, fertile degli stessi
beneficj, illustrato dai medesimi nomi e dalle stesse tradizioni di
governo.
Nulla di più inesatto che questo modo di apprezzare quei tre lustri di
storia. Essi hanno invece, come l'odierna cultura ha bene stabilito
e sviscerato, tre stadj distinti di legislazione e d'influenze, tre
fisonomie politiche notevolmente diverse.
La prima epoca va dal ritorno degli eserciti francesi fino
alla Consulta di Lione; la seconda dalla Consulta di Lione alla
proclamazione dell'impero napoleonico; la terza dalla proclamazione
dell'impero al 20 aprile 1814.
La prima è l'epoca dei dubbj, delle confusioni, delle incertezze,
delle precarietà governative, ed è la seconda _Repubblica Cisalpina_,
conservatrice in teoria, anarchica in realtà, di poco superiore alla
prima per disciplina di menti e d'indirizzo. La seconda epoca comprende
gli anni della _Repubblica Italiana_, il vero periodo ricostruttore,
sollecito dei principj e degli interessi, dei costumi, delle leggi,
della pubblica dignità. Al terzo periodo, quello che la precisa dizione
storica chiama propriamente _Regno d'Italia_, corrisponde il movimento
più spiccato della legislazione, dei lavori pubblici, degli ordini
militari, ma insieme il principio d'una nuova corruzione, che lima e
sfata la libertà. Dallo stadio dell'intrigo e dell'agitazione infeconda
si passa a quello dell'operosità onesta e dell'austera semplicità,
per giungere allo stadio finale della magnificenza e dell'eccesso. Il
malato guariva, ma il convalescente abusava della rifatta salute, e
il cambiamento dei medici non riusciva sempre a vantaggio dell'igiene
preservatrice.
L'organismo politico e amministrativo della prima epoca era stato
deliberato e applicato negli otto giorni in cui Bonaparte rimase a
Milano, dopo Marengo.
Egli era stato accolto in Milano coll'eguale entusiasmo, ma non
si presentava più colle stesse forme e cogli stessi caratteri. In
quell'esistenza straordinaria, destinata ad un'attività di corpo e
di spirito che ci sembra ancora un enigma, tre anni dovevano bastare
a meravigliose trasformazioni. Infatti, non era più il generale
Bonaparte; era il Primo Console; un'altra fisonomia, fisica e morale;
un altro indirizzo; una volontà egualmente energica, ma diretta a scopi
diversi; un'intelligenza egualmente intuitiva, ma fatta più matura da
più larghe esperienze; un uomo insomma che era passato dalle ipotesi
dell'ambizione alle sue più sterminate realtà; che aveva divorato gli
ultimi brani di una rapida giovinezza e che si presentava a trent'anni
sulla scena del mondo con tre titoli nuovi aggiunti alla Campagna
d'Italia: l'Egitto, il 18 brumale e Marengo.
Si vede subito che un altro sistema politico si elaborava nella mente
del vincitore. Le sue parole ai magistrati cittadini, ai parroci,
suonavano la più recisa condanna delle antiche demagogie del triennio.
“Qu'on respecte les prêtres„ scriveva al Talleyrand “c'est le seul
moyen de vivre en paix avec les paysans italiens.„ Affermava, con
intera saviezza di programma politico, doversi riorganizzare come
libera e indipendente la Repubblica Cisalpina, doversi rispettare
l'esercizio della religione cattolica e punire ogni specie di oltraggio
contro i suoi ministri e i suoi riti, doversi rispettare le proprietà
di tutti senza eccezione, essere vietato usare denominazioni proprie
a risuscitare divisioni ed ire di parte. Un proclama comparso in
quei giorni sul _Moniteur_ diceva: “Peuple cisalpin, dès que votre
territoire sera délivré de l'ennemi, la république sera réorganisée
sur les bases fixes de la réligion, de l'égalité et du bon ordre.„
Dell'antica trilogia repubblicana non era già più rimasta che
l'eguaglianza. La religione e il buon ordine erano parole nuove, sorte
dopo il 18 brumale.
I nomi erano per Bonaparte guarentigia delle cose; e nella Consulta
legislativa, a cui spettava l'incarico di redigere le prime leggi di
urgenza e di preparare la Costituzione definitiva della Repubblica,
pose il Marliani, il Testi, il Luosi, il Serbelloni, il Moscati, il
Caprara, il Mascheroni, il Lamberti, il Cicognara, tutte le notabilità
di scienza, di nascita e di carattere che la politica del triennio
aveva potuto offendere o disgustare. Fece riaprire l'Università di
Pavia, chiusa durante i furori del precedente periodo e vi chiamò
o vi richiamò alle cattedre i nomi più splendidi dell'intelligenza
contemporanea, Gregorio Fontana, Lorenzo Mascheroni, Alessandro Volta,
Antonio Scarpa, Vincenzo Monti, Tommaso Nani.
Altri provvedimenti prese sulle materie militari e di finanza; buoni,
come al solito, i primi; duri, come al solito, i secondi; ma in quei
giorni non ci si badava; la gioja d'essere o di credersi per sempre
liberati da Russi e da Giacobini rendeva indulgenti sulle questioni
di tasse. Il prestigio di Bonaparte era ancora maggiore che durante
il triennio, perchè il genio era eguale, il potere cresciuto e la sua
politica offendeva minori interessi. Quel rispetto per la religione
conciliava alla repubblica patrizi e popolani senza riserva. Gli
entusiasmi non cessavano, e crescevano le adesioni pensate. Un
incidente, in apparenza spregevole, rivela questa mutazione in certe
classi sociali. Nel 1796, un tenore dalla voce bianca, l'idolo della
gioventù aristocratica, Marchesi, aveva osato rifiutarsi al generale
Bonaparte che mostrava desiderio di udirlo[1]; nel 1800 si offerse egli
stesso di cantare, e il Primo Console obliò generosamente l'antico
rifiuto. Anche la Grassini, celebre prima donna del tempo, cantò in
un concerto alla Scala così meravigliosamente, che Bonaparte volle
riudirla in palazzo. Pur troppo, se il generale s'era modificato,
l'uomo non era rimasto tal quale. La situazione psicologica subiva
anch'essa un processo di rivolgimento. Giuseppina Bonaparte ebbe torto
in quell'ora di essere a Parigi e non qui.
Però il Primo Console aveva fretta. Non poteva più abbandonarsi agli
ozj eleganti di Mombello o allo studio paziente degli affari d'Italia.
L'Europa cominciava a cadergli sulle braccia, ed all'Europa non poteva
pensare che da Parigi. Partì il 25 giugno, lasciando a Milano organismi
pubblici appena abbozzati, una Consulta legislativa piena di zelo
ma soverchiata dall'incerta e larga responsabilità, una Commissione
esecutiva troppo numerosa e poco omogenea, il generale Petiet come
Ministro straordinario e quasi tutore della rinata Repubblica; uomo
debole, incerto della propria azione, poco persuaso della sua autorità,
e che perciò non sapeva usarla nè contro le corruzioni dei politici
indigeni, nè contro gli abusi e gli arbitrj dei comandanti militari
francesi, Brune, Massena, Murat.
Queste cause di male cominciarono subito a svolgersi con pessimi
effetti, ed agli otto giorni di ordine e di lavoro che il Primo Console
aveva così bene inaugurati seguirono venti mesi d'un governo fiacco,
oscillante, senza prestigio e senza base; governo che se non potè dirsi
affatto tristo, fu solo perchè due altri, di tanto peggiori, lo avevano
preceduto.
La Consulta legislativa diede bensì notevoli esempj di attività
intelligente e feconda. Rimise in pieno vigore le leggi emanate durante
il triennio, eccettuate però le leggi deplorabili di finanza e di
culto. Revocò gli ordinamenti politici e i sequestri illegali ordinati
durante i tredici mesi; mantenendo però i giudicati già eseguiti, le
successioni già verificate, i pagamenti e i contratti fatti secondo
le leggi pubblicate nel periodo intermedio. Era un sistema savio e
liberale, soprattutto per tempi, in cui il cassare con un tratto di
penna tutto un insieme di ordinamenti e di diritti acquisiti pareva
l'inevitabile concetto legislativo sorgente da ogni mutamento di
governo, da ogni predominar di fazione.
I diritti civili furono poi subito argomento importante di studio per
la Consulta. E dopo un solo anno si potè a buon conto pubblicare il
Regolamento Giudiziario, unificazione salutare e progresso insperato
sugli antichi sistemi, prevalenti nelle varie provincie del nuovo
Stato, e anteriori per la massima parte alle stesse riforme prodotte
dai libri del Filangieri e del Beccaria. Si pubblicò un'amnistia
generale pei delitti politici, poi la legge 23 fiorile, anno 9.º
sull'ordinamento amministrativo e territoriale della Repubblica. I
provvedimenti militari furono spinti colla massima alacrità. Legge
sulla guardia nazionale, legge sulla gendarmeria nazionale, legge
sull'ampliamento della scuola militare di Modena; e finalmente la
legge 8 brumale sulla coscrizione militare, novità ardita e non subito
apprezzata dalle moltitudini, avvezze fino allora a vedere nella
milizia o lo stromento di una tirannia straniera o il triste rifugio
degli infingardi e dei mercenarj.
Ma a questo primo ripiglio dell'iniziativa italiana nell'opera
riformatrice, non corrispondeva, anzi contrastava acremente l'azione
del potere esecutivo.
Questo a poco a poco s'era venuto restringendo in mano agli elementi
più inetti. Il Melzi rifiutava ostinatamente di farne parte, per
manifesta sfiducia dei precarj ordinamenti, e continuava anzi a restare
in Ispagna, donde non si decise ad uscire se non pei replicati inviti
del Primo Console che lo volle a Parigi. A Parigi stava pure l'Aldini,
inviato per trattare riduzioni di tributi e repressioni di angherie
militari. Priva dei due intelletti maggiori, delle due esperienze
politiche più consumate, il potere esecutivo lombardo andò a tentoni,
finchè un decreto del plenipotenziario Petiet mutò ad un tratto la
Commissione esecutiva in Comitato di Governo e lo compose di tre soli
fra gli antichi commissarj, un Ruga, Francesco Visconti-Ajmi, e Gio.
Battista Sommariva, di Lodi.
Giusto era forse il concetto di rendere meno numeroso il Consiglio
esecutivo, ma ne guastò affatto i risultati la scelta infelice degli
uomini, dovuta alle peggiori influenze da cui il Primo Console non
seppe quella volta abbastanza schermirsi.
Francesco Visconti non era per verità uomo disonesto, e abbandonò
il potere appena vide che i suoi colleghi ne facevano stromento
di corruzioni. Ma per l'alta carica non aveva titoli sufficienti
d'ingegno; forse dovettero parer tali al generale Berthier,
influentissimo presso Bonaparte, e che, più costante del suo padrone,
continuava a considerare la contessa Visconti come l'ideale della
bellezza italiana.
Il Ruga, portato egli pure da influenze femminili, ebbe meno scrupoli
del suo collega, e quando uscì dal governo era dieci volte più ricco
che quando v'entrò.
Ma chi passò ogni misura di scandali nel salire, nel restare e nello
scendere dal potere fu Gio. Battista Sommariva, che, impersonando
in sè stesso il triumvirato, adunò anche sul proprio capo tutta la
responsabilità di quella malaugurata amministrazione.
Nato barbiere e fattosi, per sorprese di tempi, avvocato, s'era buttato
nel moto politico, imbrancandosi naturalmente fra i gruppi più romorosi
e più estremi. Per influenza della _Società popolare_ era stato
nominato segretario generale del Direttorio cisalpino, ed esercitava
così sugli ordini di governo una specie di sindacato costante, in nome
e per gl'interessi della democrazia scapigliata.
Al sopraggiungere degli Austro-Russi, il Sommariva era corso a
Parigi, e lì s'era accostato a tutti gli elementi equivoci della
gran Babilonia, s'era perfezionato nella conoscenza dell'intrigo,
nel maneggio degli uomini e nei segreti della corruzione. Così aveva
ottenuto la confidenza e l'appoggio di alcuni fra i più alti personaggi
del tempo, fra gli altri del Talleyrand e del generale Murat, che non
erano troppo schifiltosi sulle qualità morali dei loro amici.
Forte di queste aderenze parigine e di quella furberia che ai mestatori
tien luogo sempre d'ingegno, spadroneggiò presto nel Comitato di
Governo; ostentò apparenze moderate e lasciò le briglie sul collo a'
suoi antichi amici, perchè facessero rivivere le ire e le mascherate
del triennio; parlava linguaggio pomposo d'indipendenza, ma ai generali
francesi, protettori e complici suoi, accordava ogni più insana
domanda: governò male insomma per cinica risoluzione, sapendo che
soltanto dal malgoverno possono i cattivi cittadini trarre impunità e
occasioni di turpi lucri.
Così dal centro partiva la corruzione e intorno al centro si allargava.
Egli aveva segreti legami d'affari con un banchiere Marietti e con un
giojelliere ebreo, Formiggini; i quali scontavano al 40 per 100 i boni
rilasciati dallo stesso Sommariva per somministrazioni e per debiti
dello Stato.
Mentre a Parigi l'Aldini e il Serbelloni trattavano col Primo Console
per ridurre a due milioni mensili la contribuzione militare della
Repubblica, il Sommariva la stipulava con Petiet e con Murat in una
cifra di 2,700,000 lire. Si moltiplicarono misure finanziarie repentine
e rovinose; vendite di beni demaniali, lotterie, imposizioni di guerra,
prestiti sulle famiglie più ricche, senza criterj direttivi, senza
guarentigie di pubblicità; veri agguati notturni, da cui le popolazioni
uscivano impoverite e i governanti arricchiti. Il ministro della
guerra, Pietro Teulié, avvocato milanese, datosi per inclinazione alle
armi e divenuto uno dei generali più valenti dell'esercito napoleonico,
aveva dovuto dimettersi per la sua resistenza agli avidi appaltatori
militari, che il capo del governo, per solidarietà d'affari, turpemente
proteggeva.
Si può pensare che conseguenze dovesse produrre siffatto indirizzo
governativo. Tutti ne abusavano, a seconda dei loro istinti, di
prepotenza, di vaniloquio o di avidità. Brune e Massena avevano
ricominciato le loro estorsioni; il generale Miollis faceva rizzare un
albero di libertà e diceva che questo avrebbe fatto rivivere le virtù,
le scienze, le belle lettere e le arti. Il generale Varrin si faceva
sborsare 440 lire al giorno pel suo pranzo; chiedeva approvvigionamenti
anticipati pel doppio della forza che aveva sotto le armi; lacerava in
faccia al presidente dell'amministrazione provinciale i documenti che
questi allegava a sostegno delle sue ragioni.
Questa situazione non era ignota al Primo Console, a cui denunciavano
fatti e chiedevano provvedimenti Paolo Greppi, Ferdinando Marescalchi,
Antonio Aldini. E a quest'ultimo rispondeva Bonaparte: “So che laggiù
le cose vanno molto male; non si commettono che bestialità e si ruba
a precipizio. Quella è gente nata in uno stato mediocre, che si è
messa in testa di fare una gran fortuna, profittando del posto....
Scrivete loro ch'io so bene tutte le loro bricconate e che creerò una
Commissione per esaminarle.„
Ma intanto le altre cure del vasto Stato assorbivano il vasto
intelletto; e il Sommariva, corazzato contro ogni severità di parole,
continuava ad accrescere, coi metodi di corruzione, i complici d'oggi,
che sperava potessero diventare gli ajuti dell'indomani. Lasciava
quindi sempre maggiore libertà alle passioni, impunità maggiore ai
disordini. I liberatori si atteggiavano da capo a conquistatori; e
Carlo Porta flagellava di profondi sarcasmi i facili trionfi cittadini
della milizia francese.
Onde Francesco Melzi, che conosceva i suoi paesi e i suoi tempi,
scriveva al Primo Console, parlando dei Russi: “ils seront bien
plus tôt oubliés que les Français; celui qui opprime et qui tue
brutalement blesse encore moins que celui qui humilie.„ E infatti
erano ricominciate le vendette personali. L'ajutante generale Hector,
nel traversare piazza Fontana, veniva colpito da coltello al cuore;
altri ufficiali subivano qua e là dal ferro notturno dei popolani
la conseguenza dei rancori politici o più verosimilmente la pena di
galanti misfatti. Il paese insomma era travagliato da una profonda
malattia morale, e minacciava ricadere nell'odio per la libertà.
La Consulta di Lione ci trasse da queste abbiezioni e inaugurò
veramente in Lombardia il periodo della ristorazione morale.
Fu una curiosa pagina di storia italiana e che vorrebb'essere
illustrata più largamente di quanto non s'è fatto sinora.
Raccogliere la rappresentanza politica di un paese in una città
straniera; elaborarvi tutto intero un organismo di Stato per questo
paese; discutervi lo Statuto fondamentale; eleggervi come capo di
questo paese un generale pure straniero, che era nel tempo stesso il
primo magistrato della Repubblica in cui questa riunione avveniva; e
datare da tutto questo guazzabuglio la prima vera epoca di libertà e
d'indipendenza pel paese che si lasciava tranquillamente così regolare,
sono fenomeni che bisogna giudicare solamente coi criterj di quell'età;
straordinarj come i tempi, come gli eventi, come l'uomo che li dominava
e li correggeva.
Tutto andava male in Lombardia e bisognava quindi tutto rifare. Chi
poteva rifar tutto non era che un uomo, Napoleone Bonaparte. Egli però
non poteva far solo e doveva fare rapidamente. Non poteva assentarsi
dalla Francia, dove le sue mani movevano tutte le fila d'un febbrile
riordinamento amministrativo; non poteva restare a Parigi, dove i
rappresentanti italiani si sarebbero trovati in mezzo a troppe e troppo
vivaci influenze. Bisognava che alle nuove istituzioni presiedessero
gli uomini migliori, e che svanisse tra questi ogni gelosia personale,
ogni dissidio d'idee. Si doveva dare al nuovo Stato tutta la forza che
deriva da un'amministrazione autonoma, e impedire nel tempo stesso che
il suo governo, staccato da ogni potente legame, si trovasse rimpetto
a grosse complicazioni europee come
Nave senza nocchiero in gran tempesta.
Questo complesso di cose difficili e necessarie fu sciolto in un modo
che allora non si poteva pensar migliore, mediante i Comizj di Lione.
Questa città, a mezza via fra Milano e Parigi, dove non giungevano
nè le influenze corruttrici del governo cisalpino, nè i propositi
dominatori delle consorterie parigine, parve e fu veramente adatto
luogo per quel convegno fra gli elementi italiani e gli elementi
francesi, da cui doveva nascere il nuovo Stato repubblicano dell'alta
Italia. Vi giunsero, nel cuore dell'inverno, frammezzo a intemperie
che avevano reso pericolosi tutti i passaggi delle Alpi, parecchie
centinaja di rappresentanti, nominati dal governo, dalle città, dalle
provincie, dalle università, dalle camere di commercio, dai tribunali,
dagli ecclesiastici, dalla guardia nazionale; vi stettero un mese e
mezzo, suddividendosi in comitati, lavorando, discutendo, consigliando,
studiando miglioramenti di cose ed elenchi di nomi.
Quel congresso presentò in embrione tutti i fenomeni buoni e i fenomeni
cattivi che costituiscono il regime parlamentare; ma i fenomeni buoni
vi prevalsero perchè erano alte le correnti del patriottismo. Vi
apparvero ambizioni puerili che furono dissipate dalla serietà; vi
si tentarono intrighi che si ruppero contro l'onestà. Il Prina, il
Guicciardi, il Mariani, lo Strigelli, il Marescalchi vi guadagnarono o
vi accrebbero la loro riputazione come oratori e come uomini di Stato.
Lo zelo e la rapidità nel fare erano gli elementi costitutivi di quel
patriotismo serio che la personalità del generale Bonaparte aveva
saputo trarre dai ruderi delle parole e modellare a sapiente energia.
Certo, parrebbe incredibile ai nostri giorni, così saturi di abuso e di
scetticismo in fatto di riunioni e di commissioni e di rappresentanze,
che di 452 cittadini eletti a formar parte della Consulta di Lione,
450 si siano recati al loro posto e vi siano rimasti fino all'ultimo
giorno. E sarà sempre un'umiliazione pei nostri meccanismi parlamentari
il ricordare che quell'Assemblea costituente di 450 deputati, venuti
da diverse provincie, nuovi per la massima parte a pubblici affari,
non illuminati da giornali politici o da comitati elettorali, abbia
trovato in sè stessa tanta forza e tanta virtù da deliberare e votare,
con utile effetto e con perfetta tranquillità, un'intera legislazione
politica, in un tempo minore di quello che oggi basterebbe appena per
discutere un bilancio dei lavori pubblici.
Il Primo Console arrivò a Lione la sera dell'11 gennajo 1802. La
Consulta vi era già radunata da un mese; egli s'era attardato in Parigi
per dare le ultime spinte ai negoziati intrapresi coll'Inghilterra
e che dovevano condurre alla posticcia pace d'Amiens. Arrivò come
un trionfatore, come un sovrano. Era allora in tutta la forza del
suo genio, al colmo della sua popolarità. La campagna d'Italia, il
riordinamento della Francia, la savia pace stipulata a Luneville
avevano circondato il suo nome di un'aureola che più fulgida potè
sembrare di poi, non mai più serena nè più meritata. Aveva saputo
domare l'anarchia senza elevarsi a tirannide, stravincere senza abusare
della vittoria, ricostituire in due anni un paese, sfasciato da così
lungo imperversare di guerre e di fazioni. Pochi uomini ricordava la
storia, di cui l'ingegno avesse in sì breve tempo lasciata sì vasta
orma. Onde la gratitudine toccava all'entusiasmo, e chi non amava,
ammirava. Sei mesi dopo, la Francia gli avrebbe dato il Consolato a
vita, e due anni dopo, l'Impero; ma fin d'allora il potere di Bonaparte
non aveva altri limiti che la sua moderazione. Sventuratamente, questa
doveva durare assai meno che il suo splendore.
La città di Lione aveva in quei giorni aspetto fantastico; Milano vi
si era rovesciata, e i Francesi guardavano con simpatica meraviglia
ad alcuni fra i nostri concittadini d'illustre nome, all'astronomo
Oriani, al Cagnoli, al Moscati, al Bossi, pittore, al Longhi, incisore,
ad Alessandro Volta, all'arcivescovo Filippo Visconti, che, vecchio
di 82 anni, aveva superato le Alpi e non doveva più rivederle[2].
Oltre ad essere provvisoriamente la capitale lombarda, Lione pareva
quasi divenuta, per una settimana, anche la capitale della Francia. I
prefetti e le autorità di venti dipartimenti vi si trovavano raccolti
ad aspettare l'arrivo del Primo Console. Una parte della guardia
consolare v'era stata inviata da Parigi; la gioventù lionese aveva
costituito per quella occasione un corpo di cavalleria d'onore dalle
ricche armi e dalle brillanti uniformi. Generali e ministri erano
accorsi da Parigi, da Milano, da Marsiglia; e più solenne di ogni
spettacolo la vista dell'esercito d'Egitto, reduce in quei giorni dalla
sfortunata epopea; laceri e gloriosi avanzi di Arcole, di Rivoli e
delle Piramidi, arrivati a Lione in tempo da vedere nel più alto grado
della potenza e dello splendore il generale che li aveva guidati a
vincere alle foci del Nilo come alle sorgenti del Po.
Il Primo Console era atteso già da più giorni. La popolazione bivaccava
nelle campagne per timore di perdere l'ora dell'arrivo; la cavalleria
lionese caracollava da quarantotto ore sulla strada maestra; la
città splendidamente illuminata; gli animi ebbri. Quando la carrozza
comparve, un lungo urlo: _viva Bonaparte_ lo accompagnò fino al palazzo
municipale. Colà scese, accompagnato da Giuseppina e dal giovinetto,
non ancor principe, Eugenio. Ricevette il dì dopo i magistrati della
città, le autorità civili e militari dei dipartimenti, lo stato
maggiore dell'esercito d'Egitto, i membri della Consulta, presentatigli
dal Marescalchi. A questi ultimi parlava in lingua italiana, seduzione
per italiani grandissima. La sera fu in teatro, ove rappresentossi la
_Merope_. Poi, la notte appresso, ad un ballo, a cui Giuseppina e le
signore del suo seguito comparvero abbigliate di sole stoffe lionesi.
In pochi giorni, col suo meraviglioso istinto d'affari, e sugli
schiarimenti che otteneva dal Marescalchi, dall'Aldini, dal Melzi,
dal Talleyrand, fu interamente edotto delle cose trattate e conchiuse,
delle difficoltà che restavano ad appianare. V'era stata lunga e sorda
lotta fra le idee che voleva applicare all'Italia il Talleyrand e
quelle da cui non dipartivasi Francesco Melzi. Prevalsero le ultime che
ottennero l'aperto suffragio del Primo Console. Il Talleyrand voleva
Stato piccolo, costituzioni vecchie, principe fiacco; Melzi insisteva
per istituzioni nuove, per ampio Stato governato da principe illustre.
Il ministro cortigiano insinuava che Giuseppe Bonaparte sarebbe stato
un egregio presidente della nuova Repubblica, e lo schietto cittadino
rimbeccava con fine spirito: “l'existence des archiducs a toujours
suivi, jamais précédé celle des rois dans les familles souveraines.„
Egli voleva il Primo Console a capo del suo paese, perchè in lui solo
aveva trovato, fra la turba degli statisti contemporanei, concetti
politici affini ai suoi e l'autorità necessaria per farli prevalere.
Non voleva uno Stato satellite che girasse intorno all'orbita del
pianeta; poichè un uomo solo era grande e a tutti pareva necessario,
voleva che quello, e non altri, assumesse, dopo la responsabilità del
creare, quella del dirigere e del mantenere.
Sicchè volse tutta l'influenza sua e quella de' suoi amici a far sì che
la Consulta acclamasse il Primo Console a Presidente; e la Consulta,
che già aveva designato nel Melzi il proprio candidato[3], misurando
da quell'alto disinteresse la forza della sua convinzione, si piegò
unanime a quel desiderio e incaricò un Comitato speciale di esprimere
a Bonaparte la preghiera dei rappresentanti italiani.
Fu nella solenne adunanza del 26 gennajo che lo scioglimento politico
si annunciò.
La Consulta era completa. Il Primo Console v'intervenne come a seduta
reale, accolto da grandi applausi, e andò a sedersi nella parte più
elevata della sala, accompagnato dalla sua famiglia, dai ministri
Talleyrand e Chaptal, da un gran numero di generali, da venti prefetti,
da quattro consiglieri di Stato. Quando l'acclamato Presidente si alzò
per parlare, nell'ampia sala non s'udiva un respiro. Si afferravano le
parole, s'indagavano gl'intenti. Bonaparte parlò in lingua italiana,
con pronuncia netta e vibrata. Il suo discorso, abilmente conciso e
improntato di quella grandiosa semplicità che distingueva il suo dir
pubblico, toccava delicatamente molte corde e ne trattava altre con
aspra franchezza. Si vedeva ch'egli s'era ricordato di parlare ad
Italiani, ma di parlare in mezzo a Francesi.
Sulla questione capitale della Presidenza disse senza ambagi: “non ho
trovato fra voi nessuno che avesse ancora abbastanza diritto sulla
pubblica opinione, che fosse abbastanza superiore ad ogni spirito
di località e che avesse resi tanto grandi servigi alla patria,
da potergli affidare la carica di Presidente.... mi sono quindi
determinato ad aderire al vostro voto, e, finchè le stesse circostanze
lo vorranno, io m'incaricherò del pensiero dei vostri affari.„
Sul programma di governo, soggiungeva poi con sintesi sagace, e
profonda: “voi non avete che leggi particolari ed avete bisogno
di leggi generali; il vostro popolo non ha che costumi locali ed è
necessario che acquisti costumi nazionali; voi finalmente non avete
armate e le potenze che potrebbero diventar vostre nemiche ne hanno
di molto forti.... Ma voi avete tutto ciò che può produrlo; una
popolazione numerosa, campagne fertili, e l'esempio che in tutte le
circostanze vi ha dato il primo popolo dell'Europa.„
Era difficile che tali parole, pronunciate in così straordinarie
circostanze e da così straordinario oratore, non commovessero ad
alto grado gli animi dei convenuti. Il discorso del Primo Console fu
interrotto ad ogni periodo da clamorosi e vivissimi applausi. L'affetto
della patria vibrava in tutti quei cuori. Li avvolgeva l'atmosfera
della grandezza, il sentimento dell'avvenire. Parlarono il cittadino
Mariani, il cittadino Prina, l'arcivescovo Codronchi. Si lessero gli
articoli della Costituzione. Si aspettava con ansietà la proclamazione
del nome del Vicepresidente che, in forza dell'art. 49, Titolo VIII,
era di libera ed assoluta scelta del Presidente. Il Primo Console, con
una di quelle mosse efficaci, di cui possedeva il segreto, levossi,
chiamò a sè il conte Melzi, lo abbracciò e lo collocò a sedere al
suo fianco; poi, presolo per la mano, lo additò all'Assemblea come
quegli in cui riponeva piena fiducia e lo proclamò _Vicepresidente
della Repubblica Italiana_. Il nome dell'uomo e il nome dello Stato
accrebbero gli entusiasmi; qualche memoria del tempo pretende perfino
che gli applausi al Melzi soverchiassero quelli dedicati a Bonaparte.
Ad ogni modo il Primo Console poteva essere contento dell'opera
sua. Aveva reso tutti contenti. Non gli doveva accader più nel corso
successivo della sua meravigliosa carriera.
Francesco Melzi aveva quarantotto anni allorchè assumeva così alto
incarico di governo frammezzo a così alte difficoltà. Avrebbe potuto
dirsi nella pienezza delle sue facoltà morali e fisiche, se queste
ultime non avessero già cominciato ad essere offese da frequenti
attacchi di gotta.
Figlio del conte Gaspare e di Teresa d'Eril, damigella spagnuola del
seguito della governatrice Rosa di Harrach, aveva appena 21 anni,
quando Maria Teresa lo nominò fra i decurioni municipali, tratta dalla
grande riputazione che in paese s'era già levata di lui per l'ingegno
pronto e l'amabile vivacità. Era stato educato, come la massima
parte dei patrizj d'allora, in un collegio di gesuiti, a Modena; ed
aveva dovuto resistere, con sagacia e volontà maggiore degli anni,
alle pressioni ed alle seduzioni di quei terribili educatori, che,
indovinando le forti qualità del loro allievo, avevano concepita la
speranza di chiuderlo nel loro bruno sodalizio.
Nella gioventù milanese ottenne presto quella prevalenza che non
isfugge all'ingegno, soprattutto quando è sorretto dalla ricchezza.
Era l'idolo delle riunioni gaje, l'oracolo delle adunanze pensose.
Cognato di Pietro Verri, che aveva sposato in ultime nozze sua
sorella Vincenza, era legato per mezzo suo a quel manipolo di preclari
intelletti, che, ormai sul tramonto, si vedevano con soddisfazione
rivivere in quel giovane forte, serio e gentile. Non era stato esente
da un vizio, pur troppo caratteristico delle società eleganti, quello
del giuoco; anzi vi si era abbandonato con una forza che ad alcuni
amici pareva minacciosa pel suo avvenire. La nobiltà della sua indole
doveva trionfare della bassa tentazione. Un giorno si trovava al verde,
e si recò a chiedere duemila scudi in prestito ad un amico in cui
riponeva grande fiducia. L'amico glieli rifiutò nettamente. “Sarebbero
pochi„ gli rispose “pel conte Melzi; sono troppi per un giuocatore.„ Il
giovane fu così tocco della severa risposta che abbandonò le bische e
non giocò più.
Auspicj femminili lo trassero dalla vita brillante e spensierata dei
circoli cittadini, per avviarlo a più vasti orizzonti. Primeggiava
allora fra le gentildonne milanesi la marchesa Paola Castiglioni,
colta e gentile Egeria di ogni Numa dell'epoca, la cui riputazione di
eleganza, di bellezza e di spirito, consacrata nei serali convegni,
traversò due generazioni per giungere ancora intera e vivace fino a
quella che immediatamente ci ha preceduti.
Francesco Melzi, che allora chiamavano il _contino_, non era fra gli
amici della marchesa il più trascurato. Anzi fu lui ch'essa volle
compagno in un viaggio che intraprese in Francia; ed essa gli dischiuse
l'ingresso in quelle celebrate riunioni parigine, dove, sotto la gonfia
dottrina degli enciclopedisti, romoreggiavano i nuovi e minacciosi
ardimenti degli uomini del terzo Stato. Fra quel meraviglioso turbinío
di stranieri non si smarrì l'ingegno del Melzi, non ancora trentenne.
Vi conobbe il D'Alembert, il Diderot, l'Helvetius, il Marmontel, il
barone di Holbach, Vittorio Alfieri. Stette con loro come uomo a cui
fosse famigliare qualunque forma di attività intellettuale. E non
parve piccino fra quei giganti; tanto che madama di Stael, nelle sue
_Considerazioni sulla Rivoluzione Francese_, ebbe a scrivere di lui:
“non esserci stato mai uomo più distinto, neppure in Francia, pel
sapore della conversazione, e nessuno averlo mai superato nell'arte di
conoscere ed apprezzare tutti quelli che sostenevano una parte sulla
scena politica.„
L'indole tutta italiana del Melzi non si sformò al contatto dei
ribollimenti francesi. Chè anzi grave materia di esperienza e di
studio trasse egli dallo spettacolo vivo di quella nazione, fra cui
si elaborava tanta mole di novità. E pur tenendo l'animo aperto alla
seduzione per ciò che v'era in quei concetti di generoso e di grande,
l'acuto senno ne misurava il pericolo e intravedeva già, dietro il
fascino delle parole, la futura intemperanza delle cose.
Innamoratosi dei viaggi e del largo osservare, dopo la Francia percorse
la Spagna, il Portogallo, sopratutto l'Inghilterra, studiando ed
annotando costumi, istituzioni, uomini, arti, paesi. Tornò, come
cinquant'anni dopo il conte di Cavour, ammiratore della costituzione
inglese, e convinto non essere possibile ad una nazione acquistare
ordini e forze di libertà senza il beneficio principalissimo
dell'indipendenza, cui egli giudicava fin d'allora doversi indirizzare
il desiderio e lo sforzo di quanti amavano possedere, come le altre
nazioni, una patria.
Così, nudrito di fatti e di pensieri nuovi, che lo rendevano, per
intelletto e per carattere, singolarmente idoneo a cose di Stato,
Francesco Melzi aspettava gli eventi.
Quando apparvero, soverchiando d'un tratto ogni argine di dottrina e
di ragione, non si sgomentò. Resistette alla fiumana demagogica come
doveva resistere più tardi al torrente del cesarismo. Ai giacobini fu
subito in uggia perchè non si umiliava dinanzi a loro. Lo accusarono,
nel loro stile barocco “di mettere il capo nel cielo e i piedi
nell'inferno per essere nel centro degli affari[4].„ Non era vero.
Nessuno più del Melzi era schivo di chiedere ed assumere importanza
politica. Più tardi fu anzi questo un difetto che il paese poteva a
buon diritto rimproverargli. Ma allora come poi, dir male degli uomini
virtuosi era pei viziosi il modo più sicuro e più spiccio di salire in
grazia alle turbe e far loro dimenticare le proprie magagne. I malvagi
strepitavano, il Melzi taceva; era una prova evidente del torto di
quest'ultimo e della ragione dei primi. Così fu imprigionato, sbandito,
richiamato.
Non era però il Melzi tal uomo che dello sfregio a sè fatto tenesse
broncio al paese. Onde, non appena la prevalenza degli uomini onesti
cominciò a risorgere e seppe essere richiesti i suoi servigi, non pose
tempo in mezzo a prestarli; e, come addetto ai Comitati di governo,
come inviato diplomatico a Rastadt, come consigliere di Bonaparte a
Mombello, come inviato a Parigi, come promotore e ordinatore della
Consulta di Lione, sollecito in ogni occasione degli interessi e della
dignità del paese, ben presto riebbe quella fiducia e quella stima che
i suoi concittadini non gli ritolsero poi per tutta la vita. Tanto è
vero che popolarità durevole ed unicamente apprezzabile non si acquista
col blandire ogni traviamento di moltitudini, per istrapparne un facile
applauso, ma coll'uniformare sempre la propria condotta ai dettami
di quella onesta coscienza, la quale allora solo è fallace quando
s'impaurisce o si fiacca per biasimi non meritati.
Tali erano i precedenti dell'uomo che il 7 febbraio 1802 entrava in
Milano, per assumere, con istituzioni nuove, le redini di uno Stato,
in cui tutto era sconvolto e tutto era da mutare e da rinnovare. Le
accoglienze, com'era da aspettarsi, furono assai festose e sincere. Da
un pezzo la Repubblica s'agitava nel vuoto; indispettita della larva di
governo cattivo che possedeva; ignara se ne avrebbe avuto uno migliore;
incerta fino agli ultimi giorni se dalla Consulta di Lione le sarebbero
giunte fortune o delusioni.
“Quel contino se la caverà con onore„ aveva scritto Vittorio Alfieri,
appena udita la nomina di Melzi a Vice-presidente. Ed era, più che il
pensiero, la speranza di tutti; essendo tutti ansiosi di uscire dal
lungo provvisorio e dalla lunga anarchia. Era inoltre confortato il
sentimento pubblico dall'idea che questa volta l'omaggio suo non si
volgeva ad uno spagnuolo, nè ad un francese, nè ad un tedesco, nè ad
un russo. Erano dei secoli che un italiano non appariva più come capo,
come guida politica di una così grossa e bella compagine di popolazioni
italiane! Onde l'istinto nazionale si sentiva rialzato nella sua
dignità e si aprivano gli animi a speranze maggiori di maggiori
compagini.
L'arte e la poesia celebravano a gara l'auspicato rinnovamento.
La Costituzione di Lione, firmata da Bonaparte, da Melzi, da
Marescalchi e da Guicciardi[5], si deponeva nell'Archivio pubblico,
dove tuttora si trova. Andrea Appiani aveva disegnato una medaglia, il
Manfredini ne incideva un'altra, Ugo Foscolo pubblicava la sua veemente
_Orazione a Bonaparte_, Vincenzo Monti cantava le lodi del nuovo
magistrato e lo chiamava
il mio Melzi, a cui rivola
Della patria il desío.
E il Melzi, serio e severo, perchè preoccupato della grave
responsabilità, entrava da Porta Vercellina, in una carrozza preceduta
e seguita da brillante accompagnamento di magistrati, di militari, di
popolo. Il generale Pino era nella carrozza con lui; il generale Murat
era corso ad incontrarlo a capo dello stato maggiore; nell'ultimo
posto, ed obliato da tutti, chiudeva umilmente il corteggio —
rappresentanza viva delle ironie della sorte — quel generale Despinoy,
che sei anni prima aveva trattato i milanesi con tanta impertinenza e
che aveva fatto arrestare, con brutalità soldatesca, Francesco Melzi.
Qui comincia il periodo dell'attività politica e della responsabilità
per l'uomo insigne che s'era fino allora mantenuto nei più facili
confini del consiglio e della censura. E non è piccola lode sua, non è
prova leggiera delle sue alte qualità di Stato il poter dire che Melzi
uscì con intatta, anzi con cresciuta riputazione, da questo periodo,
che è sempre così pericoloso e spesso così fatale per le ambizioni
politiche.
Non ci è dato poter qui giustificare questa asserzione. Per essere
fedeli alle necessità ed alle proporzioni del nostro studio, dobbiamo
respingere da tutte le parti argomenti e fatti che ci si affollano
innanzi alla mente; dobbiamo chiudere gli occhi por non vedere
il periodo, per dimenticare la moltiplicità degli ostacoli vinti,
delle riforme cominciate, delle leggi votate, dei lavori compiuti;
dobbiamo resistere alla tentazione di uscire dall'atmosfera dell'uomo
per entrare in quella delle cose. Ed è qui soprattutto che sentiamo
l'insufficienza del metodo che ci siamo imposti: è quì che dobbiamo
chiedere scusa ai lettori se la parola sarà impotente a condensare in
un capitolo la materia di un libro e se a questa irta contraddizione
fra lo spazio e l'intento ciascuno di essi crederà sacrificate quelle
speciali rimembranze e quelle glorie speciali, — militari, legislative,
edilizie, — onde s'è composta fra noi la ricca e simpatica tradizione
dell'amministrazione italiana.
A questa ha presieduto per più di tre anni Francesco Melzi, rialzando
veramente in ogni pubblica azienda quel concetto alto e morale che
s'era perduto durante gli ultimi rivolgimenti, e mettendo le basi a
quasi tutte le istituzioni che i nove anni successivi del Regno italico
avrebbero potuto svolgere e perfezionare.
Il governo di Melzi fu veramente un complesso di uomini, rispettabili
nella vita privata, capaci nella vita pubblica, pieni di zelo e di
attività salutare. Bonaparte gli aveva dato fin da Lione due soli
collaboratori, lo Spanocchi, Gran Giudice, magistrato di severa
dottrina e d'incorruttibile probità, e Diego Guicciardi, Segretario di
Stato, amministratore sagace e ricco di espedienti, che delle persone
e delle cose lombarde aveva conoscenza profonda e precisa.
Intorno a questo nucleo raccolse presto il Melzi gli altri elementi di
cui aveva bisogno; e si ajutò di Carlo Verri e del Villa per gli affari
interni, di Pietro Moscati per l'istruzione pubblica, di Prina e di
Veneri per le finanze, di Bovara e di Giudici per gli affari del culto;
all'importante dipartimento delle pubbliche costruzioni venne allora e
durò poi lunghi anni quel conte Paradisi, sotto la cui amministrazione
furono compiute così gigantesche opere stradali ed idrauliche, ed alla
cui scuola si educarono ai futuri prodigi tanti giovani illustri, fra
cui la nostra generazione non può dimenticare Elia Lombardini e Pietro
Paleocapa.
Soprattutto al concetto morale badava il Melzi, e faceva convergere a
rialzarlo tutti i suoi discorsi e l'opera sua. “L'uomo libero„ scriveva
al parroco di Magenta “non è che l'uomo probo.„ E pubblicava, dover
sopravvivere a tutte le divisioni passate quella sola che ponesse _un
muro di bronzo_ fra gli uomini onesti e quelli che non lo sono.
Gli erano dunque fieramente avversi tutti quegli elementi equivoci, che
nel primo triennio e dopo la battaglia di Marengo avevano fatto sulle
finanze pubbliche così turpi speculazioni. Il Sommariva, congedato
con severa frase dal Melzi, ordiva intrighi a Parigi per isbalzarlo.
Aveva tentato perfino di mettere contro di lui l'influenza ancora
efficace di Giuseppina, facendole offrire dal suo complice Formiggini
una collana del valore d'un milione. Giuseppina, onestissima malgrado
la sua vanità, respinse il dono, che sotto altre apparenze poteva
ricordare il famoso episodio fra Maria Antonietta e il cardinale di
Rohan. Ebbe minori scrupoli il Talleyrand, che ritenne, senza chiederne
la provenienza, un orologio a brillanti del valore di ottantamila lire.
Questo intrigo poteva essere tanto più pericoloso in quanto s'ajutava
di tutte le ostilità, segrete o palesi, a cui la politica schiettamente
italiana del Melzi dava pretesto. Giuseppe Bonaparte, che attribuiva
all'opposizione sua di non essere Presidente della Repubblica Italiana,
ostentava grandi accoglienze al Sommariva, che aveva sposato un'antica
amante di Gian Giacomo Rousseau e che teneva in sua casa corte
bandita per equivoci commensali, orpellando colle nuove ricchezze
l'antica volgarità. Fra i generali, avvezzi all'impunità degli abusi,
l'irremovibile severità del Vice-presidente suscitava fieri lamenti. Se
n'era fatto il più romoroso banditore Giuseppe Lechi, uomo altrettanto
immorale quanto valoroso, non molto dissimile per torbida indole dal
fratello Galeano, tiranno di Bormio. Il generale Marmont non era schivo
dal prestar mano a queste corruttele, che venivano ad allacciarsi
intorno al comandante supremo dell'esercito francese a Milano,
Gioachino Murat; cuore onesto, ma debole, che dal suo grado militare e
dalla sua stretta parentela col Primo Console traeva un certo disdegno
d'essere in qualunque paese il secondo, e a cui non era difficile
persuadere che gli spettasse esser primo.
Un pettegolezzo letterario, a cui questa coalizione d'interessi aveva
saputo dare le proporzioni d'una congiura, complicava la situazione
e accresceva gl'imbarazzi del Vice-presidente. Da Parigi venivano
ordini fulminanti, richieste di processi contro Cicognara, contro
Magenta, contro Teuliè, per alcune poesie d'un capitano Ceroni, che
affettava ostilità giacobine contro il governo del Primo Console. Il
quale s'avviava già, per insensibile pendio, su quello sdrucciolo di
despotismo violento, in fondo al quale doveva pochi anni dopo trovare
la fine della sua grandezza. Scriveva al Melzi, ordinandogli di
sfrattare dallo Stato una dama milanese, la signora Fossati, perchè
teneva circolo serale di elementi non favorevoli al regime francese.
E per queste minutaglie politiche si accalorava tanto da scrivere: “la
faiblesse du Gouvernement à Milan passe tout ce qu'il est possible de
concevoir.„
Melzi resistette a queste molteplici bufere con severa e tranquilla
dignità. “Le général Murat„ scriveva al Primo Console “a couvert de
son nom cette trame odieuse„, e se ne appellava alla stessa sorella di
Bonaparte, Carolina Murat, donna di maggior senno e di maggiore energia
del marito.
Degli intriganti parigini scriveva col più grande disdegno e si
meravigliava che presso le alte influenze del Governo avesse “le
plus grand jeu la faction de l'ancien gouvernement qui est celle des
voleurs.„
Circa le violenze poi che Bonaparte imponeva o consigliava contro
avversarj politici, rispondeva: “je crois fermement qu'il y aurait
de la folie à combattre les folies, les erreurs, les passions des
hommes par la force, car la force leur donne un caractère extrêmement
plus dangereux par la réaction qu'elle provoque. Je crois également
qu'il est juste et nécessaire de punir les actes ou faits qui portent
un caractère criminel. Toute ma conduite a été réglée sur cette
distinction.„
Non vi pare di veder qui riassunta con linguaggio preciso e liberale,
fin dal 1802, quella famosa teoria del prevenire e del reprimere, che
alcune ingenuità dottrinarie considerano come un trovato di tempi così
recenti?
Il Melzi chiudeva finalmente le sue corrispondenze, respingendo
alteramente qualunque sospetto intorno alla sua lealtà, ed offrendo,
come un primo ministro odierno, le sue dimissioni. “Comme il serait
aussi injuste qu'absurde d'accuser ma loyauté, ainsi il serait
au-dessous de moi de descendre à la justifier.... J'avais pu sacrifier
mon existence et mon repos au bonheur de ma patrie; mais je n'ai ni le
courage ni l'envie de sacrifier mon bonheur à de viles intrigues.„
Bonaparte, reso ai sentimenti nobili e giusti da questa fiera dignità
dell'amico suo, gli diede intera soddisfazione sopra ogni argomento.
Cacciò da Parigi il Sommariva e i complici suoi, scrisse a Murat,
biasimando la sua ostilità contro Melzi e dicendogli: “vivez bien avec
lui.„ Al Cicognara, al Magenta, al Teuliè restituì, dopo poco tempo,
libertà ed onori. Non accettò naturalmente le dimissioni offertegli,
dicendogli anzi: “il est impossible qu'avec la confiance que je vous
accorde, vous éprouviez aucune tracasserie.„ E, avendogli anche più
tardi, sotto un altro accesso di stanchezza e di gotta, ridomandate il
Melzi le sue dimissioni, Bonaparte gli rispondeva con una delle sue
frasi sovrane: “vous êtes engagé dans la lice; il faut désormais que
vous mouriez au milieu des hommes et des embarras du gouvernement des
nations.„
Di questa tempra alta e veramente liberale del Melzi si potrebbe
trovare la traccia in ognuna delle sue lettere, in ognuna delle sue
disposizioni di governo. Era un ingegno equilibrato e coerente, che
non aveva nessun pregiudizio di tempi e in parecchie cose preludeva a
progressi futuri.
Quando riordinò l'Università di Bologna, nominò alla cattedra di lingua
e letteratura greca una colta signora, Clotilde Tambroni. Costituì
vigorosamente il servizio pubblico dell'innesto del vajuolo, disciplina
ancora così discussa e così timidamente accettata, che Lorenzo
d'Orlando scriveva qualche anno prima al conte Giberto Borromeo: “Mi
rallegro con V. E. dell'esito felice d'una operazione tanto pericolosa
come è l'innesto del vajuolo.„
Sollecito di cultura pubblica, incoraggiava di sussidj e di commissioni
Ugo Foscolo, Francesco Soave, Andrea Appiani, Canova. Ordinò
l'Esposizione annuale periodica di Brera; stabilì dodici pensioni pei
giovani artisti che si recavano a Roma; destinava fondi dello Stato
a incoraggiare la grandiosa pubblicazione dei Classici Italiani;
sussidiava del proprio una splendida edizione dei celebri scritti
militari del bolognese Francesco Marchi.
Delle grandi necessità politiche poi aveva un sentimento alto e sicuro.
Patrocinava in ogni occasione l'ingrandimento territoriale della
Repubblica, la cui mostruosa conformazione, prima dell'annessione
del Veneto, diceva fonte di gravi danni e pericoli. Agli ordinamenti
militari poneva tutto il suo zelo, e fin dalla prima riunione del
Corpo Legislativo, aveva scritto nel suo Messaggio, con intonazione
affatto napoleonica: “Poichè le armate d'Europa riappresero il cammino
d'Italia, è pur forza sovvenirvi che a' suoi soldati apprese l'Italia
un giorno le vie del mondo.„
Dopo tre anni di un'amministrazione governata con tanta prudenza e
tanto affetto, ecco un nuovo turbine che scende dalle Alpi, l'Impero.
Un giorno, Francesco Melzi è invitato a recarsi senza indugio a Parigi
dal Primo Console Presidente. La novità della richiesta fa presagire
gravissimo abboccamento. Parte, lasciando il governo al Gran Giudice,
colla raccomandazione di consultare negli affari importanti il Moscati
e il Guicciardi. Giunge a Parigi a tarda notte, è subito condotto alla
presenza del Console, e rimangono quattro ore in segreto colloquio.
Quando ne usciva, la nuova rivoluzione politica era stabilita, la
Repubblica Italiana diventava il Regno d'Italia, Napoleone I cingeva
la sua corona e nominava Vicerè il suo figlio adottivo, il colonnello
Eugenio Beauharnais.
È la terza fase del periodo italiano che ora incomincia: fase che
ha usurpato, nella tradizione storica, tutta la gratitudine dovuta
all'intero periodo, soltanto per quella fatale preferenza che l'uomo
accorda sulle felicità oneste e tranquille alle glorie tragiche ed alle
romorose sventure.
Nulla si mutava in apparenza, tranne i nomi, gli spettacoli e le
uniformi; in realtà, delle due basi fondamentali su cui fino allora
il governo s'era fondato, la saviezza e l'energia, la prima cominciava
ad affondarsi, e la seconda, abbandonata dalla sua compagna, assumeva
sempre più uno solo degli aspetti sotto cui suole presentarsi, quello
della violenza.
Ad un uomo, invecchiato negli affari e nelle difficoltà politiche,
come Francesco Melzi, succedeva un giovane di 23 anni, inesperto degli
uomini, voglioso di piaceri e di gloria, che, soverchiato dalla immensa
grandezza del genitore, non si permetteva di discutere il menomo dei
cenni suoi.
Giacchè questa fu veramente la differenza caratteristica fra la
Repubblica e il Regno. Nella prima, agli ordini impensati, talvolta
impetuosi del Presidente era efficace correttivo la prudente fermezza
del Vice-presidente; nel secondo, le volontà imperiose e precipitose
del Re erano aggravate dalla leggerezza e dalla inesperienza del
Vicerè. L'equilibrio era rotto fra l'autorità lontana e la saviezza
vicina; questa spariva, quella cresceva; e gli eccessi napoleonici,
spintisi, per la rottura dei freni, alla ricerca dell'universale e
dell'impossibile, preparavano sordamente la riscossa dell'odio nelle
popolazioni balestrate da così mobile tirannia.
Napoleone, divenuto imperatore, scese due volte ancora dalle Alpi a
Milano; ma egli pure aveva subito la sua terza trasformazione. Non era
più il generale Bonaparte, vivace, entusiasta, colla patria sul labbro
e l'amore nel cuore; non era più il Primo Console, pensoso, gentile,
prudente nel parlare e savio nell'operare; era un uomo ingrassato di
corpo e irrigidito di animo, freddo, altiero, preoccupato di cerimonie
e di etichette, insofferente di ogni contraddizione, duro cogli uomini,
ineducato colle signore; il cui linguaggio era forza, la cui politica
era forza; un uomo che credeva legge morale il suo capriccio, e
giustizia la collera, e impertinenza la verità, e felicità del mondo la
sua soddisfatta ambizione.
L'antico giacobino era imbarazzato sotto il manto imperiale. Lo portava
talvolta con un fasto di cattivo gusto, talvolta se ne spogliava con
soldatesca ruvidezza. Metteva la dignità nell'essere brusco anzichè
nell'essere cortese. Sentenziava sopra ogni materia, e sovente, su
quelle di cui era digiuno, spropositava. Si fece incoronare con pompe
teatrali, con isfoggio di carrozze dorate, di cavalli bianchi, di
mantelli d'ermellino, di corone, di scettri, di globi d'oro. Obbligava
i parroci a vegliare di notte, nel rigido inverno, sulle porte delle
chiese, per incensarlo quand'egli passava in carrozza chiusa. Aveva
sulle braccia l'Europa, il blocco continentale, la prigionia del Papa,
e rimproverava la marchesa Busca, figlia del suo amico Serbelloni,
perchè si era presentata un giorno alla sua Corte collo stesso abito
che portava il dì prima.
Questo sovrano, tutto a sbalzi e ad effetti, sterminato di genio
e innamorato di forme, dava ad Eugenio consigli eccellenti in cose
di governo, ma poi, giunto a Parigi, li dimenticava affatto e gli
fulminava ordini e decreti in aperto contrasto coi consigli di prima.
Gli diceva a Milano: “supremo interesse per voi è di ben trattare
gl'Italiani:„ e da Parigi gli scriveva: “abbiate per divisa: la
Francia innanzi tutto[6].„ Dall'antica dicitura presidenziale: “Je
vous conseille, je crois nécessaire, je trouve convenable„ era passato
alla formola pura e semplice del padrone: “je veux, je vous ordonne.„
Prescriveva da Parigi la dislocazione dei corpi d'esercito e la
quantità di vino che doveva bere la vice-regina incinta. Negli ultimi
anni, il suo despotismo era divenuto veramente un delirio, ed ogni
traccia di genio spariva dietro il linguaggio brutale che usciva dal
suo pensiero malato. Sopprimeva, con un tratto di penna, una delle
istituzioni fondamentali dello Stato, il Corpo Legislativo; dava
ordine che si fucilasse Andrea Hofer, violando le promesse fattegli
all'epoca del suo arresto; in lotta col Papa, scriveva ad Eugenio
di fare _appiccare_ un librajo che ne pubblicava le encicliche,
di _mitragliare_ alla menoma apparenza di movimenti cittadini, di
_fucilare_ chi distribuisse coccarde papaline, fossero anche dei
cardinali. Le istruzioni che mandava al principe Eugenio, per mezzo
del maresciallo Duroc, respiravano una cinica frenesia di potere. “Si
vous demandez a S. M. ses ordres ou son avis pour changer le plafond de
vôtre chambre, vous devez les attendre; et si, Milan étant en feu, vous
les lui demandez pour l'éteindre, il faudrait laisser brûler Milan et
attendre les ordres...[7]„
Ci volevano questi ebbri furori per paralizzare i beneficj sorti dagli
ordini precedenti e gli splendori che erompevano a scatti dal genio
disordinato. Dal 1802 al 1814, la vita di Milano era stata grandiosa.
Sentiva per la prima volta, da Lodovico il Moro in poi, gli effetti
di una vera preminenza politica e civile. Era la capitale di un grande
Stato, che negli ultimi anni comprendeva ventiquattro dipartimenti ed
una popolazione aggirantesi intorno a sette milioni. Dopo tanti anni di
vita umile, isolata, ora compressa, ora fanatica, ma sempre secondaria,
il popolo milanese respirava in un ambiente largo, importante; vedeva
i grandi personaggi passeggiare per le sue vie; si sentiva legato,
per autorevoli solidarietà, coi grandi affari d'Europa. Lo spirito
pubblico, vivo e intelligente, si metteva a livello de' nuovi destini.
Elaborava uomini politici e generali d'esercito, che tenevano con
onore il loro posto in quella meravigliosa generazione europea.
La conversazione sociale e i discorsi popolari trovavano pascolo
educativo in fatti nuovi e memorabili, che li svezzavano dall'antico
pettegolezzo. Ora si vedeva aprire la via del Sempione, ora sorgevano
le fondamenta dell'Arco di Piazza d'Armi, ora si metteva mano alla
facciata del Duomo, ora si scavavano navigli e canali, a favore di
Milano, di Pavia, di Mantova, di Brescia. Oggi era l'incoronazione di
Napoleone, domani il matrimonio del Vicerè. Un giorno si discorreva
dell'annessione al Regno delle provincie venete o marchigiane, un altro
giorno del famoso decreto di Milano intorno al blocco continentale; poi
le glorie dei nostri militari infiammavano d'entusiasmo; si udiva con
dolore ed orgoglio che al Teuliè morto a Colberg l'esercito francese
innalzava un monumento; s'era altieri che Napoleone avesse detto
ad Aldini: “gl'Italiani ridiventeranno i primi soldati d'Europa.„
Splendidissime feste celebravano il ritorno dalle campagne germaniche
dell'eroica divisione di Pino. E dal fondo della Spagna giungevano
altre notizie del valore italiano, tenuto alto dal Palombini, dal
Severoli, dal sergente Bianchini. Il principe Eugenio, non felice negli
affari, presiedeva meglio alle feste e sosteneva bravamente le guerre.
La sua Corte era il regno dell'eleganza e dello splendore; vi teneva
uno scettro indisputato quella donna squisita di bellezza e di bontà
che era la Vice-regina Amalia di Baviera; e intorno ad essa brillavano
di splendori proprj alcune gentildonne universalmente ammirate; la
marchesa Litta, la contessa Parravicini, la contessa Arese; apparve più
tardi in quelle sale, e vi portò un profumo di fiera amabilità quella
gentile Teresa Casati-Confalonieri, predestinata ad essere di un cupo
e pietoso dramma la vittima e l'eroina.
In tutto questo periodo di romori e di magnificenze, Francesco Melzi
tiene silenziosamente ma efficacemente il posto suo. L'austero vecchio
vede esplicarsi e allargarsi le conseguenze dell'onesta attività da
lui impressa alle cose pubbliche, e se ne compiace; vede i pericoli
che preparano allo Stato le passioni sfrenate o frivole de' suoi
condottieri, e si rammarica di non poterli evitare; vede le popolazioni
cementarsi, malgrado ciò, in una forte ed omogenea comunanza di vita
politica, e ne trae lusinghiere speranze per un avvenire ch'egli non è
destinato a vedere.
L'imperatore Napoleone non gli scema, anzi gli accresce dimostrazioni
d'amicizia e di stima. Gli aveva proposto in moglie la sorella
Paolina, vedova del generale Leclerc; onore che Melzi declinò con
grande riconoscenza e con maggiore prudenza. Quando la Repubblica fu
tramutata in Regno, Napoleone lo nominò Gran Cancelliere Guardasigilli,
coll'onorario di trentasei mila franchi; poi gli accordò, unico fra
tutti gli Italiani, uno dei grandi feudi della Corona, col titolo di
duca di Lodi e un appannaggio di duecento mila lire. Quando venne a
Milano nel 1807, andò con grande ostentazione a visitare il Melzi nel
palazzo Serbelloni, e non permise che l'illustre gottoso si alzasse
dalla sua seggiola per riceverlo.
Le lettere poi che Napoleone scriveva da ogni angolo dell'Europa
all'antico amico suo respirano sempre la più grande benevolenza e la
più solida stima. “Je vois avec peine que vôtre santé n'est pas aussi
bonne que vôtre tête.„ “Depuis que vous gérez les affaires de l'État
son administration s'est considérablement ameliorée.„ Al principio del
1812, sul punto d'intraprendere la campagna di Russia, Napoleone sente
il bisogno di avere intorno alla lontana Italia informazioni sicure, ed
ordina a Melzi di fargli _ogni giorno_ un rapporto sulla situazione del
Regno. Nell'archivio della famiglia si conserva il protocollo di queste
relazioni giornaliere, che, senza offendere l'autorità diretta del
Vice-re, servivano forse, nel concetto dell'imperatore, a controllarne
l'inesperta politica.
Fu detto che Francesco Melzi fosse stato assai offeso di vedersi, negli
onori supremi del nuovo Regno, posposto ad un giovinetto senza titoli
come Eugenio Beauharnais, e che il suo contegno riservato negli ultimi
anni movesse da questa causa.
Tutti i precedenti dell'uomo, i suoi carteggi col principe Eugenio
e la sua condotta all'epoca della finale catastrofe dimostrano come
questa supposizione non regga. Può darsi che Melzi sentisse abbastanza
alteramente di sè da credersi meglio indicato e meglio atto del
principe Beauharnais a dirigere, sotto e contro Napoleone, gli affari
italiani. In ogni caso, era una opinione che sarebbe stato solo a non
avere fra gli uomini intelligenti al di qua delle Alpi. Ma nessuna
attitudine sua autorizza il sospetto che questa opinione lo avesse, nè
prima nè poi, reso più indifferente alle cose del Regno o meno zelante
a rimuovere, d'innanzi al principe Eugenio, le difficoltà del Governo.
La severità del carattere si univa in lui all'artritide per
allontanarlo da quelle pompe e da quelle pubblicità, onde troppo si
compiaceva la giovanile spensieratezza del figlio di Giuseppina. Ma dei
doveri della sua carica non fu dimentico mai e, quando vennero i tempi
grossi, non risparmiò ad Eugenio consigli insieme affettuosi e severi,
che, seguiti, avrebbero forse dato alle cose del Regno un avviamento
migliore e prevenuta la tragedia del 20 aprile 1814.
Intorno a questa, ed alle cause, dirette o indirette, che la
produssero, c'intratterremo con qualche larghezza nel successivo
capitolo.
Francesco Melzi sopravvisse pochi mesi a quella funesta rivoluzione.
Ridottosi a vita privata, alternava i soggiorni fra il palazzo di
Milano e l'artistica villa che s'era fabbricata a Bellagio; riceveva
pochi e sicuri amici; discorreva con essi di questioni politiche e
di riforme educative[8]; si spense, religiosamente tranquillo, il
16 gennajo 1816. Uomo di carattere antico e di cultura moderna, che
discende politicamente in retta linea dai grandi personaggi milanesi
dei secoli antecedenti, dal Simonetta, dal Morene, da Bartolomeo
Arese; austero come il primo, intelligente come il secondo; come il
terzo, bramoso di conciliazioni fra le asprezze del tempo. Liberale di
dottrina, perchè vissuto in mezzo ad abusi nobiliari ed a corruttele
plebee, tenne sempre alti, innanzi a sè, interessi di paese, non di
fazione; e per quelli non esitò ad affrontare nei pubblici uffizj Maria
Teresa come i Giacobini, come il Primo Console, come l'Imperatore.
Governò tempi di rivoluzione con guarentigie di conservazione; e dopo
di lui bisogna giungere fino al conte di Cavour per trovare un altro
italiano che abbia retto, con eguale autorità, compagine eguale di
popoli appena riuniti. Ebbe a programma di rinnovazione la politica
nazionale più unitaria che i tempi avessero consentito; come programma
di conservazione, adottò un sistema di governo che non usciva dai
limiti e non si perdeva per via; religione senza fanatismo, libertà
senza frasi, disciplina senza pedanteria, ordine senza violenza, un
gran sentimento di dignità dello Stato, una resistenza tranquilla ma
severa alle tirannie che discendono e a quelle che salgono.
Nel complesso, può dirsi in Italia il creatore del partito liberale
moderato negli ordini di governo; poichè, prima di lui, s'era governato
o con riforme di principi assoluti o con assolutismi di apostoli
democratici; e, se oggi vivesse, avrebbe poco a mutare degli scritti
suoi, poco a modificare de' suoi metodi e de' suoi principj nelle
questioni di Stato.
Quando morì, l'imperatore Francesco, pauroso della sua scomparsa come
della sua presenza, vietò che i giornali ne annunciassero la morte. Era
logico il sovrano straniero, desiderando di cancellare dall'affetto dei
contemporanei e dalla memoria dei posteri il cittadino che aveva tratto
governo riparatore da rivolgimento d'indipendenza. Ma non sarebbero
logici i concittadini suoi, se a sentimenti affatto contrarj non
dessero affermazione più decisa e più risoluta.
Milano ha tuttora un debito verso Francesco Melzi d'Eril, duca di Lodi.
E noi ci uniamo al desiderio già espresso da un valente illustratore di
storia patria[9], augurandoci che la nuova magistratura cittadina metta
fra i cómpiti suoi quello di trarre dalla prossima riforma edilizia
della città l'occasione di onorare in faccia ai posteri con durevole
forma la memoria dell'unico milanese che nel corso dei secoli abbia
governato sette milioni d'Italiani con metodi di libertà.