La guerra civile.
La radice della guerra stava nel desiderio — e si potrebbe anche dire,
in molti casi, nel bisogno — determinato da uno scarso sviluppo delle
forze produttive, di vivere dell’altrui produzione, risolvendo con uno
sforzo, presuntivamente minimo almeno nella durata, il problema della
vita.
Questo fenomeno, che, all’esterno, ne’ rapporti di Stato a Stato, si
manifestava con le forme di una guerra propria e dichiarata, aveva
vita anche all’interno in forma più dissimulata e circoscritta, sia
che si trattasse di disputarsi il frutto esclusivo delle imprese
esterne, sia che si trattasse di cercare all’interno l’adattamento
insufficientemente consentito nelle relazioni esteriori.
Questo parassitismo sociale muta di aspetto, di forma, d’intensità, è
diretto o indiretto, più o meno esteso, si esercita direttamente sugli
uomini o li colpisce indirettamente attraverso le cose; ma persiste
continuo e ininterrotto sotto il sistema dell’appropriazione privata
de’ mezzi di produzione. Il fine si raggiunge esigendo servigî,
in cambio di protezione, come nel caso de’ clienti, percependo una
parte de’ frutti della terra, come nel caso degli addetti alla gleba
di varia denominazione; escludendo dal possesso delle terre e dalle
funzioni politiche una parte della popolazione, come nella contesa per
l’agguagliamento de’ ceti, che ha tant’eco nella storia tradizionale
romana; arrogandosi il possesso diretto dell’uomo, come nel _nexum_;
ma, attraverso così varie modalità, volute dal diverso sviluppo
economico e dalla migliore convenienza particolare e generale, uno è il
punto di partenza, una la mèta.
L’estendersi della schiavitù, per effetto di una nuova fase della
guerra, dando agli abbienti un più comodo ed economico mezzo di
acquisto e una più assoluta disponibilità della forza di lavoro,
aveva reso possibile di dichiarare l’inalienabilità della persona
del _cittadino_; ma, risoluta vittoriosamente la questione della sua
libertà formale, restava sempre da risolvere la questione ognor viva e
presente dell’esistenza materiale. E, per coloro che non avevano parte
al possesso della terra, lo schiavo straniero non solo non era stato un
liberatore, ma era un concorrente.
Questa condizione di cose ha avuto la sua fase ultima, benchè non
definitiva, nella formazione di un salariato, il cui primo nucleo andò
sempre crescendo pel crescere del proletariato e la sua concorrenza
alla schiavitù, per la degenerazione progressiva di questa e la
sua eliminazione definitiva[231]. Ma, durante questo processo di
trasformazione più volte secolare, a principio del quale specialmente
il salariato stentava più a trovare uno sfogo e ad attecchire,
la contesa per l’emancipazione economica, cioè pel possesso di un
mezzo di produzione specialmente fondiario e sussidiariamente per
la ripartizione degli utili dello Stato, considerato come un’impresa
comune, dovea essere viva, continua.
Il corpo organizzato, che lottava concorde e come ente unico, per
l’acquisto o per la difesa di una preda, aveva in sè un permanente
contrasto d’interessi, in vista dell’appropriazione privata di ogni
possesso; e così, nel seno stesso degli aggregati politicamente
organizzati, su di una scala più o meno vasta, sotto l’apparente
uniformità e coesione, v’erano sordi e mal dissimulati contrasti,
resi sempre più acuti da antitesi d’interessi, fomentati dalle
passioni stesse a cui davano luogo. La piccolezza dello Stato, poi,
e il fatto che nell’antichità la vita politica di un dominio, per
quanto grande, si concentrava esclusivamente nella città dominante,
facevano sì che i dissensi d’indole più generale si complicassero e
s’inasprissero di tutti gli odî ereditarî di famiglie, di tutte le
avversioni personali, di tutte le gare locali. Sicchè si aveva una
guerra continua, or manifesta, or latente, di classi contro classi, di
famiglie contro famiglie, di persone contro persone. E uno stato di
cose che da Platone[232] si era compendiato in questa osservazione:
«..... Ognuna di esse non si può chiamare una città, ma molte città.
Perchè, comunque sia, ve ne sono due avverse tra loro, una de’ poveri,
una de’ ricchi, e in ognuna di queste ve ne sono molte alla loro volta;
e tu ti sbaglieresti assolutamente, se le volessi considerare come
una sola città; considerandole invece come molte, dando agli uni le
ricchezze, la potenza, le persone stesse degli altri, troveresti sempre
molti alleati, pochi avversarî....». Un quadro che, come giustamente
si è osservato, non può a meno di richiamare quanto, tanti secoli
dopo, in un suo romanzo politico, diceva il Disraeli dell’Inghilterra
contemporanea: «Sono proprio due popoli tra cui non esiste nessuna
comunione, nessun sentimento comune, che si conoscono così poco
nelle loro abitudini, ne’ loro pensieri e ne’ loro sentimenti, come
se fossero le creature di diverse zone o gli abitanti di diversi
pianeti»[233].
L’allargarsi degli orizzonti, il crescere de’ bisogni, la facilità
d’arricchire non facevano che acuire questo stato di cose.
Uno scrittore latino[234] delinea così questa nuova fase della
vita a Roma: «Ma poichè le cose dello Stato ebbero incremento dalla
laboriosità e dalla giustizia, e re potenti furono vinti in guerra e
fiere nazioni e vaste popolazioni sottomesse con la forza, e Cartagine,
emula della potenza romana, fu divelta dalle fondamenta ed ogni
mare ed ogni terra era aperta innanzi a noi; la fortuna cominciò a
incrudelire e a confondere ogni cosa. A quei che facilmente avevano
tollerato fatiche, pericoli, vicende d’esito incerto ed aspre, parvero
desiderabili ozio e ricchezze; tutte le altre cose misere e gravose...
Poichè le ricchezze vennero in onore, e la gloria, il comando, la
potenza dipendevano da quelle, cominciò a vacillare la virtù, la
povertà cominciò a sembrare vergogna e la integrità malevolenza. Dalle
ricchezze quindi emersero, a sopraffare la gioventù, lussuria, avarizia
e superbia; rubare, consumare, far poco conto del proprio, desiderare
l’altrui, non aver riguardo, nè misura rispetto al pudore e alla
pudicizia, alle cose umane e alle divine confuse».
E, poco appresso, lo stesso storico fa parlare Catilina così[235]:
«Dopo che lo Stato cadde in potere ed arbitrio di pochi, sempre re
e tetrarchi sono loro tributari, popoli e nazioni sono tassati a
loro favore; tutti noi altri, strenui e buoni, nobili ed ignobili
fummo volgo, privi di ogni considerazione, di ogni autorità, avvinti
a quelli, di cui, se la Repubblica fosse quale dovrebbe essere, noi
saremmo lo spavento. Quindi sovranità, potenza, onore, ricchezza sono
in mano loro o dove loro piace: a noi lasciano pericoli, ripulse, piati
giudiziarî, miseria. Le quali cose sino a quando vorrete soffrir voi,
fortissimi uomini? Non giova meglio morire valorosamente che perdere
inonoratamente una vita misera e infelice, nella quale si sarà servito
di ludibrio all’altrui superbia?... Qual mortale che abbia animo virile
può tollerare che a quelli avanzino tante ricchezze da profonderne
nel costruire in mare e nell’adeguare i monti, mentre a noi manca
una sostanza familiare da poter sopperire al necessario? Che quelli
possano avere di seguito due e più case, mentre a noi manca un lare
familiare? Mentre comperano quadri, statue, cesellature, e diroccano
nuovi edificî per costruirne altri, e infine in ogni maniera estorquono
danaro, vessano, pure non possono con la somma loro libidine superare
le ricchezze. Noi, invece, abbiamo l’indigenza a casa, fuori i debiti;
triste la condizione dell’oggi, molto più aspro l’auspicio del domani:
infine che cosa altro ci resta se non una misera anima?».
Questo stato continuo di tensione, spinto all’estremo, sotto l’azione
di un avvenimento esterno, di un crescente dissesto interno, di una
rivoluzione politica, precipitava finalmente verso la catastrofe; e
allora tutte le ire, tutte le violenze si scatenavano senz’ordine,
nè misura. Tutti i metodi di guerra, tutte le crudeltà, a cui i
conflitti esterni avevano adusata l’una e l’altra parte, erano
usati reciprocamente, aggravati e circuiti di tradimenti, d’insidie,
di ragioni personali, quali potevano esservi tra vicino e vicino,
nell’àmbito di uno stesso recinto.
Nel 370, per es., il popolo di Argo massacrava con la fustigazione
millecinquecento persone. «Il popolo d’Argo — dice Isocrate[236] —
si reca a soddisfazione di massacrare i ricchi, e si rallegra, ciò
facendo, più che non facciano altri nell’uccidere i nemici». Delle
condizioni del Peloponneso dice[237]: «Si temono i nemici meno de’
proprî concittadini. I ricchi preferirebbero gettare in mare le loro
ricchezze anzi che darle a’ poveri: per questi, d’altra parte, niente
è più gradito che lo spogliare i ricchi. Cessano i sacrifizî: sugli
altari si sacrificano gli uomini. Più di una città ha ora più emigrati
di quanti ne aveva prima l’intero Peloponneso».
E a questi scoppî violenti d’ira della piazza facevano riscontro da
parte delle oligarchie gli stati d’assedio, le misure eccezionali, le
proscrizioni in massa, le confische.
Oneste lotte intestine, di cui è materiata la storia antica, e che, mal
placate da una certa beneficenza di Stato, riardevano continuamente,
finivano di solito con l’indebolire la compagine dello Stato, facendolo
preda di un nemico esterno più potente, o, sotto la doppia pressione
del bisogno di resistere agli urti interni ed esterni, determinava il
sorgere o il risorgere di un principato.
A Roma, si arrivò per questa via all’Impero, che importava un ambiente
di relativa pace favorevole agl’interessi, specie del medio ceto, e
alla sua eventuale ricostituzione, un freno all’aristocrazia avida,
una migliore amministrazione del dominio, una sistemazione delle
provvidenze pel proletariato.
Ma le dispute di successione tornavano, quando non era possibile
stabilire o mantenere una dinastia, a compromettere gravemente la
pace pubblica; e, prima di arrivare alla stessa prima costituzione
dell’Impero, tutto il dominio aveva dovuto passare attraverso un lungo
periodo di convulsioni e di guerra civile.
E niente vale forse a dare meglio un’idea di tutti gli episodî di
essa, quanto la descrizione che ne dà Appiano, discorrendo del secondo
triumvirato[238]:
«Nell’atto stesso che erano fatte le proscrizioni, si occuparono
le porte e quante altre uscite vi erano delle città e i porti e le
paludi e tutto quanto potesse dar sospetto di prestarsi a fuga o ad
appiattamento: si fece in modo che i centurioni scorressero il paese,
investigando, e ogni cosa si fece in questo stesso senso.
«Subito, adunque, in città e in campagna, dovunque ognuno si trovava,
si vedevano repentine sorprese e uccisioni di vario genere e recisioni
di teste per la taglia promessa a’ denunziatori e fughe inonorate
e contegni sconvenienti di chi prima era ragguardevole. Poichè si
nascondevano alcuni ne’ pozzi, altri in condotti luridi sotterranei,
altri ne’ camini fumosi, o se ne stavano in gran silenzio sotto le
incombenti tegole de’ tetti. Giacchè, non meno de’ sicarî, temevano
alcuni le mogli o i figli non ben disposti verso di loro, altri
i liberti e i servi, altri i debitori o i confinanti di fondi per
l’avidità di avere le loro terre. Era come un erompere, tutto in una
volta, di ciò che sin’allora era venuto suppurando, ed era spietata
la vicenda di senatori, consoli o pretori o tribuni, o ancora in
carica o già investiti di tali uffizî, cadenti in pianto a’ piedi del
loro stesso servo, invocando salvatore e padrone lo schiavo. E il più
spietato era che non trovassero mercè. Vi era tutto uno spettacolo
di mali, non quali si scorgono nelle rivolte o nelle espugnazioni
delle città: poichè non accadeva, come in quelle, che si temesse
l’avversario o il nemico, rivolgendosi a’ proprî familiari: questi
appunto si temevano più de’ sicarî, non temendoli come in guerra o
nella sedizione, ma fatti d’improvviso, di familiari nemici, o per
segreta inimicizia, o per donazioni ad essi promesse, o per oro ed
argento che si avesse in casa. Per queste cose ciascuno diveniva infido
verso i suoi di casa e anteponeva alla compassione il suo lucro.
Chi si manteneva fido o benevolo, temeva di recare aiuto, o celare,
o essere fin consapevole per la simiglianza delle pene. A ritroso
l’incalzava il primo timor de’ diciassette [i _presi_ prima della
proscrizione]. Poichè, allora, non essendo stato proscritto alcuno, ma
essendo improvvisamente stati presi quelli, tutti temevano le stesse
cose e si sentivano compagni. Venute fuori le tavole di proscrizione,
altri furono subito consegnati; altri, fatti securi di sè stessi e
voltisi al lucro, davano la caccia ad altri per consegnarli, dietro
una taglia, a’ sicarî. Dell’altro gran numero, alcuni saccheggiavano le
case degli uccisi, e il guadagno li alienava dalla coscienza de’ mali
presenti; altri più assennati e buoni erano colpiti dalla sorpresa ed
era per essi più strano se consideravano come altre città erano state
danneggiate dalle dissensioni e le aveva salvate la concordia; questa,
l’avevano ruinata in precedenza le dissensioni de’ governanti e il loro
accordo ora si rivelava in tali effetti. Morivano alcuni difendendosi
dagli assalitori, altri non difendendosi e come soccombendo a una
ingiusta loro violenza; ve n’erano anche che perivano di volontario
digiuno e disfatti dalle piogge, che si affogavano in mare o si
gettavano da’ tetti o si lanciavano nel fuoco, o andavano incontro
a’ sicarî, o li mandavano a chiamare se indugiavano, mentre altri si
nascondevano, o supplicavano senza dignità, o cercavano di scongiurare
il male incombente a viva forza o con la corruzione. Alcuni perirono
all’insaputa de’ triumviri, per errore o per insidia. E sapevano del
non proscritto ucciso, quando si presentava la testa. Poichè i capi
de’ proscritti si esponevano nel Fôro, presso i rostri, dove bisognava
che venissero a prendere la mercede quelli che li portavano. Si
osservava parimenti la premura e la virtù d’altri, donne e giovinetti
e fratelli e servi, che salvavano ricorrendo a molti stratagemmi e
morivano insieme quando non riusciva ciò che avevano escogitato: altri
si uccidevano sugli uccisi. Di quelli che fuggirono, alcuni perirono
in naufragî, in tutto oppressi dalla fortuna; altri, inopinatamente,
furono condotti a’ magistrati cittadini e a’ comandi degli eserciti e
a’ trionfi...».