Pax Romana.
La guerra! La pace! La pace! La guerra!
Col ritmo monotono di un pendolo che non tocca un estremo se non
per allontanarsene e tendere subito all’altro; con l’intreccio
inestricabile di trame intessute per formare una sola tela a vario
colore; col contrasto e la correlazione di una triste realtà e di una
dolce aspirazione che si rincorrono per escludersi e per completarsi —
la pace e la guerra, la guerra e la pace si succedono, si rinnovano,
si avvicendano, s’insidiano attraverso la lunga, dolorosa via della
storia!
Il desiderio della pace, immanente e perenne, ma perennemente minato e
deluso da’ contrasti della vita, risorgeva inestinguibile e ostinato
e trovava la sua espressione e la sua incarnazione in molteplici e
continuamente riprodotti trattati di pace.
Ma erano tregue piuttosto che paci, vigilie d’armi e incubazioni di
guerre. La loro lunghissima serie[239] non fa che provare la loro
fragilità, la loro nessuna persistenza; e, nel loro carattere generale,
sembrano altri aspetti della guerra; alleanze che miravano a una guerra
futura, e, nello stesso loro nome (συμμαχία), rivelavano questo loro
scopo e questa ragione bellicosa.
A misura che si venivano costituendo più vasti e più solidi organismi
politici, che il concetto di razza si veniva fissando e determinando,
che gli interessi si complicavano e s’intrecciavano, l’aspirazione
alla pace trovava un campo più vasto in cui esercitarsi; ma non perciò
riusciva a realizzarsi. Così, in forma tipica, il mondo ellenico,
cementato da comuni tradizioni, dalla comune fede religiosa e da comuni
interessi, veniva acquistando un senso di solidarietà e un’anima
collettiva, che riflettuta ne’ suoi artisti e ne’ suoi pensatori,
faceva talvolta considerare come una lotta intestina e quasi fratricida
le guerre reciproche. Ma era una unità ideale a cui non si conformava
la realtà delle cose; era una mèta morale fatta di stati d’animo e di
tendenze, a cui si ribellava, recalcitrando, la vita quotidiana con
i suoi interessi varî che non di rado divenivano anche discordanti.
Pure, in queste sue tendenze e manifestazioni ideali, la solidarietà
nazionale e di razza finiva per avere, come antitesi e corrispondenza,
insieme, un senso di ostilità verso tutto ciò che era fuori di quel
cerchio e di quell’ambiente.
«In primo luogo — si dice in uno de’ dialoghi platonici[240] — quanto
alla schiavitù, ti pare giusto che Elleni riducano in ischiavitù città
elleniche o che ciò non si conceda ad alcuno, per quanto è possibile,
e si avvezzi a risparmiare la gente ellenica, facendo in modo che non
debba essere ridotta in servitù neppure da’ barbari? Assolutamente,
disse, importa che si risparmî. Non acquistare uno schiavo greco,
consigliando agli altri Elleni di fare altrettanto? Certamente,
disse: così si rivolgerebbero maggiormente contro i barbari ed essi si
avrebbero riguardo reciprocamente».
E poco appresso[241]: «Vedi dunque se dico cosa confacente. Dico che
la gente ellenica è congiunta da legami di famiglia e di un lignaggio,
aliena ed estranea alla gente barbarica. Benissimo, disse. Diremo,
così, di conseguenza, che, combattendo gli Elleni con i barbari e i
barbari con gli Elleni fanno guerra, e sono nemici per natura, e questa
ostilità si deve chiamare guerra. Quando, invece, gli Elleni combattono
con gli Elleni, mentre sono amici per natura, l’Ellade, così facendo,
presenta uno spettacolo morboso, si trova in istato di sedizione; e una
tale ostilità si deve chiamare guerra civile. Io, disse, convengo che
si debba ritenere così... La città che fonderai, non sarà ellenica?
Bisogna ch’essa sia così, disse. Adunque (i suoi cittadini) saranno
buoni e indulgenti? Certamente. E non saranno filelleni? E non
considereranno la Grecia come congiunta, e non parteciperanno con gli
altri alle cose sacre? Certamente. Adunque le controversie, che avranno
con gli Elleni, come con congiunti, le riterranno guerra civile e non
le chiameranno guerra? No, certamente. Controvertiranno come persone
che debbono riconciliarsi? Assolutamente. Castigheranno, con animo ben
disposto, non spingendo la punizione sino alla riduzione in servitù e
alla distruzione; essendo correttori, non nemici. Così, disse. Essendo
Elleni, dunque, non manometteranno l’Ellade, nè incendieranno le
abitazioni, nè considereranno in ogni città tutti come loro nemici, gli
uomini, le donne, i fanciulli, bensì i pochi colpevoli del dissidio, e
però non vorranno manomettere il loro territorio, quale cosa di molti
amici, nè rovesciare le case, e lotteranno invece insino a quando i
colpevoli saranno obbligati dagl’innocenti, che soffrono per loro, a
pagare il fio. — Convengo, disse, che i nostri cittadini si debbano
condurre così con questi loro avversarî, con i barbari invece come
fanno ora gli Elleni tra loro...».
Benchè, sotto questa forma, il senso di ostilità e le occasioni di
guerra fossero piuttosto spostate che non eliminate, pure quello
spirito di solidarietà, insufficiente a realizzare la pace nell’àmbito
delle stirpi elleniche, si traduceva qualche volta in effetti pratici,
o che una controversia fosse composta da un oracolo di comune fiducia,
o che fosse portata a qualche consiglio anfizionico o federale, o che
si risolvesse per mezzo di arbitrati, un’istituzione dalla civiltà
greca comunicata e trasmessa anche alla società romana.
La formazione di grandi Stati, poi, in quanto erano costretti per
qualche tempo a controbilanciarsi in un mutuo gioco di equilibrio,
o faceva luogo ad un’egemonia, che si spiegava anche per mezzo
d’interventi e di arbitrati[242], contribuiva anch’essa talvolta
ad allontanare, per qualche tempo, occasioni di guerra e assicurava
temporaneamente la pace.
Ma la pace, che urtava, come contro un ostacolo invincibile, contro il
processo di mutua eliminazione, ritardato soltanto o sospeso per una
o un’altra via, dovette sembrare finalmente assicurata, quando quel
processo di mutua eliminazione giunse al punto di toccare veramente
l’impero universale; e, con la costituzione dell’Impero romano, dovette
sembrare anche che fosse maturato l’ambiente per la pace universale.
Così, per quel carattere dialettico ch’è nell’indole stessa della
storia, tutto l’infinito periodo di guerre sembrava che non avesse
fatto se non preparare la sua antitesi, e che il sangue e la strage
non avessero cosparsi tutti i campi del mondo se non perchè da essi
sorgesse più desiderato e più vigoroso il fiore della pace, e questa
trovasse la sua sanzione e la sua guarentigia nella impossibilità
obbiettiva di un contrasto!
L’Impero romano sorse anche come l’appagamento di questa aspirazione,
nell’estrema lotta tra l’Oriente e l’Occidente, tra il più antico
impero e il più recente, tra l’antica tradizione e i nuovi bisogni; e
non parve a moltissimi pagato a caro prezzo l’inestimabile benefizio
della pace, se ad essa dovevano immolarsi vecchie forme e nomi cari e
orrori tradizionali.
Nessuno de’ fasti o delle cerimonie dell’antica èra gloriosa parve
vincere quello che si riassumeva nella chiusura del tempio di Giano.
La Pace parve davvero stendere l’ali ampie e benefiche e altrici sul
mondo; e il grido di trionfo di tutte le guerre, il gaudio intimo del
fortunato presente, le fiorenti speranze dell’avvenire trovarono tutta
la loro espressione nel canto con cui Orazio[243] credeva a un tempo
mettere il suggello alle sue odi e alle guerre che parvero le ultime.
«A me, che volevo cantar le battaglie e le città vinte, Febo avvertì,
in atto di rimprovero, con la lira, che non commettessi le piccole vele
all’onde tirrene. L’età tua, o Cesare, riportò anche la pingue mèsse
a’ campi e restituì al nostro Giove le insegne strappate a’ superbi
penetrali de’ Parthi e chiuse il tempio di Giano non più aperto a’
conflitti, e impose il retto ordine a chi se ne dipartiva e i freni
alla licenza e bandì i delitti e richiamò le antiche arti, per cui
crebbero il nome latino e le forze italiche, e la fama e la maestà
dell’imperio si è stesa dall’occaso alla culla del sole. Finchè tu, o
Cesare, starai a custodia di tutto, non l’infuriare delle lotte civili,
non la violenza cacceranno la quiete di seggio, non l’ira che tempra le
spade e inimica le misere città. Le leggi giulie, non le infrangeranno
quei che si abbeverano al profondo Danubio, non i Geti, non i Sericani,
non gl’infidi Persiani, non i nati sulle sponde del Tanai. E noi, ne’
giorni feriali e ne’ sacri, tra i doni di Libero giocondo, con i nostri
figli e le nostre matrone, dopo aver pregato secondo il rito gli dèi,
canteremo, secondo il costume degli antenati, con canto sposato alle
tibie lydie, i duci che si condussero valorosamente, e Troia e Anchise
e l’alma progenie di Venere».
Quella filosofia stoica che era emersa dalla ruina dello Stato ellenico
come un tentativo superbo e geniale dello spirito, che si costruiva da
sè una città sottratta ad ogni prepotenza di conquistatore, uno stato
d’invidiabile libertà, e come tale tornava a infrangere, moralmente, il
particolarismo ellenico per emanciparsi meglio dalle angustie fortunose
e opprimenti della politica; quella filosofia si trovava a miglior agio
e si diffondeva meglio in uno Stato che tendeva a confondersi col mondo
abitato, dove il cittadino tendeva a confondersi con l’uomo, e l’anima
umana aveva meno ostacoli a vincere per sublimarsi nella sua trionfante
espressione; mentre, d’altro canto, il diritto della città tendeva ad
allargarsi, come in un cerchio concentrico, nella sfera più vasta di
una generalizzazione maggiore del diritto delle genti, e questo stesso
in una sfera più vasta, nel diritto naturale: una realtà che diveniva
un’astrazione, un’astrazione che diveniva una realtà.
La pace aveva così il suo crisma dalla filosofia, col suo concetto di
uomo che si sovrapponeva a quello di cittadino, con quella sua sfera
ideale di azione che si emancipava dalle contingenze della vita, con
quella sua atarassia che si librava, irridendo, su tutti gli assalti
della miseria e del dolore; e, d’altra parte, per un altro crisma
diverso, si naturalizzava a Roma, prendeva anche essa il diritto di
cittadinanza romana e, nel suo epiteto e nella sua funzione solenne
di _pax romana_, s’imponeva con tutto il prestigio e l’autorità di
un’istituzione positiva, con la forza e la sanzione della potenza e
dello Stato romano.
E, per qualche tempo, fosse pure una sosta, il mondo parve godere
gl’inestimabili beneficî della pace. Rimarginava, quasi, le sue ferite;
si rifaceva in quel senso di sicurezza, come un convalescente che sente
rinascere il senso della vita al tepore del sole novello; e fu ed è
opinione di più d’uno storico, che in quei primi secoli dell’èra nuova,
sotto gli Antonini specialmente, un vero miraggio di felicità arridesse
al genere umano.
Pure, col venir meno del bersaglio, non era venuta a mancare la ragione
delle armi; e quella pace, che certo includeva in sè molti vantaggi
e sotto cui il mondo parve per qualche tempo vivere e respirare a suo
agio, celava ancora troppe ragioni intime di contrasti e simulava sotto
molti rispetti ancora come uno stato di guerra.
Tutta quella straordinaria varietà di elementi non era ben fusa o non
era fusa affatto, e l’Impero contava popoli di lingua e di origine
diverse, e, negli stessi àmbiti delle diverse regioni, padroni e
schiavi, abbienti e proletarî, dominatori e dominati, tributarî e
signori, cittadini e folle prive della pienezza dei diritti politici e
civili.
Questi elementi, così diversi e spesso inevitabilmente messi dalla
forza stessa delle cose o dalle loro ragioni di vita in contrasto,
erano tratti, di volta in volta, a cozzare tra loro, e allora quella
stessa potestà imperiale, che era il punto di unione, il centro di quel
mondo in movimento, diveniva, nelle successioni specialmente, una mèta
e una leva pel divampare della guerra civile.
Per quanto, nella fusione perenne delle diverse civiltà e
nell’irradiazione del suo potere, Roma cercasse di diventare come
l’anima e lo spirito vitale di tutto il mondo dominato, quella
compagine gigantesca era troppo aliena dal centro, troppo diversa e
lontana, perchè, da un aggregato qual’era, potesse davvero trasformarsi
in un organismo. E, finchè restava un aggregato, un dominio
artificialmente tenuto insieme, rappresentava anche un meccanismo
troppo complicato e troppo costoso; sicchè, specie in quello stadio
ancora poco sviluppato delle forze produttive, funzionava come una
continua forza depauperatrice, che elideva in certo modo i benefici
della pace, e, rendendo più aspre le cause intime di contrasto, ne
fomentava i dissensi. L’esercito stesso, che in mezzo agli elementi
inorganici non ancora coordinati o alla disorganizzazione sotto altri
aspetti crescente, rappresentava l’elemento più organizzato, pel fatto
stesso che era tale e che costituiva una forza prevalente, diveniva
agevolmente strumento e causa di prepotenza e, all’occasione, di
conflitti interni e di disordine.
Tutt’intorno all’immenso confine, convertito in una cinta fortificata
e guardato come un baluardo, formicolavano poi popolazioni barbariche,
vere orde talvolta, che si moltiplicavano con la spensierata
prolificità di gente allo stato di natura, e, soggette a tutte le
vicende degli elementi e alla balìa del caso per quanto concerneva la
stessa loro possibilità di vita, fiottavano con l’ostinazione di una
forza naturale, cieca e inesauribile, contro un ostacolo, oltre cui
vedevano, come l’immagine viva di una terra promessa, uno stato di
ricchezza e di vita, quale l’opera di secoli e gli stenti d’infinite
generazioni avevano potuto foggiare e verso cui li chiamava lo stesso
spirito della propria conservazione, la stessa lotta per l’esistenza.
Così, tra il risorgente ideale della pace, che prendeva la forma di
aspirazione religiosa, di bisogno presente, di meditazione filosofica
e la vita quotidiana irrimediabilmente turbata o insistentemente
minacciata, il mondo romano, che quasi era l’orbe, si agitava ancora
come in una contraddizione senza uscita, col moto misteriosamente
fatale del pendolo, che, proprio mentre sta per toccare un estremo, è
sospinto ed attratto verso l’estremo opposto; e si aveva lo spettacolo
dell’Imperatore filosofo, che sillogizzava sulla vanità della vita
nel campo stesso in cui ne affermava le vane ire, gli sforzi sterili e
sanguinosi.
La pace è equilibrio, che ha bisogno di essere stabile, se si vuole
stabile pace; e non vi è nè equilibrio, nè pace, dove la forza è
base e legame della vita, e popolo è congiunto a popolo, individuo a
individuo, non da mutuo scambio di servigî e uguale correlazione di
diritti e di doveri, ma da una legge di servitù che fa l’uomo e l’opera
sua mezzo a un altro uomo. Non vi è equilibrio, nè pace, dove qua la
mancanza del necessario, là il desiderio e la possibilità del superfluo
creano, a vicenda, lo scontento e la preoccupazione, la minaccia e la
cupidigia, l’aggressione ch’è difesa e la difesa ch’è aggressione, cioè
la guerra, in cui la forza non si risolve, ma si perpetua come in un
circolo vizioso, per rigermogliare esacerbata e moltiplicata in altre
guerre, in altre violenze, in altri motivi di conflitto.
Anche questa pace menzognera, a cui sembrava essersi arrivato con la
guerra, non per rinnegare ma per consolidare l’opera della guerra,
non per regolare la forza ma per assiderla in trono, si risolveva così
nella guerra, e faceva luogo al crollo più enorme che la storia abbia
mai veduto.
La compagine vacillava, si allentava, si disgregava nelle sue stesse
commessure interne, nello svilupparsi delle stesse forze centrifughe,
del malcontento, delle disuguaglianze stridenti, di quegli stessi
dispendiosi legami artificiali, che per il loro stesso carattere
dispendioso e violento si convertivano in un’azione disintegratrice;
e si agevolava la via all’urto esterno, ripetuto, continuo, fatale,
che si ripercuoteva sempre più sonoramente e fortemente sugli elementi
interni in conflitto.
E quanto più, nel procedere della disorganizzazione, le parti si
sentivano sciolte del tutto, cercavano in sè stesse le ragioni e i
mezzi della propria conservazione, e, sviluppando funzioni e creandosi
organi, si formavano una vita propria ed autonoma.
Finchè, venendo sempre meno la coesione, stremata la resistenza, come
un torrente, che, abbattuto l’argine, si riversa e dilaga, la piena
barbarica, forza vittoriosa e vendicatrice di una forza soggiogata,
si spandeva, trionfatrice, adimando l’opera più volte secolare,
sovrapponendosi ad essa, distruggendo e cancellando il lavorìo lungo ed
industre della civiltà.
Poi, per un lento lavoro di stratificazione e di riordinamento, tra
le ultime scosse di quel vero cataclisma sociale, nel riformarsi, pur
su di una base non sostanzialmente diversa, dell’assetto sociale,
emergevano nuovi gruppi etnici, nuove nazionalità, nuove compagini
politiche, che, sotto l’assillo dell’antica concorrenza, rinnovavano
l’antiche lotte; mentre dagli stessi orrori della competizione
quotidiana, da’ sanguinosi conflitti che n’erano il contraccolpo, si
svolgeva un nuovo sogno di fraternità universale, ove la pace avesse la
base e la guarentigia in sistemi di vita alieni da ogni sfruttamento
di un popolo a pro’ di un altro popolo, di un uomo a pro’ di un altro
uomo.