X.

Pax Romana.

La guerra! La pace! La pace! La guerra!

Col ritmo monotono di un pendolo che non tocca un estremo se non

per allontanarsene e tendere subito all’altro; con l’intreccio

inestricabile di trame intessute per formare una sola tela a vario

colore; col contrasto e la correlazione di una triste realtà e di una

dolce aspirazione che si rincorrono per escludersi e per completarsi —

la pace e la guerra, la guerra e la pace si succedono, si rinnovano,

si avvicendano, s’insidiano attraverso la lunga, dolorosa via della

storia!

Il desiderio della pace, immanente e perenne, ma perennemente minato e

deluso da’ contrasti della vita, risorgeva inestinguibile e ostinato

e trovava la sua espressione e la sua incarnazione in molteplici e

continuamente riprodotti trattati di pace.

Ma erano tregue piuttosto che paci, vigilie d’armi e incubazioni di

guerre. La loro lunghissima serie[239] non fa che provare la loro

fragilità, la loro nessuna persistenza; e, nel loro carattere generale,

sembrano altri aspetti della guerra; alleanze che miravano a una guerra

futura, e, nello stesso loro nome (συμμαχία), rivelavano questo loro

scopo e questa ragione bellicosa.

A misura che si venivano costituendo più vasti e più solidi organismi

politici, che il concetto di razza si veniva fissando e determinando,

che gli interessi si complicavano e s’intrecciavano, l’aspirazione

alla pace trovava un campo più vasto in cui esercitarsi; ma non perciò

riusciva a realizzarsi. Così, in forma tipica, il mondo ellenico,

cementato da comuni tradizioni, dalla comune fede religiosa e da comuni

interessi, veniva acquistando un senso di solidarietà e un’anima

collettiva, che riflettuta ne’ suoi artisti e ne’ suoi pensatori,

faceva talvolta considerare come una lotta intestina e quasi fratricida

le guerre reciproche. Ma era una unità ideale a cui non si conformava

la realtà delle cose; era una mèta morale fatta di stati d’animo e di

tendenze, a cui si ribellava, recalcitrando, la vita quotidiana con

i suoi interessi varî che non di rado divenivano anche discordanti.

Pure, in queste sue tendenze e manifestazioni ideali, la solidarietà

nazionale e di razza finiva per avere, come antitesi e corrispondenza,

insieme, un senso di ostilità verso tutto ciò che era fuori di quel

cerchio e di quell’ambiente.

«In primo luogo — si dice in uno de’ dialoghi platonici[240] — quanto

alla schiavitù, ti pare giusto che Elleni riducano in ischiavitù città

elleniche o che ciò non si conceda ad alcuno, per quanto è possibile,

e si avvezzi a risparmiare la gente ellenica, facendo in modo che non

debba essere ridotta in servitù neppure da’ barbari? Assolutamente,

disse, importa che si risparmî. Non acquistare uno schiavo greco,

consigliando agli altri Elleni di fare altrettanto? Certamente,

disse: così si rivolgerebbero maggiormente contro i barbari ed essi si

avrebbero riguardo reciprocamente».

E poco appresso[241]: «Vedi dunque se dico cosa confacente. Dico che

la gente ellenica è congiunta da legami di famiglia e di un lignaggio,

aliena ed estranea alla gente barbarica. Benissimo, disse. Diremo,

così, di conseguenza, che, combattendo gli Elleni con i barbari e i

barbari con gli Elleni fanno guerra, e sono nemici per natura, e questa

ostilità si deve chiamare guerra. Quando, invece, gli Elleni combattono

con gli Elleni, mentre sono amici per natura, l’Ellade, così facendo,

presenta uno spettacolo morboso, si trova in istato di sedizione; e una

tale ostilità si deve chiamare guerra civile. Io, disse, convengo che

si debba ritenere così... La città che fonderai, non sarà ellenica?

Bisogna ch’essa sia così, disse. Adunque (i suoi cittadini) saranno

buoni e indulgenti? Certamente. E non saranno filelleni? E non

considereranno la Grecia come congiunta, e non parteciperanno con gli

altri alle cose sacre? Certamente. Adunque le controversie, che avranno

con gli Elleni, come con congiunti, le riterranno guerra civile e non

le chiameranno guerra? No, certamente. Controvertiranno come persone

che debbono riconciliarsi? Assolutamente. Castigheranno, con animo ben

disposto, non spingendo la punizione sino alla riduzione in servitù e

alla distruzione; essendo correttori, non nemici. Così, disse. Essendo

Elleni, dunque, non manometteranno l’Ellade, nè incendieranno le

abitazioni, nè considereranno in ogni città tutti come loro nemici, gli

uomini, le donne, i fanciulli, bensì i pochi colpevoli del dissidio, e

però non vorranno manomettere il loro territorio, quale cosa di molti

amici, nè rovesciare le case, e lotteranno invece insino a quando i

colpevoli saranno obbligati dagl’innocenti, che soffrono per loro, a

pagare il fio. — Convengo, disse, che i nostri cittadini si debbano

condurre così con questi loro avversarî, con i barbari invece come

fanno ora gli Elleni tra loro...».

Benchè, sotto questa forma, il senso di ostilità e le occasioni di

guerra fossero piuttosto spostate che non eliminate, pure quello

spirito di solidarietà, insufficiente a realizzare la pace nell’àmbito

delle stirpi elleniche, si traduceva qualche volta in effetti pratici,

o che una controversia fosse composta da un oracolo di comune fiducia,

o che fosse portata a qualche consiglio anfizionico o federale, o che

si risolvesse per mezzo di arbitrati, un’istituzione dalla civiltà

greca comunicata e trasmessa anche alla società romana.

La formazione di grandi Stati, poi, in quanto erano costretti per

qualche tempo a controbilanciarsi in un mutuo gioco di equilibrio,

o faceva luogo ad un’egemonia, che si spiegava anche per mezzo

d’interventi e di arbitrati[242], contribuiva anch’essa talvolta

ad allontanare, per qualche tempo, occasioni di guerra e assicurava

temporaneamente la pace.

Ma la pace, che urtava, come contro un ostacolo invincibile, contro il

processo di mutua eliminazione, ritardato soltanto o sospeso per una

o un’altra via, dovette sembrare finalmente assicurata, quando quel

processo di mutua eliminazione giunse al punto di toccare veramente

l’impero universale; e, con la costituzione dell’Impero romano, dovette

sembrare anche che fosse maturato l’ambiente per la pace universale.

Così, per quel carattere dialettico ch’è nell’indole stessa della

storia, tutto l’infinito periodo di guerre sembrava che non avesse

fatto se non preparare la sua antitesi, e che il sangue e la strage

non avessero cosparsi tutti i campi del mondo se non perchè da essi

sorgesse più desiderato e più vigoroso il fiore della pace, e questa

trovasse la sua sanzione e la sua guarentigia nella impossibilità

obbiettiva di un contrasto!

L’Impero romano sorse anche come l’appagamento di questa aspirazione,

nell’estrema lotta tra l’Oriente e l’Occidente, tra il più antico

impero e il più recente, tra l’antica tradizione e i nuovi bisogni; e

non parve a moltissimi pagato a caro prezzo l’inestimabile benefizio

della pace, se ad essa dovevano immolarsi vecchie forme e nomi cari e

orrori tradizionali.

Nessuno de’ fasti o delle cerimonie dell’antica èra gloriosa parve

vincere quello che si riassumeva nella chiusura del tempio di Giano.

La Pace parve davvero stendere l’ali ampie e benefiche e altrici sul

mondo; e il grido di trionfo di tutte le guerre, il gaudio intimo del

fortunato presente, le fiorenti speranze dell’avvenire trovarono tutta

la loro espressione nel canto con cui Orazio[243] credeva a un tempo

mettere il suggello alle sue odi e alle guerre che parvero le ultime.

«A me, che volevo cantar le battaglie e le città vinte, Febo avvertì,

in atto di rimprovero, con la lira, che non commettessi le piccole vele

all’onde tirrene. L’età tua, o Cesare, riportò anche la pingue mèsse

a’ campi e restituì al nostro Giove le insegne strappate a’ superbi

penetrali de’ Parthi e chiuse il tempio di Giano non più aperto a’

conflitti, e impose il retto ordine a chi se ne dipartiva e i freni

alla licenza e bandì i delitti e richiamò le antiche arti, per cui

crebbero il nome latino e le forze italiche, e la fama e la maestà

dell’imperio si è stesa dall’occaso alla culla del sole. Finchè tu, o

Cesare, starai a custodia di tutto, non l’infuriare delle lotte civili,

non la violenza cacceranno la quiete di seggio, non l’ira che tempra le

spade e inimica le misere città. Le leggi giulie, non le infrangeranno

quei che si abbeverano al profondo Danubio, non i Geti, non i Sericani,

non gl’infidi Persiani, non i nati sulle sponde del Tanai. E noi, ne’

giorni feriali e ne’ sacri, tra i doni di Libero giocondo, con i nostri

figli e le nostre matrone, dopo aver pregato secondo il rito gli dèi,

canteremo, secondo il costume degli antenati, con canto sposato alle

tibie lydie, i duci che si condussero valorosamente, e Troia e Anchise

e l’alma progenie di Venere».

Quella filosofia stoica che era emersa dalla ruina dello Stato ellenico

come un tentativo superbo e geniale dello spirito, che si costruiva da

sè una città sottratta ad ogni prepotenza di conquistatore, uno stato

d’invidiabile libertà, e come tale tornava a infrangere, moralmente, il

particolarismo ellenico per emanciparsi meglio dalle angustie fortunose

e opprimenti della politica; quella filosofia si trovava a miglior agio

e si diffondeva meglio in uno Stato che tendeva a confondersi col mondo

abitato, dove il cittadino tendeva a confondersi con l’uomo, e l’anima

umana aveva meno ostacoli a vincere per sublimarsi nella sua trionfante

espressione; mentre, d’altro canto, il diritto della città tendeva ad

allargarsi, come in un cerchio concentrico, nella sfera più vasta di

una generalizzazione maggiore del diritto delle genti, e questo stesso

in una sfera più vasta, nel diritto naturale: una realtà che diveniva

un’astrazione, un’astrazione che diveniva una realtà.

La pace aveva così il suo crisma dalla filosofia, col suo concetto di

uomo che si sovrapponeva a quello di cittadino, con quella sua sfera

ideale di azione che si emancipava dalle contingenze della vita, con

quella sua atarassia che si librava, irridendo, su tutti gli assalti

della miseria e del dolore; e, d’altra parte, per un altro crisma

diverso, si naturalizzava a Roma, prendeva anche essa il diritto di

cittadinanza romana e, nel suo epiteto e nella sua funzione solenne

di _pax romana_, s’imponeva con tutto il prestigio e l’autorità di

un’istituzione positiva, con la forza e la sanzione della potenza e

dello Stato romano.

E, per qualche tempo, fosse pure una sosta, il mondo parve godere

gl’inestimabili beneficî della pace. Rimarginava, quasi, le sue ferite;

si rifaceva in quel senso di sicurezza, come un convalescente che sente

rinascere il senso della vita al tepore del sole novello; e fu ed è

opinione di più d’uno storico, che in quei primi secoli dell’èra nuova,

sotto gli Antonini specialmente, un vero miraggio di felicità arridesse

al genere umano.

Pure, col venir meno del bersaglio, non era venuta a mancare la ragione

delle armi; e quella pace, che certo includeva in sè molti vantaggi

e sotto cui il mondo parve per qualche tempo vivere e respirare a suo

agio, celava ancora troppe ragioni intime di contrasti e simulava sotto

molti rispetti ancora come uno stato di guerra.

Tutta quella straordinaria varietà di elementi non era ben fusa o non

era fusa affatto, e l’Impero contava popoli di lingua e di origine

diverse, e, negli stessi àmbiti delle diverse regioni, padroni e

schiavi, abbienti e proletarî, dominatori e dominati, tributarî e

signori, cittadini e folle prive della pienezza dei diritti politici e

civili.

Questi elementi, così diversi e spesso inevitabilmente messi dalla

forza stessa delle cose o dalle loro ragioni di vita in contrasto,

erano tratti, di volta in volta, a cozzare tra loro, e allora quella

stessa potestà imperiale, che era il punto di unione, il centro di quel

mondo in movimento, diveniva, nelle successioni specialmente, una mèta

e una leva pel divampare della guerra civile.

Per quanto, nella fusione perenne delle diverse civiltà e

nell’irradiazione del suo potere, Roma cercasse di diventare come

l’anima e lo spirito vitale di tutto il mondo dominato, quella

compagine gigantesca era troppo aliena dal centro, troppo diversa e

lontana, perchè, da un aggregato qual’era, potesse davvero trasformarsi

in un organismo. E, finchè restava un aggregato, un dominio

artificialmente tenuto insieme, rappresentava anche un meccanismo

troppo complicato e troppo costoso; sicchè, specie in quello stadio

ancora poco sviluppato delle forze produttive, funzionava come una

continua forza depauperatrice, che elideva in certo modo i benefici

della pace, e, rendendo più aspre le cause intime di contrasto, ne

fomentava i dissensi. L’esercito stesso, che in mezzo agli elementi

inorganici non ancora coordinati o alla disorganizzazione sotto altri

aspetti crescente, rappresentava l’elemento più organizzato, pel fatto

stesso che era tale e che costituiva una forza prevalente, diveniva

agevolmente strumento e causa di prepotenza e, all’occasione, di

conflitti interni e di disordine.

Tutt’intorno all’immenso confine, convertito in una cinta fortificata

e guardato come un baluardo, formicolavano poi popolazioni barbariche,

vere orde talvolta, che si moltiplicavano con la spensierata

prolificità di gente allo stato di natura, e, soggette a tutte le

vicende degli elementi e alla balìa del caso per quanto concerneva la

stessa loro possibilità di vita, fiottavano con l’ostinazione di una

forza naturale, cieca e inesauribile, contro un ostacolo, oltre cui

vedevano, come l’immagine viva di una terra promessa, uno stato di

ricchezza e di vita, quale l’opera di secoli e gli stenti d’infinite

generazioni avevano potuto foggiare e verso cui li chiamava lo stesso

spirito della propria conservazione, la stessa lotta per l’esistenza.

Così, tra il risorgente ideale della pace, che prendeva la forma di

aspirazione religiosa, di bisogno presente, di meditazione filosofica

e la vita quotidiana irrimediabilmente turbata o insistentemente

minacciata, il mondo romano, che quasi era l’orbe, si agitava ancora

come in una contraddizione senza uscita, col moto misteriosamente

fatale del pendolo, che, proprio mentre sta per toccare un estremo, è

sospinto ed attratto verso l’estremo opposto; e si aveva lo spettacolo

dell’Imperatore filosofo, che sillogizzava sulla vanità della vita

nel campo stesso in cui ne affermava le vane ire, gli sforzi sterili e

sanguinosi.

La pace è equilibrio, che ha bisogno di essere stabile, se si vuole

stabile pace; e non vi è nè equilibrio, nè pace, dove la forza è

base e legame della vita, e popolo è congiunto a popolo, individuo a

individuo, non da mutuo scambio di servigî e uguale correlazione di

diritti e di doveri, ma da una legge di servitù che fa l’uomo e l’opera

sua mezzo a un altro uomo. Non vi è equilibrio, nè pace, dove qua la

mancanza del necessario, là il desiderio e la possibilità del superfluo

creano, a vicenda, lo scontento e la preoccupazione, la minaccia e la

cupidigia, l’aggressione ch’è difesa e la difesa ch’è aggressione, cioè

la guerra, in cui la forza non si risolve, ma si perpetua come in un

circolo vizioso, per rigermogliare esacerbata e moltiplicata in altre

guerre, in altre violenze, in altri motivi di conflitto.

Anche questa pace menzognera, a cui sembrava essersi arrivato con la

guerra, non per rinnegare ma per consolidare l’opera della guerra,

non per regolare la forza ma per assiderla in trono, si risolveva così

nella guerra, e faceva luogo al crollo più enorme che la storia abbia

mai veduto.

La compagine vacillava, si allentava, si disgregava nelle sue stesse

commessure interne, nello svilupparsi delle stesse forze centrifughe,

del malcontento, delle disuguaglianze stridenti, di quegli stessi

dispendiosi legami artificiali, che per il loro stesso carattere

dispendioso e violento si convertivano in un’azione disintegratrice;

e si agevolava la via all’urto esterno, ripetuto, continuo, fatale,

che si ripercuoteva sempre più sonoramente e fortemente sugli elementi

interni in conflitto.

E quanto più, nel procedere della disorganizzazione, le parti si

sentivano sciolte del tutto, cercavano in sè stesse le ragioni e i

mezzi della propria conservazione, e, sviluppando funzioni e creandosi

organi, si formavano una vita propria ed autonoma.

Finchè, venendo sempre meno la coesione, stremata la resistenza, come

un torrente, che, abbattuto l’argine, si riversa e dilaga, la piena

barbarica, forza vittoriosa e vendicatrice di una forza soggiogata,

si spandeva, trionfatrice, adimando l’opera più volte secolare,

sovrapponendosi ad essa, distruggendo e cancellando il lavorìo lungo ed

industre della civiltà.

Poi, per un lento lavoro di stratificazione e di riordinamento, tra

le ultime scosse di quel vero cataclisma sociale, nel riformarsi, pur

su di una base non sostanzialmente diversa, dell’assetto sociale,

emergevano nuovi gruppi etnici, nuove nazionalità, nuove compagini

politiche, che, sotto l’assillo dell’antica concorrenza, rinnovavano

l’antiche lotte; mentre dagli stessi orrori della competizione

quotidiana, da’ sanguinosi conflitti che n’erano il contraccolpo, si

svolgeva un nuovo sogno di fraternità universale, ove la pace avesse la

base e la guarentigia in sistemi di vita alieni da ogni sfruttamento

di un popolo a pro’ di un altro popolo, di un uomo a pro’ di un altro

uomo.

La guerra e la pace nel mondo antico · 第 16 / 20 题