Gli effetti della pace e della guerra.
Quando la tempesta si rovescia furiosa su di una campagna, non si
vedono, dopo il suo passaggio devastatore, le piante prostrate rilevare
a poco a poco la testa, e dagli stessi rami infranti, da’ campi
inondati, dall’alluvione straripante svilupparsi come una nuova forza e
la promessa di un nuovo rigoglio?
E da questo lungo, immane, continuo conflitto, da questo disgustoso
dilagare di stragi, da queste violenze e da questi orrori nulla sorgeva
mai, che fosse come una affermazione rivendicatrice della vita, una
nuova forza, un’emenda o una attenuazione dello spirito di distruzione?
Non si tratta di giustificare la guerra.
Il passato è quello che è, con le sue angosce, con i suoi danni e
anche con le sue attrattive. Si può volere scongiurare la guerra
per l’avvenire e sperare di riuscirvi, ma a ciò stesso si richiede
precipuamente la cognizione delle sue cause, della sua azione, de’ suoi
effetti. Pel passato, dato che da esso, per le condizioni sue, per
le ragioni accennate, pullulava come un fatto continuo e inevitabile
la guerra, ciò che principalmente occorre — nell’interesse di quello
stesso processo conoscitivo che è base e premessa dell’azione pratica —
ciò che occorre è constatarne diligentemente i fenomeni concomitanti e
consecutivi.
Se la possibilità universale di una produzione agevole, soddisfacente
e sicura avesse potuto sin d’allora, con la prospettiva di un minore
sforzo e di un maggiore vantaggio, bandire od eliminare la guerra,
certamente per una via più o meno lunga, con maggiore o minore sforzo,
ma con graduale persistenza, gli uomini si sarebbero, con la successiva
accumulazione della ricchezza prodotta, elevati a forme più alte di
vita e a condizioni di elevata civiltà.
Ma, nella mancanza di quella premessa, che faceva riardere la guerra
incessantemente, ora sotto forma d’ingiusta aggressione, ora sotto
forma di difesa necessaria, certe guerre, che — in qualunque maniera
e con qualsiasi intento cominciate — approdarono alla costituzione di
vasti dominii, ebbero l’effetto, anche negli stadî più rudimentali,
di costituire, sia pure temporaneamente, nell’aggregato meccanicamente
realizzato sotto un solo scettro, un periodo di pace relativa e di una
coesistenza quale solo appariva possibile nel mondo antico.
Quello stesso grande sacrifizio di vite umane ebbe, rispetto alle
fasi della popolazione, un effetto ben diverso da quello che avrebbe
oggidì; e, mentre ora, con la più facile e abbondante produzione di
alimenti, una violenta decimazione della popolazione è una crudeltà
inespiabile che non si risolve in nessuna indiretta utilità od
attenuante, nel mondo antico anche questa specie di ostacolo a un
troppo rapido incremento di popolazione poteva, considerandone tutti
gli effetti, presentare un lato meno doloroso. La specie del conflitto
quasi generale di popolo con popolo, l’eliminazione spietata di tutti
gli elementi inutili e più deboli dopo la vittoria, può anche — a
differenza di quel che accadrebbe oggigiorno — aver fatto compiere
dalla guerra una certa selezione de’ più forti.
Queste guerre poi, che in una maniera più o meno aperta — spogliazione
violenta o imposizione di tributo — si risolvevano in una grande
rapina, avevano l’effetto di accumulare rapidamente in alcuni centri
una quantità ingente di ricchezza, creando così un campo di sviluppo
adatto a tante energie materiali e spirituali, a tante manifestazioni
dell’arte e del sapere.
La schiavitù, d’altra parte, la cui storia gronda tante lagrime e
tanto sangue e che era uno de’ primi e più diretti effetti, una delle
lusinghe della guerra, col suo lavoro concentrato in certi punti, compì
davvero per molto tempo nell’antichità la funzione che oggidì compie la
macchina; e molte delle più maravigliose opere dell’architettura, della
ingegneria e dell’arte antica appariscono come l’effetto ultimo di
guerre che avevano messo in mano di un conquistatore, come in un punto
di applicazione di una leva, ricchezza accumulata e forza di lavoro
disponibile.
Certo chiunque sente umanamente, risente anche tutto il tragico fato
della storia; e la maestà delle Piramidi e del Colosseo, la bellezza
del Partenone e della statuaria antica si appannano come di un’ombra
al pensiero de’ dolori che costarono. Dolore, ammirazione, rimorso,
conforto: un turbine di sentimenti potenti e contrarî sorge innanzi
ad ognuna di quelle opere, le quali, se talvolta non sono che il
mostruoso specchio dell’orgoglio di un re, altre volte hanno in sè un
riflesso d’eterna, serena bellezza, o, come le opere di canalizzazione
e di viabilità, rappresentano un grande passo innanzi sulla via
dell’evoluzione economica e della civiltà.
Anche qui, per rilevare certi fenomeni e certi effetti della guerra,
possono meglio servire de’ documenti, che, quanto più sono antichi,
tanto più hanno valore, perchè mostrano alcuni nessi nella maniera
più semplice ed immediata, non dissimulati nè celati da fenomeni
intermediarî e più complessi.
Le iscrizioni assyro-babilonesi[206] ci fanno assistere nella forma più
costante e quasi iperbolica a questa sistematica razzìa, susseguita poi
dall’altra meno violenta ma non meno esauriente de’ tributi, che faceva
migrare la ricchezza de’ paesi vinti verso il paese vincitore.
Questi stessi documenti ci fanno vedere come le esigenze della
guerra già incitassero e obbligassero a superare luoghi impervii, a
guadar fiumi, a tracciare strade[207], a fare tanti altri lavori, che
rappresentavano una difficoltà tecnica superata e convertibile poi ad
usi più proficui che non fossero quelli della guerra.
Costantemente, i re guerrieri sono anche costruttori; e non certamente
perchè avessero maggiore attività e maggiore spirito d’iniziativa, ma
perchè nella guerra avevano raccolto mezzi e braccia adatte alle opere,
a cui, nell’eccitamento della gloria, davano mano.
Ahmos, il liberatore dell’Egitto, ricomincia subito le serie delle
costruzioni, servendosi dell’opera forzata degli Asiatici, prima
dominatori, ora servi[208]. Thoutmos I, al ritorno dalla sua spedizione
d’Asia, impiegò come muratori i numerosi prigionieri condotti al suo
sèguito e cominciò grandi lavori, che i suoi successori continuarono
senza interruzione. Tutta la valle del Nilo, dalla quarta cataratta al
mare, si covrì di monumenti[209]. Ad altrettale uso servì il bottino
raunato in Siria da Sethi I[210].
Queste costruzioni avevano luogo ordinariamente nell’intervallo tra una
e l’altra guerra, specialmente in qualche periodo di pace protratto, ma
erano sempre una dipendenza delle risorse della guerra.
Ne’ casi in cui l’opera de’ prigionieri veniva meno, queste opere
pubbliche non si potevano continuare senza grandi oppressioni e
turbamenti.
Ramsete II, il principe costruttore per eccellenza, privato dalla lunga
pace con i Khiti delle risorse della guerra, dovette servirsi per la
costruzione, di Egiziani e di stranieri già internati nell’Egitto,
sollevando grandi lamenti[211]. Shabakou, che pure aveva guerreggiato,
per procurarsi le braccia necessarie, sostituì alla pena di morte
quella de’ lavori forzati[212].
Salomone, che non era re guerriero, dovette menare innanzi le
costruzioni di Gerusalemme aggravando i sudditi d’imposte e di
contributi di opere[213].
È noto il lamento de’ Romani contro l’ultimo Tarquinio di essere
«_opifices ac lapicidas pro bellatoribus factos_»[214].
Parimenti per i re assyro-babilonesi questo lusso di costruzioni è un
complemento delle loro glorie militari, un’appendice della guerra,
in quanto questa erezione di templi, di palagi, di monumenti è una
ricompensa ed una glorificazione della divinità e di chi ha vinto col
suo aiuto e nel suo nome.
«Poiché — dice Tiglath-Pileser I[215] — ebbi vinti tutti i nemici di
Ašur, costruii il tempio ad Ištar di Ašur, mia signora, il tempio di
Martu, il tempio del vecchio Bel, la casa delle divinità, tempio degli
dèi della mia città Aššur, che erano in rovina e li completai. Feci
l’ingresso a’ loro templi, vi condussi dentro i grandi dèi miei signori
e rallegrai il loro cuore divino. Ricostruii e completai palazzi,
sedi reali nelle grandi città, a’ confini del mio territorio, che dal
tempo della reggenza de’ miei padri, per lungo periodo di tempo, erano
abbandonati, decaduti e ruinanti».
«L’antica Kalḫu — dice Asur-nâṣir-abal[216] — che Salmanassar, il re
di Aššur, un principe regnante prima di me, aveva costruito — quella
città era decaduta, ruinata, ridotta a calcinacci e terra arabile —
quella città io la resi di nuovo abitata, mettendovi a dimorare i miei
prigionieri de’ paesi che io avevo vinti e presi. Scavai un canale dal
Zab superiore e lo chiamai Patiḫigal[217], vi feci intorno giardini,
offersi in sacrifizio frutta e vini ad Ašur, mio signore e a’ templi
del mio paese. Spianai l’antica collina, scavai sino alla profondità
dell’acqua, andai sino a 120 tikpi al disotto del suolo, costruii le
sue mura; la costruii e la completai dalle fondamenta al tetto».
Di un’altra costruzione anche più immediatamente connessa con le
guerre ci parla Asarhaddon: «Per l’arsenale, che i re regnanti
prima di me, miei padri, avevano costruito per tenervi l’esercito e
custodirvi cavalli, muli, carri, proiettili, arredi di guerra, bottino
de’ nemici e ogni altra cosa qualsiasi che Ašur, il re degli dèi, mi
facesse pervenire come reale retaggio — per l’arsenale io feci portare
dagli abitatori de’ paesi, bottino del mio arco, materiali ed opera,
ed essi dovettero preparare mattoni. Io demolii completamente quel
piccolo edifizio, tagliai dal campo un gran pezzo di terra come suolo
edificatorio e ve l’aggregai»[218].
E di simili lavori riflettenti costruzioni, piantagioni, opere di
canalizzazione, si potrebbe, volendo, citarne molti e molti altri[219].
Il vantaggio, anzi il carattere indispensabile che aveva per certe
opere di molta estensione l’unità del dominio, è rilevato da un
egittologo[220] per l’Egitto riunito sotto Shabakou (Sabacone); e si
può naturalmente rilevarlo anche meglio pel dominio romano solcato
di vie, che l’attraversavano in tutti i sensi, rigato di acquedotti
monumentali, che fornivano copia d’acque alle sue città, fornito di
terme grandiose, abbellito d’immensi anfiteatri e di fôri maestosi;
tutte opere queste, in parte agevolate, in parte addirittura imposte,
più che rese possibili, da un vasto dominio, che dava origine a
centri popolosi, che richiedeva, per la sua stessa esistenza, una
comunicazione agevole e possibilmente rapida delle varie sue parti e
che per questa via ne agevolava i contatti, l’assimilazione se non la
fusione.
Se commercio e guerra, sotto un certo rapporto, si potrebbero
considerare quali termini opposti, è pure indubitato, come già è stato
osservato[221], che vengono a trovarsi in frequenti relazioni tra
loro, non solo in quanto dalle contese commerciali frequentemente si
è sviluppata la guerra, ma in quanto la guerra stessa ha finito per
dischiudere l’adito al commercio.
«Non è forse vero — diceva uno di questi scrittori a cui si è
alluso[222] — che spesso la guerra ha lasciato cadere qualche
benefizio dalla sua veste sanguinosa? Per essa si son visti parecchie
volte estendersi il commercio, propagarsi l’industria, perfezionarsi
l’agricoltura, e costumi meno inumani imporsi a’ popoli barbari».
A prescindere dalle forme con cui si presenta in tempi più antichi il
commercio, partecipe dello scambio e della pirateria, è pure evidente
come un dominio ampio, che rovesciava tante barriere, assorbendo tanti
dominî minori, creava al commercio, sulla terra e sul mare, oltre ad un
campo d’azione più largo, anche un ambiente di relativa sicurezza atta
a farlo prosperare. E poichè la conoscenza di cose nuove acquistata in
quel vario rimescolìo, i danari delle conquiste, l’elevato tenore di
vita accrescevano i bisogni e davano temporaneamente almeno il mezzo
di appagarli, il commercio non poteva che giovarsi di questo movimento,
per quanto potesse in parte essere fittizio.
Da quell’incontro di popoli di costumi così diversi, da quel percorrere
di paesi così lontani nasceva pure inevitabilmente tutto un lavoro
di assimilazione materiale e morale, pel quale si cercava anche
di acclimatare produzioni di altri paesi, mentre un rudimentale
protezionismo, corrispondente all’opposto divieto di esportazione,
faceva incoraggiare in patria quanto poteva essere necessario od utile
alla guerra.
«Cedri..... alberi di paesi da me conquistati — dice Tiglath-Pileser
I[223] — piante che sotto i re miei predecessori nessuno aveva
piantato, li presi con me e li piantai ne’ parchi del mio paese. Presi
anche piante di giardino di gran pregio, che non v’erano nel mio paese,
e le piantai ne’ parchi d’Assiria. Carri di battaglia, attrezzi di tiro
per la forza combattente del mio paese, ne feci costrurre più che per
l’innanzi».
Pindaro cantava che gli olivi d’Olimpia sarebbero stati portati da
Ercole al ritorno da spedizioni lontane.
Lucullo avrebbe portato il ciliegio dall’Asia in Italia.
E così via.
Anche l’arte traeva qualche motivo di sviluppo da queste vicende di
guerra.
Anzitutto, le armi. Uno studio indefesso, un lavoro paziente e geniale
si metteva nell’abbellire l’armatura, che servisse all’offesa o alla
difesa, costituisce l’orgoglio del guerriero; e quel lusso di armi de’
poemi omerici, che prima pareva tutta una prodigiosa fantasmagoria, col
progredire de’ trovamenti archeologici si è trovato assai meno lontano
dalla realtà.
In quella sovreccitazione dello spirito e de’ sensi, data
dall’infuriare del conflitto, rampollava naturalmente il canto di
guerra di volta in volta ebbro, severo, appassionato di Tirteo, di
Alceo, di Callino, e l’immagine degli avvenimenti, rispecchiata nella
fantasia, abbellita dalla lontananza, ricomposta nelle sue grandi
linee, diveniva epopea nel poema finora e forse per sempre insuperato
ne’ secoli.
L’orgoglio del vincitore cercava una sede adeguata e costruiva
palagi, dove dal lusso si doveva sviluppare l’eleganza, e l’arte dalla
ricchezza.
«Io mi costruii — dice Tiglath-Pileser III[224] — un palazzo di legno
di cedro... Al Nord feci le sue porte di avorio... Lo copersi, lo
rafforzai con travi di legno di cedro, ampie, che sentono bene, come a’
fumatori le fragranze del legno di Ḫašurri, il prodotto dell’Amanus,
del Libano e Ammanana. Per ornamento adoperai l’arte degli artefici e
collocai la porta. I battenti di legno di cedro, doppî, il cui ingresso
largisce le grazie, il cui profumo allieta il cuore, li cinsi con
una cornice raggiante e splendente e li fermai alle porte. I leoni
colossali, i tori colossali, formati con tanta arte, con tanto lavoro,
li posi alle entrate, li feci ergere per l’altrui ammirazione. Sotto
di essi dal lato di mezzogiorno posi soglie di... feci un ingresso
maestoso. Eressi anche una statua... de’ grandi dèi; la creatura del
fondo de’ mari, la posi là con la faccia rivolta (?), feci sì che
spandesse intorno a sè il terrore. A completarla la circondai d’oro,
d’argento e di rame e feci risplendere la sua figura».
Mentre lo sviluppo stesso dell’architettura, sacra e profana, tirava
dietro di sè lo sviluppo della statuaria, questa riceveva un altro
eccitamento indipendente dal desiderio, dal bisogno di eternare quei re
vittoriosi, quei guerrieri famosi.
Quasi di prammatica nelle iscrizioni assyro-babilonesi appare dopo
qualche grande vittoria questa statua di re eretta ad eterna sua
gloria[225].
A questo stesso desiderio si riconnette il principio di una tradizione
storica scritta.
Nelle loro reciproche incursioni, i diversi belligeranti usavano
lasciare all’ultimo termine della loro conquista un segno visibile, una
memoria delle loro gesta: altre ne lasciavano ne’ templi, altre simili
iscrizioni apponevano alle stesse loro statue.
«Nella mia tavola commemorativa e nel mio documento di fondazione —
dice Tiglath-Pileser I — scrissi la gloria della mia forza eroica, le
vittorie riportate nelle mie battaglie, l’assoggettamento de’ nemici,
che odiavano Ašur, che Ašur e Rammân mi avevano donati; e li posi per
l’eternità nel tempio di Ašur e Rammân, i grandi dèi, miei signori.
Nettai anche con olio il documento di Samši-Rammân, mio antecessore,
feci un sacrifizio e lo rimisi al suo posto»[226].
E Samši-Rammân[227]: «Feci ergere una statua della mia maestà reale
di conveniente grandezza, vi feci scrivere la potenza di Ašur, mio
signore, la magnanimità, la forza e tutte le gesta della mia mano da me
compite nel paese di Nairi e la feci porre in Sibara...».
È lo stesso impulso — generalizzato e spostato da un re a una
cittadinanza — che dà origine agli annali de’ pontefici e de’
magistrati civili, e che poi fa sorgere la storia stessa, suggerendo
ad Erodoto di eternare le guerre persiane, intorno a cui trovano
posto, come intorno a un nucleo, tutti gli altri fasti storici di
altri popoli; a Tucidide di narrare la guerra del Peloponneso, e così
ad altri scrittori di narrare i fasti de’ popoli, prendendo le mosse
dalle guerre, che, essendone la parte più visibile e impressionante, ne
costituiscono per lungo tempo come la spina dorsale.
Insieme a questi effetti più generali e diretti, la guerra ne produceva
altri più indiretti, mediati e meno visibili per l’adattamento a cui
obbligava i popoli belligeranti, per le modificazioni che, col suo
contraccolpo, induceva nella loro stessa organizzazione interna.
La guerra — se non realmente, potenzialmente almeno, quasi permanente
— obbligava generalmente, la società antica a organizzarsi in vista e
sulla base della guerra.
In primo luogo, quindi, finché — ciò che accade per la più parte degli
Stati in periodo molto avanzato — l’esercito non si costituisce una
base professionale o mercenaria, vi è corrispondenza tra il diritto
di cittadinanza attiva e il servizio militare, in modo che l’uno e
l’altro, estendendosi, esercitano un’azione reciproca. Il servizio
militare per le classi superiori delle popolazioni è, più che un
dovere, un privilegio. L’assemblea sovrana deliberante è, si può dire,
l’esercito sul piede di pace. L’evoluzione democratica che allarga i
termini e i poteri della cittadinanza, abbassa anche le condizioni di
entrata nell’esercito e finisce coll’aprirne l’adito a’ proletarî.
Del pari il governo della finanza si orientava massimamente sulla
guerra.
La mancanza di servizî pubblici geriti dallo Stato riduceva,
specie ne’ più antichi tempi, lo Stato a un organo di protezione
o di sopraffazione collettiva. La forma rudimentale, che in più
antichi tempi assumeva la guerra, la sua breve durata, l’immediata
distribuzione del bottino, non esigevano, nè determinavano una
vera organizzazione finanziaria; ma col soldo introdotto, con
l’avocazione delle prede allo Stato, si rese necessaria una gestione.
La quale, peraltro, dove non era richiesta una preparazione alla
guerra, continua, dispendiosa, tecnica, si riduceva a levare un
tributo straordinario secondo l’occorrenza; ma, dove, come ad Atene,
l’armamento, specie navale, esigeva preparazione di lunga data,
rinnovazione continua del materiale, costruzione di ripari e tutto il
resto, la finanza si sviluppò più che altrove, sia per la regolare
percezione ed amministrazione de’ tributi degli alleati, sia per
l’ordinamento e l’andamento della trierarchia.
La guerra poi aveva un’azione continua sulla politica interna dello
Stato e sul contegno delle parti in lotta: tanto maggiore quanto più
all’interno diveniva più complessa la vita politica.
La classe dominante cercava talvolta nella guerra un diversivo a’
torbidi interni, sia spostando verso l’esterno, verso la speranza di
preda e di annessioni territoriali le brame che cercavano appagamento
all’interno, sia contando su quel naturale sentimento di solidarietà,
che si desta anche in una popolazione discorde di fronte a un attacco
esterno. E, veramente, molte volte ne seguì l’effetto voluto, perchè
non solo lo spirito civico e la preoccupazione del danno presente
decisero della concorde preoccupazione momentanea, ma l’esito
fortunato delle guerre permise di cercare nelle colonizzazioni, nelle
assegnazioni, nelle cleruchie uno sfogo quasi permanente al disagio
locale.
Non di rado, intanto, le discordie erano troppo forti per cessare
all’istante, e cedevano a stento e a rilento e non senza patteggiare
la propria cooperazione, concessa a base di corrispondenti concessioni
della parte dominante.
La storia tradizionale romana, quale che possa essere la sua esattezza
relativamente alla cronologia e alle particolarità di quest’ordine di
fatti, è tutta intessuta degli episodî di queste dissensioni, riardenti
o sopite rimpetto al nemico, e dei tentativi da parte della plebe di
mettere a prezzo la sua partecipazione alla guerra per fare qualche
passo innanzi nel _ius connubii_, nella questione agraria, nella sua
emancipazione dal gravoso giogo del _nexum_[228].
Il diversivo del resto era momentaneo: le promesse spesso non erano
mantenute, o le concessioni erano revocate, e alle vecchie ragioni
di dissenso, risorgenti con maggiore acrimonia, si aggiungevano altre
difficoltà, maggiori bisogni, nuovi e più complicati problemi.
Cominciavano le controversie per la divisione delle spoglie, sia
sotto forma di distribuzione di denaro o di oggetti mobili, come di
territorio.
Le guerre lunghe e lontane, la milizia prolungata, i poteri prorogati
ad alcuni generali per imperiose necessità di guerra, le ricchezze
accumulate nel governo delle provincie e nell’appalto de’ tributi, le
abitudini contratte in paesi di vita più raffinata, inducevano nuovi
bisogni e crescente disparità di fortune, creavano poteri personali
e consorterie oligarchiche e conturbavano tutta la vita pubblica con
le prevalenze de’ pochi, con la corruzione elettorale, con lo spirito
fazioso fomentato, con le concentrazioni de’ possessi, con l’interesse
pubblico traviato od eclissato.
Una guerra difensiva di confine, poi, combattuta, si può dire, alle
porte, in condizioni di vita assai semplici, aveva un interesse
presente e quasi universalmente sentito. Una guerra lunga e lontana,
combattuta mentre le condizioni economiche dello Stato erano
progredite e gl’interessi delle varie classi della popolazione si
erano differenziati ed anche contrapposti, turbava adattamenti già
conseguiti, offendeva interessi e speranze e suscitava necessariamente
vivi contrasti. Se il proletario vi poteva vedere la via di diventare
proprietario e il commerciante l’ampliamento del suo campo di azione e
il pubblicano una nuova mèsse di tributi da esigere, il proprietario
fondiario, specie medio e piccolo, vi doveva vedere volta a volta il
peso del tributo, l’invasione richiamata come un turbine di lontano
sulle sue terre, la propria azienda abbandonata, il suo mercato aperto
alla concorrenza; tutto ciò a prescindere da’ pericoli e dalle molestie
rese più sensibili a chi più aveva cominciato ad apprezzare il piacere
di evitarle.
Così gli antagonismi dissimulati talvolta all’interno dalle loro
manifestazioni individuali, si riflettevano nella politica estera come
in un mezzo più terso e ne ripigliavano vigore per divampare peggio:
la guerra n’era a un tempo come lo spontaneo processo dimostrativo e il
principio risolvente; e i partiti si riorganizzavano come partito della
guerra e partito della pace, servendo come di centro di attrazione e di
punto di applicazione a tutte le opposte tendenze.
Così, se da un lato si creava un ostacolo e un inceppo a’ conflitti,
dall’altro canto il logorìo del contrasto esterno era accresciuto
da quello di tutti i contrasti interni, e la guerra esercitava anche
per questa via la sua azione dissolvente, che operava immancabile, or
segreta, or palese, e, nell’ebbrezza del trionfo, apriva agli stessi
vincitori una fossa dissimulata sotto un tappeto di fiori.
Mentre sperdeva nel conflitto mille energie, mentre disertava,
desolava, stremava il paese e le forze de’ vinti, la guerra induceva
tra i vincitori, come un sottile e celato veleno, lo spirito
di parassitismo, il lusso corruttore e snervante, lo sperpero
scialacquatore, la demoralizzazione irresistibile, tutti gli elementi
insomma che, soppiantando lo spirito produttore, parco, assiduo,
costante, disintegrano e sovvertono una società tra l’illusione della
prosperità assicurata e crescente.
Così, proprio quando parevano aver toccato l’ultimo trionfo, questi
Stati antichi, cominciavano a presentare i tristi presagì della loro
decadenza e della loro ruina. La guerra continua li esauriva; e, se
una volta la volubile fortuna della guerra li abbandonava, rovinava in
un giorno l’opera di secoli; pure, mentre durava, la guerra manteneva
un certo eccitamento artificiale, uno spirito di coesione, sia pure
fittizio, e riforniva con le prede, con gli schiavi, gli stessi
vuoti ch’essa aveva prodotto. Ma, come accade dopo un lungo sforzo,
la stanchezza si sentiva proprio più quando lo sforzo veniva per un
momento a cessare. Allora diveniva più sensibile il lungo esaurimento.
Niente era più fatale di quella sosta, che metteva fronte a fronte
col problema di mutare la base della propria esistenza o perire. Così
l’Egitto dopo Ramsete III[229]. Così l’Assiria sotto Salmanassar IV
e i suoi immediati successori[230]. Così gli altri. Naturalmente i
paesi che sapevano ritrovare o ricreare in sè le ragioni della loro
vitalità, ripiegarsi su sè stessi in un lavoro fecondo di produzione,
se non superavano la crisi, per lo meno vi resistevano vivendo una
vita modesta, sin che un urto esterno più forte e irresistibile
per la stessa forza dominante non provocava la ruina, o sin che non
si ricostituivano condizioni di nuovi successi. Gli Stati, invece,
prevalentemente, puramente militari, sorti dalla guerra, per la guerra,
sulle condizioni della rapina permanente, incapaci di trar profitto
dalle arti della pace; questi Stati decadevano irremissibilmente,
andavano in ruina, si disfacevano qualche volta, senza lasciare una
traccia nella storia della civiltà, come un lugubre sogno.