VIII.

Gli effetti della pace e della guerra.

Quando la tempesta si rovescia furiosa su di una campagna, non si

vedono, dopo il suo passaggio devastatore, le piante prostrate rilevare

a poco a poco la testa, e dagli stessi rami infranti, da’ campi

inondati, dall’alluvione straripante svilupparsi come una nuova forza e

la promessa di un nuovo rigoglio?

E da questo lungo, immane, continuo conflitto, da questo disgustoso

dilagare di stragi, da queste violenze e da questi orrori nulla sorgeva

mai, che fosse come una affermazione rivendicatrice della vita, una

nuova forza, un’emenda o una attenuazione dello spirito di distruzione?

Non si tratta di giustificare la guerra.

Il passato è quello che è, con le sue angosce, con i suoi danni e

anche con le sue attrattive. Si può volere scongiurare la guerra

per l’avvenire e sperare di riuscirvi, ma a ciò stesso si richiede

precipuamente la cognizione delle sue cause, della sua azione, de’ suoi

effetti. Pel passato, dato che da esso, per le condizioni sue, per

le ragioni accennate, pullulava come un fatto continuo e inevitabile

la guerra, ciò che principalmente occorre — nell’interesse di quello

stesso processo conoscitivo che è base e premessa dell’azione pratica —

ciò che occorre è constatarne diligentemente i fenomeni concomitanti e

consecutivi.

Se la possibilità universale di una produzione agevole, soddisfacente

e sicura avesse potuto sin d’allora, con la prospettiva di un minore

sforzo e di un maggiore vantaggio, bandire od eliminare la guerra,

certamente per una via più o meno lunga, con maggiore o minore sforzo,

ma con graduale persistenza, gli uomini si sarebbero, con la successiva

accumulazione della ricchezza prodotta, elevati a forme più alte di

vita e a condizioni di elevata civiltà.

Ma, nella mancanza di quella premessa, che faceva riardere la guerra

incessantemente, ora sotto forma d’ingiusta aggressione, ora sotto

forma di difesa necessaria, certe guerre, che — in qualunque maniera

e con qualsiasi intento cominciate — approdarono alla costituzione di

vasti dominii, ebbero l’effetto, anche negli stadî più rudimentali,

di costituire, sia pure temporaneamente, nell’aggregato meccanicamente

realizzato sotto un solo scettro, un periodo di pace relativa e di una

coesistenza quale solo appariva possibile nel mondo antico.

Quello stesso grande sacrifizio di vite umane ebbe, rispetto alle

fasi della popolazione, un effetto ben diverso da quello che avrebbe

oggidì; e, mentre ora, con la più facile e abbondante produzione di

alimenti, una violenta decimazione della popolazione è una crudeltà

inespiabile che non si risolve in nessuna indiretta utilità od

attenuante, nel mondo antico anche questa specie di ostacolo a un

troppo rapido incremento di popolazione poteva, considerandone tutti

gli effetti, presentare un lato meno doloroso. La specie del conflitto

quasi generale di popolo con popolo, l’eliminazione spietata di tutti

gli elementi inutili e più deboli dopo la vittoria, può anche — a

differenza di quel che accadrebbe oggigiorno — aver fatto compiere

dalla guerra una certa selezione de’ più forti.

Queste guerre poi, che in una maniera più o meno aperta — spogliazione

violenta o imposizione di tributo — si risolvevano in una grande

rapina, avevano l’effetto di accumulare rapidamente in alcuni centri

una quantità ingente di ricchezza, creando così un campo di sviluppo

adatto a tante energie materiali e spirituali, a tante manifestazioni

dell’arte e del sapere.

La schiavitù, d’altra parte, la cui storia gronda tante lagrime e

tanto sangue e che era uno de’ primi e più diretti effetti, una delle

lusinghe della guerra, col suo lavoro concentrato in certi punti, compì

davvero per molto tempo nell’antichità la funzione che oggidì compie la

macchina; e molte delle più maravigliose opere dell’architettura, della

ingegneria e dell’arte antica appariscono come l’effetto ultimo di

guerre che avevano messo in mano di un conquistatore, come in un punto

di applicazione di una leva, ricchezza accumulata e forza di lavoro

disponibile.

Certo chiunque sente umanamente, risente anche tutto il tragico fato

della storia; e la maestà delle Piramidi e del Colosseo, la bellezza

del Partenone e della statuaria antica si appannano come di un’ombra

al pensiero de’ dolori che costarono. Dolore, ammirazione, rimorso,

conforto: un turbine di sentimenti potenti e contrarî sorge innanzi

ad ognuna di quelle opere, le quali, se talvolta non sono che il

mostruoso specchio dell’orgoglio di un re, altre volte hanno in sè un

riflesso d’eterna, serena bellezza, o, come le opere di canalizzazione

e di viabilità, rappresentano un grande passo innanzi sulla via

dell’evoluzione economica e della civiltà.

Anche qui, per rilevare certi fenomeni e certi effetti della guerra,

possono meglio servire de’ documenti, che, quanto più sono antichi,

tanto più hanno valore, perchè mostrano alcuni nessi nella maniera

più semplice ed immediata, non dissimulati nè celati da fenomeni

intermediarî e più complessi.

Le iscrizioni assyro-babilonesi[206] ci fanno assistere nella forma più

costante e quasi iperbolica a questa sistematica razzìa, susseguita poi

dall’altra meno violenta ma non meno esauriente de’ tributi, che faceva

migrare la ricchezza de’ paesi vinti verso il paese vincitore.

Questi stessi documenti ci fanno vedere come le esigenze della

guerra già incitassero e obbligassero a superare luoghi impervii, a

guadar fiumi, a tracciare strade[207], a fare tanti altri lavori, che

rappresentavano una difficoltà tecnica superata e convertibile poi ad

usi più proficui che non fossero quelli della guerra.

Costantemente, i re guerrieri sono anche costruttori; e non certamente

perchè avessero maggiore attività e maggiore spirito d’iniziativa, ma

perchè nella guerra avevano raccolto mezzi e braccia adatte alle opere,

a cui, nell’eccitamento della gloria, davano mano.

Ahmos, il liberatore dell’Egitto, ricomincia subito le serie delle

costruzioni, servendosi dell’opera forzata degli Asiatici, prima

dominatori, ora servi[208]. Thoutmos I, al ritorno dalla sua spedizione

d’Asia, impiegò come muratori i numerosi prigionieri condotti al suo

sèguito e cominciò grandi lavori, che i suoi successori continuarono

senza interruzione. Tutta la valle del Nilo, dalla quarta cataratta al

mare, si covrì di monumenti[209]. Ad altrettale uso servì il bottino

raunato in Siria da Sethi I[210].

Queste costruzioni avevano luogo ordinariamente nell’intervallo tra una

e l’altra guerra, specialmente in qualche periodo di pace protratto, ma

erano sempre una dipendenza delle risorse della guerra.

Ne’ casi in cui l’opera de’ prigionieri veniva meno, queste opere

pubbliche non si potevano continuare senza grandi oppressioni e

turbamenti.

Ramsete II, il principe costruttore per eccellenza, privato dalla lunga

pace con i Khiti delle risorse della guerra, dovette servirsi per la

costruzione, di Egiziani e di stranieri già internati nell’Egitto,

sollevando grandi lamenti[211]. Shabakou, che pure aveva guerreggiato,

per procurarsi le braccia necessarie, sostituì alla pena di morte

quella de’ lavori forzati[212].

Salomone, che non era re guerriero, dovette menare innanzi le

costruzioni di Gerusalemme aggravando i sudditi d’imposte e di

contributi di opere[213].

È noto il lamento de’ Romani contro l’ultimo Tarquinio di essere

«_opifices ac lapicidas pro bellatoribus factos_»[214].

Parimenti per i re assyro-babilonesi questo lusso di costruzioni è un

complemento delle loro glorie militari, un’appendice della guerra,

in quanto questa erezione di templi, di palagi, di monumenti è una

ricompensa ed una glorificazione della divinità e di chi ha vinto col

suo aiuto e nel suo nome.

«Poiché — dice Tiglath-Pileser I[215] — ebbi vinti tutti i nemici di

Ašur, costruii il tempio ad Ištar di Ašur, mia signora, il tempio di

Martu, il tempio del vecchio Bel, la casa delle divinità, tempio degli

dèi della mia città Aššur, che erano in rovina e li completai. Feci

l’ingresso a’ loro templi, vi condussi dentro i grandi dèi miei signori

e rallegrai il loro cuore divino. Ricostruii e completai palazzi,

sedi reali nelle grandi città, a’ confini del mio territorio, che dal

tempo della reggenza de’ miei padri, per lungo periodo di tempo, erano

abbandonati, decaduti e ruinanti».

«L’antica Kalḫu — dice Asur-nâṣir-abal[216] — che Salmanassar, il re

di Aššur, un principe regnante prima di me, aveva costruito — quella

città era decaduta, ruinata, ridotta a calcinacci e terra arabile —

quella città io la resi di nuovo abitata, mettendovi a dimorare i miei

prigionieri de’ paesi che io avevo vinti e presi. Scavai un canale dal

Zab superiore e lo chiamai Patiḫigal[217], vi feci intorno giardini,

offersi in sacrifizio frutta e vini ad Ašur, mio signore e a’ templi

del mio paese. Spianai l’antica collina, scavai sino alla profondità

dell’acqua, andai sino a 120 tikpi al disotto del suolo, costruii le

sue mura; la costruii e la completai dalle fondamenta al tetto».

Di un’altra costruzione anche più immediatamente connessa con le

guerre ci parla Asarhaddon: «Per l’arsenale, che i re regnanti

prima di me, miei padri, avevano costruito per tenervi l’esercito e

custodirvi cavalli, muli, carri, proiettili, arredi di guerra, bottino

de’ nemici e ogni altra cosa qualsiasi che Ašur, il re degli dèi, mi

facesse pervenire come reale retaggio — per l’arsenale io feci portare

dagli abitatori de’ paesi, bottino del mio arco, materiali ed opera,

ed essi dovettero preparare mattoni. Io demolii completamente quel

piccolo edifizio, tagliai dal campo un gran pezzo di terra come suolo

edificatorio e ve l’aggregai»[218].

E di simili lavori riflettenti costruzioni, piantagioni, opere di

canalizzazione, si potrebbe, volendo, citarne molti e molti altri[219].

Il vantaggio, anzi il carattere indispensabile che aveva per certe

opere di molta estensione l’unità del dominio, è rilevato da un

egittologo[220] per l’Egitto riunito sotto Shabakou (Sabacone); e si

può naturalmente rilevarlo anche meglio pel dominio romano solcato

di vie, che l’attraversavano in tutti i sensi, rigato di acquedotti

monumentali, che fornivano copia d’acque alle sue città, fornito di

terme grandiose, abbellito d’immensi anfiteatri e di fôri maestosi;

tutte opere queste, in parte agevolate, in parte addirittura imposte,

più che rese possibili, da un vasto dominio, che dava origine a

centri popolosi, che richiedeva, per la sua stessa esistenza, una

comunicazione agevole e possibilmente rapida delle varie sue parti e

che per questa via ne agevolava i contatti, l’assimilazione se non la

fusione.

Se commercio e guerra, sotto un certo rapporto, si potrebbero

considerare quali termini opposti, è pure indubitato, come già è stato

osservato[221], che vengono a trovarsi in frequenti relazioni tra

loro, non solo in quanto dalle contese commerciali frequentemente si

è sviluppata la guerra, ma in quanto la guerra stessa ha finito per

dischiudere l’adito al commercio.

«Non è forse vero — diceva uno di questi scrittori a cui si è

alluso[222] — che spesso la guerra ha lasciato cadere qualche

benefizio dalla sua veste sanguinosa? Per essa si son visti parecchie

volte estendersi il commercio, propagarsi l’industria, perfezionarsi

l’agricoltura, e costumi meno inumani imporsi a’ popoli barbari».

A prescindere dalle forme con cui si presenta in tempi più antichi il

commercio, partecipe dello scambio e della pirateria, è pure evidente

come un dominio ampio, che rovesciava tante barriere, assorbendo tanti

dominî minori, creava al commercio, sulla terra e sul mare, oltre ad un

campo d’azione più largo, anche un ambiente di relativa sicurezza atta

a farlo prosperare. E poichè la conoscenza di cose nuove acquistata in

quel vario rimescolìo, i danari delle conquiste, l’elevato tenore di

vita accrescevano i bisogni e davano temporaneamente almeno il mezzo

di appagarli, il commercio non poteva che giovarsi di questo movimento,

per quanto potesse in parte essere fittizio.

Da quell’incontro di popoli di costumi così diversi, da quel percorrere

di paesi così lontani nasceva pure inevitabilmente tutto un lavoro

di assimilazione materiale e morale, pel quale si cercava anche

di acclimatare produzioni di altri paesi, mentre un rudimentale

protezionismo, corrispondente all’opposto divieto di esportazione,

faceva incoraggiare in patria quanto poteva essere necessario od utile

alla guerra.

«Cedri..... alberi di paesi da me conquistati — dice Tiglath-Pileser

I[223] — piante che sotto i re miei predecessori nessuno aveva

piantato, li presi con me e li piantai ne’ parchi del mio paese. Presi

anche piante di giardino di gran pregio, che non v’erano nel mio paese,

e le piantai ne’ parchi d’Assiria. Carri di battaglia, attrezzi di tiro

per la forza combattente del mio paese, ne feci costrurre più che per

l’innanzi».

Pindaro cantava che gli olivi d’Olimpia sarebbero stati portati da

Ercole al ritorno da spedizioni lontane.

Lucullo avrebbe portato il ciliegio dall’Asia in Italia.

E così via.

Anche l’arte traeva qualche motivo di sviluppo da queste vicende di

guerra.

Anzitutto, le armi. Uno studio indefesso, un lavoro paziente e geniale

si metteva nell’abbellire l’armatura, che servisse all’offesa o alla

difesa, costituisce l’orgoglio del guerriero; e quel lusso di armi de’

poemi omerici, che prima pareva tutta una prodigiosa fantasmagoria, col

progredire de’ trovamenti archeologici si è trovato assai meno lontano

dalla realtà.

In quella sovreccitazione dello spirito e de’ sensi, data

dall’infuriare del conflitto, rampollava naturalmente il canto di

guerra di volta in volta ebbro, severo, appassionato di Tirteo, di

Alceo, di Callino, e l’immagine degli avvenimenti, rispecchiata nella

fantasia, abbellita dalla lontananza, ricomposta nelle sue grandi

linee, diveniva epopea nel poema finora e forse per sempre insuperato

ne’ secoli.

L’orgoglio del vincitore cercava una sede adeguata e costruiva

palagi, dove dal lusso si doveva sviluppare l’eleganza, e l’arte dalla

ricchezza.

«Io mi costruii — dice Tiglath-Pileser III[224] — un palazzo di legno

di cedro... Al Nord feci le sue porte di avorio... Lo copersi, lo

rafforzai con travi di legno di cedro, ampie, che sentono bene, come a’

fumatori le fragranze del legno di Ḫašurri, il prodotto dell’Amanus,

del Libano e Ammanana. Per ornamento adoperai l’arte degli artefici e

collocai la porta. I battenti di legno di cedro, doppî, il cui ingresso

largisce le grazie, il cui profumo allieta il cuore, li cinsi con

una cornice raggiante e splendente e li fermai alle porte. I leoni

colossali, i tori colossali, formati con tanta arte, con tanto lavoro,

li posi alle entrate, li feci ergere per l’altrui ammirazione. Sotto

di essi dal lato di mezzogiorno posi soglie di... feci un ingresso

maestoso. Eressi anche una statua... de’ grandi dèi; la creatura del

fondo de’ mari, la posi là con la faccia rivolta (?), feci sì che

spandesse intorno a sè il terrore. A completarla la circondai d’oro,

d’argento e di rame e feci risplendere la sua figura».

Mentre lo sviluppo stesso dell’architettura, sacra e profana, tirava

dietro di sè lo sviluppo della statuaria, questa riceveva un altro

eccitamento indipendente dal desiderio, dal bisogno di eternare quei re

vittoriosi, quei guerrieri famosi.

Quasi di prammatica nelle iscrizioni assyro-babilonesi appare dopo

qualche grande vittoria questa statua di re eretta ad eterna sua

gloria[225].

A questo stesso desiderio si riconnette il principio di una tradizione

storica scritta.

Nelle loro reciproche incursioni, i diversi belligeranti usavano

lasciare all’ultimo termine della loro conquista un segno visibile, una

memoria delle loro gesta: altre ne lasciavano ne’ templi, altre simili

iscrizioni apponevano alle stesse loro statue.

«Nella mia tavola commemorativa e nel mio documento di fondazione —

dice Tiglath-Pileser I — scrissi la gloria della mia forza eroica, le

vittorie riportate nelle mie battaglie, l’assoggettamento de’ nemici,

che odiavano Ašur, che Ašur e Rammân mi avevano donati; e li posi per

l’eternità nel tempio di Ašur e Rammân, i grandi dèi, miei signori.

Nettai anche con olio il documento di Samši-Rammân, mio antecessore,

feci un sacrifizio e lo rimisi al suo posto»[226].

E Samši-Rammân[227]: «Feci ergere una statua della mia maestà reale

di conveniente grandezza, vi feci scrivere la potenza di Ašur, mio

signore, la magnanimità, la forza e tutte le gesta della mia mano da me

compite nel paese di Nairi e la feci porre in Sibara...».

È lo stesso impulso — generalizzato e spostato da un re a una

cittadinanza — che dà origine agli annali de’ pontefici e de’

magistrati civili, e che poi fa sorgere la storia stessa, suggerendo

ad Erodoto di eternare le guerre persiane, intorno a cui trovano

posto, come intorno a un nucleo, tutti gli altri fasti storici di

altri popoli; a Tucidide di narrare la guerra del Peloponneso, e così

ad altri scrittori di narrare i fasti de’ popoli, prendendo le mosse

dalle guerre, che, essendone la parte più visibile e impressionante, ne

costituiscono per lungo tempo come la spina dorsale.

Insieme a questi effetti più generali e diretti, la guerra ne produceva

altri più indiretti, mediati e meno visibili per l’adattamento a cui

obbligava i popoli belligeranti, per le modificazioni che, col suo

contraccolpo, induceva nella loro stessa organizzazione interna.

La guerra — se non realmente, potenzialmente almeno, quasi permanente

— obbligava generalmente, la società antica a organizzarsi in vista e

sulla base della guerra.

In primo luogo, quindi, finché — ciò che accade per la più parte degli

Stati in periodo molto avanzato — l’esercito non si costituisce una

base professionale o mercenaria, vi è corrispondenza tra il diritto

di cittadinanza attiva e il servizio militare, in modo che l’uno e

l’altro, estendendosi, esercitano un’azione reciproca. Il servizio

militare per le classi superiori delle popolazioni è, più che un

dovere, un privilegio. L’assemblea sovrana deliberante è, si può dire,

l’esercito sul piede di pace. L’evoluzione democratica che allarga i

termini e i poteri della cittadinanza, abbassa anche le condizioni di

entrata nell’esercito e finisce coll’aprirne l’adito a’ proletarî.

Del pari il governo della finanza si orientava massimamente sulla

guerra.

La mancanza di servizî pubblici geriti dallo Stato riduceva,

specie ne’ più antichi tempi, lo Stato a un organo di protezione

o di sopraffazione collettiva. La forma rudimentale, che in più

antichi tempi assumeva la guerra, la sua breve durata, l’immediata

distribuzione del bottino, non esigevano, nè determinavano una

vera organizzazione finanziaria; ma col soldo introdotto, con

l’avocazione delle prede allo Stato, si rese necessaria una gestione.

La quale, peraltro, dove non era richiesta una preparazione alla

guerra, continua, dispendiosa, tecnica, si riduceva a levare un

tributo straordinario secondo l’occorrenza; ma, dove, come ad Atene,

l’armamento, specie navale, esigeva preparazione di lunga data,

rinnovazione continua del materiale, costruzione di ripari e tutto il

resto, la finanza si sviluppò più che altrove, sia per la regolare

percezione ed amministrazione de’ tributi degli alleati, sia per

l’ordinamento e l’andamento della trierarchia.

La guerra poi aveva un’azione continua sulla politica interna dello

Stato e sul contegno delle parti in lotta: tanto maggiore quanto più

all’interno diveniva più complessa la vita politica.

La classe dominante cercava talvolta nella guerra un diversivo a’

torbidi interni, sia spostando verso l’esterno, verso la speranza di

preda e di annessioni territoriali le brame che cercavano appagamento

all’interno, sia contando su quel naturale sentimento di solidarietà,

che si desta anche in una popolazione discorde di fronte a un attacco

esterno. E, veramente, molte volte ne seguì l’effetto voluto, perchè

non solo lo spirito civico e la preoccupazione del danno presente

decisero della concorde preoccupazione momentanea, ma l’esito

fortunato delle guerre permise di cercare nelle colonizzazioni, nelle

assegnazioni, nelle cleruchie uno sfogo quasi permanente al disagio

locale.

Non di rado, intanto, le discordie erano troppo forti per cessare

all’istante, e cedevano a stento e a rilento e non senza patteggiare

la propria cooperazione, concessa a base di corrispondenti concessioni

della parte dominante.

La storia tradizionale romana, quale che possa essere la sua esattezza

relativamente alla cronologia e alle particolarità di quest’ordine di

fatti, è tutta intessuta degli episodî di queste dissensioni, riardenti

o sopite rimpetto al nemico, e dei tentativi da parte della plebe di

mettere a prezzo la sua partecipazione alla guerra per fare qualche

passo innanzi nel _ius connubii_, nella questione agraria, nella sua

emancipazione dal gravoso giogo del _nexum_[228].

Il diversivo del resto era momentaneo: le promesse spesso non erano

mantenute, o le concessioni erano revocate, e alle vecchie ragioni

di dissenso, risorgenti con maggiore acrimonia, si aggiungevano altre

difficoltà, maggiori bisogni, nuovi e più complicati problemi.

Cominciavano le controversie per la divisione delle spoglie, sia

sotto forma di distribuzione di denaro o di oggetti mobili, come di

territorio.

Le guerre lunghe e lontane, la milizia prolungata, i poteri prorogati

ad alcuni generali per imperiose necessità di guerra, le ricchezze

accumulate nel governo delle provincie e nell’appalto de’ tributi, le

abitudini contratte in paesi di vita più raffinata, inducevano nuovi

bisogni e crescente disparità di fortune, creavano poteri personali

e consorterie oligarchiche e conturbavano tutta la vita pubblica con

le prevalenze de’ pochi, con la corruzione elettorale, con lo spirito

fazioso fomentato, con le concentrazioni de’ possessi, con l’interesse

pubblico traviato od eclissato.

Una guerra difensiva di confine, poi, combattuta, si può dire, alle

porte, in condizioni di vita assai semplici, aveva un interesse

presente e quasi universalmente sentito. Una guerra lunga e lontana,

combattuta mentre le condizioni economiche dello Stato erano

progredite e gl’interessi delle varie classi della popolazione si

erano differenziati ed anche contrapposti, turbava adattamenti già

conseguiti, offendeva interessi e speranze e suscitava necessariamente

vivi contrasti. Se il proletario vi poteva vedere la via di diventare

proprietario e il commerciante l’ampliamento del suo campo di azione e

il pubblicano una nuova mèsse di tributi da esigere, il proprietario

fondiario, specie medio e piccolo, vi doveva vedere volta a volta il

peso del tributo, l’invasione richiamata come un turbine di lontano

sulle sue terre, la propria azienda abbandonata, il suo mercato aperto

alla concorrenza; tutto ciò a prescindere da’ pericoli e dalle molestie

rese più sensibili a chi più aveva cominciato ad apprezzare il piacere

di evitarle.

Così gli antagonismi dissimulati talvolta all’interno dalle loro

manifestazioni individuali, si riflettevano nella politica estera come

in un mezzo più terso e ne ripigliavano vigore per divampare peggio:

la guerra n’era a un tempo come lo spontaneo processo dimostrativo e il

principio risolvente; e i partiti si riorganizzavano come partito della

guerra e partito della pace, servendo come di centro di attrazione e di

punto di applicazione a tutte le opposte tendenze.

Così, se da un lato si creava un ostacolo e un inceppo a’ conflitti,

dall’altro canto il logorìo del contrasto esterno era accresciuto

da quello di tutti i contrasti interni, e la guerra esercitava anche

per questa via la sua azione dissolvente, che operava immancabile, or

segreta, or palese, e, nell’ebbrezza del trionfo, apriva agli stessi

vincitori una fossa dissimulata sotto un tappeto di fiori.

Mentre sperdeva nel conflitto mille energie, mentre disertava,

desolava, stremava il paese e le forze de’ vinti, la guerra induceva

tra i vincitori, come un sottile e celato veleno, lo spirito

di parassitismo, il lusso corruttore e snervante, lo sperpero

scialacquatore, la demoralizzazione irresistibile, tutti gli elementi

insomma che, soppiantando lo spirito produttore, parco, assiduo,

costante, disintegrano e sovvertono una società tra l’illusione della

prosperità assicurata e crescente.

Così, proprio quando parevano aver toccato l’ultimo trionfo, questi

Stati antichi, cominciavano a presentare i tristi presagì della loro

decadenza e della loro ruina. La guerra continua li esauriva; e, se

una volta la volubile fortuna della guerra li abbandonava, rovinava in

un giorno l’opera di secoli; pure, mentre durava, la guerra manteneva

un certo eccitamento artificiale, uno spirito di coesione, sia pure

fittizio, e riforniva con le prede, con gli schiavi, gli stessi

vuoti ch’essa aveva prodotto. Ma, come accade dopo un lungo sforzo,

la stanchezza si sentiva proprio più quando lo sforzo veniva per un

momento a cessare. Allora diveniva più sensibile il lungo esaurimento.

Niente era più fatale di quella sosta, che metteva fronte a fronte

col problema di mutare la base della propria esistenza o perire. Così

l’Egitto dopo Ramsete III[229]. Così l’Assiria sotto Salmanassar IV

e i suoi immediati successori[230]. Così gli altri. Naturalmente i

paesi che sapevano ritrovare o ricreare in sè le ragioni della loro

vitalità, ripiegarsi su sè stessi in un lavoro fecondo di produzione,

se non superavano la crisi, per lo meno vi resistevano vivendo una

vita modesta, sin che un urto esterno più forte e irresistibile

per la stessa forza dominante non provocava la ruina, o sin che non

si ricostituivano condizioni di nuovi successi. Gli Stati, invece,

prevalentemente, puramente militari, sorti dalla guerra, per la guerra,

sulle condizioni della rapina permanente, incapaci di trar profitto

dalle arti della pace; questi Stati decadevano irremissibilmente,

andavano in ruina, si disfacevano qualche volta, senza lasciare una

traccia nella storia della civiltà, come un lugubre sogno.

La guerra e la pace nel mondo antico · 第 14 / 20 题