Pace e guerra nell’antica Atene.
Tra i popoli dell’antichità non ve ne è alcuno che più dell’ateniese
abbia lasciato così larga traccia, meglio anche che de’ grandi fatti
storici, del meccanismo della sua vita interiore, della sua maniera
di vivere giorno per giorno, de’ sentimenti, delle impressioni, delle
lotte destate dalle sue stesse condizioni materiali di esistenza. Il
teatro, la poesia, l’arte in generale, gli oratori, l’epigrafi ne sono,
in vario modo, un riflesso e una manifestazione genuina; e la storia
di Atene, comunque genialmente trattata, ben lungi dall’essere un
argomento esaurito, si presterà sempre ad essere ripresa, specialmente
ad ogni mutamento del modo di considerare e d’interpretare la storia.
Le due tendenze alla pace e alla guerra, discordi ed opposte, hanno
in Atene un singolare rilievo, e, ad intervalli ma con insistenza,
si riaffacciano per tre secoli della sua storia, riassumendo ne’
due diversi indirizzi il grado di sviluppo economico, i bisogni, la
potenzialità produttiva, le lotte di classi, le rivoluzioni politiche
dello Stato.
Tra il settimo e il sesto secolo, sull’aurora, si può dire, della
storia ateniese, quando la tradizione vaga e leggendaria comincia
a farsi più sicura e distinta, subito si presenta questo conflitto,
rispecchiato in uno de’ più antichi, se non nel più antico documento
della letteratura ateniese.
«Io stesso venni, araldo, dall’agognata Salamina, portando sulla piazza
il ben composto mio canto.
«Oh, fossi io allora Folegandrio o Sicinite piuttosto che Ateniese,
scambiando la patria; perchè potrà presto accadere che si cominci
a dire tra gli uomini: Costui è un Ateniese, di quelli che furono
cacciati da Salamina».
«Andiamo a Salamina, combattendo per l’isola ambita, scuotendo da noi
la vergogna sì triste a sopportare»[61].
È l’elegia di Solone: sono anzi i frammenti dell’elegia di Solone,
poveri ruderi e scarse reliquie; ma, attraverso di essi, la mente
ricompone il passato come, alla vista di un basamento seminascosto
dall’edera e di un capitello spezzato ricostruisce idealmente un tempio
antico.
La critica ha spogliati questi versi della leggenda, che la fantasia
popolare o quella de’ novellatori, era venuto tessendo intorno ad
essi[62]. Non tutti sono d’accordo nel ritenere se quella elegia
risponde ad un impeto di ardor giovanile, oppure, così ardente
com’è, fu l’espressione di un’anima che si serbava ancora agile ed
entusiastica in un corpo invecchiato[63]. Non si può giungere, altro
che per induzione, a dire come e quando Salamina venne in mano di
Atene, e se fu il premio di una guerra vittoriosa di Solone o di
Pisistrato, o, meglio, un fortunato acquisto dovuto a maneggi politici
ed arbitrati[64]. Tutti questi dubbi e queste incertezze possono essere
più o meno dissipati: in ogni modo, attraverso i pochi versi solonici,
si vede bene sullo sfondo del sesto secolo tutta la situazione
politica, interna ed esterna, dell’Attica.
Questo paese, i cui colli e le cui coste non si sono ancora andati
rivestendo di olivi, di fichi, di viti, è, finchè l’opera umana
non ne svolga gli ascosi tesori, povero ed infecondo. Rimpetto alle
limitate pianure, benedette da Demetra ed ove Demetra ha culto, stanno
le pendici arse o selvagge, che male alimentano dal loro sottile
strato di terra vegetale il frumento e per cui meglio s’aprono il
sentiero le capre e i loro custodi. Ma da quelle stesse pendici
e dalle cime de’ colli, quanto più la popolazione cresce e più si
sente il disagio della vita, si guarda con maggior senso d’invidia e
con ardore di desiderio più grande a Salamina, quella che anche più
di Egina potea dirsi un «_pruno nell’occhio del Pireo_»; si guarda
agli umidi ed infiniti sentieri del mare, cantati dal vecchio Omero
e solcati ora a gara dalle navi di Egina e da quelle di Megara. Il
bisogno dell’alimento, l’aspirazione al benessere, il desiderio di
trovare sfogo all’energie crescenti in secreto e anelanti a rivelarsi,
divengono inconsapevolmente la nostalgia del mare, il patriottismo e il
sentimento dell’onore cittadino, come ne’ versi di Solone. La prudenza
e la circospezione vengono in lotta con il bisogno di espansione e con
lo spirito di avventura; il desiderio dell’indispensabile o del meglio
lotta contro l’inerzia del soddisfatto; la corta vista del campagnuolo
urta contro i più larghi orizzonti del cittadino; il ricco proprietario
del piano e il piccolo proprietario ruinato della montagna, l’usuraio
della città e il marinaio della costa, l’artigiano e il proletario
vengono naturalmente in contrasto tra loro e costituiscono il soggetto
e lo strumento degli antagonismi che domineranno ed animeranno tutta la
politica interna ed esterna dello Stato.
Raccogliersi ne’ propri confini, tarpare le ali alle ambizioni e alle
brame, estrarre dal seno del proprio paese tutto quanto potesse dare,
rassodare e perfezionare all’interno tutta una struttura politica,
che, sotto l’ègida di un diritto positivo, facesse di una classe la
dominatrice di un’altra: — ecco la divisa e l’indirizzo di quelli che,
monopolizzando le forze produttive del paese, si sentivano naturalmente
tratti a favorire una politica di raccoglimento.
Rendere più agevoli i mezzi del proprio sostentamento e più proficuo
l’impiego di tutte l’energie; risolvere all’esterno quel problema,
che all’interno si poteva risolvere solo limitatamente, a vantaggio
di pochi e a danno di molti, e fare perciò del popolo ateniese il
parassita di altri popoli col commercio, con la conquista, con la
supremazia; tentare quindi nuove vie, irrompere al mare, spezzare la
cerchia in cui vicini e rivali tenevano stretta l’Attica: — ecco il
programma e il partito di quelli, a cui era precluso il possesso della
terra, o che nella terra non trovavano impiego sufficiente alla propria
ricchezza e alla propria energia, o che, in una struttura sociale
eminentemente parassitaria, lungi dall’essere i parassiti, erano
destinati, in patria, a dare a’ parassiti alimento.
In questo contrasto sta tanta parte della storia ateniese e non della
storia ateniese soltanto, i cui caratteri sembrano come virtualmente
contenuti in questo inizio del sesto secolo, nel quale, per la prima
volta, in forma sicura e distinta, Atene ci si presenta sotto questo
aspetto. E la prevalenza di uno o di un altro indirizzo, con tutte le
conseguenze politiche interne ed esterne che ne derivano, dipende dalla
possibilità di un diverso stato di prosperità interna e di una diversa
distribuzione della ricchezza. Gl’istinti più o meno bellicosi, le
forme di potere più o meno accentrato, le lotte di classi più o meno
prepotenti avranno come misura e come condizione lo sviluppo più o meno
sufficiente delle forze produttive interne, la necessità di trarre da’
paesi esterni i mezzi per soddisfare a’ proprî bisogni, il benessere
più o meno diffuso e più o meno agevole a raggiungere, la tendenza più
o meno sviluppata a qualsiasi genere di parassitismo.
La necessità o la convenienza di vivere di _preda_, o, comunque, del
lavoro altrui, fomenteranno, per via diretta o indiretta, la guerra;
l’abitudine e la facilità di vivere del lavoro proprio tenderanno
sempre più a renderla meno frequente e ad eliminarla.
Nelle condizioni dell’Attica, un paese che non produceva tanti cereali
quanti ne occorrevano a sostentare la sua popolazione, e avea bisogno
allora, come ancor oggi ne ha bisogno, d’importarne, il libero uso del
mare e il preliminare possesso di Salamina, messa come una Sfinge a
guardia de’ suoi approdi, non solo erano la premessa necessaria di ogni
ulteriore grandezza, ma erano una questione di vita e di morte.
E il partito della guerra prevalse, malgrado l’orrore della guerra
che le precedenti sconfitte aveano inspirato. Megara fu umiliata, se
non prostrata, Salamina fu riacquistata, se non riconquistata; e, col
vantaggio morale di una rivincita e di una gloria militare, si sorresse
l’autorità morale dello Stato e si schiuse la via alla possibilità
d’importazioni, di commercî, di un futuro dominio del mare.
Nondimeno fu guerra che non divenne incentivo immediato ad altre
guerre; parve piuttosto l’epilogo di un lungo periodo di contese.
Il periodo che segue, è un periodo di raccoglimento e quasi di
preparazione. La condizione incerta ed oscillante di una sovranità
illegittima com’era la tirannide, spesso posta in pericolo, poteva, da
parte sua, contribuire a distogliere la politica da un indirizzo pieno
di avventure. Pure, altrove, la stessa forma di potere politico cercava
una base ed un appoggio nella gloria militare ed in una politica,
che, facendo de’ sudditi i signori ed i parassiti di altri popoli, li
rendesse così più tolleranti della soggezione politica interna.
I fasti de’ Pisistratidi sono fasti civili, anzi che militari; e,
benchè il loro dominio traesse occasione e alimento da una guerra
esterna, tutta l’attività guerresca successiva si potrebbe limitare a
qualche episodio non conservato nemmeno chiaramente nella tradizione.
Una delle ragioni e la precipua di siffatta politica di raccoglimento,
caratteristica del dominio de’ Pisistratidi, va cercata appunto in
quello svolgersi e fiorire delle energie interne, nello sforzo di
suscitare tutta la potenzialità economica di cui l’Attica sembrava
capace. Quel ritorno verso la campagna, rilevato specialmente da
Aristotile[65], preparava la terra a rendere tutto quanto potesse; e
la possibilità di una maggiore importazione di cereali agevolava un
così promettente strumento di prosperità com’era la trasformazione
delle culture. Le miniere del Laurio poi, se non ora scoperte, almeno
ora messe meglio a profitto, erano un vero lievito degli scambî, de’
commercî, di una futura potenza commerciale.
L’interesse de’ Pisistratidi veniva a collimare con quello del ceto
agricolo che formava la base stessa della società del tempo, e non era
in conflitto con quello del proletariato cittadino. La stessa tendenza
all’espansione, per quanto venisse crescendo, avea nella migliore e più
abbondante moneta d’argento uno strumento pacifico di sviluppo.
Così la politica esterna de’ Pisistratidi avea dovuto assumere
piuttosto un indirizzo difensivo che non un indirizzo offensivo; aveva
dovuto consistere piuttosto nel rimuovere alcuni ostacoli che non nel
costituire uno stato di violento predominio su paesi stranieri.
Soltanto, questo stato di cose non poteva essere durevole, e da esso
stesso, dato il carattere e le condizioni del mondo antico, sarebbero
sorti gl’incentivi e le inevitabili occasioni di guerre.
Lo svolgimento delle forze produttive dell’antichità era assai
limitato, e ogni desiderio di miglioramento e ogni impulso di nuovi
bisogni non si convertiva, nè si poteva facilmente convertire in uno
sforzo diretto ad ottenerne l’appagamento col proprio lavoro e col
diretto uso degli elementi forniti dalla natura. L’appropriazione
più o meno violenta della ricchezza altrui, l’assoggettamento
dell’uomo all’uomo, lo sfruttamento, sotto le forme meno larvate e
più rudimentali, si presentavano come l’indirizzo prevalente, pel
principio stesso della tendenza al minimo sforzo e dell’attrazione a’
punti di minore resistenza. Anche la divisione primordiale di lavoro
sociale tra la classe guerriera protettrice e la classe produttrice
spingeva più facilmente gli elementi dirigenti dello Stato ad estendere
oltre i confini del proprio paese il loro dominio, attribuendosi, a
titolo di conquista, quel frutto del lavoro altrui, che all’interno si
attribuivano come corrispettivo della protezione e della difesa.
In queste condizioni lo stesso sviluppo delle energie interne e un più
elevato grado di prosperità esponevano un paese produttore all’avidità
e alle aggressioni altrui, e ne faceano così un paese servo, oppure,
per naturale reazione, una potenza militare, che assai facilmente dalla
difesa passava all’offesa, dall’aggressione felicemente respinta alla
conquista.
Paesi ricchi e paesi poveri venivano in tal modo per diversa via,
attratti nel vortice della guerra. E la guerra tendeva a rendersi
permanente.
La politica internazionale, nell’antichità, piuttosto che assumere
come criterio direttivo l’autonomia o l’equilibrio, tendeva così
necessariamente all’assorbimento degli altri dominî, all’ampliamento
indefinito e illimitato dello Stato. La coesistenza e la tolleranza
reciproca costituivano soltanto un termine di passaggio e un espediente
provvisorio; ma, obbiettivamente anche più che non subbiettivamente, la
mèta era il dominio e la supremazia.
Per Atene quindi il periodo di raccoglimento dell’epoca de’
Pisistratidi non poteva rappresentare uno stato permanente, ma
semplicemente un’utile preparazione e una lunga tregua. Lo stesso
miglioramento delle sue condizioni e l’irradiarsi della sua attività
l’attraeva in un’orbita di maggiori complicazioni e di più facili
contrasti. E che così fosse, lo mostrarono prima le ingerenze di Sparta
nella politica interna di Atene, e poi, in maniera più evidente, le
guerre persiane.
A misura che uno Stato vien tratto dall’isolamento in un ambiente più
vario e più vasto, la sua politica muta necessariamente di proporzioni
e d’indirizzo, come muta un risultato quando variano i fattori. Il
contatto e il contrasto con la potenza persiana era un fatto destinato
ad indurre la più radicale mutazione di orientamento. I fattori,
l’ambiente, la mèta della politica ateniese erano ormai e dovevano
apparire diversi, e l’avere saputo intendere la necessità e scorgere
i segni del tempo costituisce la gloria immortale degli uomini che
seppero dare allo Stato un indirizzo rispondente alle condizioni delle
cose.
Lo svolgimento calmo ma costante della ricchezza dell’Attica
sotto i Pisistratidi, col necessario aumento di popolazione, con
l’incremento lento ma continuo di benessere, avrebbe stimolato
alla lunga il desiderio di espansione e avrebbe sviluppato, come in
piccole proporzioni dovette già cominciare ad accadere, la marineria
commerciale. La rivoluzione politica che pose fine alla tirannide
e l’irrequietudine rivelata dagl’incidenti che valsero come causa
prossima delle spedizioni persiane possono valere come una prova.
Lo stato di benessere che l’Attica poteva procacciare a’ suoi abitanti
con l’impiego di tutte le sue energie interne, era sempre qualche cosa
di relativo, e potea valere piuttosto come un solletico che come un
appagamento; era tale che non ne poteva fare de’ soddisfatti, ma li
allettava solo con la vista di più larghi orizzonti e di più elevate
condizioni di vita.
Tuttavia l’espansione e il mutamento d’indirizzo sarebbero stati
lenti e graduali, se l’invasione persiana non avesse resa inevitabile
una unificazione ibrida e temporanea, una coalizione della schiatta
ellenica, ch’era pur sempre un nuovo aggregato di forze, da cui si
sarebbero sviluppati l’egemonia e il parassitismo di quella che avesse
saputo divenirne l’elemento direttivo e il punto di attrazione.
Atene seppe essere l’una cosa e l’altra; ma con ciò stesso la sua
politica, la sua fisonomia, la sua indole mutavano radicalmente.
Resistere alla potenza persiana, proteggere i membri della lega o il
mondo ellenico, attaccare anche, occorrendo, il nemico; erano tutte
cose che potevano compiersi o tentarsi con la costituzione di una
forte marina da guerra. Ma a questa marina da guerra Atene non poteva
sopperire del proprio; poteva bensì averne il comando e la cura, e gli
alleati doveano contribuirvi con tributi o con navi.
La potenza militare intanto e lo sfruttamento più o meno larvato erano
due termini corrispondenti, di cui l’uno serviva all’altro di ragione
e di sostegno; e questa tendenza al parassitismo doveva crescere
parallelamente allo spirito di aggressione e di guerra.
Il tributo di danaro sostituito al tributo di navi, cioè il disarmo
quasi e il segno esterno della sudditanza; il trasporto del tesoro da
Delo ad Atene; l’imposizione del potere giurisdizionale agli alleati;
l’uso sempre più libero o meno dissimulato dal danaro comune; sono
tanti passi verso una forma di parassitismo più avanzato.
Al tempo stesso l’Atene agricola del sesto secolo diventa l’Attica
marinara e commerciale del quinto: alla repubblica aristocratica de’
grandi proprietari fondiari e alla tirannide, potere delegato della
piccola proprietà, succede la repubblica de’ commercianti, degli
artigiani, de’ proletarî. All’appropriazione diretta ed immediata de’
prodotti della terra succede una forma di appropriazione indiretta
e mediata, il commercio, mezzo di sfruttamento più perfetto e più
larvato; sul fondo de’ mestieri si va innestando una rudimentale
manifattura; il potere politico scende sempre più verso il popolo e la
politica esterna si fa sempre più avida, ambiziosa ed audace.
Ora questa relazione necessaria tra la potenza militare e la produzione
indigena, tra la grande politica e il bisogno di espansione, tra il
commercio messo a base della propria vita economica e la concorrenza di
altri Stati; questa necessità del parassitismo insomma voleva dire la
guerra all’ordine del giorno contro i concorrenti, contro i sudditi e
gli alleati defezionati, contro i potentati stranieri il cui crescere
avea in sè la minaccia e il vaticinio dell’assorbimento.
Il mezzo secolo che va dalla fine delle guerre persiane alla guerra
del Peloponneso è come un lungo affilar d’armi mal dissimulato; è un
seguito di paci bugiarde, che in realtà covano ed alimentano la guerra
e si riducono ad una incessante vicenda di tregue più o meno lunghe
e di ripetuti conflitti, in fondo a cui sta la guerra inevitabile, la
guerra di sterminio, il duello finale, la guerra del Peloponneso, che
verso il periodo precedente è come la caduta finale di un corpo libero
rispetto al suo movimento di oscillazione sempre crescente.
Le cause occasionali della guerra potevano anche ridursi, come
comicamente voleva un personaggio di Aristofane, ad una impresa ed
una rappresaglia galante[66] di Megaresi e Ateniesi: il conflitto, in
realtà, sbocciava dal seno della storia e dalle reali condizioni delle
parti belligeranti come un fiore centenario, gigantesco, avvelenato e
maturo.
Gli stessi motivi immediati e i pretesti della guerra, Potidea,
l’impresa di Corcira, il _boycottaggio_ di Megara, la pretesa
indipendenza di Egina rivelano chiaramente lo scopo vero e la ragione
intima della guerra: — il desiderio di limitare l’espansione verso
l’Oriente o di allargarla in Occidente, — come apparve più chiaro
con la guerra di Sicilia da un lato e dall’altro col proposito di
ristabilire «_il bruscolo nell’occhio del Pireo_» e la rivalità
commerciale. Ma tutti questi non erano che fenomeni di un dissidio più
profondo e irrimediabile; e tali apparivano bene anche agli uomini del
tempo.
La struttura economica rudimentale, che faceva dipendere la vita
e il benessere di un popolo da una forma anch’essa rudimentale di
parassitismo, dall’assoggettamento di altri popoli al tributo e alle
forme successive di sfruttamento, da un lato rendeva illimitato il
bisogno di espansione e dall’altro faceva di ogni regione un continuo
pomo di discordia, la preda presente o futura del più forte, il premio
reale o possibile di un eventuale conquistatore. Perciò niente pace
e sempre guerra; guerra palese o latente, ritardata o anticipata,
con maggiore o minore senso di opportunismo meditata o differita,
guerra contro il suddito, guerra contro l’emulo. Mancavano appunto
le condizioni e con esse lo spirito della coesistenza, che soli sono
fattori e condizioni di pace. Tutta la diplomazia e i progressi delle
relazioni internazionali consistevano nel larvare il vero motivo della
guerra e nel mettere _formalmente_ l’avversario dalla parte del torto:
è la franca prepotenza del leone che prende in prestito dalla volpe il
suo fare coverto e dal lupo il metodo di suscitare un’abile contesa con
l’agnello.
Atene e i suoi avversari erano giunti a quella linea ultima, oltre la
quale entrava in gioco, minacciata da presso, l’autonomia di tutta la
Grecia.
Tutto ciò era così ben chiaro che, come dice Tucidide[67], «i
Lacedemoni votarono di rompere il trattato e far la guerra, non tanto
per essersi persuasi de’ discorsi degli alleati, quanto pel timore
che gli Ateniesi non divenissero ancora più forti, vedendo che una sì
gran parte dell’Ellade era loro soggetta». Del pari Pericle, secondo
un discorso che gli fa pronunziare Tucidide, riconosceva il carattere
inevitabile della guerra e l’opportunità di andarle incontro prima,
piuttosto che poi[68].
Per questa sua stessa natura quella guerra doveva apparire agli occhi
del suo storico[69] la più importante e grave di quante avevano avuto
già luogo, e a’ nostri occhi si presenta come l’avvenimento centrale
della storia ellenica, che costituisce il punto di arrivo della storia
passata e il punto di partenza della successiva. Essa dovea rivelare,
meglio di ogni altra cosa, le magagne e il principio dissolvente
della vita greca; ma era destinata, ancor più, a suscitare ed acuire
tutti que’ contrasti interni, che sono caratteristici della guerra dei
Peloponneso[70], e rendono più chiare e visibili le vere cagioni della
guerra e, mediante il contraccolpo che essa aveva all’interno, il suo
vero rapporto con la struttura sociale del tempo.
Nel suo discorso, Pericle metteva bene in sodo quanto utile fosse il
dominio del mare, ed aggiungeva come, considerando ciò più dappresso,
occorresse non curarsi della campagna e delle case ed aver cura invece
del mare e della città[71].
Dal punto di vista collettivo e della grandezza pubblica di Atene,
il modo di vedere di Pericle era giusto. Nel mare stava la potenza di
Atene: nel mare era tutto il segreto della sua forza, sì nel passato
che nell’avvenire. Analiticamente lo avea già dimostrato l’oligarca
autore dello «_Stato degli Ateniesi_» pseudo-senofontèo[72]. «Essi soli
degli Elleni e degli stranieri sono in grado di acquistare ricchezza.
Se qualche Stato è ricco di legname adatto alla costruzione delle navi,
dove andrà a venderlo, se non voglia chi ha la signoria del mare? Se un
altro ha abbondanza di ferro, di bronzo, di lino, dove andrà a venderli
se non lo permetta chi impera sul mare? Or di queste cose appunto
si fanno le navi: da uno si prende il legname, dall’altro il ferro,
dall’altro il bronzo, dall’altro il lino, dall’altro la pece. Oltre di
ciò, quelli che ci sono avversarî, non lasceranno andare che dove essi
hanno l’uso del mare. Ed io dunque, senza affaticarmi, dalla terra ho
tutte queste cose mediante il mare. Nessun paese poi ha due di queste
cose, nè uno solo ha legname e lino, ma dove il lino è in gran copia,
la terra è piana e priva di alberi: nè il ferro e il bronzo si hanno
dallo stesso paese, nè da una regione le due o tre altre cose, ma in
uno ve n’è una e l’altra in un altro. Ancora, presso ogni paese è una
spiaggia, un’isola o uno stretto, così che è lecito a quelli che hanno
il dominio del mare di bloccare i continentali e danneggiarli»[73].
E non si arrestano qui i vantaggi derivanti dal dominio del mare: tutto
lo scritto sullo _Stato degli Ateniesi_ ne è pieno.
In tempo di pace, intanto la collisione tra le diverse classi della
popolazione, che traevano i loro mezzi di sussistenza e i loro cespiti
di entrata dal mare e dalla terra, poteva essere evitata o dissimulata
ed attenuata; ma, in tempo di guerra, quando veniva la volta di
sacrificare al dominio del mare l’uso della terra, o all’uso della
terra il dominio del mare, l’antagonismo d’interessi risorgeva e si
rendeva tanto più acre quanto più diveniva spiegato e duraturo.
L’interesse collettivo invocato da Pericle diveniva un’astrazione di
fronte agl’interessi individuali e di classe realmente offesi.
Lo scritto sullo _Stato degli Ateniesi_ rileva bene questo contrasto.
«Ora gli agricoltori e i ricchi tendono maggiormente a tenersi buoni
i nemici: il popolo invece, ben sapendo che i nemici non gli potranno
nulla bruciare e nulla tagliare, vive spensieratamente e non ha loro
riguardo»[74].
È noto come la popolazione ateniese della campagna fu contrariata nel
dovere abbandonare i campi ed i villaggi per ridursi nella città di
fronte all’invasione nemica[75]; pure, da prima, per un po’ di tempo,
anch’essa si rassegnò, se a dirittura non condivise l’entusiasmo della
guerra[76].
Era la speranza di una guerra breve e vittoriosa? Era l’ira de’ danni
patiti? Era la speranza di maggiori vantaggi?
Erano tutte insieme queste cose, e con esse la suggestione
dell’ambiente morale che si era venuto creando.
Ma, quando la guerra accennò ad andare per le lunghe, e le sue molestie
e i suoi danni parvero sempre più gravi e più insistenti, venne la
reazione contro la guerra, e un vero movimento per la pace, accanito,
tenace, appassionato si spiegò come un deciso indirizzo di politica
interna ed esterna, dando una fisonomia più accentuata che mai alla non
sopita lotta di classe.
Questo tratto della vita e della politica ateniese ci rimane, vivo e
parlante, riflettuto attraverso tutte le esagerazioni e gli scherzi
della commedia come in uno specchio, in modo tale che niente potremmo
desiderare di meglio, nè di più completo.
È il soggetto e l’ambiente delle commedie di Aristofane.
Mai apostolato per la pace fu fatto con maggiore ostinazione, con più
ricchezza d’ispirazione, con maggiore varietà di espedienti.
Ed è singolare trovare un tale apostolato della pace in bocca di uno
degli uomini più acri, più mordaci, più spietati verso gli avversarî,
il cui verso pare dardo e marchio al tempo stesso, fatto per colpire
da presso e da lungi, penetrando a fondo nella carne squarciata e
imprimendosi come bollo sulla fronte.
Mai forse con maggiore semplicità ed ingenuità di sentimento e di
espressioni fu invocata la pace e maledetta la guerra.
«Giammai accoglierò la guerra in casa mia, nè in casa mia, sdraiata al
mio fianco, canterà di Armodio. Donna avvinazzata, che, mentre io me
ne stava in pace, in mezzo a tutti i conforti, dette la stura a tutti
i mali, tutto mettendo a soqquadro, tutto rovesciando, manomettendo!
E più le si diceva: _Bevi, mettiti a sedere, accetta la coppa
dell’amicizia_; e più dava al fuoco i pali delle vigne e spargeva a
viva forza a terra il frutto delle nostre viti.... E come insuperbisce
a tavola, sì da gettare innanzi alle nostre porte le piume per far
mostra del suo banchetto.
«O Pace, conviva di Ciprigna, la bella, e delle Grazie, le care, come
dunque, avendo un sì bello aspetto, te ne stavi celata? Che un qualche
Amore, coronato di fiori come nel dipinto, ne congiunga prendendoci
insieme; o credi che io sia già troppo vecchierello? Ma prendendoti con
me, mi pare che possa ancora fare tre cose: prima di tutto stendere
un lungo filare di viti, poi, accanto ad esso, de’ nuovi piantoni di
fichi, e finalmente un tralcio di vite domestica; tutto ciò da vecchio
come sono. E, tutto in giro al fondo, metterò degli olivi per ungerci
entrambi alle feste del novilunio[77].
«Salute, salute, o carissima, come venisti aspettata. Io mi rodo pel
desiderio tuo, volendo tornare a’ campi, o divina. O sospirata, tu
eri il nostro massimo bene; tu giovavi a quanti eravamo a far la vita
dell’agricoltore. Molte cose dolci e liete e care godemmo prima sotto
i tuoi auspici: tu eri per gli agricoltori l’orzo abbrustolito e la
salvezza. Le viti e i fichi novelli e tutte le piante ti sorrideranno,
accogliendoti con l’occhio del desiderio»[78].
Tutto per la pace: le donne sotto la guida di Lysistrata negheranno
agli uomini ogni loro lusinga, ogni allettativa, negheranno
l’amore[79]; Trygeo farà un viaggio al cielo sul suo Pegaso da
burla[80]; con corde e con opera di mano e di zappe si cercherà di
trarre la pace dall’antro in cui è sepolta[81]; sacrificî, preghiere,
invocazioni saranno usate per richiamarla in terra.
In mezzo alle invettive, alla caricatura, all’epigramma che non
perdona, il desiderio della pace porta un alito nuovo. Si sente l’aria
sana de’ campi e un sentimento schietto, sano, vigoroso della natura
feconda, della terra che produce, della campagna che si rinnova.
Il frinire delle cicale, la gioia sacra della seminagione, la pioggia
benefica, il fuoco che scoppietta al chiuso, l’inverno, l’intimità
della vita agricola con i suoi piccoli piaceri tornano tutti,
anticipati e animati dal desiderio, nel canto de’ cori[82].
Ma è appunto questo contrasto rivelato dalla commedia, che mostra gli
antagonismi e le insidie della situazione.
A pace conchiusa, il fabbricante di faci si accorge che le sue cose
cominciano ad andar bene, e, all’incontro, il venditore di corazze,
quello di cimieri, di tube piangono col finire della guerra la loro
rovina[83].
Trygeo chiama tutti insieme gli agricoltori, i mercanti, gli operai, i
metèci, gli stranieri, gli isolani, perchè l’aiutino a trarre la pace
dalla caverna, dove l’ha rinserrata la guerra[84]. Ma quanti di questi
dovevano essere sordi all’appello!
Gli antagonismi e gl’interessi discordi degl’individui e delle classi
erano tali che costringevano gli uni a vedere la loro vita e il
vantaggio nella morte e nel danno degli altri.
Quelli che avevano il monopolio della terra e in genere tutta la
classe agricola, tutti quelli che, in maniera diretta o indiretta,
scarsa o abbondante, potevano appropriarsi il prodotto della terra,
naturalmente, inclinavano alla pace; ma il proletariato cittadino,
i commercianti, quelli il cui benessere o la cui vita dipendeva dal
dominio del mare, naturalmente tendevano alla guerra.
Era un solo e necessario indirizzo egoistico, i cui punti di
applicazione soltanto erano diversi; erano due forme di parassitismo,
di cui l’una si svolgeva all’interno, l’altra all’esterno, e l’una
non avea occhio e considerazione per l’altra. Una società, in grembo
alla quale questi diversi indirizzi operavano e si svolgevano,
necessariamente veniva a trovarsi in uno stato di equilibrio instabile
e gravitava continuamente verso la guerra, lo strumento più rudimentale
e meno dissimulato di parassitismo.
Questo stato d’inquietudine e di conflitti interni era più accentuato,
quanto più uno degli indirizzi opposti, la tendenza alla guerra, si
faceva più spiegato. Questo stato di malessere, che costituisce un vero
capitolo di patologia sociale, ci è appunto descritto da Tucidide, come
conseguenza della guerra del Peloponneso in alcune delle sue pagine,
che sono delle più efficaci e profonde e più obbligano a pensare.
Ad un punto, Tucidide si credeva abilitato a tirar fuori la natura
umana, mentre pure egli stesso avea e poteva trovare ne’ fatti stessi
raccontati la ragione de’ fatti. Ma non si può far colpa a Tucidide
di aver cercato, ventitre secoli addietro, in una astrazione, in una
immutabile natura umana indipendente da tempi e da luoghi, quella causa
de’ fatti che anche oggi vien cercata da tanti a questa astratta natura
umana piuttosto che alla condizione temporanea e concreta di uomini
viventi in una data società con una determinata struttura economica.
«Da ultimo, per così dire, tutto il mondo ellenico fu messo in
trambusto, essendo sorte da ogni parte contese tra i capi popolari, che
volevano chiamare gli Ateniesi, e gli oligarchi che volevano chiamare
i Lacedemoni, e in tempo di pace non ne aveano avuto il pretesto,
nè erano pronti a chiamarli. Iniziata invece la guerra e contratte
dall’una parte e dall’altra alleanze a danno degli avversarî ed a
vantaggio proprio, facilmente, a quelli che volevano, si aprivano
le vie di tentare novità. E sopravvennero allora alle città molte
e tristi cose, che furono e saranno sempre, finchè la natura degli
uomini sarà la stessa, ma accadono in forma più mite ed in aspetto
più calmo, a seconda del giro degli eventi. Nella pace e nella buona
fortuna gli Stati e i privati si conservano più sereni perchè non
cadono in contrarietà non volute: la guerra invece, togliendo il
benessere della vita quotidiana, è una violenta maestra e foggia su’
più difficili tempi gli animi de’ più. Era dunque perturbata la vita
degli Stati, e le sedizioni che scoppiavano più tarde, per la stessa
notizia delle cose già accadute, cercavano di mostrarsi più nuove ed
ardite con l’ingegnosità delle imprese e la singolarità delle vendette.
E, ad arbitrio, si mutò l’usato rapporto de’ nomi con le opere:
l’ardire imprudente si chiamò coraggio a pro degli amici, il cauto
temporeggiare larvata vigliaccheria, la saggezza maschera d’ignavia,
dappocaggine verso tutto il contegno prudente verso ciascuna cosa.
La fretta inconsiderata fu tenuta in conto di dote virile, la cauta
ponderazione come un bel pretesto di disdirsi. Chi rinfocolava l’ira
pareva fido sempre e chi moveva obbiezioni sembrava sospetto. Chi
insidiava altrui pareva prudente, se riusciva nell’intento, e tanto
più temibile quanto più astuto: chi invece provvedeva a che di ciò
non vi fosse bisogno, era elemento dissolvente della sua fazione e
timido degli avversarî. A dir breve, era lodato chi preveniva altrui
nel male che si accingeva a fare e chi incitava altri che da sè non
vi avesse pensato. Il congiunto diveniva meno stretto del partigiano
come quello che era più pronto ad osare all’impazzata: giacchè queste
consorterie non si costituivano secondo le leggi vigenti, a fin di
bene, ma contro le leggi per sentimento di avidità. E la fede mutua
tra loro non l’afforzavano tanto con la santità del giuramento quanto
col violare insieme le leggi. Accoglievano le buone proposte degli
avversarî come schermo pel caso prevalessero e non per generosità. Il
vendicarsi era avuto in più pregio che non l’andare esente da offesa.
Anche i giuramenti di pacificazione, se mai ve n’erano, dati da uno
all’altro pel momento in qualche distretta, valevano pel momento, non
avendo d’altronde potere; e all’occasione poi, chi prima se ne sentiva
il coraggio, se vedeva l’altro disarmato, lo coglieva con più piacere
nel suo fiducioso abbandono che non a viso aperto, sì perchè contava
di essere più sicuro, sì perchè, riuscendo nell’inganno, ne riportava
lode di accorgimento. Più agevolmente sono stati chiamati destri i
molti malèfici che non buoni gl’ingenui, onde dell’ingenuità si ha
vergogna e del malefizio s’inorgoglisce. Di tali danni era cagione
il potere assunto per avidità ed ambizione; e dalle stesse cose nasce
l’incitamento alle contese civili....»[85].
La guerra stessa così scalzava ed eliminava la guerra; ma non
semplicemente coll’ispirare considerazioni simili a queste fatte da
Tucidide, bensì col determinare, sul terreno pratico, condizioni
di fatto che rendevano opportuno ed anzi necessario un diverso
adattamento, un adattamento, come si dice, divergente. La guerra
cominciava a non apparir più un punto di minima resistenza; invece, con
l’incertezza delle sue fasi e degli stessi suoi acquisti, con le sue
rappresaglie, con la ripercussione che aveva all’interno e all’esterno,
dovea cominciare a destare sempre più repugnanza e dovea richiamare lo
sguardo verso altri orizzonti, spingere verso altri campi l’attività
umana.
Una guerra poi come quella del Peloponneso finita in una immane
ruina, dovea, per necessità assoluta di cose, spingere a compensare il
parassitismo esterno, venuto meno, con l’esplicazione di tutte le forze
produttive interne, con l’impiego di ogni elemento utile che fosse in
paese, col mettere a profitto ogni elemento di ricchezza.
Di questa necessità obiettiva e sentita si trova l’eco chiara ed
esplicita riflessa in qualche scrittore del tempo[86]; e, d’allora in
poi, la coscienza di questo nuovo indirizzo da dare alla politica dello
Stato e l’opportunità di sostituire, con lo svolgimento delle energie
interne, i mezzi di prosperità per l’innanzi cercati all’esterno,
tornano con maggiore insistenza, specie dopo qualche rovescio, che con
la forza stessa delle cose richiamava e ribadiva quell’insegnamento.
L’orazione d’Isocrate _intorno alla pace_, redatta dopo la ruinosa
guerra sociale, tende appunto a far prevalere questo indirizzo e vuol
conciliargli favore con ogni argomento sia di carattere utilitario, che
di carattere morale, ma specialmente di carattere utilitario.
La pace che Isocrate vuole, è la pace con tutti, la pace a qualunque
costo.
«Dico adunque — così egli si esprime — che bisogna fare la pace non
solo con i Chioti, i Rodî, i Bizantini, ma con tutti gli uomini,
e bisogna osservare non quelle convenzioni proposte ora da alcuni,
ma quelle fatte col Re di Persia e con i Lacedemoni, che rendevano
autonomi i Greci e disponevano che le guarnigioni sgombrassero le città
altrui e che ognuno stesse contento del suo. Noi non troveremo mai
nulla che sia insieme più giusto e più conveniente allo Stato»[87].
Seguita quindi ad illustrare questa proposta e a mostrare quanto vi
fosse di buono sotto la modestia apparente dal suo ideale pacifico.
«Non ci basterebbe dunque l’abitare con sicurezza il nostro paese,
l’avere a più agio tutto quanto occorre alla vita, il vivere concordi
tra noi e il goder buona opinione presso gli altri Greci? Io credo che
con tutte queste cose lo Stato finirebbe per essere di nuovo felice.
«Ora la guerra ci privò di tutte queste cose: ci rese più poveri, ci
assoggettò a molti pericoli, ci ha messi in mala vista presso i Greci
e ci ha in ogni modo danneggiati. Se faremo la pace e ci mostreremo
quali vogliono i trattati, abiteremo con piena sicurezza il nostro
paese, liberi da guerre, pericoli e trambusti, in cui reciprocamente
ci siamo cacciati; ogni giorno aggiungeremo qualche cosa al nostro
benessere, evitando le imposte, le triarchie e tutti gli altri obblighi
della guerra, coltivando la terra tranquillamente, navigando il mare
e attendendo a tutti gli altri lavori negletti ora a cagione della
guerra. Vedremo il paese rendere il doppio di quello che ora rende,
pieno come sarà di mercanti, di stranieri, di metèci, di cui ora è
deserto. Quel che è più, avremo alleati tutti gli uomini, e non per
forza ma per inclinazione, nè dediti a noi in tempi prosperi a cagione
della nostra potenza e defezionanti ne’ pericoli, ma così disposti
come debbono essere quelli che veramente sono alleati ed amici.
Inoltre, avremo facilmente con le semplici ambascerie quello che ora
non ci riesce avere con la guerra e con molta spesa. Non crediate che
Chersoblepte voglia guerreggiare con noi pel Chersoneso e Filippo per
Anfipoli, quando vedano che noi non aneliamo ad avere l’altro paese.
Ora, verosimilmente, essi temono di averci come vicini a’ loro regni,
giacchè vedono che noi non ci teniamo paghi a ciò che abbiamo, e
bramiamo sempre di più. Se muteremo sistema e acquisteremo migliore
opinione, non solo non insidieranno quello che è nostro, ma ci daranno
del loro, perchè sarà loro utile, servendo alla potenza del nostro
Stato, conservare con sicurezza i loro regni. Anche della Tracia ci
sarà lecito averne tal parte, che non solo essi la terranno senza
eccitare l’invidia altrui, ma i Greci, che espatriano per bisogni, ne
avranno quanto basti a sostentarli. Dove Atenodoro e Callistrato, l’uno
da privato e l’altro da esule, hanno potuto fondare città, là stesso
noi, volendo, potremmo occupare molti luoghi. Occorre che acquistino
preponderanza tra i Greci quelli, a cui stieno a cuore tali cose,
piuttosto che la guerra e gli eserciti mercenarî, che ora massimamente
desideriamo»[88].
Isocrate si faceva propugnatore di un indirizzo affatto opposto a
quello ch’era nella tradizione e nella politica dell’ultimo secolo
della storia ateniese: un indirizzo di raccoglimento, di neutralità
disarmata, di rinunzia ad ogni pretesa od ambizione di dominio.
A quell’impero del mare, che l’oligarca dello _Stato degli Ateniesi_
avea considerato come la pietra angolare della repubblica, che avea
formato l’ambizione, la mèta e la forza dell’Atene periclèa, egli vi
rinunziava. «Io credo che staremo meglio nel nostro paese e saremo
migliori noi stessi e ci avvantaggeremo in tutte le cose, se smetteremo
di volere l’impero del mare. Giacchè è questo che ci ha cacciato nel
disordine e ha sovvertito quella democrazia, sotto la quale, i nostri
progenitori furono i più felici de’ Greci, ed è quasi la cagione di
tutti i mali che noi soffriamo e facciamo soffrire agli altri»[89].
Senz’altro Isocrate tiene a dirlo e a ripeterlo che l’ambìto dominio
del mare è la causa di tutti i danni. «Bisogna riferire le cause non a’
mali sopravvenuti, ma a’ primi errori, onde poi si venne a questo fine.
Così che direbbe proprio il vero chi dicesse che allora hanno avuto
origine i loro mali, quando assunsero il dominio del mare: infatti
assunsero un potere in nulla simile al precedente»[90].
Lo spreco de’ tributi e la facile dissipazione delle ricchezze male
acquistate, il contrasto tra gli antenati che lottano contro i barbari
ed il tempo presente, i danni delle milizie mercenarie e gli effetti
della guerra; tutti gli argomenti, i fatti, gl’incitamenti sono
adoperati per sostenere la politica pacifica, facendo assorgere il
ragionamento schiettamente utilitario, come si è detto, a tratto a
tratto, a una più elevata ragione etica[91].
Questa tendenza alla pace rispondeva del resto così bene a un
bisogno del tempo e alla condizione reale delle cose, che, nello
stesso torno di tempo, contemporaneamente o a breve distanza, nello
scritto di Senofonte sulle _Entrate degli Ateniesi_ s’insiste appunto
sulla utilità e sulla necessità di dare tutto l’impulso possibile
all’incremento della produzione interna per sopperire con essa a quei
bisogni, che divenivano causa di conflitti e di guerre, quando se ne
cercava, con l’estensione del dominio, all’esterno l’appagamento.
Lo scopo che Senofonte si proponeva, secondo la sua chiara ed esplicita
frase, era appunto quello di «indagare se i cittadini non potessero
trarre il sostentamento dal loro stesso paese»[92], togliendo così
base od occasione al loro atteggiamento vessatorio e rapace verso
altri popoli; e a ciò miravano le sue proposte dirette a favorire il
commercio, a rendere lo Stato acquirente di navi da trasporto e di
schiavi da allogare pel lavoro delle miniere.
Chiudendo lo scritto con lo stesso pensiero con cui l’avea iniziato,
Senofonte affrontava, senza altre ambagi, la questione della pace e
della guerra.
«Se alcuni pensano che, quando lo Stato resti in pace, diverrà per ciò
più imbelle, più inglorioso e di minore nominanza nella Grecia, essi a
parer mio non guardano da un punto di vista giusto la cosa. Felicissimi
divengono tutti gli Stati che godono di periodi di pace più lunghi, e,
fra tutte le città, Atene specialmente è fatta per prosperare con la
pace. Chi dunque, quando la città nostra stesse tranquilla, non avrebbe
bisogno di essa, a cominciare da’ naviganti e da’ mercanti? Non quelli
che hanno molto frumento da smerciare e molto e buon vino? I produttori
d’olio, i possessori d’armenti e quelli che mettono a profitto sia
il denaro che le loro attitudini, e gli artefici e i sofisti e i
filosofi, i poeti e quelli che si applicano a queste cose, quelli che
hanno gusto negli spettacoli sacri e profani, degni di esser visti e
sentiti, e quelli finalmente che hanno bisogno di vendere e comprare,
qual luogo troverebbero più adatto di Atene? Se nessuno contraddice a
ciò, nondimeno soggiungono quanti vogliono rivendicare l’egemonia allo
Stato, che questa si ottiene più che con la guerra con la pace; ma
ripensiamo dapprima alle guerre persiane, se fu con la violenza o con
i beneficî che allora divenimmo i capi della forza navale e i cassieri
della Grecia.
«Ancora, dopo che per volere troppo primeggiare, lo Stato perdette
il comando, non ce lo conferirono ancora spontaneamente gli isolani,
poichè ci astenemmo dall’operare contro giustizia?.... Quando si
credesse che voi pensate a mantenere la pace per terra e per mare,
credo che tutti pregherebbero per la salvezza e il benessere d’Atene
dopo quello delle loro patrie. Se qualcuno credesse più vantaggiosa la
guerra che non la pace allo Stato, per quanto riguarda la ricchezza,
non so come meglio potrebbe essere giudicato ciò, che guardando al
modo come andarono per la città gli avvenimenti passati. Troverà che
anticamente durante la pace vennero alla città molte ricchezze e che
in guerra tutte furono spese: vedrà, se osservi, che anche oggi molte
delle entrate andarono perdute a cagione della guerra e le altre spese
in bisogni d’ogni genere; e, dopo che sul mare è tornata la pace, le
entrate si sono accresciute e i cittadini ne hanno potuto disporre a
loro talento»[93].
Intanto, come venissero accolti da molti, anzi da’ più, questi
propositi di pace, appare dalla stessa orazione d’Isocrate, ove si
accenna, ripetutamente, al favore con cui erano ascoltati quelli che
predicavano la guerra[94]. E la ragione ci vien data indirettamente
da Senofonte, là dove fa dire dagli uomini di Stato ateniesi che
«conoscono ciò che è giusto non meno di tutti gli altri uomini, ma
dicevano che la povertà della plebe gli obbligava a non comportarsi
secondo giustizia verso gli altri popoli»[95].
Perciò, quando Senofonte voleva risolvere questa contraddizione con lo
sviluppare tutte le sorgenti di ricchezza all’interno, era acuto nello
scorgere le cause del male e pratico nel porre la questione. Ma egli
s’illudeva sul valore e sulle conseguenze de’ suoi rimedî.
Senofonte, quasi in via di proemio, al suo trattato sulle entrate degli
Ateniesi, presentava un breve quadro della produttività dell’Attica e
delle sue risorse per dedurne quanto bene fosse dotata e come fosse in
grado di provvedere a sè stessa.
Quello che Senofonte diceva della varietà delle sue condizioni e de’
suoi prodotti era vero, ma era vero pure che l’Attica non produceva
tanti cereali quanti occorrevano ad alimentare i suoi abitanti; e la
notevole importazione[96], a cui dovea ricorrere, era fatta per dare,
essa sola, un particolare carattere alla politica e allo svolgimento
delle sue istituzioni. Senofonte faceva il massimo caso delle miniere
d’argento ed anzi si illudeva su di esse, al punto da ritenerle
inesauribili[97]. Ma, lasciando stare questa illusione presto smentita
dalla realtà, egli faceva del _mercantilismo_: credeva che bastasse una
grande quantità di metalli preziosi alla prosperità di un paese. Se non
che vi erano tante cose da osservare. Noi sappiamo a un dipresso quanto
rendevano allo Stato, ma non sappiamo quanto profitto netto dessero in
realtà le miniere. In ogni modo si trattava di un profitto particolare
degli assuntori delle imprese, a cui non partecipava direttamente la
restante parte della popolazione; e l’acquisto di schiavi pubblici,
proposto da Senofonte, solo in parte avrebbe accresciuta l’entrata
dello Stato con la locazione degli schiavi.
Comunque, la quantità maggiore di metallo prezioso realizzata avea
soltanto un valore di scambio, e poteva riescire utile ad Atene solo
in quanto le riuscisse di convertirlo in valori di uso. Le stesse
osservazioni quindi che Senofonte faceva sulla potenzialità economica
dell’Attica, le sue stesse proposte sull’acquisto delle navi onerarie
lo traevano successivamente alla conclusione che l’Attica fosse un
paese fatto essenzialmente pel commercio[98]. Ora il commercio e il
dominio del mare erano due cose così intimamente connesse, specialmente
nell’antichità, che l’uno dipendeva dall’altro e non poteva svolgersi
e svilupparsi senza di esso. Ma il dominio del mare era conseguenza
e causa di guerre, e così si ricadeva nella necessità della guerra,
quando più pareva che la si volesse e potesse evitare. E il contrasto
lumeggiato da Senofonte fra i periodi di pace e i periodi di guerra
era più sottile che vero, e poteva appagare piuttosto il lettore
superficiale che non l’osservatore più acuto. Quei vantati periodi di
pace non erano stati che conseguenza e preparazione di guerre, od erano
stati una calma imposta e una soggezione accettata nell’intento di
evitare un male maggiore. La prima e la seconda lega marittima, uscite
da un periodo di guerra, facevano luogo all’egemonia ateniese anche
per difesa contro la prepotenza spartana; e l’egemonia, per necessità
di cose, naturalmente e insensibilmente, si trasformava o tendeva a
trasformarsi nell’imperio marittimo di Atene.
Lo svolgimento delle energie interne del paese dovea ben servire a
rendere meno frequenti le guerre; e l’orazione d’Isocrate e lo scritto
di Senofonte non erano che la coscienza riflessa di un movimento
reale che si produceva in questo senso. Ma questa esplicazione delle
forze produttive non poteva essere così rapida e vigorosa da sopperire
all’interno a tutti i bisogni, e, in ogni modo, quale che si fosse,
sotto il sistema della proprietà privata, sotto forma di produzione
individuale, non eliminava gli antagonismi e i contrasti di classe
contro classe, all’interno, e di città contro città, all’esterno:
piuttosto trasformava la proporzione e le forme degli antagonismi.
Inoltre non in tutti gli Stati questa esplicazione delle forze
produttive procedeva di pari passo, e così non si toglievano nè lo
squilibrio, nè le cause di aggressione.
Un conflitto che dipendeva da così svariati elementi, come erano
i molti Stati greci, non si eliminava col modificare le condizioni
interne di qualcuno di esso soltanto. Anche la prosperità ottenuta per
opera e virtù propria diveniva una occasione di guerra, stimolando
le voglie altrui. Aristotele[99] osservava appunto che non bisogna
essere tanto ricchi da eccitare la bramosia de’ vicini più forti, nè
tanto poveri da non potere respingere le aggressioni. E la ricchezza
e la povertà, da paese a paese, erano sempre qualche cosa di relativo,
s’intende.
La favorita teoria aristotelica della soggezione naturale
dell’inferiore al superiore faceva considerare la guerra come un mezzo
naturale di acquisto, come una forma di caccia, della quale si poteva
fare uso tanto verso le fiere, come verso gli uomini fatti dalla
natura per obbedire ad altri. E questa era una guerra giusta secondo
natura![100].
Le ragioni che, nella pratica si ritenevano atte a consigliare e
sconsigliare la guerra, erano in fondo utilitarie[101].
In un ambiente come questo e con siffatta struttura economica, lo
sviluppo delle energie interne non bastava ad evitare la guerra, e
tanto meno bastava, quanto meno era possibile isolarsi.
Isocrate proponeva l’esempio di Megara[102], il che vuol dire che Atene
avrebbe dovuto rinunziare al posto preeminente, da essa moralmente
e politicamente occupato in Grecia, per ridursi alle proporzioni di
Megara. E anche ciò le sarebbe giovato poco per evitare i pericoli e le
conseguenze della guerra. Aristofane, per rappresentare le condizioni
di Megara in mezzo alle distrette del tempo, la figurava in un mortaio,
pestata spietatamente[103].
Era così: in forma sostanzialmente non diversa dalla nostra, ma in
maniera anche più rudimentale, la vita antica era un viaggio fatto
insieme, in poco lieta compagnia, da vasi di ferro con vasi di creta.
In fine del suo ragionamento anche Senofonte era costretto a proporsi
il caso di un conflitto necessario e lo faceva in questi termini.
«Se qualcuno mi domandasse: Credi che bisogna conservare la pace, anche
quando qualcuno faccia torto allo Stato? Non direi; ma dico piuttosto
che più sollecitamente lo puniremmo, quando non avessimo fatto torto ad
alcuno, giacchè l’avversario non troverebbe alleati»[104].
Questa domanda, evidentemente, scrollava dalla base tutto il
ragionamento di Senofonte; e la risposta non era tale da eliminarla.
Il conflitto sorgeva, e da uno se ne svolgeva un altro, per necessità
di cose; dalla difesa si passava all’attacco e dalla protezione del
proprio territorio all’occupazione dell’altrui.
Le milizie mercenarie, contro cui tanto si ribellava Isocrate[105],
erano state la conseguenza necessaria non solo di un maggiore progresso
dell’arte militare, ma di un certo svolgimento di forze produttive, di
un certo sviluppo industriale, che rendeva molesto a molti l’esercizio
prima normale della milizia, e, per una maggiore specificazione delle
funzioni sociali, faceva commettere la guerra ad una classe speciale
tratta dal proletariato crescente e disoccupato.
La milizia mercenaria avea così in gran parte la sua origine in
cause analoghe a quelle, che produssero nel Medio Evo le compagnie
di ventura, e provava praticamente che lo svolgimento delle forze
produttive, se è presupposto e base alla eliminazione della guerra
e all’assicurazione della pace permanente, non è, per sè solo,
sufficiente a produrre l’uno e l’altro di questi due effetti.
L’ideale della pace era sorto e si era venuto affermando naturalmente,
a misura che da un lato la guerra, con le sue disillusioni e con i
suoi lutti, si mostrava disadatta a realizzare uno stato di benessere
durevole, e dall’altro si venivano sempre più maturando condizioni
tali, che lasciavano sperare la possibilità di sopperire con lo
sviluppo normale della produzione a’ bisogni della vita.
Ma, tutto ciò costituiva semplicemente la _possibilità_ della pace
in un ambiente in cui varî elementi avessero omogeneità d’interesse
e potessero, concorrentemente, giovarsi de’ benefici della pace e
provvedere in maniera normale alla soddisfazione de’ propri bisogni con
l’appropriazione diretta e resa più agevole de’ mezzi opportuni.
Invece, in quell’ambiente regnava sovrana la più completa eterogeneità
d’interessi, un’opposizione d’interessi quale può sorgere dove
sussistono vive le antitesi di cittadino e di straniero nelle relazioni
esterne, di proprietario e proletario in quelle interne.
Allora quella pace che poteva rappresentare l’interesse e la mèta di
uno Stato prospero e industrioso, rappresentava invece un ostacolo
per uno Stato, che con la prevalenza politica, e la estensione del
dominio sperava ovviare alla sua inferiorità economica; quella pace
che rappresentava l’interesse e la sicurezza del proprietario e
dell’agricoltore costituiva una minaccia di disagio pel commerciante,
per il proletario, per il mercenario.
In tal caso, le parole che inculcavano la pace erano destinate a
perdersi inascoltate di fronte all’azione continua e prepotente delle
cose.
Che se, talvolta, questa illusione della pace riusciva ad imporsi come
norma di politica presente, tristi effetti ne potevano nascere in un
tempo, in cui si apparecchiava la pace solo facendo o minacciando la
guerra. La politica bellicosa di Demostene era la conseguenza ed il
rimedio, tardo forse e impotente, della politica pacifica di Eubulo.
Degli Stati dell’antichità e della loro inclinazione alla guerra,
poteva dirsi davvero: _aut sint ut sunt aut non sint_!
Il movimento verso la pace era dunque semplicemente il riflesso nella
coscienza di uno squilibrio che diveniva sempre più vivo e più sentito,
di un contrasto tra la possibilità per tutti di ottenere pacificamente
i mezzi di esistenza e la serie di conflitti con cui gli uni tendevano
a procurarseli divenendo i parassiti degli altri.
Questa aspirazione verso la pace, che, come un grande e luminoso
arcobaleno, ondeggiava innanzi agli occhi, al disopra della vita,
costituiva il nesso ideale tra una triste realtà, destinata a
tramontare, ed una migliore realtà destinata a svolgersi da quella
stessa.
Come aspirazione, come tendenza ideale, quindi, si affermava e
progrediva, assai più che nella vita pratica, nel mondo della coscienza
e delle idee, dove appariva come avvolta in un leggiero velo di
malinconia.
Da Eschilo ad Euripide, da Erodoto a Tucidide la guerra veniva perdendo
delle sue attrattive e la pace guadagnava favore.
A Tirteo si contrapponeva Bacchilide, e il suo poema era un inno alla
pace.
«La grande pace dà a’ mortali la ricchezza e i fiori de’ canti soavi e
fa che ardano agli dèi sugli altari fatti belli dall’arte, con aurea
fiamma, le membra de’ bovi e delle pecore vellose; fa popolare di
giovani i ginnasî e le aule. Negli scudi ferrati si stendono le tele
de’ neri ragni; l’umidità rode le acute lancie e le spade taglienti;
nè si ode più lo strepito delle trombe di bronzo, nè dalle mie palpebre
è rapito il dolce sonno che molce il mio cuore. Le piazze son piene di
amabili simposi, ed inni infantili si destano»[106].
Ma, altrove, Bacchilide stesso soggiungeva come oppresso dal peso di
un destino crudele: «Non è dato agli uomini di eleggersi il benessere
o l’instancabile guerra o la sedizione che tutto rovina; ma la sorte,
ministra d’ogni cosa, spinge il nembo qua e là, su l’uno o l’altro
paese»[107].
Così cantava Bacchilide.
Noi alla storia chiediamo appunto il segreto di quella «sorte ministra
d’ogni cosa», la legge e la causa della pace e della guerra, nel
passato e nell’avvenire; e qualche risposta pur ce la dà, la storia.
La pace e la guerra e la tendenza opposta all’una ed all’altra possono
essere prese come due termini dell’evoluzione sociale. La tendenza alla
guerra e la guerra permanente corrispondono alle forme economiche più
primitive e allo stato più rudimentale di parassitismo. Con un modo di
produzione più progredito si sviluppa sempre più fortemente la tendenza
alla pace; ma resta aspirazione, spesso contrastata dalla realtà,
finchè vuole soltanto sostituire la concorrenza all’appropriazione
violenta; e mostra così, con la stessa sua inefficacia, di potersi
tradurre in atto solo con l’avvenimento di una struttura economica,
che, eliminando con la forma individuale della produzione ogni
parassitismo di popolo verso popolo, d’individuo verso individuo, e
limitando l’appropriazione della ricchezza per parte di ciascuno al
solo prodotto del suo lavoro, tolga alla guerra ogni base ed ogni
motivo utilitario.