Nel regno della guerra.
Il canto caratteristico degli Spartani — una delle poche manifestazioni
artistiche prodotte o assimilate in quell’ambiente — è un canto di
guerra, voce fedele di tutta quella vita. «È bello per un uomo valoroso
morire cadendo tra quelli che pugnano in prima fila, combattendo per
la propria patria»[41]. Ed è canto di una guerra combattuta per le
are e per i fuochi, per la propria esistenza: lo dice la prospettiva
evocata a contrasto di quella libera morte. «La cosa più triste è,
dopo aver lasciato la propria città e i pingui campi, pitoccare vagando
con la cara madre e il vecchio padre e i piccoli figliuoli e la sposa
pudica. Poichè ad essi sovrasterà il nemico, facendo luogo per que’
che raggiunga al bisogno e alla spaventosa povertà, mentre disonora la
schiatta, offende il nobile volto e ne seguono disonore e sventure.
Se adunque per un uomo vinto non vi è niente di bene, nè ritegno, nè
rispetto, nè compassione, combattiamo con coraggio per questa nostra
terra e moriamo per i figli, non avendo riguardo alla vita»[42].
Questo grido pare che non faccia altro se non ripercuotersi per tutta
la storia greca dalla valle dell’Eurota, accompagnato da uno strepito
d’armi.
«L’intero sistema delle leggi — dice Aristotile — è rivolto ad _una
parte_ della virtù, a quella bellica».
Sparta ci presenta il tipo più completo e meglio conservato di una
divisione di lavoro e di una conseguente specificazione di funzioni
e di organi, per cui una popolazione di soggetti attendeva alla
coltivazione della terra, provvedendo l’alimento, mentre una più
ristretta popolazione di dominatori esercitava il comando coltivando
l’esercizio delle armi.
Come si arrivasse a questo, è materia d’ipotesi, abbandonata, in
mancanza di prove e tradizioni sicure, all’induzione.
Quel che di sicuro la storia ci presenta, è Sparta cinta da presso da
una classe di servi della gleba, addetti all’agricoltura, più lungi da
una varia popolazione di perieci, posti sotto la sovranità anzi che in
servitù della capitale.
Una vita economica più progredita, quale poteva sorgere specialmente
in un paese marittimo, aveva spazzato via altrove — ad Atene, per
esempio, dove ne troviamo traccia[43], — questo rudimentale sistema
di sfruttamento, sostituito ben presto dalla schiavitù e dagli
altri impieghi di un capitale crescente; la posizione geografica,
invece, della Laconia, la stessa fecondità del suolo, che non esigeva
importazioni, nè stimolava con l’inadeguatezza sua l’industria degli
abitanti, aveva reso nella Laconia persistente e duratura quella forma
sociale rudimentale e primitiva. E questa condizione di cose faceva,
per necessità, di Sparta come un esercito in armi, della sua vita
come una milizia permanente, adattando a quello scopo permanente,
inevitabile e supremo, gli usi stessi e le norme consuetudinarie di
vita e di governo, che nella tradizione, non solo più lontana, di
Plutarco, ma più vicina anche, di Senofonte e Aristotile, dovevano
apparire come un voluto e ben congegnato sistema di vita politica e
sociale.
Questa stessa precipua educazione alle armi, intanto, specie in un
periodo di assidua lotta pel mutuo assoggettamento, si convertiva
naturalmente in occasione e scintilla di guerre.
Il conflitto con la Messenia — il più antico e rimasto forse il più
memorabile nella tradizione — fu forse, dal canto di Sparta, una
scorribanda di una popolazione crescente di numero e di ardire sulle
invidiate terre di un popolo vicino, rese tentatrici dalla loro stessa
ubertà? O fu un duello di vita e di morte, come solevano accaderne,
specie nell’antichità, di due popoli che volevano reciprocamente
sopraffarsi ed eliminarsi?
Comunque, da quella lotta Sparta uscì trionfatrice e dominatrice,
come dalle successive lotte con gli altri popoli confinanti uscì più
temprata, più addestrata, più forte e adatta ad arrogarsi ed esercitare
quell’egemonia e quel potere, per così dire, arbitrale, a cui s’inspira
d’ora innanzi la politica e l’azione di Sparta.
Agesilao, il grande re spartano, aveva detto in un’occasione che, più
de’ doni de’ nemici, gli Spartani amavano conquistarne le spoglie,
e, altra volta, parafrasando de’ versi d’Ibria, aveva risposto a chi
gli chiedeva fin dove giungessero i confini della Laconia, scuotendo
la lancia e dicendo: «Fin dove questa arriva»; — ma egli stesso
altra volta aveva pur detto: «meglio custodire la libertà propria che
toglierla agli altri»[44].
E infatti, a misura che si allontana dalla guerra necessaria,
la politica spartana va perdendo sempre più l’impronta e le mire
conquistatrici. La mancanza di mezzi per sostenere guerre lunghe e
lontane, il numero limitato della popolazione, disadatta ad eserciti di
occupazione, l’indirizzo di vita alieno dall’agricoltura e da’ commerci
che permettevano di occupare colonizzando e trafficando, la soggezione
spesso minacciosa degli Stati, erano tutte cose che distoglievano da
una politica conquistatrice.
Ora, in un periodo della storia, in cui, quasi come per un dilemma
senza uscita, si era o conquistati o conquistatori, l’unica via di
mezzo doveva consistere nel sapere imporre e mantenere un equilibrio,
che paralizzasse le velleità conquistatrici di uno con quelle
dell’altro, o, all’occorrenza, col _quos ego_ di un’autorità e, specie,
di una forza superiore.
Di qui quel diritto d’intervento di Sparta non solo nelle contese
esterne, ma anche nella politica interna degli altri Stati,
specialmente la sua azione avverso le due forme politiche, in apparenza
opposte, della tirannide e della democrazia.
La tirannide, una forma anticipata di cesarismo, realizzata nell’ambito
circoscritto di un piccolo Stato, di un Comune, era un principato
a base popolare e un termine di passaggio dalle oligarchie e dalle
aristocrazie, di cui segnava la decomposizione, alla democrazia, cui
era costretta a cedere il campo. Essa era un fenomeno di reazione
impulsiva e disordinata contro le aristocrazie sfruttatrici, da parte
di tutte le altre classi della popolazione, in parte crescenti di
numero e di ricchezza, in parte premute dal bisogno, che escluse,
interamente o quasi, di diritto o di fatto, dalla partecipazione
a’ pubblici poteri, servivano col loro senso d’inquietudine
d’inconsapevole strumento all’ambizioso il quale voleva e sapeva
giungere ad avocare a sè il supremo potere. La coscienza sempre più
prevalente de’ proprî diritti e delle proprie forze nella massa della
popolazione, l’ampliarsi del ceto commerciale e la formazione di un
proletariato cittadino, gli eccessi del principato gravosi anche alla
piccola proprietà, prima di tutti a sentire in modo più visibile
gli effetti di un qualunque stato di malessere e di crisi; tutte
queste cose, scalzando poi alla loro volta la forma transitoria della
tirannide, approdavano il più delle volte al regime democratico.
Ora, la stessa necessità imposta dalla loro origine a queste due
forme politiche, il bisogno di assicurare un largo campo di azione
al commercio, uno sfogo alla popolazione crescente, il bisogno di
estendere il beneficio del parassitismo a tutto il popolo, spingevano
naturalmente, così le tirannidi come le democrazie, a una politica di
espansione, sia sotto la forma diretta di conquiste che sotto quella di
egemonia politica. La tirannide un po’ meno, in quanto corrispondeva
a una condizione sociale meno bisognosa di espansione e provvedeva al
disagio interno in parte anche con le confische de’ beni di emuli ed
avversarî sbanditi; la democrazia anche di più, non foss’altro che per
lo sviluppo maggiore di tutte le tendenze all’espansione e perchè non
doveva nemmeno guardare all’interno con la preoccupazione paurosa del
principe.
Le aristocrazie invece, specie sotto la loro degenerazione oligarchica,
monopolizzatrici del potere e delle risorse interne del paese, aventi
radice nella proprietà fondiaria che meno si giova e meno è adatta a
imprese lontane ed arrischiate e più sente il danno di un’invasione
nemica, paralizzata per dippiù all’interno dalle altre classi spesso
anelanti alla riscossa, erano naturalmente avverse a una politica di
espansione; e, se guerre facevano, in periodi in cui uno Stato periva
della guerra ma con la guerra si preservava la vita, erano guerre
necessarie, per lo più di confine, a scopo di difesa, o dirette a
rintuzzare un nemico petulante, ad arrotondare magari a sue spese il
territorio.
S’intende quindi come Sparta, e durante la sua prima egemonia e in
seguito all’esito vittorioso della guerra del Peloponneso, mirasse
dovunque a combattere, secondo i tempi, tirannidi e democrazie e ad
instaurare aristocrazie, in apparenza facendo — come piaceva menarne
vanto — la causa della libertà, in realtà facendo con ciò una politica
esterna, che non solo garentiva la sua integrità e la sua indipendenza
ma ne assicurava anche l’egemonia.
Senonchè l’azione di Sparta si dirigeva sugli effetti, mentre
alla costrizione sua, ed a qualunque altra, sfuggivano le cause
vere, permanenti, che con loro azione lenta ma continua, se anche
dissimulata, mutavano la faccia e la base del mondo ellenico; e,
mentre Sparta era tutta assorbita in quest’opera di pura conservazione,
l’incremento continuo delle colonie allargava i termini e il campo del
mondo ellenico, il commercio si estendeva acquistando un’importanza
sempre più prevalente, il centro di gravità della vita e della
potenza politica si spostava verso il mare, e la lega marittima sorta
dall’urto, nell’aspettativa così pauroso, dell’invasione persiana,
sfuggiva di mano a Sparta per divenire l’imperio marittimo di Atene ed
elevare di fronte a Sparta la rivale più potente, più fortunata, più
gloriosa.
La guerra del Peloponneso, la grande guerra incendiatrice di tutta la
Grecia, era quindi alle viste; e da’ mirabili discorsi, che Tucidide
mette in bocca agli ambasciadori corintî, agli ateniesi, a Pericle,
ne appare subito — al disopra delle cause occasionali — il carattere
inevitabile e decisivo.
Ma da tutti quei discorsi, che pure rivelano e rispecchiano la
situazione del tempo e degli Stati, si ha una curiosa impressione,
in quanto si vede che, mentre Sparta è il centro su cui si appuntano
tutti gli sforzi, per procrastinare o affrettare, per determinare
o scongiurare la guerra, essa è l’arbitra ma non la chiave della
situazione; è lo strumento, non l’anima della guerra. Sparta fa la
parte di contrappeso, che, venendo meno, trae seco molt’altro nella
ruina; è la miccia, che al tempo stesso separa e congiunge il deposito
delle polveri e la scintilla, ma, se anche è in poter suo rallentarne
l’accensione, non è in poter suo stornarne lo scoppio.
E non può essere considerato come un semplice artifizio letterario,
se l’incitamento vivo e replicato alla guerra è messo in bocca agli
ambasciadori di Corinto, non solo danneggiata immediatamente nel suo
amor proprio e ne’ suoi interessi di metropoli, ma minacciata ancor più
nella sua vita commerciale.
In questo discorso posto in bocca a’ Corintî è colto al vivo e messo
perspicacemente in luce, sin dall’esordio, il vizio fondamentale
della politica spartana di corta veduta, egoista. «La confidenza, o
Lacedemoni — essi dicono[45] — che avete nella vostra costituzione e
nella vostra concordia vi rende, per così dire, più diffidenti verso
gli altri; e da ciò traete una certa saggezza, ma vi conducete con
maggior ignoranza quanto alle cose esterne». E soggiungevano poco
dopo: «Soli degli Elleni, o Lacedemoni, restate tranquilli non tenendo
lontani altri con la potenza ma temporeggiando, e soli non ricacciando
la potenza de’ nemici, mentre è sul cominciare, bensì quando si è
ingrandita»[46]. Movendo quindi da un concetto opposto delle cose e
della vita, che apparecchia la guerra durante la pace nella fiducia
o nell’illusione di assicurare con la guerra la pace[47], additavano
tutto il pericolo di questi Ateniesi irrequieti di cui «giustamente
si potrebbe dire che non sanno aver pace nè la lasciano avere agli
altri uomini»[48]. «Ora gli Ateniesi stanno a paro di tutti noi presi
insieme e per quanto riguarda la città sono anche più potenti: cosicchè
se tutt’insieme, ogni popolo, ogni città, con unanime consiglio non
li oppugnamo, ci soggiogheranno, divisi, senza fatica. E, se anche sia
spaventevole ad udire, si sappia che l’essere vinti non porta altro che
una pretta schiavitù»[49].
E a quest’invocazione de’ Corinti rispondeva da parte degli Spartani
una duplice e diversa voce: una, temporeggiatrice, ligia alla politica
tradizionale, di troppo calcolata prudenza; l’altra, che, mostrandosi
tocca del pericolo degli alleati, credeva di meglio intuire il
pericolo proprio e di combatterlo più efficacemente mentre era ancora
relativamente lontano. L’una era la voce di Archidamo, che, da un lato
preoccupandosi de’ possibili danni impendenti allo stesso Peloponneso,
dall’altro della difficoltà della guerra, diceva: «Rispetto a’
Peloponnesiaci e a’ vicini la nostra potenza è di pari natura, e
rapidamente si può muovere verso ciascuno di essi: invece rispetto a
quelli che abitano un paese lontano e hanno perizia del mare e sono ben
provveduti di tutte le altre cose, ricchezza sia privata che pubblica,
e navi e cavalli e armi e popolazione, quanti non ve ne sono in ogni
altro paese ellenico e hanno ancora alleati molti soggetti a tributo,
contro questi come si può sollevare a cuor leggiero una guerra e, in
che cosa fidando, si può assalirli impreparati?»[50]. E conchiudeva:
«Questi metodi prudenti dunque che i padri nostri ci legarono e de’
quali ci siamo sempre giovati, non li trascuriamo, nè deliberiamo a
precipizio, nel breve spazio di un giorno, bensì con calma, di molte
vite e sostanze e città e fama»[51].
L’altra era la voce dell’eforo Stenelaida, che con laconica concisione,
guardando in faccia alla situazione e riassumendola conchiudeva
senz’altro: «Deliberate dunque, o Lacedemoni, com’è degno di Sparta, la
guerra, e non lasciate che gli Ateniesi divengano ancora più potenti,
nè tradiamo gli alleati, ma con l’aiuto degli dèi moviamo contro gli
oppressori»[52].
Così il grande duello fu ingaggiato, un duello, che secondo le
condizioni de’ tempi, si potrebbe chiamare anch’esso «della balena e
dell’elefante».
E all’elefante rimase la vittoria, ma una vittoria di cui apparve
subito tutta l’inconsistenza e la sterilità.
Nella replica a’ Corintî, che Tucidide fa pronunziare agli Ateniesi,
questi, facendo la franca notomia della loro sovranità e del
malcontento da essi suscitato, dicevano rivolti a’ Lacedemoni:
«Voi adunque, o Lacedemoni, vi conduceste rispetto agli Stati del
Peloponneso secondo l’utile vostro; e se allora, seguitando a rimanere,
vi conducevate come noi nell’egemonia [della lega marittima], sappiamo
bene che non meno di noi sareste divenuti gravi agli alleati e vi
sareste veduti costretti o a reggere vigorosamente, o a pericolare voi
stessi»[53]. «.... E se, rovesciando noi, prendeste voi il comando,
subito vedreste cambiato il sentimento di benevolenza che vi siete
accaparrato per la paura che si ha di noi, come mostraste nel tenere
il comando per breve tempo contro i Persiani; come ancor ora vedeste,
poichè voi avete sistemi vostri proprî distinti da quelli degli altri
e, uscendo fuori, ciascuno di voi, isolatamente, non si conforma nè ad
essi nè a quelli adottati da tutto il resto della Grecia»[54].
Se Atene si era venuta arrogando un potere sempre più assoluto sugli
alleati, già aderenti spontaneamente alla prima lega marittima, sino
al punto di diventarne la signora; è pur vero che aveva cercato di
dissimulare, fin dove era possibile, tutte le durezze di un simile
stato di cose con tutti i miraggi e i lenocinî, che fanno tollerare
e qualche volta perfino aver cara la soggezione. In Atene tutti
quei soggetti, chiamati ancora con uno studiato eufemismo alleati,
trovavano come il punto d’applicazione del loro orgoglio nazionale e
l’assicurazione del mare dischiuso e garantito a’ loro commerci: da
Atene, il loro contributo di denaro e di forze tornava ad irradiarsi
come lume di civiltà, come splendore di arte, come gloria letteraria,
come ardimento di pensiero; onde la città di Pallade era lume e fuoco
di tutta la razza, l’educatrice e il tirocinio di tutta l’Ellade, come
la voleva Pericle.
Gli stessi rapporti continui, fomentati da’ commerci, dalle ricorrenti
feste religiose, dall’alta giurisdizione ateniese, mescolavano,
fondevano, anche, spesso, tutti quei diversi elementi di quell’imperio
marittimo, in modo che, come si vide poi, con la lusinga di misure meno
vessatorie e sotto forma più attenuata, potè risorgere per così dire
dalle sue ceneri stesse.
L’egemonia di Sparta, invece, conservando tutte le durezze del dominio,
ne manteneva pure tutte le forme e pretendeva estendere una disciplina
rigorosa sugli alleati, che non potevano concepire Sparta — chiusa e
impenetrabile a loro, repellente quasi a’ loro stessi contatti — se
non come una padrona gelosa, messa in rapporto con gli altri popoli
unicamente e specialmente dall’opera dilapidatrice e oppressiva de’
suoi armosti.
Questa mancanza di virtù assimilatrice da parte di Sparta, che le
impediva di ringagliardirsi e rinnovarsi assorbendo elementi vitali
dall’esterno; questa sterilità del suo predominio, questa incapacità di
convertire la stessa vittoria nella conquista e di sapere usare della
vittoria dopo averla ottenuta; rendevano di necessità precario ogni
suo trionfo, inorganica e incoerente ogni sua creazione politica; e
bastava una vittoria come quella di Cnido per iscalzare la sua egemonia
e fare risorgere d’un tratto quasi più potente la sua antica rivale,
di cui poco prima pur s’erano smantellate le mura, distrutte le flotte,
violati il territorio e la libertà.
La stessa lode di mitezza e di magnanimità, che un oratore
laconizzante[55] amava tributare a Sparta per avere impedito che
Atene, dopo la sua sconfitta, venisse rasa al suolo e spiantata dalle
fondamenta, più che a generosità era dovuta a calcolo politico di
uno Stato che fondava la sua esistenza sugli antagonismi degli altri
Stati e quindi si limitava a deprimere un rivale anzi che annientarlo
per conservarlo ancora come una minaccia e un competitore agli altri
rivali. Ma questo calcolo appunto rivelava appieno quanto fosse sterile
e negativa la politica spartana, inetta a ridurre sotto di sè tutta
la Grecia e destinata ad essere solo una forza disintegratrice e
dissolvente verso ogni opposto tentativo di unificazione.
A misura, intanto, che gli anni sussecutivi alla guerra del Peloponneso
ne venivano svolgendo e mostrando gli effetti, da un lato se ne
sentivano tutte le conseguenze disastrose, dall’altro ne appariva
sempre più fallita la mira di por fine a’ conflitti dell’Ellade con
una guerra decisiva, che mettesse stabilmente l’egemonia in uno degli
Stati.
Sicchè alla politica, come oggi si direbbe, «imperialista»,
politica di conquista, di assorbimento o di dichiarata supremazia;
succedeva, con un sentito desiderio di pace, l’ideale di un autonomo
particolarismo, per cui tutti gli Stati vivessero in una condizione
di mutua indipendenza. E questa politica, che rispondeva a meraviglia
agli interessi presenti della Persia e a cui la Persia sembrava aver
condotto col tenere in lizza, gli uni contro gli altri, gli Stati
rivali, ebbe per opera del Gran Re la sanzione forzata nella pace così
detta di Antalcida (387-6 a. C).
Ma, come più diffusamente si rileverà appresso trattando delle vicende
della pace e della guerra in Atene, non era quello il tipo in cui ogni
Stato potesse restringersi in sè per potere e sapere attendere con
le risorse sue proprie a tutte le crescenti esigenze della vita; nè
quel particolarismo costituiva l’ambiente più favorevole allo sviluppo
degl’interessi commerciali sempre più prevalenti; nè prometteva lo
schermo più efficace contro i pericoli e le minacce esterne più o meno
vicine.
Così quella riaffermata autonomia con tutte le sue proteste
ed aspirazioni di pace tornava a degenerare nella guerra; e
l’indipendenza, asserita in diritto, era continuamente violata o
minacciata in fatto.
Onde accadeva che Andocide potesse iniziare l’orazione a noi giunta
sotto il suo nome col dire (392 a. C.): «O Ateniesi, tutti sapete,
mi sembra, come è meglio fare una pace giusta che non fare la guerra;
ma non tutti mi sembra che vi accorgiate come gli oratori, a parole,
consentono nella pace, in realtà, contrastano quelle cose onde verrebbe
la pace»[56].
E al congresso per la pace, tenuto nel 371 a C. a Sparta e finito
anch’esso in una guerra, Senofonte poteva mettere in bocca ad uno
degli oratori ateniesi, ad Autocle, queste parole: «O Lacedemoni, non
ignoro che non vi riusciranno gradite le cose che mi accingo a dire; ma
mi sembra che quanti vogliono duratura l’amicizia, che si propongono
fare, debbono reciprocamente illuminarsi delle cagioni delle guerre.
Voi dite sempre che gli Stati debbono essere autonomi, e intanto voi
massimamente vi fate impedimento alla loro autonomia. Poichè, prima
di ogni altra cosa, pattuite con gli Stati alleati che vi debbono
seguire dovunque voi volete. Or questo come conferisce all’autonomia?
Dichiarate la guerra senza prima averne tenuto consiglio con gli
alleati e li fate entrare in campagna, così che di frequente i così
detti autonomi sono obbligati a combattere contro i più amici. Ancora
— ciò che è più avverso di ogni altra cosa all’autonomia — stabilite
qua un governo di dieci, là di trenta; e non vi date pensiero che
questi governanti governino com’è debito, ma che possano con la forza
tener soggetti gli Stati; talchè pare che vi compiacciate piuttosto di
tirannidi che non di libere costituzioni. E quando il re [di Persia]
prescrisse che gli Stati fossero autonomi, dichiaraste con grande
sicurezza, che, se i Tebani non lasciassero ogni città governarsi
da sè e seguire le leggi che volesse, non si conformerebbero alle
prescrizioni del re [di Persia]; indi v’impadroniste della Cadmea e
non permetteste agli stessi Tebani di essere autonomi. Bisogna che
quanti si accingono ad essere amici non credano di doversi aspettare
l’osservanza della giustizia, per essere essi quanto più possono
prepotenti»[57].
Così questa preoccupazione dell’equilibrio politico e dell’autonomia
dei singoli Stati, in parte urtava contro la forza superiore delle
cose e i casi non preveduti della politica internazionale, in parte
diveniva un nuovo fomite di gelosie, di controversie, di dissensi; e il
quarto secolo in Grecia riarde tutto di queste guerre in cui a vicenda
si dilaniano i varî Stati della Grecia e in cui l’uno fa il giuoco
dell’altro, e tutti, sinchè non spunta il predominio macedone, fanno il
giuoco dell’Impero persiano.
Intanto dal giuoco di questo equilibrio sempre incerto e sempre
spostato — in cui gli amici di ieri divenivano i nemici di oggi e la
Persia, con l’esca di corruzioni private e di alleanze pubbliche, la
chiamava a combattere in Asia or come amico or come avversario — Sparta
era tratta ad avventure e guerre lontane, così poco conformi alle sue
forze e alle istituzioni, e avute prima in tanto orrore[58], perdendo
in questo nuovo diuturno conflitto uomini, forze, equilibrio interno e
la stessa sua ragione di essere.
Le antiche abitudini ne rimanevano ruinate, i vecchi sistemi di vita
ne rimanevano scossi, senza che si potesse indurre nell’ambiente patrio
una modificazione corrispondente, una innovazione che dell’antica vita
mutasse la base e ne costituisse una organica e normale alla nuova. Per
un circolo vizioso che suole naturalmente avere origine in questi casi,
la guerra diveniva, tanto più un fomite e uno sfogo di speculazione,
in fondo a cui vi era la rovina finale ma che intanto costituiva
individualmente un espediente. I vuoti, intanto, della popolazione
già decimata dalla guerra rimanevano scoperti o mal si colmavano in
una condizione economica in cui al crescente dissesto de’ più faceva
riscontro la concentrazione delle fortune in una cerchia sempre più
ristretta di persone. E questo stato generale dava luogo nel campo
politico a un’oligarchia sempre più ristretta, che si potè persino
calcolare di quaranta persone[59], a cui d’altro lato corrispondeva un
lievito di malcontento, di rivolte, di congiure[60].
Per tal via le città greche, logorate in un mutuo contrasto, si
ammiserivano, s’isterilivano, togliendo alimento a quel lume di
civiltà, che, dove ancora con guizzi ricorrenti scintillava più
bello, pareva simile agli aneliti luminosi della lampada che sta per
spegnersi.
Gli Stati ellenici andavano scivolando verso quello stato di cose di
cui diceva il poeta:
_Et propter vitam vivendi perdere caussas._
L’impotenza di raccogliere tutte le energie del paese, sia sotto la
forma pacifica della cooperazione che sotto quella autoritaria del
dominio, faceva sì che i fati della storia — impulso intimo, più o
meno consapevole, della società cercante attraverso ogni sforzo un
migliore adattamento — passassero in mano al principato macedone, a
cui solennemente contrastando resisteva Atene, a cui sterilmente e
interrottamente recalcitrando si ribellava Sparta, e che pure, sapendo
solo raccogliere nelle sue mani un maggior fascio di forze, si mostrava
atto a raccogliere l’eredità della civiltà greca, non per continuarne
esso stesso la tradizione, ma per ispargerla, come fa l’agricoltore,
seme di una nuova messe, in campo più largo.