Pace e guerra nell’antica Roma.
Le istituzioni di Roma sembrano plasmate dalla guerra e per la guerra;
e la lingua stessa serba tracce evidenti e profonde di una vita tutta
penetrata dall’esercizio della guerra.
Virtù è nel suo significato etimologico il valore personale, la forza
virile preponderante che si spiega e trionfa in campo. _Hostis_ è, al
tempo stesso, il nemico e lo straniero, a cui giuridicamente non si
riconosce diritto di sorta e a cui a rigore non compete alcuna tutela
legale dello stesso suo stato di fatto[108]; e tutta la politica e la
graduale organizzazione del dominio romano non sono che l’applicazione
in parte strettamente logica, in parte temperata di questo principio.
Se, nel seno della federazione latina la pace, stipulata in
perpetuo, vale come la regola e la guerra come l’eccezione, fuori
di quell’aggruppamento vale precisamente il contrario; e la pace,
conservata come stato di fatto o assicurata temporaneamente da limitate
stipulazioni, non è che un armistizio. La cittadinanza coincide, nelle
sue più antiche manifestazioni, con l’esercito, e la sua attività
politica sembra la funzione di quest’esercito mentre è in patria. Il
potere nella sua forma più alta e completa si chiama, con un nome
militare, _imperium_. Una delle funzioni della guerra, il servizio
militare a cavallo, dà il nome e l’origine a tutta una classe della
cittadinanza, l’ordine de’ cavalieri. Il possesso mobiliare mette
capo alla preda, e quello immobiliare, per mezzo dello Stato, alla
conquista. Roma estende il suo potere ad Oriente, ad Occidente, oltre
le Alpi, oltre il mare; e, dovunque il vessillifero pianta le sue
insegne, ivi tutto diventa proprietà di Roma. Che se la grande, ma pur
limitata forza di espansione della sua popolazione, e considerazioni
di ordine politico e amministrativo e interessi di dominanti le
vietano di fare una colonia di ogni angolo di terra ottenuto per
dedizione o conquistato, resta nondimeno ben fisso, in principio ed
in legge, che solo il suolo italiano è suscettibile di dominio, mentre
quello provinciale — propriamente tale — è semplicemente passibile di
possesso e, anche lasciato agli antichi proprietari, rimane in mano
loro a titolo precario con obbligo di un tributo, diverso secondo
i casi, verso Roma proprietaria e sovrana. Perciò i paesi venuti in
soggezione e chiamati amministrativamente _provinciae_, con nome che
ne vuole dire l’origine, sono anche con espressiva metafora chiamati
i fondi (_praedia_) del popolo romano[109]. «E, come la provincia
stessa è stata concepita quale un’occupazione militare perpetuata,
così la contribuzione, che si esige da’ provinciali, si concepisce
come una contribuzione di guerra perpetuata, cosa a cui mena anche la
denominazione _stipendium_; poichè il pagamento del soldo all’esercito
vittorioso costituisce il punto di partenza per le contribuzioni
di guerra... E, giacchè il suolo provinciale fu considerato come
proprietà dello Stato romano, i pesi che vi gravano sono riguardati
come rendita della terra (_vectigal_) dovuta al proprietario, e questa
concezione ha appresso dominato»[110]. La finanza romana, specialmente
dal cadere che fa in desuetudine il tributo di guerra, prelevato del
resto straordinariamente e come imprestito forzoso sulla proprietà
de’ cittadini, sino all’introduzione per opera dell’Impero di nuove
imposte generali, è costituita tutta dal provento sia temporaneo
che duraturo della guerra, impiegato in tutti gli usi della vita
religiosa e civile, adoperato a dare uno sfogo alla popolazione
esuberante, volto a sostenere nuove guerre, diretto a riparare e
placare la sorgente e risorgente questione sociale. In modo che tutta
la storia — quella rifoggiata dalla tradizione e quella rispecchiata
da’ documenti — sembra comporsi e spiegarsi, come verso un nucleo
ed un centro, intorno a questa preda strappata e difesa all’esterno,
disputata all’interno; mentre la stessa coscienza riflessa del popolo
consacra e magnifica, idealizzandolo, questo stato di cose e il poeta
nazionale inculca il vaticinio d’imperare su’ popoli. Cicerone, egli
stesso, sia pure per comodità di difesa, subordina con ogni altra
l’emula virtù dell’eloquenza alla virtù militare, scudo e fondamento
dello Stato[111], e più tardi ancora il giureconsulto, notomizzando il
diritto esistente e intessendolo come una rete d’oro e di ferro intorno
al congegno economico della società sua, dice come «diventano nostre
per ragione naturale le cose che si prendono al nemico» e «quelle cose
che prendiamo al nemico diventano immediatamente nostre per diritto
delle genti, sino al punto che anche gli uomini liberi sono ridotti in
nostra schiavitù»[112].
Pure, s’ingannerebbe, io credo, chi volesse riferire tutto questo a
uno spirito naturalmente bellicoso de’ Romani, che, quasi per intimo
e irrefrenabile impulso, corresse combattendo e conquistando tutta la
terra.
A chi partisse da un tal preconcetto, andrebbe non senza opportunità
rammentato quello che un finissimo scrittore francese faceva testè,
con una vena di sottile ed elegante umorismo, osservare a un suo
personaggio[113]: «... quanto a’ Romani, essi non erano essenzialmente
militari dal momento che fecero conquiste profittevoli e durature,
all’opposto de’ veri militari che prendono tutto e non conservano
nulla, come, per esempio, i Francesi.
«Questo anche si deve notare che, nella Roma de’ re, gli stranieri
non erano ammessi a servire come soldati. Ma i cittadini, al tempo
del buon re Servio Tullo, poco gelosi di conservare soli l’onore
delle fatiche e de’ pericoli, v’invitarono gli stranieri domiciliati
nella città. Vi sono degli eroi; non vi sono popoli d’eroi, non vi
sono eserciti d’eroi. I soldati non hanno mai marciato che sotto pena
di morte. Il servizio militare fu odioso anche a questi pastori del
Lazio che acquistarono a Roma l’impero del mondo e la gloria d’essere
dea. Portare l’equipaggiamento fu per loro così duro che il nome di
questo equipaggiamento, _aerumna_, espresse in seguito presso di loro
l’oppressione, la stanchezza del corpo e dello spirito, la miseria,
la sventura, i disastri. Ben condotti essi formarono, non già degli
eroi, ma de’ buoni soldati e de’ buoni terrazzieri; a poco a poco
conquistarono il mondo e lo covrirono di sentieri e di strade. I Romani
non cercarono mai la gloria: essi non avevano immaginazione. Non fecero
che guerre d’interesse, assolutamente necessarie. Il loro trionfo fu
quello della pazienza e del buon senso».
La storia tradizionale, se anche altera il nesso e il sèguito vero de’
fatti, duplicando e moltiplicando, per esempio, le guerre, o spostando
in tempi più antichi conflitti più recenti come quelli della lega
latina, pure può accampare una pretesa di verità, in quanto attraverso
i fatti singoli, sformati dalla tradizione orale e dall’elaborazione
successiva, riproduce questo aspetto più remoto di popoli vicini e
di territorio limitrofo o quasi, che stanno continuamente sotto la
minaccia o il danno di reciproche incursioni e sopraffazioni. La
menzione di uno stato di cose che non è pace e non è guerra, ricorre
frequentemente in Livio, e, insieme alla stanchezza della guerra
e alla repugnanza al conflitto, appare la necessità di prevenire
con l’aggressione l’attacco e di scongiurare con atto anche audace
la tempesta alla prima apparizione o al primo presentimento della
lievissima nube che l’annunzia.
«A che tardate ancora? — fa dire lo storico latino da T. Quinzio
Capitolino a’ plebei che non si vogliono arrolare[114]: — A che stato
sono le vostre cose private? Già già stanno per essere annunziati a
ciascuno dalle campagne i danni proprî. Quando, perdio, militavate
sotto il comando di noi consoli, non sotto quello de’ tribuni, in campo
non sul foro, e avevano paura del vostro clamore i nemici, avendovi a
fronte schierati, non già i patrizi romani, allora tornavate a casa,
a’ vostri penati, trionfanti, carichi di preda, ricchi di territorio
preso al nemico, pieni di fortuna e di gloria, sì pubblica che privata:
ora lasciate andar via il nemico carico delle vostre sostanze. Ve ne
rimanete piantati nelle assemblee e vivete nel foro, mentre v’insegue
quella necessità di combattere che fuggite. Era gravoso muovere contro
agli Equi ed a’ Volsci: ora ecco che la guerra è innanzi alle porte. Se
non la si rimuove di là, ben presto sarà tra le mura e salirà la rocca
e il Campidoglio e vi premerà nelle stesse vostre case».
E, altra volta, Appio Claudio a proposito della guerra contro
Veio[115]: «[Il nemico] non pose a coltura il suo territorio, e
quella parte che coltivò è stata devastata dalla guerra. Se ritiriamo
l’esercito, chi può mai dubitare che essi, avendo perdute le cose loro,
non invaderanno il vostro territorio, non solo per la brama di vendetta
ma anche per la necessità in cui si trovano di dover predare l’altrui?
Non differiamo dunque con questo partito la guerra, la ricettiamo bensì
entro i nostri confini....».
Sotto questo incubo il progresso di un popolo, il suo crescere,
una impresa vittoriosa, per la gelosia e i timori che suscitava nel
più prossimo vicino, divenivano anch’essi occasione di guerra. «La
guerra di Veio — dice Livio[116] — crebbe pel repentino sopravvenire
de’ Capenati e de’ Falisci. Questi due popoli di Etruria, essendo
di regioni vicine, credendosi prossimi alla guerra con Roma quando
Veio fosse vinta in guerra — i Falisci nemici anche per ragione
propria per essersi già precedentemente immischiati nelle guerre di
Fidene — strettisi insieme con giuramento mediante legati scambiati
reciprocamente, inopinatamente con gli eserciti si accostarono a Veio».
Così la vittoria e la sconfitta, l’una con le brame che acuiva e
le paure che suscitava, l’altra con l’aspirazione della rivincita e
l’iroso desiderio della rappresaglia — tutto diveniva fomite e materia
di guerra.
Anche qui la risoluzione del conflitto stava nella sua eliminazione,
mediante la fondazione di un dominio unico e sovrano, ottenuto con
tutti i mezzi che la forza delle armi e l’accorgimento della politica
potevano suggerire e fornire.
Prima di tutto nella penisola.
Roma, benchè sòrta da umili inizî, anche per i suoi stessi umili mezzi,
venne a trovarsi in condizioni straordinariamente favorevoli, rese tali
anche vie maggiormente dalla sua posizione centrale.
Se Roma si fosse trovata di contro, in Italia, uno Stato assolutamente
refrattario ad essere nè soggiogato, nè assimilato, la grandiosa
opera politica di Roma sarebbe stata soffocata in germe, e l’Italia ci
avrebbe presentato politicamente e militarmente lo stesso spettacolo
della Grecia sempre scissa e sempre pugnante tra Sparta ed Atene.
Ma in Italia mancava uno Stato, che, come Atene, messo alla testa di
tutto un imperio marittimo, sfuggisse alla presa di un’opposta potenza
territoriale e potesse irridere alla stessa devastazione de’ suoi campi
fatti in vista delle sue mura; nè la politica e i metodi di lotta di
Roma si restringevano in quelli angusti e sterili di Sparta.
Mentre Roma, modesta sovranità locale, combatteva ancora la sua lotta
per l’esistenza, sulle coste d’Italia fiorivano colonie greche ricche
e potenti, pel Mediterraneo andava dilagando l’egemonia cartaginese,
al Nord fiorivano il potere, i commerci e la civiltà degli Etruschi,
e dall’Italia centrale le stirpi sabelliche stendevano verso il
mezzogiorno le loro propaggini, presto alla loro volta diramate ancora
e moltiplicate.
Ma il contatto di tutti questi elementi, disgiunti da diversità di
origine, di sistemi di vita, di sviluppo civile, era necessariamente
un urto alla lunga estenuante e logorante, da cui i vincitori stessi
uscivano affranti e consunti o senza sapere trarre un frutto adeguato
e durevole dalla vittoria. Il dominio etrusco, già fiaccato su’ mari
dal tiranno di Siracusa, sopraffatto contemporaneamente, secondo un
sincronismo che il Mommsen chiama elegiaco, al confine meridionale da’
Romani e al settentrionale da’ Celti, era scalzato anche nell’Italia
meridionale da’ Sanniti, che con le varie loro ramificazioni
fiottavano, minando o fronteggiando, contro le colonie greche; e si
venivano così disegnando nello sfondo come l’ultimo propugnacolo della
resistenza italica e insieme il trionfo de’ Romani.
Mentre questi nuclei già annosi e potenti ruinavano, sgretolandosi
spesso nella loro caduta, Roma era giunta all’egemonia del Lazio, che
andò poi facendo luogo, attraverso resistenze e ribellioni, ad una vera
sovranità di sostanza, se non sempre di forma, e protetta e rafforzata
da quella limitata compagine di cui era il centro naturale. Alleata
con gli Ernici, aveva ridotto in soggezione il paese de’ Sabini, de’
Volsci, aveva messo stabilmente piede sul territorio etrusco con la
presa di Veio; e poteva già, come il falco che si libra per guatarsi
attorno, volgere l’occhio pieno di cupidigie e di fascini alla
circostante regione italiana.
Potevano i Celti irrompere anche vittoriosamente in Roma, ma, privi
com’erano di salda organizzazione politica, di una vera coesione
nazionale, la loro impresa di guerra, con tutte le disastrose sue
conseguenze, rimaneva una tempesta che devasta, schianta ed abbatte,
ma che, quando sia passata, feconda con le stesse piene riversate
su’ campi. Potevano gli Etruschi con ricorrente inquietudine rialzare
ancora il capo, ma come morti galvanizzati, dalle loro tombe che sole
dovevano conservare la traccia misteriosa della loro storia. Le colonie
greche, strette del resto da rapporti d’interesse e di amicizia, fatte
mercato di provviste e di esportazione, potevano sussistere ancora,
dove il ferro e il fuoco sabellico non erano giunti o non ne avevano
trionfato, potevano costituire specie nell’estremo punto d’Italia una
minaccia solo come punti di consistenza di un aiuto straniero. Contro
la possibile riscossa de’ paesi sottomessi, Roma era andata stendendo
le sue colonie e insinuando il suo spirito assimilatore.
Restava, grande antagonista, il Sannio, fiorente di gioventù bellicosa,
ampio di territorio, addestrato alle armi, appoggiato all’Appennino
come ad una rocca. Ma, come le fasi e l’esito del successivo conflitto
hanno rivelato, per le stesse condizioni interne e la natura delle due
compagini, la bilancia doveva finire per pendere dalla parte di Roma.
Roma favorita anche dalla sua posizione topografica, appoggiata alle
rive di un gran fiume, baluardo e sentiero di traffico, in prossimità
del mare, su lievi eminenze messe a cavaliere di un’ampia pianura,
che da un lato si stendeva a perdita di vista, mentre dall’altro con
dolce declivio andava a finire in una accidentata serie di colline e
di montagne, sembrava fatta per essere il naturale centro di gravità
della zona circostante, di cui non raccoglieva soltanto le forze, ma
riassumeva anche la vita, divenendo perciò ben presto, come accadde,
non solo la città egemonica e la signora, l’anima anche di una
compagine, che in periodo di lotta esteriore ha tanto più forza, quanto
più ha fusione ed unità. Questa stessa favorevole posizione topografica
nel centro d’Italia le aveva permesso di polire e elevare l’agreste
stato dell’agricoltore e del pastore col contatto commerciale e civile
delle più varie civiltà e de’ gruppi etnici più diversi, senza che
le subite e mutevoli fortune di una vita esclusivamente commerciale
ne falsassero l’indole o ne sviassero lo sviluppo. Così un senso di
bisogno o un desiderio del meglio che faceva guardare oltre il confine,
un modesto appannaggio che consigliava di andar cauto, una disparità
non grande di fortune, che manteneva, col desiderio e la possibilità
dell’indipendenza all’interno, il reciproco controllo delle varie
classi sociali obbligate ad assistersi e procedere concordi nella
lotta esterna — tutti questi elementi costituivano il sostrato di una
politica nè avventurosa, nè imbelle, nè miope, nè follemente ambiziosa,
per cui la potenza di Roma — col progresso costante della luce solare,
che dissipa le nubi, che si diffonde, che illumina, che riscalda
quando più sale — potè allungarsi su tutto il mondo antico colle armi
vittoriose che sgombravano la via, con i suoi negozianti che, alla
avanguardia o alla retroguardia, ne accompagnavano il passo, con i
suoi agricoltori che, venendo per ultimo, trapiantavano e radicavano
le insegne, il nome, la lingua, le istituzioni della patria sempre viva
e sempre presente in loro stessi. E, come conseguenza e complemento di
tutto questo, una mai fiaccata virtù assimilatrice, che dovunque sapeva
con occhio esperto trovare il punto di fusione, che su tutto metteva
la propria impronta, che a tutto comunicava il suo spirito assumendone
le forme e a tutto comunicava le sue forme assumendone lo spirito,
innestandosi su qualunque ceppo diverso col miracolo del centauro che
innesta sul dorso equino un busto umano, e proseguendo così invitta
la sua corsa per avvincere a sè e in sè, in mirabile fusione, tutti
i popoli, tutte le terre, tutte le civiltà della storia. E questo
miracolo umano della storia si compiva sotto il pungolo dell’interesse,
che, occhiuto si scagliava sulla preda, e prudente, a tempo opportuno,
frenava gli eccessi dell’avidità, adoperando di volta in volta la
generosità che lasciava liberi e ricchi, o la severità inesorabile
che adeguava al suolo le città, colonizzando, invadendo, aggravando,
civilizzando, pacificando, in modo da fare della stessa lotta per
l’esistenza una missione epica ed etica, che dava alla storia il
carattere grandioso e fantastico del poema e toglieva al poema il suo
carattere costringendolo ne’ termini della storia.
Quanto al Sannio — anche senza volere oracoleggiare _ex eventu_,
esagerando il giusto criterio di considerare come una necessità delle
cose gli eventi della storia — quanto al Sannio, si può ben dire che
per la sua ubicazione, per la sua fisonomia topografica e politica, pel
suo grado di civiltà esso doveva rappresentare nella storia piuttosto
l’episodio del valore sfortunato, il quale soccombe lottando per la
propria indipendenza, anzichè la parte del popolo che dà l’indirizzo e
il carattere a tutto un periodo della storia mondiale.
Disseminato per i contrafforti e le valli dell’Appennino, donde
dilagava a’ piani e alle coste sottostanti non per assimilarsene la
civiltà più progredita ma per sopraffarla con l’impeto di una raffica
devastatrice, l’elemento sannita perdeva subito non solo il legame
ma il contatto con le sue stesse ramificazioni più lontane; e anche
le stirpi più vicine, nella mancanza di un centro di attrazione
fatto tale dalla natura de’ luoghi e della vita, permanevano in una
forma federativa, determinata più che altro dalle esigenze della
difesa esterna, senza tuttavia fondersi in un più coerente organismo.
Questo popolo che non aveva potuto trovare nemmeno in sè stesso un
centro preponderante di attrazione, unificatore e moltiplicatore di
tutti i suoi sforzi; a cui, se la mancanza di duttilità, di virtù
assimilatrice e di adattibilità davano maggior potere di resistenza e
maggior riluttanza al soggiogamento, toglievano altresì la possibilità
di un’espansione durevole e pacifica; questo popolo aveva nella
stessa sua posizione eccentrica, rispetto al resto della penisola,
un’altra difficoltà a divenire il centro e la capitale d’Italia, il
nucleo mediano di tanti popoli circostanti spinti a fondersi insieme,
a costituirsi in uno Stato, a comporsi in una nazione. I montanari
disadatti ad un’opera continua e restauratrice di assorbimento e di
rinnovazione erano così destinati a vedere invaniti i loro sforzi
ostinati e a soccombere — come soccombettero — contro il fiottare
sempre più insistente e più gagliardo del popolo che aveva in sè tutta
la virtù germinativa dell’albero ben piantato in suolo propizio e che,
grazie alla forza delle sue radici, per ogni ramo reciso dalla scure o
spezzato dalla bufera, spande meglio, con vendetta allegra, nell’aria
una più lussureggiante dovizia di germogli e di rami.
E dopo il Sannio venne la volta di Taranto, la colonia greca più
fiorente, piantata sul porto più bello, che aveva accarezzato benchè
senza fortuna il sogno di un largo dominio territoriale alle sue
spalle, ma che stava sempre là come una sentinella avanzata e un
punto di approdo della razza greca, come un pomo della discordia tra
l’elemento ellenico e quello che per gli Elleni prendeva anch’esso nome
di barbarico.
Sino a questo punto Roma si era trovata nella condizione favorevole
di non avere a lottare contro l’intervento di una potenza straniera
bene organizzata; chè tali non erano i Galli; e dall’ingerenza de’
Siracusani e de’ Cartaginesi, limitati a difendere l’egemonia del
mare, i Romani non avevano tratto che vantaggio nella lotta contro gli
Etruschi.
Il provocato intervento di Pirro fu la prima avvisaglia della nuova
potenza occidentale con la potenza orientale che, avendo ora raggiunto
il suo apice, si avviava per la curva discendente della parabola;
ma fu soltanto un’avvisaglia. Pirro, più capitano che principe, più
cavaliere di ventura che conquistatore, neppure affatto sicuro del suo
nido epirota, potè essere efficacemente e vittoriosamente combattuto,
su terreno non suo, in battaglie che lo sfibravano anche quando
avevano forma di vittorie, tra le crescenti diffidenze de’ suoi stessi
alleati d’Italia, che proprio mentre cominciavano ad accorgersi d’avere
importato un padrone mentre chiamavano un mercenario — si sentivano
per la prima volta davvero attratti verso Roma e s’accorgevano d’essere
congiunti ad essa da legami etnici, geografici, politici.
Con la vittoria avuta su Taranto, Roma era omai giunta al confine
meridionale d’Italia; e, in cospetto del mare che cingeva e limitava la
penisola, in vista del biforcato Appennino che apriva le braccia come
un anfiteatro e un altro baluardo, potè sembrare a molti che si fosse
chiusa la storia di Roma. Con l’anno che segna la presa di Taranto (482
a. u. c. — 272 a. C.), Roma si trovava già di avere sparso per l’Italia
come sentinelle della sua egemonia, come pionieri del suo nome e della
sua civiltà ben trentatre colonie latine e romane[117], e pochi anni
appresso (266 a. C.) repressa la sollevazione di Reggio e del Piceno,
vinti i Salentini, era omai esteso ed assodato l’impero di Roma su
tutta quella parte della penisola che, — sin quando il nome non ne fu
spinto più oltre a’ confini naturali — s’intese sotto il nome d’Italia.
Ma a più d’uno quello stesso mare, sul cui sfondo a breve distanza si
disegnavano le coste della Sicilia e della penisola balcanica, posti
avanzati dell’Africa e dell’Oriente, doveva apparire come un nuovo
e maggiore campo di lotta, un mobile ponte verso un ignoto e più
fortunoso avvenire.
In realtà non si era chiusa la storia, ma un periodo soltanto della
storia di Roma: un altro se ne apriva più vario e più grande.
Questo fantastico miraggio della pace, che ogni allargamento di confini
pareva dover realizzare, in realtà non faceva che spostarsi con lo
stesso spostarsi de’ confini, e, vera fata morgana della vita, traeva
a sè sempre più oltre, dissimulando agli occhi allettati ed illusi i
baratri che si schiudevano innanzi a’ piedi.
Oltre quel mare pieno di lusinghe e di promesse, gravido di tutti
i pericoli e le attrazioni dell’ignoto, sulle sponde estreme, che,
cingendolo, ne segnavano i confini, erano le membra divise di quello
che era stato l’ultimo e più grande impero della storia, ma che pur
così divise — gloriose di antiche tradizioni e del prestigio più
recente, ricche di risorse e ridivenute, nello spezzarsi del più grande
impero, esse stesse centri di commercî, di civiltà e di cultura —
rappresentano una potenza e una minaccia. Erano la Macedonia, la Siria,
l’Egitto.
Rimpetto, appena oltre la Sicilia, quasi in vista, era Cartagine,
disputante vittoriosamente all’elemento ellenico il dominio del
Mediterraneo occidentale.
Ma la Grecia, ma la Sicilia specialmente, due antemurali verso
l’Oriente e verso l’Africa, erano anche due ponti, che, disputati, si
convertivano naturalmente, com’era accaduto prima, come accadde poi, in
due grandi e quasi perpetui campi di battaglia.
Così, non un preordinato piano di conquista e uno schema d’impero
da tradursi in atto — quale sembra apparire dalla storia — ma una
necessità storica, determinata di volta in volta da difese che si
convertivano in aggressioni, da interventi precauzionali o lusingatori
che divenivano occupazioni, portava i Romani ad estendere il loro
dominio con la sembianza del primo piccolo cerchio di un’acqua
percossa, che si dilata in tanti cerchi maggiori, propagandosi, finchè
il moto dura, sino all’estremo. E da’ fatti stessi il senso di questa
necessità storica si traduceva nelle menti e diveniva prima in alcuni,
poi ne’ molti, — come la fortuna secondava e i contrasti scemavano ne’
più o in tutti — politica di espansione, politica _imperialista_ come
oggi si direbbe, per cui l’_urbs_ si mutava nell’_orbis_, e l’umile
rifugio di pastori del Palatino diveniva il centro della terra abitata,
l’ombelico del mondo, l’erede e il crogiuolo di tutti gl’imperi e di
tutte le civiltà preesistenti.
Prima a scoppiare fu la lotta con Cartagine, che, ingaggiata da
prima per la protezione e poi pel possesso della Sicilia, non tardò a
rivelarsi, nella sua durata secolare (490-608 a. u. c. — 264-146 a. C.)
una vera lotta mortale, e finì, nella sua terza fase, secondo l’indole
del mondo antico, col completo annientamento della rivale soccombente,
con la sparizione di Cartagine.
Era questo — più che non ogni altro, avvenuto in passato tra potenze
navali e terrestri — il duello della balena con l’elefante.
L’elemento fenicio, duttile, pieghevole, forte di tutti i vantaggi e
gli espedienti dell’adattamento divergente in Oriente, si era trovato
dalla necessità delle cose educato alla resistenza ed alla lotta in
questo suo rifugio d’Occidente, onde non aveva altro scampo; e dove,
alla fine, sopraffare od essere sopraffatto, era divenuto un dilemma
senza uscita, e non era possibile scorrere i mari senza dominarli,
nè commerciare senza combattere e conquistare. Ma a combattere e
conquistare si adattò sopratutto per mezzo di mercenarî, in modo che,
come assai felicemente è stato osservato, anche la guerra per esso
divenne una specie di traffico. E l’arte di governo, il dominio, la
politica erano anch’essi in fondo riguardati come un affare trattato
col colpo d’occhio, ma anche con la corta veduta dal mercante e
rovinato con l’avidità che vuol trarne troppo frutto in una volta.
Ridotta a una oligarchia chiusa, Cartagine, finiva così per vivere
isolata, non solo rispetto a’ sudditi e a’ possessi più lontani, ma in
mezzo allo stesso suo dominio africano, col legame lento e temporaneo
del traffico, che mette spesso i due contraenti di fronte come due
schermidori se non come due nemici, imperando e procedendo attraverso
e mediante tutto un sistema di diffidenze, senza virtù assimilatrice,
senza quella veramente romana arte d’imperio che trasforma, che fonde,
che congiunge per mille vie con un vero processo di concrescenza il
dominato al dominatore.
Al cozzo con questa sua prima davvero grandiosa rivale, Roma procedeva
con tutta la forza, l’energia, la virtù perseverante e penetrativa
del suo popolo di agricoltori da’ progressi lenti ma stabili, che
dissoda il campo e fabbrica la casa dove il mercante ha piantata la
tenda, col sostegno di quelle stirpi italiche, che, anche attraverso
qualche risorgente proposito di defezioni e i dissidî di una
condizione disuguale, si sentivano nondimeno strette da comunanza di
aspirazione e d’interesse, costituendo per Roma una base e uno schermo
nel suo progresso verso l’Impero universale. Così potè accadere che
la battaglia di Canne fosse soltanto una ferita larga e sanguinosa
cicatrizzata con relativa sollecitudine, mentre la battaglia, forse
meno disastrosa, di Zama, fu colpo mortale che pose fine alla guerra
di rivincita, minacciando l’esistenza stessa di Cartagine; così accadde
che, mentre Annibale in vista di Roma non aveva potuto osare l’assedio
e l’assalto, Roma potè, nell’ultima fase della guerra, stringere da
vicino Cartagine e spianarla.
La lotta con Cartagine, oltre a tutti gli effetti diretti inerenti
al grande conflitto, aveva avuto la conseguenza di attrarre Roma in
tutti gli avvolgimenti e i contrasti della politica estraitalica; e
la seconda guerra punica, primieramente divampata in Ispagna, non era
ancora finita, e già altre nubi, suscitate da nuove gelosie, da nuovi
temuti o incipienti conflitti d’interesse, addensate dall’instancabile
odio di Annibale, si stendevano dall’Oriente per approdare, gravide di
procella, alla guerra tre volte rinnovata con la Macedonia, a quella
con la Siria. La lusinga, prima accarezzata in certi circoli della
classe dominante romana, di risolvere que’ confitti in un’egemonia di
Roma su di un sistema di Stati ridotti a considerarla come arbitra,
urtò primieramente contro l’instabilità di una simile posizione e
il conseguente risorgere de’ conflitti, invano risoluti, e delle
guerre inutilmente vinte; mentre la forza delle cose, che si rivelava
nell’incompatibilità di un’ulteriore coesistenza, ne’ bisogni crescenti
di Roma, nella dilagante attività economica e avidità delle sue classi
dominanti, portava irresistibilmente a fare di quegli Stati prima de’
tributarî e poi de’ sudditi, avendo l’epilogo nella distruzione di
Cartagine e in quello di Corinto.
Così dalla parte d’Oriente, Roma non aveva a guardarsi che per
proteggere o per dilatare i suoi confini, come fece nelle guerre più
tarde della Repubblica, nella mitridatica, nella conquista di Egitto,
episodio dell’ultima guerra civile, nella guerra dell’Impero contro
ribellioni più o meno ostinate di popoli soggiogati e contro i Parti,
gli Armeni fiottanti a’ confini.
Assicurata da quella parte, Roma allungava la mano sulla Numidia,
riprendeva l’ascensione verso il Nord interrotta dalla seconda guerra
punica, legando all’Impero l’impresa, omai dall’evento rifranta e
riflettuta come missione, di fare de’ confini del mondo conosciuto e
del mondo romano una sola ed unica cosa e riuscendo così, attraverso la
guerra tante volte secolare, al solo temporaneo periodo di pace, che il
mondo antico pareva promettere e consentire, l’unione di tutti i popoli
in un dominio, sotto un solo imperio; una pace figlia della forza,
legata a una catena, comunque dissimulata dal tempo e dall’adattamento,
troppo artificiale per essere durevole, troppo costosa e inquinata di
parassitismo per riuscire appieno feconda, troppo piena di antagonismi
mal costretti per cementare i varî elementi in un organismo e impedire
che dal loro seno stesso risorgessero altri conflitti più volte
secolari.
A tutto, intanto, questo ampliamento progrediente del dominio romano,
che dall’esterno e nel suo complesso appare nell’aspetto di una forza
che si esplica con moto continuo e in un solo senso, corrisponde
all’interno dello Stato un contrasto di forze e d’indirizzi di cui quel
movimento non è che la risultante.
Già la storia tradizionale è tutta penetrata dal dissidio interno, in
cui si ripercuote, nelle sue premesse e nelle sue conseguenze, ogni
azione di guerra; e, se la tradizione non può essere accolta in questo
come espressione del _certo_, può aversi in conto come riflessione del
_vero_, secondo il concetto del Vico, e vale nelle sue linee generali
sia come proiezione in tempi più antichi di lotte venute posteriormente
a farne più visibili le proporzioni maggiori, sia come interpretazione
data dalla coscienza nazionale di più remoti ma non alieni rapporti di
vita.
Nella versione così di Dionigi, come di Livio, la tradizione lascia
spesso trasparire il desiderio di pace che fa argine al partito della
guerra, e il più delle volte la guerra s’inizia tra la reluttanza e
la resistenza aperta della plebe, o come diversivo di una sedizione
interna, o come una concessione della plebe in cambio di promessi
alleviamenti economici e di ottenute riforme costituzionali.
«..... Quanto è bella cosa — fa dire Dionigi[118] perfino a Coriolano —
che ognuno si abbia il suo e vivasi in pace: quanto pregevole che niuno
tema nè i nemici, nè i tempi; e come è biasimevole che chi ritiene
l’altrui si esponga senza necessità alla guerra con pericolo delle cose
anche proprie.....».
E Livio, alla sua volta, tra le altre cose accenna a un dissidio tra il
partito della pace e quello della guerra tra i Sabini[119]; e, presso
i Latini, tanto è l’odio della guerra e la brama della pace, dopo la
tradizionale battaglia del lago Regillo, che non si rispetta nemmeno
il carattere sacro degli ambasciatori volsci incitanti alla guerra, e,
contro il diritto delle genti, se ne fa la consegna a Roma[120].
«Una moltitudine ingente d’invocanti la pace atterrì con clamore
sedizioso i consoli passanti in rassegna le legioni»[121] per la
rinnovata impresa contro i Volsci. «Consoli e senato» — in questa
impresa contro Coriolano — «in niente fuorchè nelle armi riponevano la
loro speranza, la plebe tutto preferiva alla guerra»[122].
La guerra provocata per riversare all’esterno l’inquietudine interna
e sopirla col cercarle una nuova mèta e un nuovo sfogo, è motivo che
ricorre con frequenza così nell’uno come nell’altro storico delle
origini di Roma[123]; ma occorre lo scalpitare de’ nemici alle porte
per riuscire a stento e dopo molto tentennare e molto promettere, se
non molto concedere, a trarre nel turbine della guerra i dissenzienti.
Spesso anzi il dissidio interno riaccende e fortifica l’avversione alla
guerra.
«Non appena fu bandita — dice Livio[124] — [la nuova guerra contro i
Veienti (447 a. u. c.)] ecco la gioventù fremere che non ancora si era
usciti dalla guerra con i Volsci, e pur mo’ erano stretti di assedio
due presidii, che si ritenevano ancora con gran pericolo; non passava
anno in cui non si venisse a battaglia campale, e, quasi che non se
ne avesse abbastanza, si preparava una nuova guerra con un popolo
confinante e potentissimo, che avrebbe suscitata a favor suo tutta
l’Etruria. I tribuni della plebe, per soprassello, soffiano su questo
malcontento sorto spontaneamente. La guerra maggiore, van dicendo, è
tra la plebe e i patrizi: a disegno perciò la si espone a’ travagli
della guerra e alle armi de’ nemici, la si ricaccia e relega lontano
dalla città, perchè non agiti stando in patria a riposo, non si occupi
di libertà, di colonie, di demanio pubblico o di libero diritto di
voto».
Questo sospetto reale o immaginario, spontaneo o fomentato, della
guerra suscitata come un diversivo, traeva tanto più le classi
inferiori e più disagiate della popolazione a patteggiare la loro
cooperazione, esigendo alleviamenti nel diritto rigoroso e crudele
delle obbligazioni, guarentige politiche di una maggiore tutela in
ogni campo della vita sociale; e così l’atteggiamento discorde verso
la guerra, naturalmente provocato dalla diversità degl’interessi e
dalla repugnanza a una vita di continui pericoli, cresceva per ragione
artificiale con lo studiato calcolo della resistenza.
Col graduale scostarsi, poi, della guerra dalle più immediate adiacenze
del territorio cittadino, mentre la guerra diveniva meno urgente e di
utilità generale meno immediata, cresceva di durata, di difficoltà, di
dispendio.
È vero che il territorio de’ nemici era in tal caso usufruito ad
alimentare l’esercito invasore, che anzi talvolta la guerra si
proponeva come scopo principale di cercare alimento a una parte del
popolo a spese del nemico[125]; è vero che per l’imprescindibile forza
delle stagioni e della economia agricola si regolavano il contingente e
le fasi della campagna in modo da non sconvolgere troppo la produzione
agricola; ma, quando la guerra era troppo lontana e l’azione si
prolungava troppo inevitabilmente e il territorio nemico già devastato
e non tornato a coltivare non forniva più il necessario alimento, la
guerra approdava a un altro genere di difficoltà più gravi forse della
stessa azione militare.
Fu così che, durante l’assedio di Veio, lo Stato si vide costretto (348
a. u. c. — 406 a. C.) ad assumersi esso l’obbligo di una indennità di
guerra a’ cittadini militanti; e, con felice e naturale intuito della
situazione dice Livio[126]: «niente si dice che sia mai stato accolto
con tanto gaudio dalla plebe».
Ma questa gioia dovette ben presto temperarsi quando anche quel
provvedimento cominciò a mostrare i suoi inconvenienti.
Secondo l’ordinamento che va sotto il nome di Servio Tullio, e finchè
innovazioni non s’introdussero tra la seconda e la terza guerra punica
e successivamente, il servizio militare nelle legioni ricadeva tutto
su quelli che avevano un censo di undicimila assi; e, oltre al pesante
servizio militare, questi stessi erano, per la loro parte, soggetti al
_tributum_, prestito forzoso che lo Stato si obbligava di restituire;
ma la restituzione, naturalmente subordinata alle condizioni
finanziarie dello Stato, era così incerta o per lo meno irregolare,
che le molestie e i danni della gravezza finivano per esserne di poco
attenuati.
Come compenso a questa gravezza personale e reale, doveva in certo modo
valere il bottino di guerra, che andò crescendo a misura che la guerra
fu portata in paesi più ricchi, ma che, d’altra parte col procedere
del tempo, non fu attribuito tutto a’ soldati, bensì nella proporzione
voluta dal comandante.
V’era pure un altro vantaggio nelle assegnazioni sia coloniarie che
viritane, individuali, della parte di territorio tolta non solo di
diritto ma anche di fatto al nemico vinto ed avocata allo Stato.
In questa colonizzazione, subordinata e inspirata da prima a ragioni
prevalentemente militari, si vennero a grado a grado contemperando
scopi anche essenzialmente economici e sociali; sicchè Roma, molte
volte e per molto tempo, trovò in essa uno sfogo alle agitazioni e
al malessere interno, un vivaio della sua popolazione e della sua
forza militare e al tempo stesso un mezzo, oltre che di dominare,
di diffondere il suo nome e la sua costituzione e di assimilare le
popolazioni soggette.
Ma un così lungo sèguito di guerre non poteva fare a meno di
stremare una popolazione per sè stessa limitata; e l’immiserimento
progressivo dipendente dalla continua sottrazione di tante forze vive
all’agricoltura, esercitando i suoi ultimi tristi effetti, complicava
continuamente il problema sia sotto l’aspetto economico che sotto
quello demografico con le sue conseguenze militari e politiche.
Mentre, appunto dopo la prima guerra punica, la rogazione di C.
Flaminio per l’assegnazione di terre nell’agro piceno e gallico mirava
ad assicurare alla plebe rustica, alla piccola proprietà fondiaria
un nuovo campo propizio al suo rigermogliare, sopravvenne la seconda
guerra punica con tutte le devastazioni e le sciagure dell’invasione
annibalica.
Al tempo di Polibio, per una innovazione introdotta probabilmente da
poco, forse intorno al 566 a. u. c.[127], con provvedimento pregno di
gravi conseguenze politiche, si abbassò a 4000 assi il censo richiesto
pel servizio nelle legioni, mentre, anche quelli che avevano un censo
inferiore a 4000 assi, erano chiamati a prestar servizio nella marina.
Ma, mentre un tale ordinamento non faceva altro, sottraendo forza
all’agricoltura, che far succedere sempre più il latifondo alla piccola
proprietà, il pascolo al terreno sativo, il lavoro servile al lavoro
libero, riesciva tuttavia insufficiente alle cresciute esigenze della
politica internazionale e della guerra trasportata su di una così larga
zona in paesi lontani.
L’avversione ad ogni nuova impresa di guerra da parte di questa plebe
rustica, che costituiva ancora il nerbo della forza combattente, si
mostrava in ogni cosa. Solo le minacce, abilmente fatte balenare e
fatte valere, di un’altra invasione in Italia[128] fecero compiere la
prima guerra macedonica, a cui si portavano truppe protestanti a gran
voce contro il nome ad esse dato di volontarie[129]. Il reclutamento
di schiavi, di volontari, che comincia quind’innanzi a non essere
più raro, gli espedienti de’ Latini per isfuggire alla coscrizione,
mostrano la difficoltà del reclutamento ordinario. All’estremo opposto,
in Ispagna, quanto più persisteva la guerra, tanto più suscitava
ripugnanze e stentava a trovare forze combattenti, finchè non soccorse
con l’incitamento, con l’azione sua personale, con l’esempio, Scipione
Emiliano.
Di queste tendenze e di questi bisogni fu espressione la politica degli
Scipioni, che, appoggiati al medio ceto campagnuolo, cercavano di far
prevalere un indirizzo per cui Roma riuscisse a mantenere la propria
egemonia, rispettando certe suscettività, un certo grado di autonomia
delle regioni transmarine, e così si scongiurasse l’evento di guerre
lunghe, difficili e frequenti.
Ma questa politica di mezzi termini, come si è accennato, non riuscì
a prevalere che per poco e andò presto a rompersi contro tutte le
difficoltà delle condizioni sia interne che esterne.
Catone il censore volle invece affrontare la situazione direttamente,
rompendo per sempre con impeto vigoroso la resistenza e favorendo la
persistenza e la rinascenza del medio ceto campagnuolo col combattere
il lusso e determinare il ritorno a’ campi specie con un sistema
d’imposizione, che, gravando sui bisogni voluttuarî, facesse al tempo
stesso sopportare le spese della guerra a’ più ricchi e spingesse i
capitali verso le forme d’impiego più produttive. Una più oculata e
rigorosa amministrazione, poi, una larga distribuzione del bottino a’
soldati dovevano contribuire alla loro volta a restaurare le finanze
del medio ceto e far convergere a loro vantaggio tutti gli accresciuti
cespiti dello Stato.
Questo indirizzo, che Catone voleva dare allo Stato, si rivelava
sinteticamente in quei motti brevi e concettosi con cui egli soleva
spiegare e commentare una sua azione o ribattere e castigare un
avversario; come quando, distribuendo dal bottino della Spagna una
libbra d’argento ad ogni soldato aggiunse «esser meglio che molti
Romani riportassero a casa argento che non pochi oro»; e quando disse
che la «guerra deve alimentarsi da sè».
Intanto gli allargati orizzonti, il più ampio campo d’azione, la
cresciuta quantità de’ bisogni e de’ rapporti avevano creato nello
Stato tanti altri nuovi fini, tendenze, contrasti, tanti altri nuovi
fattori, massime della politica sia interna che esterna, influenti
l’uno sull’altro; e, non solo la guerra e la pace non andavano più
soggetti a quelle ben delineate alternative e a quelle semplici forze
agenti che ne determinano le vicende nelle condizioni dell’antica più
semplice vita romana, ma le vedute in apparenza più semplici erano
non di rado deluse dagli avvenimenti successivi e approdavano per
ulteriori complicazioni a fini non preveduti e anche opposti, mentre
nuovi e vecchi interessi ora si trovavano a cooperare sul terreno
dell’opportunità, ora venivano di nuovo in contrasto.
La classe dominante si era andata biforcando nelle due categorie
de’ grandi proprietari fondiarî e de’ capitalisti, ora in conflitto
tra loro, ora alleati, come la plebe si era andata scindendo in
urbana e rustica, possidente e proletaria, con interessi non di rado
diametralmente opposti.
A tratti a tratti questi dissidî si risolvevano in maniera più
pronunziata, finchè non cercavano e ritrovavano un modo di composizione
a spese degli elementi esterni.
La controversia per la terza guerra punica che nello stesso acuto
Polibio[130] appare troppo avvolta di legalità formali, appariva già
da qualche tempo ad un accuratissimo interprete dell’antichità[131]
come un dissidio in cui Catone e il ceto commerciale combattevano
rispettivamente la concorrenza de’ cereali esiziale al ceto agricolo
italico e la risorgente rivale commerciale, mentre i latifondisti
allevatori d’armenti, con a capo Scipione Nasica, difendevano nella
conservazione di Cartagine il mercato di bestiame sempre più proficuo
con la progrediente messa a cultura della terra d’Africa.
E, con Cartagine, cadde contemporaneamente l’altro malvisto emporio
commerciale, Corinto.
Parve poi venuta la volta di Rodi, ma la sua colpa poteva apparir lieve
e contro di essa questa volta lottava una sola categoria d’interessi:
si approdò a un accomodamento tra il sentimento, la giustizia e
l’interesse delle classi commerciali: Rodi rimase, ma menomata,
umiliata, depressa, con Delo alle spalle, elevata a privilegiata
concorrente.
Il dominio romano intanto si era così allargato con la cooperazione
più o meno entusiasta, più meno sforzata di tutti, in ossequio alla
prevalente forza delle cose e all’azione decisiva degli interessi
presenti: obbedendo agli stessi agenti, spiegava ora obbiettivamente
tutta la sua azione realizzando e appagando le speranze di alcuni,
deludendo e magari deridendo le illusioni di altri.
Con la distruzione di Cartagine non era nè cessata, nè ridotta la
concorrenza a’ cereali italici, e il latifondo si estendeva sempre
più, ricacciando continuamente il ceto medio espropriato nella città,
spingendolo verso la voragine in cui scompariva.
Il dominio romano s’era ampliato ma non per ricostituire fuori d’Italia
il decadente medio ceto italico. Nè l’aristocrazia fondiaria lo
voleva, nè conveniva a’ capitalisti; nè Roma e l’Italia senza esaurirsi
potevano scaricarsi di una popolazione già declinante; nè probabilmente
gli stessi eventuali coloni erano allettati dalla prospettiva di essere
trapiantati in paesi lontani, tra popolazione mal domite e talora
in istato di barbarie, rinunziando all’esercizio effettivo de’ loro
diritti politici.
Il dominio fu quindi ordinato per provincie, in linea di principio
a tutto beneficio dello Stato, in linea di fatto a massimo se non
esclusivo vantaggio dell’ordine senatorio chiamato a governarle
con autorità quasi vicereale, a vantaggio de’ capitalisti ammessi a
sfruttarle come appaltatori, pubblicani, parassiti di ogni grado e di
ogni forma.
Tante guerre, insieme alla terra e a’ capitali, avevano anche dato con
la schiavitù lo strumento animato, automatico per mettere a profitto
l’uno e gli altri; e il medio ceto rustico, premuto, incalzato dal
latifondo, fatto proletario, veniva anche in questa nuova veste,
stretto e vessato dalla deprimente affamatrice concorrenza del lavoro
servile.
Allora le speranze, le brame e i bisogni, che avevano cercato
appagamento all’esterno, ricacciati entro i confini stessi d’Italia
riarsero ivi più forte, come forza compressa che, vicino allo scoppio,
cerca un ultimo sfogo, con aria minacciosa di tempesta.
Abili concessioni suggerite da una politica piena di perspicacia e di
tatto posero per un momento i capitalisti dal lato della plebe, con
cui potevano far causa comune questa volta anche perchè l’assegnazione
dell’agro pubblico italiano non intaccava l’ordinamento provinciale e
lasciava loro mano libera in questo.
Le resistenze erano molte e bene organizzate, quali potevano essere
quelle dell’aristocrazia fondiaria, che s’era appropriato l’agro
pubblico, ma gagliardo e potente era anche l’assalto, e la sua maniera
di eliderlo era quello di deviarlo, come fu fatto.
Piuttosto che leggi agrarie, leggi frumentarie; piuttosto che terra
da coltivare, pane da raccogliere sul Foro; pane e doni e feste e le
bricciole del banchetto de’ dominatori.
La composizione avvenne sulle basi di un comune parassitismo, tutto a
spese de’ dominati.
Con la fine della guerra perseica (167 a. C. — 587 a. u. c.) cessò il
prelevamento del tributo in Italia, sicchè quel che restava e poteva
ancora sussistere dalla piccola proprietà, n’era alleviato, mentre,
al tempo stesso, si vedeva messo al sicuro di un’altra campagna, come
l’annibalica.
Le classi dominanti imperavano, arricchivano, smungevano, corrompevano,
diguazzavano nel lusso e nel piacere.
Il proletariato, specie l’urbano, oltre agl’impieghi in cui poteva
vincere o sostenere la concorrenza servile, aveva aperto l’adito alla
corruzione elettorale, alle distribuzioni di frumento: a tutti gli
espedienti del parassitismo pubblico e privato.
Un altro sfogo s’aperse — naturale conseguenza di questa condizione di
cose — al proletariato, e fu la milizia, dischiusa sotto Mario a tutti
senza distinzione di classi e di possesso, e che cominciò a costituire,
specie per tutti i detriti sociali, una professione, una carriera, un
mezzo di sussistenza, onde s’usciva infine col gruzzolo del bottino
risparmiato, con la scorta della terra assegnata al veterano, specie ad
occasione delle guerre civili.
Parve un equilibrio, e, per quanto mutabile, mal fido, roso da un
intimo vizio, era tale pel tempo; e trovò la sua espressione pratica
nell’Impero, che, gravitante a lungo sotto forma di cesarismo,
instaurato sotto forma di una transazione tra il principato cesareo
e l’ordine senatorio, degenerato in una dispotia, appariva pur sempre
come l’unico centro di gravità di tanti elementi discordi, come l’unico
mezzo di soggezione del dominio e la guarentigia di una pace, di cui
una serie di concentriche oligarchie, che dall’Italia anelavano alla
Corte imperiale, raccoglievano i frutti, ma di cui anche l’intero
dominio, pure sfruttato com’era, sentiva e godeva i vantaggi.
In quell’immenso dominio, che omai abbracciava quasi la terra abitata
(οἰκουμένη) la guerra omai, ridesta da contese di successione o da
ribellioni, riardeva solo come fuoco che irregolarmente divampa, e per
poco, da’ resti di un incendio, o vagava incerta intorno a’ confini,
come fiamma, che lambe a sbalzi, come per tentarlo, un tronco non
ancora invecchiato, senza potervisi tuttavia apprendere e penetrare
oltre la scorza.