Mirar credeste di un nemico il volto

dice Nausicaa alle compagne sorprese e spaventate dalla vista

inaspettata di Ulysse naufrago.

Non fu, non è, e non fia chi a noi s’attenti

Guerra portar, tanto agli Dei siam cari.

Oltre che in sen dell’ondeggiante mare

Solitari viviam, viviam divisi,

Da tutto l’altro della stirpe umana[29].

E, a compiere con un ultimo tocco, l’azzurra visione:

...... che de’ Feaci

Non lusingano il core archi e faretre

Ma veleggianti e remiganti navi

Su cui passano allegri il mar spumante[30].

Ma lo stesso poema, che, precorrendo con la fantasia e col desiderio

la realtà, carezzava immagini lusingatrici di pace e fingeva in

beate solitudini pacifiche popoli al riparo della guerra, formicolava

tutto di agguati da sventare, di pericoli da schivare combattendo,

di Giganti, di mostri, di avidità cieche, di amori prepotenti, di

oppressioni intollerabili e impazienti della rivendicazione e suonava

tutta attraverso di esso

La forza invitta dell’ingordo ventre

Per cui cotante l’uom dura fatiche

E navi arma talor che guerra altrui

Dell’infecondo mar portan su i campi[31].

Sicchè il poema universale riusciva così a cogliere anche meglio in

tutti i suoi contrasti, nelle sue angustie e nelle sue aspirazioni,

nella sua forma concreta e nella sua proiezione ideale la vita del

tempo in mezzo a cui sorgeva o si andava svolgendo o modificando.

Un altro poeta ora compariva che, raccogliendo il sentimento di

orrore della guerra, andava anche più in là, guardando a fondo di

quel contrasto e indicando, con le origini della guerra, il modo di

eliminarla.

In Esiodo la guerra torna con lo stesso triste accompagnamento

simbolico che ricorre in Omero, scortata dalla Morte, dalla Contesa,

dal Tumulto, dal Terrore, dalla Fame, vigilata dalle Parche, con le

donne che dalle torri piangono e si lacerano le guance alla vista

della strage e i vecchi trepidanti per la vita de’ figli; e, anche

nello scudo di Eracles, il poeta si compiace a figurare pacifiche

scene campestri di mietitori che falciano il pingue raccolto[32] e

di vendemmiatori che tripudiano nell’abbondanza della vendemmia[33].

Gli stessi paragoni omerici degli avvoltoi, de’ leoni, del cignale,

de’ massi che precipitano ruinosamente[34], se sono adoperati ancora

a descrivere il conflitto di due combattenti, sembra quasi che vi

ritornino per accrescere l’orrore della cosa, senza che il poeta

s’indugi, compiacendosi per artistico godimento, a lumeggiare in tutti

i loro contorni quelle scene mirabili di terribile grandiosità e di

drammatico furore.

Il segreto dell’avvenire, della fortuna, della vera prosperità è per

Esiodo riposto nella giustizia. «Quelli che s’inspirano alla giustizia

ne’ loro rapporti con gli stranieri e con gl’indigeni e in niente

si dipartono dal giusto, quelli vedono fiorire lo Stato e il popolo

prosperare dentro di esso; pel paese è la pace altrice di giovani, nè

Zeus dall’ampio volto va macchinando per essi una terribile guerra,

nè mai con gli uomini giusti si accompagna la fame o la sventura

vendicatrice; si spartiscono bensì ne’ banchetti festivi il frutto

sudato del loro lavoro. Per questi la terra porta abbondante alimento

vitale, la quercia ne’ monti dà ghiande dal vertice e api dal seno,

le pecore vellose sentono il peso della lana abbondante, le donne

partoriscono figli simili a’ genitori, ed essi prosperano continuamente

ne’ beni, nè vanno errando sulle navi, chè il campo donatore di

frumento reca la sua messe»[35].

E indi soggiunge: «o Perse, tu figgiti bene in mente tutto questo

e sii ligio alla giustizia e tieniti completamente alieno dalla

violenza. Poichè questa norma impose agli uomini il Cronìde: che i

pesci, le fiere, gli uccelli possono divorarsi tra loro, dacchè non vi

è giustizia tra essi; ma agli uomini dette la giustizia ch’è la cosa

di gran lunga più bella. E se qualcuno, sapendo, voglia parlar cose

giuste, a lui Zeus dall’ampio volto dà la prosperità..... Sapendo delle

nobili cose, io te le dico, o gran buon Perse».

E prosegue, infatti, incitandolo al lavoro: «Lavora, o Perse, lignaggio

divino, affinchè la fame t’abbia in orrore e t’ami invece la ben

coronata Demetra pudica ed empia di alimento il tuo magazzino. Poichè

la fame è assolutamente degna consorte dell’uomo inoperoso. Con lui

si sdegnano uomini e Dèi perchè vive inerte, simile nell’orgoglio a’

fuchi, che, mangiando oziosi, distruggono quello che a gran pena le

api hanno fatto lavorando: a te sia caro attendere ad opere adeguate,

perchè, a tempo opportuno, i granai ti si riempiano di viveri.

Lavorando gli uomini divengono ricchi di gregge e ragguardevoli, e

lavorando sarai molto più caro agl’immortali e agli uomini, poichè

essi hanno assai in abbominio gl’ignavi. Il lavoro non fa vergogna:

fa vergogna l’inerzia. Che se lavorerai, ben presto ti emulerà

l’ozioso vedendoti ricco: alla ricchezza si accompagnano e forza e

gloria [che tu sia tale per la divinità! assai meglio è lavorare, se

volgendo l’animo improvvido da beni alieni al lavoro, cercherai di

tirare innanzi come io ti comando]...... le ricchezze non si debbono

acquistare per rapina: molto migliori son quelle largite dalla

divinità. Poichè, se anche alcuno riesca a fare, per violenza di mano

una grande fortuna, o depredi col mezzo della lingua, come molte volte

accade, quando lo spirito di guadagno inganni l’animo negli uomini

e l’impudenza discacci il pudore; facilmente gli Dèi l’accecano e

l’azienda domestica va a male per un tale uomo, e dopo poco tempo se ne

va la fortuna»[36].

Il poeta che odia la rapina come «apportatrice di morte», ha fede

invece nell’opera produttiva assidua e non interrotta, e crede

nel risparmio e l’inculca. «Poichè, quando tu aggiunga anche il

poco al poco e faccia ciò spesse volte, ben presto il poco diverrà

assai: quei che aggiunge a ciò che già vi è, quegli scaccia la fame

divoratrice»[37].

Esiodo fa quindi dipendere la pace e il fiorire della famiglia e della

società da questo indirizzo per cui l’uomo, anzi che volgersi alla

rapina, sviluppa egli stesso col suo lavoro la produzione e crea per

opera propria e senza danno degli altri il suo benessere. Il poeta è

tanto compreso di questo modo di vedere, che l’età di Crono, l’epoca in

cui gli uomini vivono senza violenza e senza offese, a lungo, tra danze

e banchetti, onorando gli dèi, morendo in tarda età con la placidezza

di chi si assopisce nel sonno, è anche il tempo in cui «il campo datore

di frumento portava da sè, spontaneamente (αὐτομάτη) frutto largo,

abbondante; ed essi di buon animo e pacifici si ripartivano i lavori

con i molti valenti, ricchi di greggi, cari agli dèi immortali»[38].

Esiodo veramente non si dissimula l’antagonismo, onde germogliano le

contese tra gli uomini, ma lo concepisce sotto un doppio aspetto e

mira a formularlo ed educarlo nella sua manifestazione più civile:

«Non una sola dunque era la specie delle contese, ma ve ne sono due

sulla terra: l’una da chi sa può essere trovata degna di lode, l’altra

è biasimevole, e tengono l’animo diviso. L’una proterva, fomenta la

triste guerra e la pugna; e il mortale non l’ama, ma, sotto l’impero

della necessità, per divisamento degli dèi, onora la grave contesa.

L’altra la generò per la prima la notte tenebrosa, e il Cronìde che

regna dall’alto, abitando nell’aria, la pose nelle radici della terra

molto migliore fra gli uomini. Questa eccita anche l’inerte al lavoro.

Poichè alcuno bramoso di lavoro, credendo un altro ricco, si affretta

ad arare e seminare e ben tenere la casa; e il vicino emula il vicino

che si va facendo ricco. Questa contesa è buona per gli uomini. E il

vasaio ha il senso d’emulazione del vasaio e il muratore del muratore e

il mendico invidia il mendico e il cantore il cantore»[39].

Ma purtroppo quest’altra forma più civile di contesa, che si presentava

da prima come un diversivo e un sostitutivo della guerra, questa

concorrenza, per dirla con parola moderna, non tardava anch’essa

a metter capo e degenerare nella guerra, riardente poi più vasta e

furiosa per l’inevitabile conflitto verso cui spingeva gl’interessi

opposti la disputa di quella ricchezza, che, neppure intesa sempre nel

suo buon senso economico, era a dire del poeta come «l’anima de’ miseri

mortali, e, non paghi o non alimentati a sufficienza dal frutto della

terra, li spingeva lontano, inconsideratamente, verso tutti i rischi

della navigazione[40].

Così, a chi legge i versi di Esiodo par di sentirsi trasportato in una

di quelle verdi e chiuse valli di Grecia, dove la fecondità del suolo,

la semplicità della vita, il clima temperato sembrano invitare ad una

vita di raccoglimento, nella pratica della giustizia, nel culto degli

dèi, nella pace della famiglia. Ma, di tratto in tratto, una tribù di

predoni, in un’audace scorreria, faceva man bassa su messi ed armenti;

e, se, respinto l’aggressore dalla montagna, ove l’aveva inseguito,

il valligiano si fermava per un momento a guardare lo sterminato

orizzonte nuovamente dischiuso alla vista, l’animo da prima allietato,

era poi sopraffatto da una nuova impressione. Un germe di scontento,

un fomite d’inquietudine penetrava, attraverso quella nuova gloria di

sole e di azzurro, nel cuore. Dietro l’ultima linea dell’orizzonte,

dove il mare tutto fiorito d’isole andava a confondersi col cielo, era

l’ignoto, donde come da un agguato si sarebbero svolte le falangi e le

armate di Dario e di Serse; a un estremo opposto era la Sicilia, piena

di lusinghe, piena di pericoli; e una lontana eco nell’aria pareva

ripercuotere un altro canto che non fosse la didascalia idillica di

Esiodo; pareva ripetere il canto di Alceo fremente d’ire civili, il

canto di Tirteo triste come il grido notturno di una scolta, irrompente

come un incitato cavallo di battaglia. Tutta una folla di incertezze

che si assiepava alla mente, tutto uno stuolo di vaghi e oscuri

presentimenti che si aggravava sull’anima.

La guerra e la pace nel mondo antico · 第 8 / 20 题