A settantanove anni il Mamiani pubblica un volume di circa cinquecento
pagine intorno il più grande problema dell’età nostra. E, quasi per
accoppiare un segno della perpetua giovinezza del suo cuore a quello
della durevole robustezza della sua mente, dedica il lavoro a colei che
«la maggior parte del corso della vita _gli_ ha consolato di sua bontà
e bellezza, rallegrato di _sue_ grazie native, temperato e corretto
assai volte con soavità e pazienza non pareggiabile...
«Antecederà, spero, (egli conchiude) di tempo lunghissimo la mia
partenza dal mondo alla tua; ma io sfido le potenze tutte della morte
a levarmi dal cuore la memoria eterna di te e dei tuoi beneficii. E
Dio, credo, sarà indulgente alla mia umana fralezza se io sento dentro
dell’animo che io non potrei trovar pace, riposo e beatitudine in
nessuna parte del cielo dove io fossi diviso e discompagnato dalla tua
santa persona.»
Ma il poeta degli _Idillj_, che si mostra un pochino in questo
madrigale della dedica, cede subito il posto al filosofo dalla parola
severa.
Il libro è il testamento d’una nobile intelligenza e d’una nobilissima
vita.
Il Mamiani non è stato soltanto un filosofo (che per molti vorrebbe
significare un uomo assorto nello studio di astrazioni inconcludenti):
è stato anche un uomo d’azione, e il suo nome trovasi mescolato a quasi
tutti i grandi avvenimenti del risorgimento nazionale. Giovanissimo,
fece parte del governo provvisorio quando i bolognesi insorsero
contro il governo di Gregorio XVI. Fallito il tentativo, prese la
via dell’esilio. Allora per giovare alla patria c’erano soltanto due
modi: o buttarsi alle congiure e alle imprese ardite ma imprudenti,
come fecero i Mazziniani; o servirsi delle lettere e delle scienze per
fecondare e scaldare il sentimento nazionale. Il Mamiani cominciò da
poeta. Voleva essere un poeta filosofo, un poeta civile. E scrisse inni
cristiani in forma greca, tentativi d’ibridismo poetico che riusciron
male e non lasciarono traccia. Poi si rivolse a cose più serie. Il
Gioberti, il Rosmini avevano rimesso in onore gli studi filosofici; e
il Mamiani, che non si sentiva attratto nè dall’ontologismo dell’uno,
nè dal piscologismo dell’altro, propose una restaurazione dell’antica
filosofia italiana. Tentativo anche questo che non riuscì e non lasciò
traccia, perchè la speculazione filosofica ha la sua legge, il suo
organismo, e i sistemi non si ricostruiscono a piacere, nè si rimettono
in onore dopo la loro temporanea funzione nel mondo della scienza.
Ma in quegli anni che precessero il 48 anche la speculazione filosofica
era una manifestazione patriottica. Si volevano un’arte italiana
e una filosofia italiana come protesta contro lo straniero, come
solenne affermazione della nostra coscienza nazionale. Infatti artisti
e filosofi, quando venne il momento, lasciaron da parte i libri e
diventarono uomini d’azione. Il Mamiani fu ministro di Pio IX; poi
ministro della Costituente romana, finchè sperò far valere le sue idee
moderate e costituzionali. Prevalso il partito repubblicano, egli si
dimise. Avvenuta la restaurazione papale, riprese la via dell’esiglio e
i suoi studii prediletti.
Nel 1856 rientrò nell’attività politica, e difese nel Parlamento sardo
le grandi idee del Cavour dalla meschina opposizione del Brofferio e
del Depretis che non capivano nulla della spedizione in Crimea. Nel
1859 era ministro della pubblica istruzione. Dopo il 1870 rappresentava
la nazione italiana presso il governo greco in Atene.
Ma il suo patriottismo s’è esercitato volentieri in una sfera più
elevata. Persuaso che le opere d’una nazione sono il prodotto della
sua coscienza, il Mamiani ha tentato di rialzar la coscienza italiana
per mezzo della speculazione filosofica. Le credenze religiose, la
morale crollavano attorno a lui sotto i colpi della scienza positiva,
del materialismo, dello scetticismo e del pessimismo filosofico; e
i risultati pratici di tutto questo sconvolgimento intellettuale si
traducevano sinistramente nell’orgia comunarda di Parigi.
Il Mamiani non disconosce gli alti diritti della scienza; ma
tanta distruzione e così pronta, e la lenta e quasi impercettibile
ricostruzione gli fanno spavento, «Rimossi i freni e le consolazioni
intimi della fede e svigorito da ogni parte il senso morale» col
problema sociale che si rizza terribile in mezzo alla società moderna,
il materialismo, lo scetticismo, il pessimismo dove ci faranno
approdare?
Politici e pensatori sono inquieti. La stessa scienza distruttrice
mostra aver paura dell’opera sua. Lo Strauss, convertito al naturalismo
materialista, parla d’una fede; l’Hartmann, dopo aver presentato, nella
sua _Filosofia dell’incosciente_, da un lato positivo il pessimismo
dello Schopenhauer, volge lo sguardo alla religione dell’avvenire
e tenta indovinarne il carattere e delinearne la fisonomia. Il
cattolicismo è insufficiente, dice l’Hartmann; il protestantesimo, che
concede molto alle libere esigenze del pensiero, non è abbastanza largo
e liberale; e poi, senza l’infallibilità cattolica, non ha base sicura.
Sarà possibile una nuova religione? E prossima ed apparire? L’Hartmann
conchiude: Il _panteismo_ dovrà penetrare nella coscienza dei popoli
che rappresentano la civilizzazione moderna, altrimenti il naturalismo
materialista irreligioso prenderà il posto vuoto.... Invece d’una
fede nella persistenza dell’individualità umana dopo la morte, fede
ristretta e perniciosa, il panteismo accorda al sentimento religioso
l’emozione profonda e l’alta soddisfazione di sentirsi eternamente
uno col suo Dio, di modo che non ci sia separazione possibile, l’uomo
essendo una manifestazione di Dio nella quale non esiste altro che
Dio. La coscienza di questa persuasione è lo scopo delle aspirazioni
più esaltate dei mistici, scopo ch’essi non potranno mai raggiungere
finchè Dio sarà per loro una persona distinta dalla loro e separata da
un immenso abisso. Solo il panteismo realizza le ardite aspirazioni
dei mistici senza offendere la ragione: esso soltanto rende affatto
superfluo il dialogo con Dio, che nel deismo è il meschino espediente
con cui si nasconde il difetto di unità[28].
Il Mamiani invece domanda se non sia possibile salvare dal naufragio
l’idea della personalità di Dio e dell’immortalità dell’anima; e
risponde di sì. Le conchiusioni negative delle scienze moderne gli
paiono affrettate, esorbitanti, non positivamente provate. Su quelle
due solide basi gli par facile stabilire non solamente la religione
avvenire, ma la _religione positiva e perpetua del genere umano_.
È strano però che tanto nell’Hartmann quanto nel Mamiani non si trovi
tenuto nessun conto dei due principali elementi che costituiscono
una religione, l’immaginazione e il sentimento. Qualunque concetto
astratto, sia di Dio, sia dell’immortalità dell’anima, per penetrare
nel mondo religioso ha bisogno d’essere elaborato da quelle due facoltà
o forze umane, e prender forma sensibile: nè questo si fa certamente a
furia di speculazioni e di sistemi. Il Cattolicismo, nella sua forma
attuale, soddisfa largamente le esigenze di molte menti e di molti
cuori e durerà ancora un pezzo. Il protestantesimo, colla varietà
delle sue chiesuole, adempie anch’esso una propria funzione attiva,
la propria _missione storica_ come l’Hartmann direbbe. Per coloro che
il materialismo, lo scetticismo, il pessimismo filosofico ha privati
della primitiva ingenuità del sentimento e della fede è inutile
qualunque ricostruzione sistematica e qualunque rifioritura di credenza
religiosa. Sono spiriti che rimangono a mezza via, e rappresentano uno
dei tanti stadii dello spirito umano, necessità naturale inevitabile,
male del bene per così esprimermi; e in questo caso il bene è la
scienza. Resta il popolo, la parte più larga che ha bisogno non di
ragionare la sua fede e la sua morale ma di sentirla e di sentirsi
trascinato a porla in atto per virtù spontanea e vigorosa della propria
coscienza: resta insomma la parte che mette più paura e dà più da
pensare nelle presenti condizioni sociali.
Come si comportano col popolo la filosofia e la scienza? Da un lato,
distruggono arditamente; è il loro diritto, è il loro dovere di
scienze. Dall’altro poi, lamentano gli effetti dell’opera loro. Il
Cristo, per esempio, era pel popolo il figliuolo di Dio, il Redentore,
la seconda persona della Trinità. Dio restava già una cosa troppo
astratta, e il Cristo lo aveva reso uomo, sollevando così l’uomo a
Dio. Tra lui e l’uomo non c’era soltanto una unione spirituale, ma
sensibile, colla comunione eucaristica; e tale comunione esigeva
un’anticipata purgazione dell’anima. Nel cattolicismo tutto questo
non era astratto, ma vivo e parlante. Il dramma della purificazione
e della comunione aveva la sua solennità, si traduceva in una serie
di atti uno più significativo e più importante dell’altro, e con
essi non s’acquetava la mente che non era entrata in funzione, ma
l’imaginazione, il sentimento. Che ha fatto invece la scienza? Ha
detto che Cristo non fu Dio: ha ridotto il predicatore di Nazaret
alle proposizioni d’un’allucinato; distruggendo l’idea della colpa
originale, ha distrutto l’illusione della necessità del mediatore.
Non più comunione di sorta, quindi non più necessità nè possibilità di
purgazione spirituale; la leggenda travolge nella sua rovina tutto un
grand’ordine di concetti morali.
Che cosa potrà sostituire la scienza? Nulla, assolutamente nulla
che equivalga il Cristo del Cattolicismo, la sua redenzione, la sua
comunione eucaristica.
Perchè? Perchè la scienza, per la intima sua natura, non può dare che
concetti nudi d’ogni ornamento fantastico.
Avrà un bel dire: la redenzione è un simbolo: la comunione un simbolo;
elevarsi col cuore al bene, praticarlo, ecco la vera unione con Dio.
L’astrattezza non ha presa nella mente del popolo. Dio è insufficiente
per esso: ci vuole il Cristo, o il Buddha. L’astrattezza di tale
concezione della vita avvenire non lo lusingherà e non lo persuaderà
mai quanto il concetto semi-materiale del paradiso cattolico.
E quando sentirà il bisogno di sostituir qualcosa, lo farà a modo
suo, cioè con tutte le assurdità del meraviglioso e a dispetto della
scienza.
Quella religione che Mamiani vuol fondare sur una base platonica,
rimessa a nuovo con una vernice di filosofia positiva; che l’Hartman
intravvede possibile soltanto coll’adozione del panteismo indiano;
quella religione il popolo è forse in via d’elaborarla. E il lavoro
è progredito tanto, in mezzo agli splendidi trionfi del naturalismo
contemporaneo, che la scienza sente il bisogno di studiarlo come
ogn’altro fenomeno della vita spirituale.
Che saprebbe dirgli il Mamiani della natura e del modo dell’immortalità
dell’anima umana? Tutt’al più dei sillogismi. Il nuovo popolo religioso
ne ha già fatto un domma, una realtà. Secondo questi, l’anima umana
non si separa affatto dal corpo, ma ne ritiene uno più sottile,
ordinariamente invisibile, e che può rendersi visibile in certi casi,
date certe disposizioni fisiche o morali in un individuo. La morte è
quindi un’apparenza. L’immagine dantesca:
Noi siam vermi
Nati a formar l’angelica farfalla
non è più un’immagine, ma una profonda verità. Terminata la funzione
del grossolano organismo corporale, comincia quella del nuovo corpo,
il _perispirito_. L’individuo stenta ad accorgersi della sua morte.
Le abitudini, le passioni, lasciano una traccia che si scancella più
o meno lentamente, secondo la più o meno sviluppata spiritualità della
sua natura, e la nuova esistenza è precisamente il risultato del bene e
del male dell’esistenza, dirò così, mondana dalla quale è uscito fuori
come da una vera crisalide.
Che saprebbe dirgli di concreto il Mamiani sul valore del merito e
del demerito nella altra vita, sulla natura della punizione delle
colpe e sull’espiazione? Il nuovo popolo religioso sa che l’esistenza
individuale è una indefinita serie di esistenze nelle varie regioni
dell’infinito siderale; e che ognuna di queste dipende dalla libera
scelta d’un’espiazione liberamente riconosciuta e liberamente
accettata. Così la felicità o la infelicità futura vengon tolte alla
ferrea eternità del sistema cattolico.
Dio è concepito dallo spiritismo infinitamente buono e misericordioso.
La scala delle rincarnazioni, che può elevare fino alla immediata
cognizione spirituale, non è mai retta dall’arbitrio d’un’onnipotenza
capricciosa e inesorabile. Un fonte inesausto di consolanti speranze
scaturisce da questa dottrina e conforta il cuore del credente.
Assurdità! dice la filosofia! Assurdità ed impostura! dice la scienza,
precisamente come dicevano la filosofia e la scienza al nascere del
cristianesimo, nel pieno dello scetticismo e del pessimismo romano.
Ed io non voglio dire con questo che abbiano torto. Intendo dire che
una nuova religione è già venuta al mondo e si dilata, si propaga coi
mezzi e coi modi più propri della nostra civiltà. Non ha apostoli, ma
giornali; non ha martiri, ma ha le sue vittime che vanno a popolare gli
ospedali di teste sconvolte da esaltamenti nervosi. Derisa, combattuta,
oppone ai ragionamenti la forza della sua convinzione, i suoi _fatti_,
i suoi _miracoli_, giacchè non è religione per nulla e non può far a
meno del soprannaturale. Ma è religione come può esserla nel XIX, cioè
senza rito, senza prete, e con una certa apparenza scientifica.
Certamente lo _spiritismo_, come pratica, vale assai più del platonismo
e del panteismo filosofico. L’immaginazione, il sentimento vi
trovano il loro pascolo, la loro attività; e se manca il rito, c’è
l’invocazione, la preghiera, ed anche l’evocazione e la rivelazione
continua. Io non pretendo discutere lo spiritismo; accenno ad esso come
un esempio, unicamente per dimostrare che le religioni non si foggiano
a furia di testa e col processo filosofico. Che lo spiritismo sia una
nuova forma religiosa di qualche valore è impossibile l’affermarlo
come il negarlo; è fuor di dubbio però che per parecchie centinaia
di migliaia di uomini, in Francia, in Inghilterra, in Germania ed
in America esso costituisca una vera religione, ed abbia grandissima
influenza sulla loro condotta individuale. Secondo la scienza moderna
il cristianesimo non fu fondato sopra basi più solide o meno assurde di
quelle del moderno spiritismo; eppure ha dominato il mondo e rinnovato
lo spirito umano. Tutta la civiltà greca e latina fu assorbita da esso
e, se così vuolsi, asservita ai suoi mistici scopi. Accadrà lo stesso
per lo _Spiritismo_?
Se si guarda alle mutate condizioni dello spirito umano, si giudica
subito di no. Intanto non è da dimenticare che la società umana ha in
sè stessa una divina forza salutare che la guarisce nelle sue grandi
crisi e l’aiuta ad andare innanzi. A noi, meschine e passeggiere forme
dell’umanità, può dispiacere il trovarci impigliati fra le terribili
strette di queste crisi, lo spettacolo delle quali, visto da vicino,
apparisce più terribile di quel che non sia. Ma la storia, cioè la
vita del genere umano, quando sarà passata oltre, non si ricorderà dei
nostri terrori e dei nostri guai; anzi si rallegrerà d’aver acquistato
un qualche bene a prezzo degli orridi incendii, delle stragi comunarde
e di quello che vi potrà essere di peggio nelle future rivoluzioni
sociali.
Però la voce del pensatore non si perde nel deserto. Il sentimento
moderno è meno schietto dell’antico, e s’alimenta e prende vigore e
s’educa sotto l’influenza della verità scientifica. Per quanto sublime
sia la regione dove spazia la filosofia, qualche eco della sua parola
giunge sempre nei bassi piani del genere umano. Perciò i libri che,
come questo del Mamiani, s’occupano del problema religioso, sono
tutt’altro che inutili; massime in Italia, dove le grandi questioni di
filosofia religiosa vengon trattate con un disprezzo che attesta una
suprema ignoranza.