NAPOLI[25]

Spesso i più bei libri sono quelli che si scrivono senza l’intenzione

di fare un libro, oggi un brano, domani un altro, secondo il

capriccio, secondo le occasioni. I fogli intanto si accumulano, un

capitolo chiama dietro il compagno, quasi per forza, un bel giorno,

che è, che non è, ecco formato il volume. L’idea di scrivere un libro

forse non vi sarebbe mai passata per la testa; ma quando le diverse

parti di esso son lì, venute fuori alla spensierata, legate dal

tenue filo del soggetto o anche da quello più sottile delle vostre

personali impressioni; quando si sa che quelle pagine lanciate, senza

pretensioni, tra il bailamme della pubblicità dalle colonne d’un

giornale o dal fascicolo d’una rivista, sono state lette con piacere,

con avidità, e qualche volta, — onore troppo raro in Italia da non

lusingare l’amor proprio, — anche tradotte in una lingua straniera, la

tentazione di mettere insieme il volume diventa quasi irresistibile.

Infine, perchè no?

Molte volte, disgraziatamente, il volume non si trasforma in un

libro, che è una cosa ben diversa. Ma quando alla materia generale del

soggetto corrisponde una giusta intenzione di sentimento e di forma, le

diverse parti fanno presto ad adattarsi insieme, a fondersi e diventare

un organismo.

Così è accaduto al _Napoli_ della signora Cesira-Siciliani. I diversi

bozzetti comparvero negli anni scorsi alcuni nell’_Illustrazione

italiana_, altri nella _Nuova Antologia_; quello intitolato _Una visita

a Luigi Settembrini_, in poche settimane fece il giro di quasi tutti i

giornali d’Italia; qualch’altro meritò d’essere tradotto in francese

da Julien Lugol; tutti ottennero un bel successo di lettura e misero

il nome dell’autrice tra quelle delle donne italiane che sanno tener

meglio la penna in mano. Certamente l’autrice (una madre di famiglia

modello, senza neppur l’ombra di velleità di letterarie) deve essere

rimasta sorpresa avvedendosi un giorno che, alla chetichella, fosse

giunta a mettere insieme delle centinaia di pagine... Ma l’editore

Morano ha fatto bene dando materialmente la forma d’un elegante volume

a quei capitoli che già componevano virtualmente un bel libro.

La signora Siciliani, un’innamorata di Napoli, ne ama ancora più,

è tutto dire! i dintorni. Li ha percorsi palmo a palmo, e il suo

entusiasmo trasparisce da ogni pagina e da ogni riga, con una sincerità

che fa piacere. Alla città, alla _Grande Sirena_ com’ella la chiama,

consacra soltanto un capitolo, il primo, frettolosamente, quasi si

sentisse stordita e sopraffatta da quell’immenso ribollire di vita

che si versa per quelle viuzze strette, sporche, ingombre di cose

d’ogni sorta e di persone d’ogni genere, per quei corsi, per quelle

passeggiate di Chiaia e di Mergellina, in tutte le ore del giorno e

fino a notte tardissima... Ah! dimenticavo la festa di S. Gennaro e il

suo miracolo dello scioglimento del sangue. Però, visto il miracolo,

eccola attorno; ad Ischia, a Procida, a Castellamare, a Sorrento,

a Capri, ai Camaldoli, a Pompei; sempre nella cerchia della Grande

Sirena, sotto la magìa di quel cielo e di quel mare che le strappano

tanti gridi d’ammirazione, ma più volentieri alla periferia che al

centro del circolo incantato.

L’ammirazione ripeto, è sincera, senza sentimentalità femminili.

Anzi, se il libro ha un difetto, è appunto questo; tolta la squisita

gentilezza della forma che irradia per esso un vero sorriso femminile,

il cuor della donna vi sente di rado. Ma il libro è allegro, chiassone,

come le passeggiate e le gite a cavallo dei _ciucci_ fatte dall’autrice

attorno a Napoli colla piccola brigata dei suoi amici e col marito

che maturava allora in mezzo allo svago delle vacanze, i suoi severi

dialoghi sulla filosofia zoologica del secolo XIX. La signora Siciliani

non ha un’ammirazione superficiale per le località che percorre. Sa il

valore d’ogni pietra e i ricordi che la storia antica e moderna vi ha

sparso a piene mani, con profusione da sbalordire; infatti li accenna

di volo, tanto per mostrare che non li ignori, tanto da potervi servire

all’occorrenza, se voleste confrontare le sue impressioni colla realtà

rifacendo i suoi passi. Però quello che più le piace è il tentar di

rinnovare nell’animo del lettore le sensazioni da lei provate mentre

palpitava sotto il fascino del cielo e del mare, il gran lusso di

quella natura. Ecco un tramonto. Niente, ella avverte, che rassomigli

ai malinconici tramonti di Fiesole, di Monte Senario, dei laghi

lombardi, della riviera di Genova: i tramonti di Castellamare sono

un’altra cosa:

«Il cielo con la sua limpidezza profonda, il mare azzurro,

fosforescente, le nuvolette che si tingono delle più soavi sfumature,

le isole che sembrano galleggiar come sirene

A mezzo il petto vagamente ignude,

i monti bruni e coperti di boscaglie sempre verdi, i paeselli

candidi, il Gauro selvoso e maestoso di qua, il nudo e altero Vesuvio

di là... tutto si veste di colori smaglianti, tutto si tinge del

rosso più vivo; i pinnacoli delle chiese, delle ville, delle città

brillano di luce adamantina, e tutto sembra una festa della natura.

Se l’orizzonte è puro, se il mare è tranquillo, se il cielo è sereno,

l’immenso disco solare, rosso come fiamma viva, spogliato dei suoi

splendori abbarbaglianti, si tuffa lento nel mare imporporando

l’occidentale volta celeste; mentre le coste bizzarre e le vaghe isole

dell’arcipelago partenopeo ora paion trasparenti, e ora, pigliando

forma più spiccata, si presentano brune come ricoperte d’una superficie

di solido granito. Se poi si adagia nel suo letto di porpora circonfuso

di nuvolette, un vivissimo color di croco si diffonde a sprazzi, e

tutto rosseggia, tutto pare che s’infiammi, e un immenso incendio

par che si susciti all’estremo orizzonte occidentale e lanci fiamme

divoratrici per gli spazii sconfinati, mentre una striscia di fuoco,

serpeggiando bizzarramente sulle acque, si dibatte ed effonde per

l’apertomare.»

Il dialogo interrompe qua e là le descrizioni e impedisce che, a lungo

andare, diventino monotone, se pure fosse possibile con quell’immensa

varietà di soggetti. Schizzi, ritratti, ricordi di usi bizzarri,

aneddoti ameni formicolano per tutto il libro con una vivacità serena,

spensierata, napolitana, e lo rendono attraentissimo. Quando si è

all’ultima pagina vien la voglia di metterlo in tasca e volare al paese

fatato che la scrittrice ci ha dipinto con sì vivaci colori. _Napoli

e dintorni_ non ha la frizzante canzonatura del _Vedi Napoli e poi_...

di Yorick figlio di Yorick; non ha la dolce tristezza del _Napoli_ di

Renato Fucini: è un libro oggettivo, come direbbe un tedesco. La stessa

grande ammirazione dell’autrice non arriva ad offendervi; ve la sentite

infondere, la partecipate, capite che non è punto esagerata; vi sentite

anche liberi d’ammirare per vostro conto. Il libro però si chiude con

un’impressione d’altro genere. Quel cielo sorridente, quella natura

che sembra debba infiacchire i corpi sotto la prostrazione della sua

dolcezza, hanno avuto questo di strano: non hanno mai prodotto un gran

poeta, bensì molti profondi pensatori e molti caratteri nobili e fieri.

Leggendo il capitolo _Una visita a Luigi Settembrini_ si comincia a

dubitare della teorica delle influenze dei climi sull’indole e sul

carattere umano. Settembrini a Napoli non è un’eccezione. Poerio,

Spaventa, cento altri son lì a protestare: l’eccezione, per lo meno,

vi sta in bilancio colla regola. Sicchè, dopo tanto bagliore di luce e

tanto sorriso di cose, al di sopra di tutta quella gente che brulica e

s’agita ed urla e si diverte chiassosamente per le piazze, per le vie,

lungo il mare, con la coscienza dell’istinto, colla tranquillità di

grandi fanciulli contenti di nulla, fa una profonda impressione quella

figura maschia, così severa e nello stesso tempo così semplice da

somigliare a quella d’un eroe dell’antichità. Il cuore vien commosso e

l’animo è trasportato su dal soffio d’un sentimento nobilissimo.

La signora Siciliani è nata Pozzolini. Un altro libro di donna[26] mi

richiama in mente il salotto di casa Pozzolini in via dei Pilastri, che

fino al 1870 fu uno dei più frequentati e dei più ricercati di Firenze.

A pian terreno, col parato giallo, ogni venerdì quel salotto

formicolava di belle e gentili signore, di poeti, di artisti, di

persone che avevano quasi tutte un nome noto, parecchie anche illustre.

La conversazione era allegrissima, senza sussieguo. Si faceva della

musica, si cantava, non di rado si finiva per far quattro salti.

Pochi anni appresso, ahimè, tutto era silenzio e tristezza in

quella casa! Una delle figlie della signora Gesualda, l’autrice del

_Napoli e dintorni_, avea seguito a Bologna il marito, professore in

quell’università; l’altra, Antonietta, era morta alla vigilia delle sue

nozze.

Povera Antonietta! Da quel profilo delicato, da quella personcina

gracile s’indovinava il suo cuore d’artista. Scolara del Thuar, aveva

scritto dei raccontini che promettevano molto; ma lei preferiva la

pittura. La sua prima opera originale, sventuratamente anche l’ultima,

fu un sant’Antonio, magra figura di monaco che mostra sul volto le

macerazioni della carne e le mistiche esaltazioni dello spirito. La

figura è in piedi, con una certa rigidità caratteristica; e il cielo

scuro e malinconico diffonde la sua tristezza sul giovane aspetto del

santo di Padova non ancora appassito dalle penitenze.

Lo stesso libro mi ricorda anche _Bivigliano_, una villa su Val

di Sieve, una volta dei Cattani di Cervino, poi dei Ginori che

l’abbellirono, ed ora proprietà della famiglia Pozzolini. Quei terreni

nel 1858 erano o malamente coltivati o incolti del tutto, e i boschi

che li circondavano in deplorevole stato. I contadini credevano agli

spiriti, alle malie. Dopo il tramonto non s’arrischiavano di passare

vicino un gran sasso, a poca distanza della villa, perchè vedevan lì

sotto una vecchia strega che filava. Un pero, che trovavasi più in

là, li faceva tremar di paura perchè, dicevano, la notte vi sbucava

un cane bianco a custodirlo. Se un giovane era affetto di pneumonite,

lo credevano stregato e ricorrevano ad una pretesa strega per isfatar

l’incantesimo.

Oggi _Bivigliano_ è trasformato.

Mentre il signor Luigi Pozzolini badava a dissodare e a fertilizzare

i terreni, la sua colta Signora impiantava nella villa una scuola

elementare a proprie spese. Non fu facile persuadere i contadini a

mandarvi i ragazzi e le ragazze; ma l’energia della signora Gesualda

sormontò ogni ostacolo. Lei e le due figlie, nella primavera e

nella estate, erano direttrice, maestre, tutto. Alla fine le scuole

rigurgitarono di scolari e di scolare e bisognò raddoppiarle e

provvederle di veri maestri e di vere maestre. Così _Bivigliano_ non

ebbe più un palmo di terreno incolto, nè un contadino analfabeta.

Nel novembre del 1877 incontrai a Napoli la signora Siciliani col

marito, il professor Pietro, tornati da poco dalle loro allegre

escursioni. Lei sempre infaticabile, pronta a ricominciare, parlatrice

piacevole e piena di spirito, faceva volentieri a voce tutte le

descrizioni e le mille esclamazioni di meraviglia poi ripetute nei

suoi bozzetti. Io non ho mai corso su e giù per una città come in quei

giorni con lei: visite a chiese, a musei, al De Sanctis, al Fornari,

cene allo scoglio di Frisio, tutta Napoli vista a volo di uccello: è la

verità non un’iperbole.

Volevo visitare il Settembrini, e un giorno verso le quattro una

carrozzella che ci riportava da non so più qual luogo, ma certamente da

lontano, ci lasciava innanzi il portone della casa ove il Settembrini

abitava.

A piè della scala il portinaio ci fece osservare che probabilmente

il professore in quel momento andava a tavola. Non volli essere

importuno; tornammo indietro. Proprio in quel momento un improvviso

sbocco di sangue metteva fine al lungo martirio che fu la vita di

Luigi Settembrini! Due giorni dopo, in mezzo alla folla che s’accalcava

dietro il feretro del grande patriota, si notava come una singolarità

una giovane signora che non sapeva frenare le sue lagrime: era la

signora Siciliani.

Studii sulla letteratura contemporanea · 第 39 / 48 题