Un libro di filosofia religiosa scritto da un laico è cosa troppo
rara in Italia da lasciarlo passare inosservato. La _scienza
delle religioni_ conta in Germania, in Francia, in Inghilterra
dei valentissimi cultori; e noi non abbiamo nessun nome da poter
contrapporre neanche a quelli dei più modesti volgarizzatori francesi.
Vuol dire che il problema religioso non si presenti alla nostra mente,
non parli alla nostra coscienza, non turbi il nostro sentimento così
insistentemente, così profondamente come presso le altre nazioni
civili? Io credo di no.
Noi ce ne siamo occupati e ce ne occupiamo ogni giorno, ma da un
punto di vista diverso. Ce ne occupiamo da gente pratica, positiva,
da veri eredi dei romani pei quali la religione era una cosa affatto
compenetrata colla politica. Mentre le altre nazioni si son travagliate
intorno ai problemi storici e psicologici della scienza delle
religioni, noi abbiamo risolto stupendamente, nella pratica, il più
grande problema della civiltà moderna, quello delle relazioni tra lo
Stato e la Chiesa. Non abbiamo attuato l’assurdo stato teoretico, lo
stato ateo, ma abbiamo regolato con mirabile saggezza le funzioni dei
due organismi, il politico e il religioso, in modo che l’uno non soffra
della prevalenza dell’altro, in modo che l’uno compia, quando occorra,
la propria funzione coll’aiuto dell’altro. Abbiamo assicurato alla
Chiesa cattolica la più larga libertà ch’essa goda nel mondo e così
l’abbiamo resa impotente a turbare la libera funzione del nostro Stato.
Abbiamo assicurato allo Stato un’uguale libertà e così gli abbiamo
interdetto di penetrare in una sfera non sua, che gli è anzi superiore
perchè rappresenta un’attività dello spirito umano assai più elevata
della politica, l’attività del pensiero e del sentimento religioso.
È un còmpito non meno glorioso di quello delle altre nazioni che,
intanto, hanno creato coi loro profondi studi la nuovissima _scienza
delle religioni_. Se si guarda alle nostre condizioni politiche, al
nostro carattere nazionale, si riconosce subito che non potevamo fare
altro. Ma quest’_altro_ ci mette alla testa delle nazioni moderne.
La Francia si dibatte fra le sue convulsioni clericali: la Germania
è in piena lotta colla Chiesa e dà a questa il facile vantaggio della
persecuzioni che mette lo Stato dalla parte del torto: l’Inghilterra
resta avviluppata nella fortissima rete del suo culto meticoloso e
meschino che la rende ipocrita ed antipatica. Soltanto l’Italia non
prova nessuna scossa per l’agitarsi della forte vita della Chiesa
cattolica, l’organizzazione più possente, più ammirabile e più vasta
che abbia mai esistito da che il mondo è mondo. Non è unicamente un
problema d’equilibrio politico quello risolto da noi. Il nostro _modus
vivendi_ tra lo Stato e la Chiesa è tutt’altro che un accomodamento
empirico: lo dimostrano i fatti. I paragrafi delle _guarentigie_
contengono i resultati più solidi del moderno concetto religioso e ne
sono, forse senz’averne avuta la coscienza, l’attuazione più rigorosa e
più sincera.
Ma non ci arresteremo lì, certamente. Entreremo anche noi nell’immenso
campo della _scienza delle religioni_ che è venuta al mondo da
poco tempo ed è già così grande e piena di rigoglio: e porteremo in
questo delicato genere di ricerche e di studii quella temperanza,
quell’assennatezza pratica che formano l’intimo carattere dell’ingegno
italiano.
Il metodo positivo ha rinnovato completamente gli studii religiosi. La
polemica è sparita. La sentimentalità, mistica o irreligiosa, non vi ha
più nulla da vedere. Il _fatto religioso_ è diventato un fatto simile
a tutti gli altri e vien sottomesso tranquillamente alla osservazione
scientifica. La scienza moderna non ha altro scopo che di studiare
il fatto in sè stesso, nelle sue origini, nel suo svolgimento, nelle
sue relazioni cogli altri fatti, di qualunque natura essi siano, che
formano l’insieme della storia, anzi della vita perenne del pensiero
umano. Non si preoccupa dei risultati, nè delle conseguenze di questi.
La religione, il _fatto religioso_ è una cosa ben diversa delle
religioni. Queste sono una forma, una delle tante forme di quella, una
delle tante manifestazioni, attuazioni più o meno perfette, più o meno
passeggiere del gran _fatto religioso_, che si risolve in una funzione
dello spirito dell’umanità, indipendente da tutte le accidentali
influenze della vita e dei bassi interessi individuali.
Alla scienza non importa nulla che i suoi studii favoriscano o
contraddicano un dato, un postulato, un domma di questa o di quella
delle religioni viventi. Non si dà pensiero se antiche tradizioni,
se sentimenti radicati nella coscienza e ridotti la coscienza stessa
vengano scossi, turbati e sto per dire violati dalla sua elevata
indifferenza. Questa indifferenza, o meglio, questa imparzialità è la
sua forza. Rimpetto a lei il rozzo culto dei Papuasi, le metafisiche
concezioni indiane, i nobili dommi del cristianesimo si equivalgono,
per la loro comune qualità di _fatti_. Non già perchè essa li
giudichi di ugual valore, ma perchè sono dei fatti ugualmente degni
di attenzione e di studio. Anche nelle religioni la teorica positiva e
naturalistica delle forme ha trovato la sua giusta applicazione. Per la
scienza, le religioni si seguono ma non si somigliano. La loro vita, la
loro successione è un elevarsi di forme, un perfezionarsi di organismi;
forme ed organismi c’hanno la loro intima legge per la quale essi sono
quelli che sono e non avrebbero potuto essere altrimenti.
Lo studio di tale processione di forme, lo scoprimento di tali
intime leggi mettono la scienza fuor di qualunque interesse che non
sia la verità scientifica assoluta. Non la salvano però dai furori
irragionevoli dei credenti e dei miscredenti. Considerare la religione
come un fatto puramente umano, un fatto psicologico del quale possano
rintracciarsi la storia, l’evoluzione e determinare le leggi è il colmo
dell’empietà per coloro che credono alla rivelazione divina, diretta,
immediata dei dommi religiosi. Considerare la religione come qualcosa
di reale, d’essenzialmente umano, di nobilmente superiore nelle sfere
del pensiero, qualcosa d’intimo, d’organico del nostro spirito e non
una interessata speculazione della volpina malizia sacerdotale è il
colmo dell’assurdo per tutti gli altri che si fermano alla superficie
delle cose e mettono una sentimentalità di diverso genere nel loro
criterio irreligioso, una sentimentalità borghesamente ridicola
di volteriani in ritardo. Ma la scienza non si cura di questi suoi
avversarii e procede cauta e serena.
Il libro _I destini umani_ dell’avv. Caivano è un’opera ibrida. Non
è intieramente religioso, cioè non appartiene alla teologia di una
religione qualunque; non è intieramente scientifico, ciò non procede
col metodo positivo nello studio dei fatti religiosi e delle leggi
che li governano. Ha un po’ del sentimento superficiale volteriano
nell’accordare una parte prevalente all’azione delle furberie dei
sacerdoti nella formazione delle religioni; ha molto del mistico
nell’accettare come dottrine solide e vere le credenze indiane
rinnovate ai nostri giorni dallo Swedemborg e dagli spiritisti intorno
alla rincarnazione delle anime.
«Accanto all’intimo sentimento dell’esistenza di Dio, di un Essere
per eccellenza che tutto regge e governa, noi troviamo pure nel fondo
della nostra coscienza il sentimento compagno della nostra propria
esistenza: il quale ci avverte che i nostri destini furono strettamente
legati a quelli del sommo fattore, da cui insieme all’essere ne vennero
largiti e che, come quelli, esser debbono necessariamente sublimi ed
immortali.» Sono le prime righe del libro, ed hanno un’intonazione
tutt’altro che scientifica; contengono quasi più affermazioni vaghe
e gratuite che non abbiano parole. La coscienza umana, pel signor
Caivano, è ancora qualcosa di naturale, di fondamentale, non qualcosa
che si sia venuta formando, esplicando, con lento lavorìo dell’eredità
della razza, non qualcosa che si vada formando ed esplicando tuttavia e
che bisogni oggi piuttosto interrogare nella sua attuazione scientifica
e non nel suo stato popolare ch’è quanto dire basso e primitivo. Che
cosa significano quei _destini_ largiti dal Creatore che _debbono
essere necessariamente sublimi ed immortali_? Qual’è la ragione
scientifica di tale _necessaria immortalità_? Accenno questo per
mostrare il carattere ibrido del libro.
Il signor Caivano ha il concetto moderno dell’organismo delle
religioni, ma lo avviluppa tra le nebbie del suo misticismo, e lo
rende appena riconoscibile. C’è, secondo lui, un verbo religioso, che
nel corso dei secoli si è rivelato agli uomini per mezzo di apostoli e
messaggieri; ma la setta sacerdotale, per fini di dominio e d’avarizia,
lo ha sempre falsato e adulterato. Questo suo libro è destinato a
far _pienamente conoscere e distinguere la pura voce della religione
dall’assordante, multiforme, invereconda ciarlataneria sacerdotale_.
Perciò egli traccia, dal suo punto di vista, un rapido quadro della
storia delle religioni, dalla braminica fino alla cattolica, assegnando
sempre una ragione piccola e superficiale all’organizzarsi delle varie
dottrine religiose, all’esplicarsi dei riti. È un uomo pieno di sdegno
e d’orrore contro le infamie sacerdotali, un entusiasta, un neofito
quando parla di quella ch’egli crede la vera verità religiosa. Non
gli passa per la mente che tutte le religioni siano e debbano essere
scientificamente false, perchè tale è la loro essenza; non gli passa
pel capo che, vice-versa, sono tanto più false, come religioni, quanto
sono più vicine alla verità.
Pel signor Caivano, il Cristo non è un Dio: ed eccolo qui d’accordo
colla scienza moderna. È un uomo? Sì e no. «_È un uomo di lassù_, egli
risponde, che ha percorso tutto il lungo periodo delle incarnazioni
mortali e pervenuto alle regioni superiori del creato, là dove non si
muove — là dove facoltà è concessa ad ogni anima di vestire e svestirsi
a suo talento dalle spoglie mortali di quei mondi inferiori, nei quali
a portar la luce della verità la sua carità lo spinge.» (pagina 218).
Le sue conchiusioni sono: che la vera voce della religione, quella
sempre costantemente la stessa, che unicamente era informata alle pure
rivelazioni dell’umana coscienza e dei celesti Messaggieri del Divino
Verbo, ci presenta la dottrina della trasmigrazione e del continuo
progresso dell’anima, come unica soluzione del gran problema dei
destini umani. Come vede benissimo il lettore, nuotiamo entro il più
schietto swedemborgismo.
Parlando del libro del Mamiani _La religione dell’avvenire_ io
dissi che le religioni non si fanno a furia di riflessione come
pareva intendesse il filosofo pesarese, ed accennai allo spiritismo,
allo swedemborgismo come ad una delle possibili forme religiose
dell’avvenire. Queste dottrine che svincolano la religione dalle
pastoie del culto e del rito e la ravvicinano sempre più alla pura
speculazione filosofica serpeggiano da parecchi anni anche in Italia
e cominciano a produrvi un movimento del quale il libro del signor
Caivano potrebbe dirsi una specie di manifesto. Per ora trattasi d’una
minoranza impercettibile, che vive nascosta, che non è _chiesa_. Però
è attiva, lavora assiduamente alla propagazione delle sue dottrine: ha
avuto perfino un apposito giornale. La traduzione italiana di alcune
opere dello Swedemborg stampate a spese della _società swedemborgiana_
di Londra ne ha diffuso il movimento e vi ha impresso una certa forza,
specialmente nel Piemonte e nelle provincie meridionali. È un sintomo
di risveglio religioso? È l’attività di un alto sentimento umano che
si mette a funzionare nelle sfere della nostra società ove la schietta
verità scientifica non potrà mai farsi strada?
Veramente non è da libri della natura di questi _Destini umani_ che
dovrebbe venir rappresentata in Italia la _scienza delle religioni_
così fiorente in Germania, in Francia, in Inghilterra. Ma io credo che
verrà la nostra volta anche in questo genere di studii, come è già
venuta da un pezzo per gli altri rami dello scibile. La nazione che
ha sciolto con tanta sapienza pratica il più complicato dei problemi
religiosi moderni non potrà rimanersene estranea alle importanti
ricerche storiche e psicologiche che tentano d’investigare il problema
religioso e scoprirne le leggi. Il problema religioso si complica
con tutti i problemi sociali che presentano agli stati moderni i loro
terribili punti interrogativi. Risolverlo scientificamente, col metodo
positivo, o meglio non risolverlo ma studiarne il vero e natural
processo per lasciar funzionare liberamente il sentimento religioso in
armonia cogli altri sentimenti umani e in relazione coi nuovi concetti
della vita e dello stato, è il modo più sicuro per non isbagliare la
via. E l’Italia vi è tanto più interessata quanto più elevato è il
concetto dello stato moderno che il suo colpo di genio gli ha fatto
così felicemente attuare.
Intanto sforziamoci a rimaner serii e riverenti innanzi alle
aspirazioni che chiudono il libro dell’avv. Caivano.
«Progredire, e sempre progredire; aspirar sempre e raggiunger sempre la
vicina meta a cui si aspira: domandar sempre, e sempre ottenere senza
mai poter dire a sè stesso: nulla più mi rimane a desiderare; senza mai
trovare in sè un’aspirazione, un desiderio rimasto insoddisfatto...
Eterno stato di continua e costante felicità, risultante da una
serie infinita di felicità sempre nuove e sempre desiderate; eterna,
infinita scala che giammai si lascia di ascendere e ogni gradino della
quale è una nuova e desiderata gioia sempre più bella e più squisita
dell’anteriore... ecco la vera vita dell’uomo; ecco qui il brillante e
grandioso avvenire riserbato all’umanità! (pag. 411).
Rimaniamo serii e riverenti leggendo la dottrina che il «matrimonio
celebrato una prima volta sulla Terra ed in qualunque altro dei Mondi
del periodo di scuola, sulla base del vero amor coniugale, è il primo
appena dei tanti atti preparatorii del matrimonio celeste; null’altro
che il primo anello di quella dolce e lunga catena matrimoniale,
la quale si termina e si chiude col supremo matrimonio finale nelle
superiori regioni del creato» (pag. 420). Non avremmo tratto nessun
profitto dalla scienza delle religioni se, non soltanto queste, ma le
più strane fioriture dell’imaginazione religiosa non ci trovassero
curiosi e sereni come dinnanzi a qualunque altra creazione della
Natura.