LA SCIENZA DELLE RELIGIONI[29]

Un libro di filosofia religiosa scritto da un laico è cosa troppo

rara in Italia da lasciarlo passare inosservato. La _scienza

delle religioni_ conta in Germania, in Francia, in Inghilterra

dei valentissimi cultori; e noi non abbiamo nessun nome da poter

contrapporre neanche a quelli dei più modesti volgarizzatori francesi.

Vuol dire che il problema religioso non si presenti alla nostra mente,

non parli alla nostra coscienza, non turbi il nostro sentimento così

insistentemente, così profondamente come presso le altre nazioni

civili? Io credo di no.

Noi ce ne siamo occupati e ce ne occupiamo ogni giorno, ma da un

punto di vista diverso. Ce ne occupiamo da gente pratica, positiva,

da veri eredi dei romani pei quali la religione era una cosa affatto

compenetrata colla politica. Mentre le altre nazioni si son travagliate

intorno ai problemi storici e psicologici della scienza delle

religioni, noi abbiamo risolto stupendamente, nella pratica, il più

grande problema della civiltà moderna, quello delle relazioni tra lo

Stato e la Chiesa. Non abbiamo attuato l’assurdo stato teoretico, lo

stato ateo, ma abbiamo regolato con mirabile saggezza le funzioni dei

due organismi, il politico e il religioso, in modo che l’uno non soffra

della prevalenza dell’altro, in modo che l’uno compia, quando occorra,

la propria funzione coll’aiuto dell’altro. Abbiamo assicurato alla

Chiesa cattolica la più larga libertà ch’essa goda nel mondo e così

l’abbiamo resa impotente a turbare la libera funzione del nostro Stato.

Abbiamo assicurato allo Stato un’uguale libertà e così gli abbiamo

interdetto di penetrare in una sfera non sua, che gli è anzi superiore

perchè rappresenta un’attività dello spirito umano assai più elevata

della politica, l’attività del pensiero e del sentimento religioso.

È un còmpito non meno glorioso di quello delle altre nazioni che,

intanto, hanno creato coi loro profondi studi la nuovissima _scienza

delle religioni_. Se si guarda alle nostre condizioni politiche, al

nostro carattere nazionale, si riconosce subito che non potevamo fare

altro. Ma quest’_altro_ ci mette alla testa delle nazioni moderne.

La Francia si dibatte fra le sue convulsioni clericali: la Germania

è in piena lotta colla Chiesa e dà a questa il facile vantaggio della

persecuzioni che mette lo Stato dalla parte del torto: l’Inghilterra

resta avviluppata nella fortissima rete del suo culto meticoloso e

meschino che la rende ipocrita ed antipatica. Soltanto l’Italia non

prova nessuna scossa per l’agitarsi della forte vita della Chiesa

cattolica, l’organizzazione più possente, più ammirabile e più vasta

che abbia mai esistito da che il mondo è mondo. Non è unicamente un

problema d’equilibrio politico quello risolto da noi. Il nostro _modus

vivendi_ tra lo Stato e la Chiesa è tutt’altro che un accomodamento

empirico: lo dimostrano i fatti. I paragrafi delle _guarentigie_

contengono i resultati più solidi del moderno concetto religioso e ne

sono, forse senz’averne avuta la coscienza, l’attuazione più rigorosa e

più sincera.

Ma non ci arresteremo lì, certamente. Entreremo anche noi nell’immenso

campo della _scienza delle religioni_ che è venuta al mondo da

poco tempo ed è già così grande e piena di rigoglio: e porteremo in

questo delicato genere di ricerche e di studii quella temperanza,

quell’assennatezza pratica che formano l’intimo carattere dell’ingegno

italiano.

Il metodo positivo ha rinnovato completamente gli studii religiosi. La

polemica è sparita. La sentimentalità, mistica o irreligiosa, non vi ha

più nulla da vedere. Il _fatto religioso_ è diventato un fatto simile

a tutti gli altri e vien sottomesso tranquillamente alla osservazione

scientifica. La scienza moderna non ha altro scopo che di studiare

il fatto in sè stesso, nelle sue origini, nel suo svolgimento, nelle

sue relazioni cogli altri fatti, di qualunque natura essi siano, che

formano l’insieme della storia, anzi della vita perenne del pensiero

umano. Non si preoccupa dei risultati, nè delle conseguenze di questi.

La religione, il _fatto religioso_ è una cosa ben diversa delle

religioni. Queste sono una forma, una delle tante forme di quella, una

delle tante manifestazioni, attuazioni più o meno perfette, più o meno

passeggiere del gran _fatto religioso_, che si risolve in una funzione

dello spirito dell’umanità, indipendente da tutte le accidentali

influenze della vita e dei bassi interessi individuali.

Alla scienza non importa nulla che i suoi studii favoriscano o

contraddicano un dato, un postulato, un domma di questa o di quella

delle religioni viventi. Non si dà pensiero se antiche tradizioni,

se sentimenti radicati nella coscienza e ridotti la coscienza stessa

vengano scossi, turbati e sto per dire violati dalla sua elevata

indifferenza. Questa indifferenza, o meglio, questa imparzialità è la

sua forza. Rimpetto a lei il rozzo culto dei Papuasi, le metafisiche

concezioni indiane, i nobili dommi del cristianesimo si equivalgono,

per la loro comune qualità di _fatti_. Non già perchè essa li

giudichi di ugual valore, ma perchè sono dei fatti ugualmente degni

di attenzione e di studio. Anche nelle religioni la teorica positiva e

naturalistica delle forme ha trovato la sua giusta applicazione. Per la

scienza, le religioni si seguono ma non si somigliano. La loro vita, la

loro successione è un elevarsi di forme, un perfezionarsi di organismi;

forme ed organismi c’hanno la loro intima legge per la quale essi sono

quelli che sono e non avrebbero potuto essere altrimenti.

Lo studio di tale processione di forme, lo scoprimento di tali

intime leggi mettono la scienza fuor di qualunque interesse che non

sia la verità scientifica assoluta. Non la salvano però dai furori

irragionevoli dei credenti e dei miscredenti. Considerare la religione

come un fatto puramente umano, un fatto psicologico del quale possano

rintracciarsi la storia, l’evoluzione e determinare le leggi è il colmo

dell’empietà per coloro che credono alla rivelazione divina, diretta,

immediata dei dommi religiosi. Considerare la religione come qualcosa

di reale, d’essenzialmente umano, di nobilmente superiore nelle sfere

del pensiero, qualcosa d’intimo, d’organico del nostro spirito e non

una interessata speculazione della volpina malizia sacerdotale è il

colmo dell’assurdo per tutti gli altri che si fermano alla superficie

delle cose e mettono una sentimentalità di diverso genere nel loro

criterio irreligioso, una sentimentalità borghesamente ridicola

di volteriani in ritardo. Ma la scienza non si cura di questi suoi

avversarii e procede cauta e serena.

Il libro _I destini umani_ dell’avv. Caivano è un’opera ibrida. Non

è intieramente religioso, cioè non appartiene alla teologia di una

religione qualunque; non è intieramente scientifico, ciò non procede

col metodo positivo nello studio dei fatti religiosi e delle leggi

che li governano. Ha un po’ del sentimento superficiale volteriano

nell’accordare una parte prevalente all’azione delle furberie dei

sacerdoti nella formazione delle religioni; ha molto del mistico

nell’accettare come dottrine solide e vere le credenze indiane

rinnovate ai nostri giorni dallo Swedemborg e dagli spiritisti intorno

alla rincarnazione delle anime.

«Accanto all’intimo sentimento dell’esistenza di Dio, di un Essere

per eccellenza che tutto regge e governa, noi troviamo pure nel fondo

della nostra coscienza il sentimento compagno della nostra propria

esistenza: il quale ci avverte che i nostri destini furono strettamente

legati a quelli del sommo fattore, da cui insieme all’essere ne vennero

largiti e che, come quelli, esser debbono necessariamente sublimi ed

immortali.» Sono le prime righe del libro, ed hanno un’intonazione

tutt’altro che scientifica; contengono quasi più affermazioni vaghe

e gratuite che non abbiano parole. La coscienza umana, pel signor

Caivano, è ancora qualcosa di naturale, di fondamentale, non qualcosa

che si sia venuta formando, esplicando, con lento lavorìo dell’eredità

della razza, non qualcosa che si vada formando ed esplicando tuttavia e

che bisogni oggi piuttosto interrogare nella sua attuazione scientifica

e non nel suo stato popolare ch’è quanto dire basso e primitivo. Che

cosa significano quei _destini_ largiti dal Creatore che _debbono

essere necessariamente sublimi ed immortali_? Qual’è la ragione

scientifica di tale _necessaria immortalità_? Accenno questo per

mostrare il carattere ibrido del libro.

Il signor Caivano ha il concetto moderno dell’organismo delle

religioni, ma lo avviluppa tra le nebbie del suo misticismo, e lo

rende appena riconoscibile. C’è, secondo lui, un verbo religioso, che

nel corso dei secoli si è rivelato agli uomini per mezzo di apostoli e

messaggieri; ma la setta sacerdotale, per fini di dominio e d’avarizia,

lo ha sempre falsato e adulterato. Questo suo libro è destinato a

far _pienamente conoscere e distinguere la pura voce della religione

dall’assordante, multiforme, invereconda ciarlataneria sacerdotale_.

Perciò egli traccia, dal suo punto di vista, un rapido quadro della

storia delle religioni, dalla braminica fino alla cattolica, assegnando

sempre una ragione piccola e superficiale all’organizzarsi delle varie

dottrine religiose, all’esplicarsi dei riti. È un uomo pieno di sdegno

e d’orrore contro le infamie sacerdotali, un entusiasta, un neofito

quando parla di quella ch’egli crede la vera verità religiosa. Non

gli passa per la mente che tutte le religioni siano e debbano essere

scientificamente false, perchè tale è la loro essenza; non gli passa

pel capo che, vice-versa, sono tanto più false, come religioni, quanto

sono più vicine alla verità.

Pel signor Caivano, il Cristo non è un Dio: ed eccolo qui d’accordo

colla scienza moderna. È un uomo? Sì e no. «_È un uomo di lassù_, egli

risponde, che ha percorso tutto il lungo periodo delle incarnazioni

mortali e pervenuto alle regioni superiori del creato, là dove non si

muove — là dove facoltà è concessa ad ogni anima di vestire e svestirsi

a suo talento dalle spoglie mortali di quei mondi inferiori, nei quali

a portar la luce della verità la sua carità lo spinge.» (pagina 218).

Le sue conchiusioni sono: che la vera voce della religione, quella

sempre costantemente la stessa, che unicamente era informata alle pure

rivelazioni dell’umana coscienza e dei celesti Messaggieri del Divino

Verbo, ci presenta la dottrina della trasmigrazione e del continuo

progresso dell’anima, come unica soluzione del gran problema dei

destini umani. Come vede benissimo il lettore, nuotiamo entro il più

schietto swedemborgismo.

Parlando del libro del Mamiani _La religione dell’avvenire_ io

dissi che le religioni non si fanno a furia di riflessione come

pareva intendesse il filosofo pesarese, ed accennai allo spiritismo,

allo swedemborgismo come ad una delle possibili forme religiose

dell’avvenire. Queste dottrine che svincolano la religione dalle

pastoie del culto e del rito e la ravvicinano sempre più alla pura

speculazione filosofica serpeggiano da parecchi anni anche in Italia

e cominciano a produrvi un movimento del quale il libro del signor

Caivano potrebbe dirsi una specie di manifesto. Per ora trattasi d’una

minoranza impercettibile, che vive nascosta, che non è _chiesa_. Però

è attiva, lavora assiduamente alla propagazione delle sue dottrine: ha

avuto perfino un apposito giornale. La traduzione italiana di alcune

opere dello Swedemborg stampate a spese della _società swedemborgiana_

di Londra ne ha diffuso il movimento e vi ha impresso una certa forza,

specialmente nel Piemonte e nelle provincie meridionali. È un sintomo

di risveglio religioso? È l’attività di un alto sentimento umano che

si mette a funzionare nelle sfere della nostra società ove la schietta

verità scientifica non potrà mai farsi strada?

Veramente non è da libri della natura di questi _Destini umani_ che

dovrebbe venir rappresentata in Italia la _scienza delle religioni_

così fiorente in Germania, in Francia, in Inghilterra. Ma io credo che

verrà la nostra volta anche in questo genere di studii, come è già

venuta da un pezzo per gli altri rami dello scibile. La nazione che

ha sciolto con tanta sapienza pratica il più complicato dei problemi

religiosi moderni non potrà rimanersene estranea alle importanti

ricerche storiche e psicologiche che tentano d’investigare il problema

religioso e scoprirne le leggi. Il problema religioso si complica

con tutti i problemi sociali che presentano agli stati moderni i loro

terribili punti interrogativi. Risolverlo scientificamente, col metodo

positivo, o meglio non risolverlo ma studiarne il vero e natural

processo per lasciar funzionare liberamente il sentimento religioso in

armonia cogli altri sentimenti umani e in relazione coi nuovi concetti

della vita e dello stato, è il modo più sicuro per non isbagliare la

via. E l’Italia vi è tanto più interessata quanto più elevato è il

concetto dello stato moderno che il suo colpo di genio gli ha fatto

così felicemente attuare.

Intanto sforziamoci a rimaner serii e riverenti innanzi alle

aspirazioni che chiudono il libro dell’avv. Caivano.

«Progredire, e sempre progredire; aspirar sempre e raggiunger sempre la

vicina meta a cui si aspira: domandar sempre, e sempre ottenere senza

mai poter dire a sè stesso: nulla più mi rimane a desiderare; senza mai

trovare in sè un’aspirazione, un desiderio rimasto insoddisfatto...

Eterno stato di continua e costante felicità, risultante da una

serie infinita di felicità sempre nuove e sempre desiderate; eterna,

infinita scala che giammai si lascia di ascendere e ogni gradino della

quale è una nuova e desiderata gioia sempre più bella e più squisita

dell’anteriore... ecco la vera vita dell’uomo; ecco qui il brillante e

grandioso avvenire riserbato all’umanità! (pag. 411).

Rimaniamo serii e riverenti leggendo la dottrina che il «matrimonio

celebrato una prima volta sulla Terra ed in qualunque altro dei Mondi

del periodo di scuola, sulla base del vero amor coniugale, è il primo

appena dei tanti atti preparatorii del matrimonio celeste; null’altro

che il primo anello di quella dolce e lunga catena matrimoniale,

la quale si termina e si chiude col supremo matrimonio finale nelle

superiori regioni del creato» (pag. 420). Non avremmo tratto nessun

profitto dalla scienza delle religioni se, non soltanto queste, ma le

più strane fioriture dell’imaginazione religiosa non ci trovassero

curiosi e sereni come dinnanzi a qualunque altra creazione della

Natura.

Studii sulla letteratura contemporanea · 第 41 / 48 题