Tutto questo è uno sbiadito e rapido accenno del lungo lavoro del
Molmenti. Ripeto che par di leggere non una storia, ma una biografia.
Il libro è fatto con accuratezza, ricorrendo sempre alle fonti, facendo
tesoro dei mezzi che la critica moderna mette in opera per risuscitare
il passato, lasciando parlare di preferenza il documento sincrono,
quadro, stampa, cronaca, poesia, legge, oggetto d’arte, monumento.
Forse tutti gli elementi raccolti non hanno avuto il tempo di fondersi
per produrre un lavoro veramente omogeneo, opera di scienza storica e
nello stesso tempo opera d’arte. Si notano qua e là delle sproporzioni
di parti. Quell’aggruppare in uno stesso capitolo notizie che
riferisconsi a diverse età nuoce all’evidenza della pittura e genera
un po’ di confusione. Ma questi e simili nèi sono compensati dalla
ricchezza delle informazioni e, più che dalla quantità, dalla qualità
di esse spessissimo inedite.
Per iscusare la mancanza di quel calore organico che fa sentire
in un’opera d’arte la pulsazione del sangue, forse potrebbe dirsi
che l’autore si contenga a posta, volendo mostrarsi giusto anche a
costo di parer freddo, pur d’imprimere al lavoro un carattere tutto
moderno di ricerca e di ricostruzione spassionate. Giacchè bisogna
rammentarsi che per la critica storica moderna una nazione, una
città sono degli organismi che nascono, crescono e muoiono seguendo,
al pari di qualunque essere vivente, le leggi supreme della natura:
niente altro. La loro storia la interessa perchè può verificarvi delle
leggi, studiarvi l’azione delle piccole cause e delle accidentalità
d’ogni specie che favorirono o impedirono il loro pieno svolgimento,
che ritardarono o affrettarono il loro declino verso la morte: la
interessa, ma la lascia completamente serena. La critica moderna non
domanda alla storia insegnamenti di sorta. Sa che la esperienza di
questa non serve a nulla; e, convinta di non esserci al mondo cosa
che si ripeta, ha già scancellato dalla sua mente il vecchio detto
_historia magistra vitæ_. Vuol sapere soltanto per sapere, per un
elevato bisogno della ragione, non già, come prima, per un secondo
fine di pratica utilità che un’accurata osservazione ha dimostrato
illusorio.
Però la critica storica non ammazza il sentimento. Nel nome di Venezia
c’è un fascino profondo. Chiuso il libro dello storico, si porge
volentieri orecchio al poeta. Ed io non resisto alla tentazione di
terminare la presente rassegna con alcune belle strofe tratte da
un libro di versi del quale ho il torto di non aver parlato ai miei
lettori[24]. _Tramonto in laguna_ è il comento dell’arte alla severa
parola della storia.
Dietro Fusina cala il sol; la gondola
presso i sepolcri scivola; lontano
una squilla perduta per l’oceano
vien da Burano.
E tutto parla d’un antico vivere:
un suon d’amor par che dica: «Una volta!...»
ah la dolce vision che nelle tenebre
sen va sepolta!
O mercanti sovrani, o baldi cantici
cantati al lampo della mezza luna
pensando ai baci cullati dal palpito
della laguna!
O paci in grembo delle belle adriache
novellando di Scutari e d’Egina,
mentre passavan cantando per l’aria
Ruggero e Alcina,
e gli occhi, specchïanti il brillar tremulo
del Cipro nelle tazze di Murano,
ebbri d’amore erravan sulle Veneri
di Tiziano!...
Oh tristo il dì, che addormentò sui morbidi
drappi la razza che da voi discese:
a civiltà vestita, la barbarie
l’ugne vi stese;
e, come sempre, ad infamar la vittima
i più turpi color non parver sozzi:
di voi null’altro aver parea la Storia
che i Dieci e i Pozzi!