Gli anni pesano sulle sue spalle. Non è men bella, nè meno corrotta; ma
è già stanca e un po’ sciupata. La vita veneziana si riduce finalmente
ad _una specie di sonnolenza dolcissima e blanda_. Il cuoco diventa un
personaggio importante. Più importante il maestro di ballo, regolatore
severo di cerimonie. Pari a questo, e qualche volta maggiore, il
parrucchiere, confidente, mezzano, spesso amante fortunato delle sue
gentili clienti. I cicisbei rendonsi indispensabili per le donne che
passano sette ore ad abbigliarsi, studiando la posizione delle mosche
da porsi sul volto, ognuno delle quali ha un significato speciale.
Sono _tutti radai el viso_, leziosi, smorfiosi, da far dubitare del
loro sesso. La toga riesce ad essi così pesante che la tengono riposta
in certi camerini delle Procuratie per indossarla lì per lì, prima
d’andare al Broglio e in Consiglio. Se vigor rimane in qualcuno dei
discendenti degli antichi patrizii, trasmoda in azioni da bandito, in
soperchierie, in duelli; ma è un’eccezione. Nemmeno la sensualità ha
ormai _trasporti violenti: molte volte il cavalier servente che aiuta
la sua donna a vestirsi e a spogliarsi non va più in là di un bacio.
Frequenti le frivolezze e sciolti i costumi, ma il libertinaggio non
si avvoltola nell’oscenità, non prorompe, come nella decadenza di Roma,
in isfoghi brutali e dementi. Vi è più difetti che colpe, più passioni
minuscole che malvagità. È una quiete voluttuosa e ornata dall’arte. Il
riposo d’una gente, che dopo aver vissuto virilmente, si ritira fra i
piaceri eleganti._
L’agonia della grande città non ha sofferenze. Negli ultimi momenti
della sua vita repubblicana, Venezia trova un lampo della antica
fierezza nel Pizzamano che respinge colla forza una nave francese dal
porto di Lido, nel Donà che risponde al Bonaparte che la violenza non
l’atterrisce, nell’Alvise Mocenigo e nel Giustinian che protestano
di ricever ordini soltanto dal Senato, nel Pesaro e nel Grimani che
consigliano la resistenza. E quando sulla piazza di San Marco vengono
bruciati il Libro d’oro e le insegne ducali e sfregiato il Leone alato,
simbolo della virtù patria, mentre le baldracche seminude danzano
attorno all’albero della libertà piantato tra le macerie dell’antico
edifizio politico, l’ultimo grido del popolo è sempre il suo vecchio
grido di guerra: Viva San Marco!...