I giuochi rovinosi, gli amori illeciti, le bigamie, la corruzione
domestica penetrano nella società veneziana appena la sua vita
politica e commerciale s’assoda e s’allarga. Il Petrarca si lagna
del turpiloquio e della _troppa libertà del parlare per la quale in
Venezia gli uomini onesti dagli infami, i dotti dagli ignoranti, i
forti dai vili, i buoni dai malvagi sono impunemente vituperati_...;
mali inevitabili in qualunque società che non s’arresti nella barbarie
dell’infanzia e varchi la soglia del gran tempio della storia. Ma
già della Venezia primitiva esistono ormai pochi vestigi. Alle case
di legno, soggette a frequenti incendii sono succedute da per tutto
le case murate. Le popolane, basse, severe, con strette finestre
a sesto acuto, senza ornamenti, senza comodi; ma quelle dei ricchi
hanno due o tre piani, ampie finestre, cornici, sagome lavorate e
sono ornate di stemmi, di scudi, di angioli o di puttini. La pesante
mobiglia bizantina si trasforma anch’essa e adotta fogge italiane.
Letti larghi, con lenzuola sino a terra, con strani padiglioni, con
cupole sostenute da colonne intagliate; tappeti, coppe dorate, bacili e
cucchiai d’argento, oggetti preziosi di ogni sorta splendono fra pareti
dove, scrive un contemporaneo fiorentino, _poco vi si vedeva altro
che azzurro ed oro fino_. Le chiese, i monasteri sfoggiano mosaici
e colonne di porfido, di serpentino e di verde antico. San Marco
diventa, come dice il Ruskin, _un vasto messale alluminato, rilegato
in alabastro invece che in parghemena_, e il palazzo dei Dogi sorride
gaiamente sotto il cielo azzurro, coi suoi mille archi acuti, coi
suoi mille trafori, colle sue centinaia di colonnine, coi suoi svelti
loggiati, come un palazzo creato dai gnomi in una notte per la festa
nuziale d’una fata.
Si vede ancora per la città uno stato di formazione, ma di formazione
avanzata. I canali s’incrociano chiusi da catene di sicurezza,
fiancheggiati spesso da alberi; le vie sboccano innanzi a larghe
piscine, o nei prati dove tuttavia pascolano armenti e vegetano
boschetti; gli argini delle saline stendono qua e là le loro braccia
in muratura, incassati fra i canali; gli _aquimoli_ (mulini a vento)
agitano le loro ruote all’azione del flusso e del riflusso; e, innanzi
alle case e sui tetti, veggonsi sventolare e specchiarsi nelle acque
della laguna le vele e le bandiere delle navi, le vere fattrici della
veneziana grandezza.
È l’età virile: una nuova fase della felice e poderosa città. L’arte
e la scienza si ricoverano all’ombra del suo libero governo. Sono
aperte scuole e fondate accademie. L’architettura dà il Sammicheli,
il Sansovino, il Palladio; la pittura il Bellini, il Giorgione, il
Tintoretto, il Veronese; la tipografia dà Aldo. Gli orti del Manuzio
a Murano, _per la vaghezza dell’aiere e del sito, lioghi da ninfe e
da semidei_, raccolgono quanto di più eletto hanno l’erudizione e le
lettere. Una chiesetta, quella di san Bartolomeo, s’apre a lezioni
di filosofia dettate da patrizii in lingua latina. Le industrie
producono trine meravigliose, cristalli, specchi, margheritine, vasi
che sembrano d’aria condensata. Il commercio fa circolare undici
milioni e sessanta mila zecchini di capitali. Il naviglio componesi
di tremila bastimenti con diciassette mila uomini, di trecento con
otto mila, e di quarantacinque galere di varia grandezza con undici
mila marinai. Con una popolazione di 190,000 abitanti, si contano
tre mila costruttori, tre mila calafati, tre mila tessitori di seta,
sedici mila di panno di fustagno. Il sangue rigurgita nelle vene del
gran corpo: sangue sempre nuovo v’affluisce da ogni parte d’Italia. La
vita è una festa colossale, uno splendore fantastico. Ogni abitazione
di patrizio è diventata un museo prezioso. Alle facciate di marmo,
ricche di archi intrecciati e di colonnine spirali di suprema eleganza,
corrispondono, nello interno, le splendide trabeazioni dei soffitti; le
pareti rivestite di pelli conce, dorate e argentate con _cuori di oro_,
come si chiamano i fregi e le figure impressi sopra di essi; i camini
tutti fogliami, putti e sirene; le lampade di foggia orientale in rame
dorato, in bronzo niellato; le suppellettili d’oro e di argento; i vasi
di Murano; gli oggetti antichi trovati negli scavi, che già cominciano
ad esser di moda; le immense alcove sostenute da cariatidi dorate;
gl’inginocchiatoi, gli armadii, le cassepanche intagliate; i velluti,
gli arazzi, i quadri dei grandi maestri; gli stipi d’avventurina, i
libri con fermagli e cesellature stupendi; le maioliche, le coppe, i
piatti in ismalto a rilievo; la profusione delle gemme.
Ogni avvenimento della vita privata, matrimonii, battesimi, funerali,
dà facile pretesto a grandi sfoggi d’ogni maniera. Il corredo della
sposa ha per lo meno una dozzina di vesti di velluto, di broccato, di
raso, e un’infinità di ricche cose. I gondolieri che l’accompagnano
alla chiesa debbono portar le calze rosse, se non vogliono esser
fischiati dagli altri barcaiuoli. Damaschi, tappeti alle finestre,
servidori in livree tutte oro ed argento; spari di mortaretti, un
corteo di più di trecento persone, banchetto in piatti di oro ed
argento, profusioni di regali, rappresentazioni teatrali, balli,
tornei. La stessa cosa nei battesimi. La morte perde la sua tristezza
in mezzo all’ondeggiare dei paliotti delle Scuole che precedono il
corteo e dei gonfaloni della Scuola alla quale appartiene il defunto,
tra la ricchezza degli apparati sacri, col cadavere vestito di panno
d’oro portato sulla bara da otto persone, e una folla di popolo
variopinta, curiosamente accalcata nella piazza di San Marco e lungo
Rialto. Il cadavere del Doge rimane esposto tre giorni, guardato
da due nobili vestiti in rosso e dai canonici di San Marco. Pel
doge Loredano suonano a mortorio tutte le campane della città, si
chiudono le botteghe, e i gentiluomini di guardia diventano ventidue:
centodicianove gonfaloni precedono la bara seguita dai patrizii, dai
magistrati, da marinai, da famigli, da un popolo intiero.
Si moltiplicano i festini e i conviti, e vanno famosi per l’Europa. Ai
festini intervengono dei cardinali che ballano anch’essi il _cappello_,
una specie di contraddanza. Nei conviti espongonsi sulle credenze
argenterie del valore di 5000 ducati. I piatti si servono preceduti da
servitori con torcie; il pane, le ostriche, fin le candele sono dorate.
Le sale da pranzo vengono ornate di piante odorifere e d’acquarii.
Dai rami delle piante pendono canestri d’argento pieni di frutta, di
lepretti, di conigli e di uccelli vivi, legati con fettucce di seta.
La fantasia dei cuochi si sbizzarisce non solamente nel condire ma nel
foggiare le vivande. Le insalate han forma di castelli, colle torri
di rape e colle mura di limoni, di fette di prosciutto, di suoli di
capperi, di olive, di arenghe e di caviale, tutte ornate di fiori. Le
paste di marzapane han forma di statue o di draghi. I pavoni arrosto
vengono serviti coperti delle loro splendide penne, colle code a ruota
e con nastri e confetti dorati pendenti dal collo. Enrico III riceve
nelle stanze del Consiglio dei Dieci una colazione ove le tovaglie,
le salviette, i piatti, i coltelli, le forchette, il pane, ogni cosa
è di zucchero e imitata così al naturale che l’occhio n’è ingannato.
E al lusso della tavola e delle feste fa riscontro quello delle vesti
e degli ornamenti. Le fogge francesi già prevalgono. La piazza di San
Marco, i _listoni_ di S. Stefano e di San Polo, nei giorni di festa e
di bel sole, paiono una fantasmagorica visione di rasi, di velluti, di
sete, d’oro, di gemme, di capelli biondi, di seni scoperti, di gorgiere
che sormontano la testa, di strascichi immensi, di veli, di cuffie,
di reticelle d’oro, d’un vasto spumeggiare di trine. Lo scomodo di
non poter andare attorno senza il sostegno di due fantesche e di due
cavalieri non impedisce alle signore d’adottare dei trampoli alti più
di mezzo metro. La smania d’aver la capigliatura d’un biondo d’oro
non si lascia scoraggiare dalla fatica che costa. La raffinatezza dei
bagni diventa eccessiva: si profumano di muschio, d’aloe, di mirra, di
lavanda.
Il belletto invade anche i seni; e questi son così scollacciati
che un contemporaneo non capisce come le vesti non caschino giù.
Per conservare la freschezza del viso s’adoperano durante la notte
fette di vitello crudo tenute già immerse nel vino. E alle frenesie
esteriori corrisponde il costume. Non è soltanto un’orgia veneziana,
ma europea, ma quasi mondiale. L’oriente e l’occidente si mescolano in
riva alle lagune con una foga turbinosa di commerci, di interessi, di
godimenti. Nel 1500, la città conta 11,000 prostitute e le leggi pei
delitti contro natura si moltiplicano, arrivando perfino a comminare
la pena di morte. Una prescrizione del Governo ordina alle meretrici
di stare alla finestra col seno scoperto per allettar gli uomini e
distoglierli dall’abominevole vizio. Disordini di ogni specie accadono
nelle chiese aperte fino a tarda notte. Schiave d’oriente vendonsi al
pubblico incanto a San Giorgio e a Rialto, e i preti (notai, sino al
1600) stendono i contratti dove le belle circasse e le giorgiane son
dichiarate _sane et integre nei loro membri occulti e manifesti_. Già
veggonsi patrizii che non si vergognano di dare il loro storico nome a
una cortigiana. Le sale dei vecchi palazzi s’aprono a balli osceni di
meretrici. Il doge Pietro Mocenigo, settuagenario, dorme fra due belle
levantine. La cortigiana gareggia colla gentildonna e spesso vince;
la gentildonna, per non farsi sopraffare, prende le maniere della
cortigiana. La pia, l’onesta Veronica Gambara chiama lo Aretino _divino
signore Pietro mio_. Coll’Aretino, sguaiato, sboccato, sfacciato fino
al cinismo, cenano in casa del Tiziano le più nobili gentildonne, fin
la gentile Irene da Spilimbergo, una vera fanciulla.
La bella città, stavo per dire la bella gentildonna, par presa da
frenesia. Profusione e sperpero da per tutto, anche di leggi suntuarie
che vorrebbero, in un baleno di resipiscenza, infrenar quella vertigine
oramai diventata una seconda natura. Ma le leggi restano subito lettera
morta. La baccante, col suo tirso in mano, col capo coronato d’edera,
coi capelli d’oro sciolti al vento, torna ad agitarsi scompostamente,
come in una notte dionisiaca, mezzo ignuda, provocante di forme e di
bianchezza. È l’ultimo sforzo del suo rigoglio.