I.

La sua giovinezza è piena di avventure, attiva, laboriosa, una

vera lotta per l’esistenza. Su quelle rive dell’Adriatico seminate

d’isolette aride, pantanose, esposte all’azione roditrice delle

acque, le case di legno si alzano a furia di palafitte, come nei

tempi delle abitazioni lacustiche. Ingegnosi ripari di vimini e di

graticci infrenano le acque, mentre da ogni parte si scavano pozzi, si

rassodano fondamenta, si costruiscono scoli, si profitta del flusso e

del riflusso per preparare saline e per attivare mulini, si bonificano

terreni, si colmano seni paludosi dal nome funesto di _tombe_, si

lanciano ponti da un’isoletta all’altra, e sulla spiaggia ferve

ardentemente il lavoro dei costruttori di barche, dei calafati, dei

marinai che si preparano alle future battaglie col mare, addestrandosi

alla pesca, addomesticandosi colle onde. La nuova patria dei rifugiati

di Aquilea dà i primi segni di vigore; s’organizza, si raccoglie

trasportando la sede ducale nelle isole realtine; e la sua crescenza è

rapida, il suo sviluppo meraviglioso.

Dal IX al XIV secolo la sua costituzione democratica fiorisce sul

tronco della tradizione romana, e la _Consociazione_ dei tribuni

comincia la sua graduale trasformazione, finchè arriva ad essere il

famoso _Comune venetiarum_: il quale prende forma visibile nel doge che

_maiores, mediocres et minores et magna venetorum conglobatio_ eliggono

per la prima volta nel 697 in Eraclea. Poi sopraggiunge un pullulare

di organismi minori, di tribuni, di _guastaldi_ ducali, di _giudici_,

di _ministeriali_, di _decani_, di _ripari_, di _boni homines_, di

altre forme varie e potenti di guarentigie liberali e popolari, e tutto

un arruffio di gare, e di tumultuose tragedie domestiche. Poi questo

rigoglio di forze s’acqueta di mano in mano e s’ammansisce limitando

i poteri ducali, infrenando i diritti del popolo facilmente sfruttati

dagli arruffoni, chiudendo colla _Serrata del Maggior Consiglio_

l’opera della sua faticosa evoluzione politica, per incominciarne

un’altra di civiltà e di grandezza.

Cinque secoli d’effervescenza e d’operosità vertiginosa! I muscoli

della città si sono fortificati, la mente s’è resa svelta, e la smania

del godimento della vita ha già prese tutte le forme, dall’ambizione

di dominio all’avidità commerciale, dai piaceri della forza alle molli

delizie del lusso, dalle materiali sensazioni degli spettacoli sfarzosi

alle iniziali soddisfazioni della cultura dell’intelletto. Mentre le

navi veneziane s’impadroniscono del commercio orientale e riducono

Costantinopoli quasi un loro emporio; mentre spingonsi nei porti del

Marocco, sulle spiaggie del Mar Nero e del Mar di Azof, trafficando

d’ogni cosa, perfino di schiavi; mentre il governo impone e annoda

dovunque patti, trattati, convenzioni che agevolino le relazioni

commerciali e assicurino ai mercanti veneti una specie di monopolio,

la vita cittadina risente gli effetti dell’affluente prosperità e

s’espande in feste, in tornei, in caccie di tori, in solennità d’ogni

genere. Alle quali spesso s’innesta il ricordo d’un avvenimento degno

di perpetuarsi nella memoria dei posteri, come la vittoria sui pirati

slavi nella _Festa delle Marie_, la vittoria sui pirati narentani

nella _Festa dell’Ascensione_, la vittoria sui friulani del patriarca

d’Aquilea nella _festa dei porci_ men nota delle due prime.

Le rigide matrone, i ruvidi marinai s’ammolliscono intanto al

continuo contatto coll’Oriente. Nel 1071 una principessa greca aveva

scandalizzato Venezia. Si lavava soltanto con acque odorose, profumava

tutto il corpo, faceva raccogliere ogni mattina dai suoi schiavi la

rugiada, credendo poter così mantenere più facilmente la freschezza

del viso. Guanti profumati, vesti sfarzose di seta e d’oro, bastoncelli

d’oro per portarsi i cibi alla bocca, raffinatezze di ogni specie; non

si era mai visto fra le lagune nulla di simile. E quando la principessa

greca, diventata dogaressa Selvo, morì marcita da una malattia forse

prodotta dall’abuso dei profumi, la sua morte fu ritenuta una vera

punizione di Dio. Ma, da lì a poco, ecco i musaici e le miniature

del tempo a rivelarci che le semplici vesti antiche hanno già ceduto

il posto alle foggie bizantine, alle vesti scollate tessute in oro

ed in argento, con lunghissimo strascico e strette ai fianchi da un

cinto d’oro, all’ampio manto ornato di zibellino, al berretto greco,

splendente d’oro, ai diademi, ai manti di seta immensi pei giorni di

festa. Però la vita delle donne è ancora molto ritirata e casalinga. Le

fanciulle non possono prender marito prima dei vent’anni, nè mostrarsi

per le vie senza aver coperto il viso da un doppio velo di seta. È un

tratto dell’estrema resistenza che fa al nuovo l’antico.

Studii sulla letteratura contemporanea · 第 35 / 48 题