LEGGENDE EBRAICHE[22]

Quello che più piace in una leggenda è l’ingenuità del sentimento.

La emozione fresca, quasi infantile del popolo si crea un embrione

d’organismo artistico che interessa forse maggiormente d’un organismo

compiuto. La funzione vitale ci si presenta nei suoi momenti

elementari: possiamo studiarla, sorprendendola nelle più delicate

operazioni che poi si nasconderanno sotto la densità della forma.

La spontaneità, l’incoscienza dell’attività artistica dello spirito

umano sono lì a nudo, sotto i nostri occhi. L’organismo si svolge

dal suo nucleo cellulare con una lentezza serena, con una semplicità

di mezzi e, nello stesso tempo, con una vigoria di forze crescenti

di mano in mano che la vita si spieghi. Curioso spettacolo quel

lavorìo di assimilazione, di trasformazione, di creazione di organi,

di adattamenti di forme esteriori! Riduce, alla fine, la leggenda un

organismo artistico, sempre rudimentale o, se piace meglio, primitivo

ma perfettamente compiuto, e lo lascia per così dire sulla soglia

dell’arte, aspettando che questa venga presa dal capriccio di raccorlo

e d’elevarlo ad organismo d’ordine superiore, a creazione immortale!

Da prima il sentimento, l’emozione son trasparenti nella loro qualità

morale o dommatica, nella loro virtualità germinale. Ma appena

l’immagine è abbozzata, scorgesi subito che un’attività d’altra

natura si sia messa in moto e che già tenda a diventar predominante:

è l’attività della forma. La creatura della leggenda, come tutte le

creature organiche, vive e cresce per conto suo, forte della propria

individualità, indipendente da qualunque altra ragione che abbia

contribuito alla sua nascita nel mondo dell’arte. La ricchezza dei suoi

particolari s’accumula fastosamente. Emancipata da ogni soggezione,

quella creatura si scapriccia, eccede nella sua libertà, abusa della

sua vigoria, arriva talvolta a prendere una fisonomia irriconoscibile

per chi non l’ha seguita passo a passo lungo il corso della sua

avventurosa esistenza. È andata di qua, di là, afferrando senza

scrupoli il _suo bene_ dovunque gli è venuto per le mani; e bisogna

proprio sottoporla alla cruda anatomia della critica per iscoprire

in che modo e dove e quando l’assimilazione sia avvenuta. Giacchè si

tratti d’assimilazione; non può trattarsi d’altro. Quella creatura

vivente richiama la vita anche attorno a sè. Bisogna che l’ambiente

dentro cui deve muoversi, bisogna che gli esseri coi quali deve aver

che fare partecipino al gran flusso vitale, colla stessa proporzione

di lei. Così la leggenda assume la sua forma e il suo colorito; si

spiega in un modo affatto proprio, dove la legge della vita è una

cosa assolutamente diversa dalla legge ordinaria, dove la illogicità è

rigorosa quanto la logica comune, dove l’assurdo apparisce come la cosa

più naturale e più ovvia.

Ma cresciuta, ma ridotta già un organismo compiuto, nel genere degli

organismi primitivi, la leggenda conserva sempre il suo carattere

d’origine, l’ingenuità del sentimento. Per quanto v’abbia lavorato

attorno, per quanto v’abbia introdotto di nuovo e d’estraneo nella

lenta elaborazione del suo soggetto, lo spirito popolare non può

snaturare la sua creazione: il carattere originario sussiste. Neanche

quando l’arte prende uno di questi organismi rudimentali per farne,

col suo divino potere, un organismo superiore, il carattere di quello

si muta. La creatura popolare resiste fortemente: impone anzi il

suo modo d’essere all’organismo elevato. Guardate la leggenda di

Fausto. È una di quelle che lasciano veder meglio il lavorìo della

loro lunga formazione. Elena non vi apparisce di primo lancio. Il

pedante Wagner mette fuori la sua ridicola personalità molto tardi.

Il sentimento religioso che n’è il nucleo originario s’offusca, si

vela a poco a poco: la rigogliosità della forma, la solidità d’essa

lo sopraffanno. Quando la leggenda viene assunta dal genio del Goethe

nel cielo dell’arte, non è soltanto la forma che si sprigiona con

frenetico slancio in una moltiplicità di forme secondarie, di creazioni

intermedie, di vegetazioni d’ogni sorta, ma perfino il concetto si

trova cambiato, o meglio, trasfigurato nel suo reale contenuto, nel

suo contenuto definitivo. Però il carattere è rimasto tal quale, cioè

un sentimento, qualcosa d’indefinito che non può diventare qualcosa

di perfettamente definito anche quando prende una forma perfettamente

definita. Questo sembra un _galimatias_ ma non è.

— Quale idea avete cercato d’incarnare nel Fausto? fu domandato una

volta al Goethe.

« — Che ne so io? rispose il Goethe. Sarebbe stata veramente bella

se io avessi voluto legare ad una sola idea, come ad un magro filo a

traverso l’intiero poema, le scene così diverse, così ricche di varia

vita c’ho introdotto nel _Fausto_! Io non amavo, come poeta, cercar

d’incarnare un’astrattezza. Ricevevo nell’anima delle impressioni,

impressione d’ogni specie, fisiche, viventi, seducenti, screziate,

quali una vivace imaginazione me le presentava; e da poeta, non dovevo

far altro che dare a quelle impressioni, a quelle imagini una forma

artistica, disporle in quadri, farle apparire in pitture viventi,

acciocchè, ascoltandomi o leggendomi, gli altri provassero alla lor

volta le stesse impressioni che avevo provato io.»

Questa risposta non significa però che il mondo del _Fausto_ sia

il regno del capriccio e dell’accidentalità della fantasia poetica

goethiana. Le impressioni s’organizzavano rapidamente appena

penetravano in quell’ambiente. Mantenevano il loro immenso rigoglio,

si svolgevano colla più piena e più audace fecondità, ognuna per

proprio conto: ma soltanto in apparenza. La legge intima del carattere

primitivo dell’organismo s’imponeva inesorabilmente a quella ricchezza

di impressioni che v’affluiva da ogni parte. Le impressioni non

potevano presentarsi così nude e crude, dovevano cioè realizzarsi nella

forma, per un diritto di vita, in quel mondo poetico; e realizzarsi

tanto più elevatamente quanto più elevato era il posto del _Fausto_

nella grande scala degli organismi superiori. Ne risultava quell’_opera

da matto_ come lo stesso Goethe chiamolla una volta, quanto dire:

un’opera dove le creature artistiche hanno la loro vitalità assoluta,

la loro forma assoluta: giacchè (ed anche questa è un’opinione

del Goethe) _un’opera poetica è tanto più perfetta, quanto più è

incommensurabile e_ INSAISISSABLE _dall’intelligenza_.

Quando si parla d’organismo a proposito di opere d’arte non si fa una

semplice analogia: esso è anzi il concetto più originale e più fecondo

della critica moderna. Come nella natura, gli organismi delle forme

artistiche non riescono sempre bene: l’arte anch’essa ha i suoi aborti,

le sue creature imperfette e in tutti i gradi della sua scala animale,

nell’organismo embrionale, come nell’organismo superiore. Il carattere

d’una opera d’arte può esser falsato da un eccesso accidentale di

svolgimento di funzioni in una parte secondaria dell’organismo: può

essere falsato da un difetto di sviluppo in alcun’altra, che rompe

l’economia e l’armonia dell’insieme. Nella leggenda, per esempio,

il sentimento può conservare una certa ingenuità, ma non riuscire

a travasarsi perfettamente nella forma. Allora gli rimane la sua

trasparenza: noi vediamo nello stesso momento due cose diverse: il

sentimento come sentimento e il tentativo della forma rimasto allo

stato di tentativo: qualcosa di vaporoso, di gelatinoso, ma nulla

di più. Le intenzioni morali, dommatiche o altre trapelano da ogni

parte, metà astrattezza, concetto o anche sentimento, e metà forma,

persona, creatura che sta tra la vita e la morte e più da questa

parte che da quella. Come arte non hanno nessun valore: nell’arte e

nella natura ha soltanto valore la vita anzi la piena salute; ma come

soggetto di studio spesso queste forme abortite, incompiute hanno

un pregio straordinario. La funzione arrestata, sviata o pervertita

dell’organismo imperfetto lascia scorgere il processo dell’organismo

perfetto che ordinariamente ci vien nascosta dalla gelosa avarizia

della Natura. Anche la fisiologia è costretta a domandare molte volte

le leggi della salute alle tristi rivelazioni del morbo.

Io non avrei parlato delle leggende ebraiche sulla _Vita e la morte

di Mosè_ che il laboriosissimo professor De Benedetti ha tradotte e

commentate, se esse non si fossero prestate a considerazioni generali

sull’arte e a qualche applicazione pratica di queste. Mi manca ogni

competenza ed ogni autorità per discorrere del valore filologico della

traduzione e del merito dell’erudizione e dei raffronti onde il libro

è ricchissimo. Il professor De Benedetti ha ricevuto le meritate lodi

dei dotti, anche in Francia e in Germania. Ho voluto portare sotto

gli occhi dei lettori _un caso letterario_, per parlare il linguaggio

dei medici. Ed ho citato poco fa avvedutamente il _Faust_ perchè

il paragone riesca più spiccato tra la salute e la malattia, tra

l’organismo strabocchevolmente ricco di sangue, e meravigliosamente

bello di forme, e l’altro anemico e rachitico, se non di straordinaria

bruttezza.

È inutile cercare le circostanze che lo hanno prodotto, o per lo

meno non è necessario. Sia la natura dello spirito semitico, sia

l’effetto dell’influenza del concetto religioso, che in quella razza ha

sopraffatto ogn’altro sentimento umano, l’organismo di queste leggende

è imperfetto. La trasformazione creativa del sentimento nella forma

non s’è compiuta e non ci produce l’illusione della vita. Certamente

quello che il valente professor De Benedetti ci dice intorno lo

speciale carattere di esse, spiega molte cose. Son nate nel medio evo,

in quell’epoca «in cui la letteratura ebraica si mantenne profondamente

originale e serbò intatta la sua indole natìa.» Appartengono

all’_Agada_, che è «la parte dell’antica scienza giudaica in cui,

sotto forma di glosa dei testi biblici, si svolgevano il domma e la

morale e la filosofia e tutto quello che, considerati i tempi, poteva

dirsi letteratura; tutto insomma l’insegnamento teorico e ideale, in

contrapposto all’_Alaca_ che racchiudeva la giurisprudenza e i riti,

tutta la parte pratica e reale... La forma più spesso eletta a vestire

il pensiero nell’Agada era la narrazione, come indica il vocabolo

stesso, che ha per l’appunto questo significato; e la leggenda n’è la

parte principale.» (pag. VI).

Infatti in questi brani dell’Agada, cuciti insieme dal De Benedetti in

modo che formino un corpo solo, noi assistiamo al fenomeno del primo

conato del germe leggendario e possiamo seguirne i movimenti: ma non

incontriamo nemmeno un organismo rudimentale completamente svolto.

Il genio sottilmente sofistico del commentatore biblico, del rabbino

fanatico, interviene ad ogni passo e rompe la magìa dell’impressione

quasi per avvertire di non lasciarci cogliere dalle seduzioni della

forma. La leggenda così perde il pregio della spontaneità. Non è più

qualcosa venuta fuori non si sa donde, nè come, nè quando, una creatura

gentile, sorridente, ingenua nelle sue facili gioie, ingenua nelle sue

tristezze e nelle sue paure, impressionabilissima, esaltata per la sua

delicatezza di nervi. Ha una musoneria sacerdotale; vuol giustificare

ogni sua parola con un testo autentico del Libro. C’importuna colla

sua esattezza, c’irrita con una sciocca credulità molto diversa

dall’ingenuità che non si sorprende di nulla forse perchè l’impossibile

le pare, non che possibile, facile.

Non si contenta, per esempio, di narrare che quando Faraone impose

agli ebrei di gettar nel Nilo i figliuoli maschi, Dio inviava a quei

bambini abbandonati pei campi «_i suoi angioli a lavarli, a spargerli

d’unguenti, a fasciarli, a porre loro accanto due pietre levigate,

dall’una delle quali egli succhiavano latte, e dall’altra nutriansi

di miele_» non si contenta di narrare che, cresciuti, _il suolo

apriva la bocca e rigettavali_, che _tornavano ciascuno al padre suo

e alla famiglia sua. I quali facevano tuttafiata celle sotterra e

ve li rimpiattavano, sì che gli Egiziani loro aravano sul dosso, ma

offenderli e’ non potevano_; ma ecco che aggiunge subito: _secondo sta

scritto_: e cita il versetto terzo del salmo CXXIX; _sul dosso mi hanno

arato gli aratori_, rivelando così da qual fonte è scaturito l’embrione

leggendario e, nello stesso tempo, uccidendolo.

Un’altra volta è una difficoltà di calcolo che s’ingegna di produrlo.

_Li terranno servi e gli affligeranno per quattrocent’anni_, dice

il versetto 13 del capo XV della Genesi. Come mai la parola di

Dio può contraddirsi? pensa il rabbino; la cattività presso gli

egiziani non è durata che ottantasei anni!... E quando trova la sua

sofistica soluzione prova la tentazione di personificarla. Hura, il

_patrono_ dell’Egitto, si lamenta con Dio e sfida Michele il _patrono_

d’Israello: Dio è tenuto a mantenere la sua parola: _quattrocento

anni_. Michele non sa che rispondere; il versetto decimo terzo

dice: _quattrocent’anni_. Ma Dio interviene nel conflitto, dà la

sua interpretazione, da perfetto rabbino, ed Hura il patrono rimane

confuso.

Sovente il rabbino non guarda pel sottile e non si perita di dare

l’astrattezza, la personificazione bella e buona quasi fosse cosa

vivente. Il mar Rosso contrasta nella leggenda prima di cedere il

passo agli ebrei. _Io non farò secondo le tue parole_, dice il mare

a Mosè, _perchè tu sei nato di donna; e non per questo soltanto, ma

perchè io sono maggiore di te di tre giorni, però che io fui creato lo

terzo die della settimana, e tu sino al sesto non fosti_. La _Legge_

querelandosi dinanzi all’Eterno perchè non la desse agli uomini, se

l’aveva già creata duemila anni prima del mondo, sente rispondersi

dagli angioli che essi vi _pongono impedimento perocchè gli uomini

sono per commettere contro di te peccato: laonde è meglio che tu stia

con noi_. Quando Mosè picchia nel sasso per farne spicciar l’acqua, il

sasso manda fuori sangue.

Mosè. (_a Dio_) Lo sasso non gitta.

Dio. (_al sasso_) Perchè non gitti tu acqua ma sangue?

Lo sasso (_a Dio_) Signore del mondo! Perchè Mosè mi ha egli

picchiato?

Dio. (_a Mosè_) Perchè lo sasso hai tu picchiato?

Mosè. Perchè e’ gittasse acqua.

Dio. Come? t’ho detto io tu il picchiassi? Non ti ho discorso io di

parlare? E detto: «_E parlerete allo sasso?_»

Mosè. Io ho parlato, ma non gittava.

Dio. Hai tu pure comandato Israele: «_Con equitate giudicherai tuo

prossimo._» E perchè non hai giudicato con equitate lo sasso?

E il rabbino continua a questo modo, credendo che la personificazione

sia un elemento da leggenda e introducendolo accanto ai personaggi

reali o imaginarii come gli angioli protettori e gli angioli del

_ministerio_ che lavansi all’onda di fuoco del fiume Rigione.

C’è un movimento bello, anzi sublime nell’ultima parte della leggenda

tratta dal _Commiato di Mosè_. Mosè, a cui Dio ha annunziato la

prossima fine, non sa rassegnarsi alla morte prima d’aver posto

il piede nella terra promessa. Il gran legislatore, il confidente

del _Santo_ tenta aggrapparsi alla vita, tenta strappare al Jehova

un brevissimo tempo di sosta. Che indefinito terrore dell’ignoto

scaturisce da tutti quegli argomenti, da tutti quei sotterfugi ch’egli

presenta al _Santo_ per allontanare l’esecuzione della terribile

sentenza!

Studii sulla letteratura contemporanea · 第 30 / 48 题