Arturo Graf è nato da padre tedesco e da madre italiana, in Italia.
Biondo, pallido, il suo aspetto mostra le due origini fuse insieme,
forse con un che di prevalenza paterna; così anche il suo ingegno. È
critico, erudito e poeta non dei volgari. Nei suoi versi la profondità
del sentimento, la mobilità dell’immaginazione, la tristezza ora
piena di virilità, ora piena di delicatezza nervosa e femminile, che
scaturiscono evidentemente da fonte tedesca, si rivelano in una forma
semplice, schietta e nello stesso tempo, lavorata con accuratezza
d’artista meridionale pel quale la forma suol ridursi a tutto. La sua
poesia potrebbe dirsi (se non sembrasse contraddizione) un sentimento
pensato. Il sentimento v’è rimuginato, scrutato con insistenza, con
compiacenza d’uomo del settentrione. Coscienza irrequieta, fantasia
piena di ombre e di terrori, il mistero della vita lo attira, come
la profondità d’un abisso, ma gl’ispira anche ripugnanze e paure
invincibili. Anela a riconciliarsi col mondo, colla natura, con sè
stesso; però la sua riflessione non sa svincolarsi affatto dalle
strette del sentimento, e scoppia in un grido angoscioso. Sembra
un uomo che senta soffocarsi in un ambiente ristretto e viziato.
Dell’aria! Dell’ideale! Un po’ di cielo fra queste miserie della terra!
È il grido dell’autore di _Medusa_ e del _Prometeo nella poesia_.
Il Graf adopera nella critica le stessissime facoltà con le quali ci si
rivela poeta. Il soggetto lo prende tutto; mente e cuore. La ricerca
erudita non impedisce al suo sentimento di commuoversi, d’esaltarsi;
anzi se la ricerca erudita ha per lui una ragione, questa trovasi
appunto nelle relazioni d’essa col sentimento.
La poesia sgorga tanto abbondante da un tema il quale, a prima vista,
pareva dovesse unicamente ridursi a delle idee nude e severe, che
la riflessione n’è sopraffatta. Il critico si tira indietro per
lasciar libero al poeta l’entusiastico sfogo delle sue apocalittiche
aspirazioni.
Egli non ne fa mistero. «Scrivendo le pagine (_Prometeo nella poesia_)
ch’io presento al lettore, molti giorni passai pieni di varie,
indimenticabili emozioni. Sentiva nell’anima un’espansione salutare,
un calore benefico quale d’una giornata di primavera, e mi pareva che
qualche cosa inverdisse dentro di me. Inorgoglivo di raccogliere nel
mio pensiero la coscienza dei secoli significata nel mirabile simbolo,
e più portentosa mi pareva la virtù di quell’antico genio ellenico che
impresse in tutte le sue creazioni il carattere dell’immortalità (pag.
X.)»
Il Graf aggiunge che il suo lavoro è _quale egli lo volle_ e chiede
_ch’altri non vi cerchi ciò ch’egli non ha voluto metterci_. È nel suo
diritto d’autore.
Però anche quando un libro riesce proprio quello che l’autore si
proponeva di farlo, non è vietato di manifestare ch’esso poteva
esser tentato con intendimenti diversi. Lo studio del Graf è tutto
esteriore. Prende la titanica figura di Prometeo sin dalla sua prima
incerta apparizione nei canti d’Esiodo e l’accompagna a traverso
quasi tutti gli _avatari_ per i quali è passata nei tempi antichi e
moderni. Eschilo, Accio, Calderon, Voltaire, Goethe, Bürger, Monti,
Schlegel, Herder, Byron, Shelley, Quinet, Lipiner, Longfellow, Schuré
hanno ora drammatizzato, ora cantato epicamente o liricamente il mito
del rapitore del fuoco celeste, trasformandolo, ed anche sformandolo
secondo le loro idee particolari e le influenze dei luoghi e dei
tempi. Il sublime dramma jeratico d’Eschilo diventa una commedia di
cappa e spada tra le mani del canonico spagnuolo; l’espressione d’un
punto psicologico della propria personalità nell’abozzo del Goethe;
un esercizio rettorico nel poemetto del Monti; una fantasmagoria
panteistico-umanitaria nello Shelley, nel Quinet, nel Lipiner. Il Graf
pesa esattamente e apprezza con sagacia ciascuna di queste apparizioni
anche dal punto di vista dell’arte, ma non v’insiste sopra; non si cura
d’approfondire se, dopo tutto quello che gli è passato sotto gli occhi,
la figura di Prometeo abbia pel presente o possa avere per l’avvenire
un vero valore poetico. Su questo punto la sua critica rimane poesia,
cioè sentimento indeterminato. Lui è anticipatamente persuaso che la
grande figura del titano non _è morta e non deve morire_; e questo
_vuol ricordare ai molti che al pari di lui sentono la gravezza dei
tempi e non sanno onde chieder speranza e conforto_.
Se qualcosa egli ritrae dalla storia delle evoluzioni poetiche di
Prometeo, è il desiderio di vederlo ricomparire nella poesia in
modo luminoso e più degno dell’arte e dell’immensità del soggetto.
In quest’ultimi tempi lo Shelley, il Quinet, il Lipiner l’hanno
rivendicato. Il titano antagonista di Giove, il gran martire del
Caucaso non solo ha ripreso nei drammi dei due primi e nel poema del
terzo il suo primitivo significato, ma si è arricchito di tutti gli
svolgimenti del pensiero moderno, s’è affermato con maggiore coscienza.
Mentre nello Shelley Demogorgone chiude il ditirambo panteistico della
liberazione con queste parole: «Soffrire angoscie che l’opinione reputa
eterne; perdonare affronti neri più della notte e della morte; sfidare
potestà che paiono onnipotenti, amare e sopportare, sperare insino a
che la speranza crei nella propria ruina le cose da lei contemplate;
non mutare, non vacillare, non pentirsi: essere tale, o titano, quale
tu ti glorii d’essere, vuol dire essere buono e grande e giocondo,
e bello e libero; in tali virtù soltanto è vita, gioia, impero e
vittoria;» (pag. 136) — mentre il Prometeo del Quinet si mostra
dubbioso della propria vittoria e dell’avvenire innanzi alla morte
degli Dei suoi nemici, ed esclama: «Quante fronti divine che sfidavano
la tempesta ho visto impallidire e morire innanzi tempo! E se domani
venisse a piombare l’avvoltoio sui vostri sepolcri d’oro, nei vostri
cieli sazii d’amore!» ecco che l’idea moderna riprende il sopravvento
e zampilla audace e vigorosa nel poema del Lipiner: «Ah! non intendete
voi? Colui dinanzi al quale dovete piegare le ginocchia, siete voi
stessi!... Colui che picchia, colui che chiama nel vostro petto, che
con alti clamori stende, allarga l’anime vostre, lo udite voi? Egli
chiama, l’eroe degli eroi, egli chiama, lo spirito degli spiriti; e
non da un trono d’oro dic’egli: Tu! ma dal fondo del travagliato petto,
esclama: «Io!» Non si può andare più oltre. Qui Prometeo si è liberato
perfino della propria personalità, s’è riconosciuto come Assoluto,
e dice: il mondo, l’uomo, l’universo, la divinità tutto è lo spirito
umano: non c’è altro che l’Io.
Se fosse il caso di poter fare una storia del mito di Prometeo, si
dovrebbe dire che il Lipiner ne ha chiuso per sempre l’evoluzione.
Prometeo aveva già perduto consistenza e rilievo (lo confessa anche il
Graf) nel dramma inglese; vi si cercavano già indarno _i lineamenti
perspicui e le membra marmoree del titano eschileo_. Nel poema del
Lipiner l’annullamento della personalità di Prometeo non è soltanto
un concetto generale ma una realtà poetica. Prometeo s’immerge
volenteroso entro l’eterno fuoco purificatore, e si perde e s’annulla
immedesimandosi nell’infinito. Ho detto: _se fosse il caso di poter
fare una storia del mito di Prometeo_ perchè tutte queste fantasie e
rabeschi e fioriture e accomodamenti moderni non hanno nulla che vedere
coll’organismo del mito primitivo. Se il Graf si fosse un pochino
fermato su questo punto, non si sarebbe illuso fino a credere che
spetti alla poesia di _cercare le nuove fedi che allarghino, integrino
il sentimento dell’umanità_, e non avrebbe scritto: «gl’è tempo di por
mano all’opera, perchè la ruina c’incalza e le generazioni languiscono
nella crescente miseria. La poesia salga le cime, compia l’ufficio
suo di vendetta, raccolga i segni, e, se le vien fatto di scorgerlo,
annunzii il nuovo Prometeo.» Parole che sorprendono dopo le sennate
osservazioni da lui fatte a pag. 7 sulla prevalenza della piccola
lirica individuale nei tempi moderni e sulle ragioni che la producono.
Infatti la convinzione che scaturisce da tutte le pagine del lavoro
del Graf è precisamente l’opposta di quella che lui vorrebbe. E questo
avviene per un equivoco. Lui scambia per _un rifiorire del poetico
mito_ di Prometeo il risvegliarsi del sentimento umano che s’adombrava
nel mito; e non bada che Prometeo, rinascendo oggi come sentimento
della piena libertà umana, non rinasce egualmente come forma, come
personalità poetica. Il mito s’incarna per la prima ed ultima volta nel
dramma jeratico d’Eschilo. Lì Prometeo, innanzi tutto, è una persona
vivente, una creatura di carne e di ossa. Il concetto filosofico,
jeratico, o antjeratico come è più probabile, resta in seconda linea e
non serve ad offuscarci la realtà.
Il suo linguaggio è umano e va diritto al nostro cuore: è un lamento
pieno di dignità e di fierezza.
Già tutto io sapeva, e peccar volli
Volli, nol niego; a me stesso tormenti
Io procacciai per dar soccorso all’uomo.
A Mercurio dice:
Io t’assicuro
Non cangerei la mia misera sorte
Con la tua servitù. Meglio d’assai
Lo star qui ligio a questa rupe io stimo
Che fedel messaggiero esser di Giove.
E quando tutto crolla attorno a lui per l’alta vendetta del Tonante, il
suo grido non è altro che una nobile protesta innanzi alla madre Temi
ed all’Etere generatore di ogni cosa.
O veneranda madre,
Oh etere, che tutto irradii il mondo,
Vedete pur quanta ingiustizia io soffro!
Solidi, viventi al pari di lui sono i personaggi che lo circondano:
perfino le personificazioni della Forza e del Potere non rimangono
delle pure astrazioni; e l’opera d’arte si concretizza, s’organizza
con tutto il vigore e il forte rigoglio della vita. Il concetto resta
ecclissato, apparentemente: ma infine ci guadagna anch’esso in così
grande potenza di creazione. Si può dire ch’esso risulti tanto più
efficace quanto più vi perda del suo carattere astratto prendendo forma
materiale e vivente. La concentrazione della virtù creativa è così
meravigliosa da sembrare a prima vista che il poeta non abbia avuto
altra intenzione: e può darsi che il Patin sia nel torto assai meno di
quello che il Graf non creda, quando dice: _l’espressione ed eloquente
pittura della passione essere stata la sola verità della quale,
senza dubbio, più premesse al poeta_. Questo non significa tradire il
còmpito della critica, nè sconoscere la natura del genio (pag. 37):
significa affermare che nella vera creazione poetica la forma acquista,
per l’intima legge della sua natura, un’importanza assoluta: e che
il concetto astratto, se ha un valore per sè stesso fuor del mondo
dell’arte, qui non può affatto assumerne uno se non come forma, come
creazione vivente, come realtà poetica indipendente, libera al pari di
qualunque altra creatura naturale o persona cosciente.
Ecco la condizione _sine qua non_ dell’immortalità artistica. Eschilo
vi s’è sottomesso: perciò il suo titano ha attraversato i secoli
sublime di fierezza e d’ardimento, e i secoli si sono riconosciuti
in lui, sentendovi gli stessi palpiti della loro vita, gli stessi
fremiti del loro cuore, le stesse aspirazioni del loro spirito. Di
tutti i Prometei venuti al mondo soltanto questo è immortale, perchè
soltanto questo ha saputo essere una vera opera di arte, e nient’altro;
e soltanto questo ci lascia nell’animo una profonda impressione che
ci solleva, c’infonde coraggio e dignità e ci rende veramente uomini,
quantunque non mostri aperta intenzione di voler raggiungere tale
scopo.
Nei tentativi moderni, invece, il concetto astratto rompe le dighe
della forma, si leva la maschera, o meglio si degna prenderne una,
tanto per dar negli occhi; ma è fatica sprecata. Certamente nello
Shelley, nel Quinet, nel Lipiner si trova un’idea più chiara,
una coscienza più compiuta dello spirito dell’umanità e delle sue
evoluzioni nella storia; ma trattandosi di opere d’arte ce n’importa
ben poco. Tutte queste informi manifestazioni poetiche rimangono
infatti come non avvenute. Troppo è palese in esse l’assurdità del
processo con cui sono state prodotte. I loro personaggi sono vuote
personificazioni, non persone; lo svolgimento dell’azione non è un
movimento libero e appassionato, ma un adattamento sillogistico,
arbitrario, incoerente, che spesso, per sua intima tendenza, prende la
forma lirica anzi declamatoria. Intanto il Prometeo d’Eschilo, colla
grande indeterminatezza del sentimento proveniente dalla perfetta
determinatezza della sua forma, ci dice ancora assai più che questi
suoi discendenti colla loro opposta indeterminatezza di forme e la
schietta e limpida manifestazione del loro concetto. Molto è mutato da
Eschilo in poi. Il Dio moderno non è più il Giove Greco. La lotta di
Prometeo con questo è drammatica: Giove, anche lui, ha una personalità,
potrei dire, umana. Ma quando, come nei lavori del Quinet e del
Lipiner, vediamo apparire accanto a quella di Prometeo la figura di
Cristo, proviamo un turbamento inevitabile: comprendiamo subito che
Giove sia una parola, un vecchio concetto: e il moderno concetto di
Dio non avendo nulla di comune con Prometeo, spande il freddo della
sua astrattezza sulla pretesa nuova esplicazione del mito e vi rende
impossibile ogni germoglio vitale.
C’è un lampo d’istinto poetico nel tentativo che il Graf esamina nelle
ultime pagine del suo scritto, quello cioè di scambiare Prometeo con
Satana o Lucifero, persone almeno omogenei al Dio moderno, e realtà
poetiche ancora viventi, mentre Prometeo e il suo mondo son già
rilegati soltanto nel regno dell’arte. Ma si sa che lo scambio sia
stato uno sforzo inutile. Il Satana del Carducci, il Lucifero del
Rapisardi non son riusciti a violare le leggi della Natura poetica, e
son rimasti delle astrettezze; nulla di più.
Agl’ibridi sentimenti prodotti dai tentativi dello Shelley, del
Quinet, nel Lipiner è preferibile quello che scaturisce dalle pagine di
questo studio del Graf, un sentimento sincero, senza pretesa di forme
poetiche.
«L’uomo non ha salute ormai che nella umanità, chi non crede nei
destini dell’umanità, che sono i suoi propri, a che vive? Dalla
storia del genere umano ha da venir fuori il pensiero della religione
novella.» Il suo credo, la sua speranza, il suo ideale poetico è tutto
racchiuso in queste poche parole che fanno onore al suo cuore. E si
capisce facilmente come dalla contemplazione delle varie trasformazioni
del mito di Prometeo si sia sentito venir fuori _rinvigorito e
migliore_.