Ascoltiamo la parola d’un maestro:
«Una situazione non è un’idea. Un’idea ha un principio, un mezzo e
una fine, uno sviluppo e una conclusione. Tutti possono trovare una
situazione drammatica, ma convien prepararla, farla accettare, renderla
possibile, sopratutto, scioglierla. Un giovane domanda in matrimonio
una ragazza. Gliel’accordano. Va al Municipio, alla parrocchia colla
fidanzata e ritorna in casa sua insieme a lei. A un tratto apprende,
con assoluta certezza, ch’egli ha sposato sua sorella. Ecco una
situazione, non è vero? Interessantissima. Cavatevene!» (DUMAS fils,
_Histoire du Supplice d’une femme_).
Cavatevene! L’importante sta qui.
Avere in mano una situazione è come avere in mano uno di quegli ossi di
animali preistorici che servivano al Cuvier per ricostruire l’animale
intero già sparito da migliaia di secoli dalla faccia della terra.
Una situazione è un resultato, un punto culminante. Com’è stata
prodotta? Quali sentimenti, quali caratteri l’han determinata? E non
basta. Quali effetti produrrà? Giacchè una situazione non può rimanere
in sospeso nè nella vita reale, nè nella vita dell’arte.
È quello che non ricercano quasi mai i nostri autori drammatici.
Una giovane donna, abbandonata dal marito dopo pochi mesi di
matrimonio, commette una colpa. Ha in suo favore tutte le circostanze
attenuanti: aveva sposato quell’uomo senza amarlo; era rimasta sola,
lei in Italia, lui in America travolto nel gran vortice degli affari
e con poche speranze di un ritorno: s’era incontrata in un uomo già
amato prima del suo matrimonio e non dimenticato nè allora nè dopo...;
vi ha tante donne che cascano anche con meno di questo. È nato un
figlio: la cosa diventa grave. La madre vede alleviato il suo rimorso
dal sacrifizio d’un’amica. D’accordo col proprio marito, questa farà
passare per suo il figlio della colpa; Giulio non sarà un trovatello.
Marito e moglie Rivalta vi trovano un tornaconto: hanno desiderato
lungo tempo un frutto della loro unione ma sempre invano. Giulio, col
mistero che lo circonda, varrà per essi qualcosa di più che un semplice
figlio di adozione.
Per alcuni anni tutto procede bene. Un bel giorno il caso o la natura
ne fa una delle sue: la signora Rivalta diventa madre quando meno se
l’aspetta, e partorisce una bimba.
Il marito della donna colpevole ne fa un’altra non meno inattesa e
ritorna in Italia dopo diciassette anni d’assenza, ricco e disposto a
godersi in pace i resultati del suo penoso lavoro, continuando sempre a
tener un piede negli affari per non morire di noia. Virginia e Damiano
Cadimonte potrebbero vivere felici. Lei ha scontato con tante lagrime
la sua debolezza d’un momento; lui ignora tutto, come la maggior parte
dei mariti. Chi non sa darsi pace è il signor Rivalta. Per lui, ora
che ha la sua Clara, Giulio è un intruso e ruba a quella figliuola
una bella metà del patrimonio. Come uscire da quest’imbroglio? Gli è
impossibile dissimulare a Giulio la sua avversione: gli è impossibile
dargli uno schiarimento quando questi, buono, affettuoso, gli
domanda, col cuore gonfio d’amarezza, la vera ragione di quel modo di
trattarlo... Ecco una situazione: vecchia o nuova non importa, è una
situazione altamente drammatica. È l’osso preistorico capitato fra
le mani del Marenco. Peccato che l’autore dei _Guai dell’assenza_ non
abbia saputo essere un Cuvier!
La Maria Cipriani delle _Catene legali_ ha sposato un poco di buono. Il
vizio del giuoco trascina il suo Enrico nella galera. La povera donna,
vedova di fatto ma non di diritto, trova un conforto a questa sventura
nell’amore puro e fervidissimo d’un artista, del giovine pittore Paolo
Redi. Paolo e Maria sono due anime elette. Non osano nemmen palesarsi
una speranza che sta in fondo alle loro anime innamorate, quella di
vedersi liberi un giorno dalla dura catena con che i coniugi restano
legati dinnanzi la legge anche quando uno di loro sia già morto
civilmente. Nel nuovo stato di quelle due creature umane la legge
è diventata qualcosa di puramente materiale. Che avverrà quando il
forzato reso libero dalla sentimentalità antiscientifica d’un ministro
di grazia e giustizia (son casi che si danno) vorrà riprendere i suoi
diritti legali su quella donna rimasta sempre sua moglie?
Anche questa è un’altra situazione altamente drammatica; vecchia o
nuova, non importa; un altr’osso preistorico capitato fra le mani
dell’Interdonato, che ahimè, nemmen lui ha saputo esserne il Cuvier!
Il maestro ha detto (è bene ripeterlo): _tutti possono trovare una
situazione drammatica_. — Infatti ecco due che l’han trovata — _Ma
convien prepararla, farla accettare, renderla possibile._ Fermiamoci
qui. Una vera situazione drammatica ordinariamente è un’alternativa.
Che farà il personaggio? A seconda della sua scelta, tutti gli
avvenimenti cambiano aspetto, prendono un corso in rapporto a quella
spinta e s’avviano alla catastrofe. Qualche situazione non è nemmeno
un’alternativa; non ha che un’uscita. Tutto l’interesse si concentra
nei mezzi, nei modi coi quali i personaggi arriveranno a quell’uscita
fatale, immutabile, che non interessa meno benchè anticipatamente
saputa.
Vediamo un pochino quando si tratta di un’alternativa. Figuratevi
un desco apparecchiato, colle pietanze fumanti: un uomo s’avanza e
siede a quel desco. Mangerà? Non mangerà? Tutto dipende dallo stato
dello stomaco del mio personaggio. Mettiamo per ipotesi che quelle
pietanze nascondano un tranello, che siano avvelenate. Un affamato non
metterà tempo in mezzo, divorerà tutto in quattro bocconi, non farà
lo schifiltoso sulla qualità e sul sapore delle vivande. Uno uscito
allora allora da pranzo potrà lasciarsi tentare dalla gola, assaporare
una cucchiaiata di minestra, un pezzettino di carne; ma disgustato dal
cattivo sapore, lascerà tutto lì. Nelle situazioni di questo genere
si capisce facilmente che ogni cosa dipenda dal carattere. L’ingegno
dell’autore drammatico si scorge subito dal modo con cui pianta la sua
alternativa. Bisogna chiudere ogni possibilità d’un’uscita diversa
dalle due che presenta. La commedia del Marenco aveva molti punti
interrogativi. Il signor Rivalta, messo alle strette da Giulio, gli
rivelerà il mistero della sua nascita? Come si conterrà Giulio nella
sua nuova posizione? Che farà la vera madre, la signora Virginia,
quando saprà che quegli è già a parte del mistero? Che farà il marito
di lei quando scoprirà d’essere stato tradito? Come s’accomoderanno le
cose se il marito non arriverà a trapelar nulla di quello ch’è accaduto
durante la sua assenza? La risposta a tutte queste domande non può
essere capricciosa. Vediamone qualcuna di quelle date dal Marenco.
Il signor Rivalta dei _Guai dell’assenza_ apparisce sin dalle prime
scene un carattere burbero, anzi atrabiliare ed eccessivamente nervoso.
Non c’è che sua figlia, la sua Clara, che possa rabbonirlo. In quanto
a Giulio, il signor Rivalta non tralascia alcuna occasione per fargli
scorgere il suo odio.
Siamo un po’ di manica larga: accettiamo pure senza tanti discorsi,
l’antecedente d’un uomo il quale non avendo perduto assolutamente la
probabilità d’aver dei figli, accetti di rivelare come proprio allo
stato civile il figlio d’una donna che non è sua moglie. Quel signor
Rivalta doveva essere un gran buon cuore.
Capisco che il giorno in cui gli piove dal cielo una figliuola non
può sentirsi molto contento della sua buona azione: capisco che, uomo
d’un’educazione poco elevata, possa sentire l’affetto paterno in una
maniera quasi animale... Ma bisogna anche tener conto che Giulio è
cresciuto in casa di lui sin dal primo giorno della sua nascita; che
per parecchi anni ha dato ai suoi genitori d’adozione le ineffabili
gioie della paternità: ch’è stato educato come un figliuolo per
davvero, e che è venuto su pieno di rispetto e d’affezione, laborioso,
anche ricco d’ingegno, con tutte le buone qualità da far dimenticare
il suo stato. Infine il caso s’era mostrato benigno: non aveva fatto
nascere un figliuolo al signor Rivalta, e Giulio rimaneva innanzi
alla società il legittimo continuatore della famiglia, il legittimo
rappresentante d’una casa che a furia di lavoro e d’onestà aveva
ammassato dei milioni. Il signor Rivalta del Marenco perde addirittura
la testa; l’odio del buon uomo per Giulio è un odio senza confine. Ma
quando s’arriva a questo punto, non si sta più sulle mezze misure.
La condotta del padre verso il supposto figliuolo rimane forse un
mistero di famiglia? Tutti se n’avvedono, tutti la disapprovano,
tutti la trovano inesplicabile. Giulio arriva a sospettare dell’onestà
della propria madre, cioè di quella che lui crede la sua vera madre:
figuriamoci se avrebber dovuto sospettarne anche gli altri! Ammesso
nel signor Rivalta quell’affetto per la figliuola spinto allo stato
puramente animale, non c’è più ragione che lui taccia, e che si lasci
morir d’accidente piuttosto che trovare uno scioglimento più pratico
alla sua situazione anormale. La situazione, anche col carattere
d’un tal uomo, ha più che un’alternativa, ha molte uscite; e, a farlo
apposta, il Marenco è andato a scegliere la peggiore, quell’inutile
colpo d’accidente.
Il Marenco ha rasentato quasi tutte le varie gradazioni della
situazione principale, del suo osso preistorico; ma non ha avuto la
potenza di ricostruire l’organismo dell’intero animale. Perchè? Perchè
ha voluto adoperare la sua logica, una logica particolare, creata
per usarla nella fabbricazione dei proprii lavori teatrali, e non
la logica delle cose, dei caratteri, delle passioni umane, la sola
e vera logica che dia all’opera d’arte il suo valore d’opera d’arte.
Infatti, ecco un altro interrogativo. Che farà il marito quando avrà
scoperto l’infedeltà della moglie? Per interessarci a questo _che
farà?_ bisognava innanzi tutto mettere in gran rilievo il carattere del
personaggio. Damiano Cadimante non ha dimostrato una grande delicatezza
d’animo, nè una grande tenerezza per la moglie nei suoi diciassette
anni d’assenza: appena s’era fatto vivo, di tanto in tanto, con qualche
lettera. Ritorna pieno di fiducia, vive per molti anni insieme alla
sua Virginia senza che l’ombra d’un sospetto si presenti a turbare la
sua coscienza di marito. La terribile rivelazione gli piomba addossa
quasi all’improvviso, appena preparata dall’idea che sua moglie fosse
l’amante di Giulio; un’idea naturale, perchè Giulio è il primo commesso
della sua casa commerciale, ed è in così intime relazioni con lui che
avrebbe voluto farsene un socio.
Si capisce; l’unica soluzione, la soluzione logica è quella di subire
il fatto compiuto, di fare, come suol dirsi, di necessità virtù. Ma una
situazione, ripete il maestro, _convien prepararla, farla accettare,
renderla possibile_. Il Damiano del Marenco carpisce, ascoltando dietro
un uscio, il segreto della colpa di sua moglie, vien fuori alzando i
pugni al cielo, mugghiando come un toro ferito... Non che abbia molto
torto... Poi, lì per lì, si sente rammollire il cuore; trova che, se la
povera donna è caduta, ci ha la sua parte di colpa anche lui. Non l’ha
lasciata per tanti anni lontana, abbandonata a sè stessa, dopo pochi
mesi di matrimonio? Finalmente, via! avrebbe potuto far peggio; non si
tratta che di un figliuolo! Povera donna! S’è mostrata così buona con
lui! Non ha neppur sospettato che la ragazza recata seco dall’America
possa essere il frutto d’un’altra colpa molto simile a quella di lei, e
non già l’orfana d’un amico, com’è difatti... E poi, ha lui il diritto
di mostrarsi inesorabile? Ha lui il diritto di farla arrossire al suo
cospetto? No. Troverà il mezzo di stendere un velo su tutto; s’accuserà
alla moglie per farsi credere pari e patti. Se lei gli ha regalato un
figliuolo, lui, dal canto suo, non le ha regalato una figliuola?...
E quei due ragazzi non si amano?... Perchè farli infelici?... Ecco
la soluzione del Marenco: la più illogica, la meno ideale, prendendo
questa parola nel suo puro significato filosofico, che vuol dire
conforme alla idea, cioè alla intima realtà delle cose.
L’Interdonato ha seguito la stessa _maniera_; non oso dire lo stesso
processo, per non far nascere equivoci. Giacchè quel che manca nelle
due commedie sia appunto il processo, cioè il razionale svolgimento
dei fatti, dei caratteri, e dell’azione; la necessità, la fatalità
drammatica per cui un personaggio non può sentire, appassionirsi ed
agire altrimenti che in quella data misura e in quel dato modo: modo
e misura che il pubblico ha mostrato d’aver ben capito manifestando la
sua scontentezza delle soluzioni dei due autori.
Fissati i primi punti d’una situazione, l’autore non dovrebbe
affatto intervenire nello svolgimento dell’azione: dovrebbe restar
spettatore, lasciare che i personaggi operino da per loro, e che là
commedia si faccia quasi da sè. Non dovrebbe far altro che seguirla,
come il chimico segue il processo d’una cristallizzazione, come il
fisiologo l’esercizio di una funzione animale messa in esperimento.
Quando l’autore interviene col suo capriccio, colle sue idee, coi suoi
sentimenti non può che guastare. È un elemento estraneo, un elemento
accidentale, una cosa assolutamente contraria all’arte che s’infiltra,
s’insinua, ed altera le proporzioni, mette lo squilibrio nelle varie
forze, sovverte la logica della natura umana in quegli individui così
diversi da lui, toglie loro la libera personalità, li fa diventar
dei burattini. E dove appunto? Nel dramma, nella commedia, cioè nelle
opere letterarie dove la completa sparizione dell’autore è la prima
condizione di vita, _sine qua non_, come dicevano gli scolastici. —
Dio mio! cose vecchie, stravecchie; chi le ignora? È proprio inutile il
ripeterle! — Non dico di no. Ma non è meno vero che queste cose vecchie
e stravecchie le vediamo continuamente dimenticate con una facilità
straordinaria; non è meno vero che i nostri autori drammatici si
preoccupino poco della logica, del processo, dell’organismo delle loro
opere; non è meno vero che andando di questo passo anche il gusto del
pubblico finirà col pervertirsi. Ne abbiamo dei bruttissimi sintomi.
E la cosa è tanto più triste quanto più si scorge spesso che non è
forse affare d’impotenza d’ingegno. Nelle commedie delle quali sto
parlando, _I Guai dell’assenza_ e _Catene legali_, da due o tre scene
si capisce che gli autori rasentino la via giusta, ma la rasentino
soltanto; si capisce che non ci volesse poi molto per dare un passo più
in là ad entrare in carreggiata, e fa dispetto il vedere che si siano
incaponiti a non entrarci. Dico: incaponiti, perchè l’intromissione del
loro capriccio nello svolgimento delle situazioni è visibilissimo. Son
essi che sentono, pensano, agiscono pei loro personaggi. Vogliono un
dato effetto, vogliono una data soluzione, e vi trascinano i personaggi
loro malgrado. Che viso fanno quei poveri diavoli! E come parlano da
gente niente persuasa di quello che caccia fuor di bocca! —
Venerdì sera _Lucrezia Borgia_ fece la sua riapparizione sul
palcoscenico del Dal Verme. Era irriconoscibile. Avrei voluto in
un cantuccio tutti i fautori del dramma storico. Quel creduto oro
vittorughiano appariva una doratura Rouloz guastata dal tempo, il
terribile corrosivo.
Ahimè, il tempo avea guastato anche qualcosa di assai più vivo della
Borgia! La grande attrice che rappresentava la duchessa di Ferrara, la
sorella del Valentino, la figlia di Alessandro Sesto, era egualmente
irriconoscibile, come l’opera d’arte. Il pubblico applaudiva un ricordo
lontano, una tradizione, l’ombra di quell’Adelaide Ristori che ha fatto
trionfare l’arte rappresentativa italiana su tutte le grandi scene del
mondo.
E dopo _Lucrezia_ riapparì la sonnambula lady Macbeth, coi suoi occhi
vitrei, immobili, col suo passo incerto, coi suoi rimorsi sempre vivi
anche nella stanca tregua del sonno. Ed era impossibile non confonderla
con un’altra tormentata non già dai rimorsi, ma dalla grande febbre
dell’arte. Sublime creatura! — _Via! Via di qua!_ — No, tu tenti invano
di cancellare quella macchia — _Via! Via di qua!_ — No, tu tenti invano
scacciar dal cuore la tua immensa sete d’arte e di gloria! Sublime
creatura, che Dio ti dia pace! Oramai, d’arte e di gloria dovresti
essere sazia!